to be continued…

18 apr

Se l’intervistatore piu’ scomodo e’ Jon Stewart. Una domanda

18 apr

Ha fatto rumore Jay Carney, White House Press Secretary. Carney, capo ufficio stampa di Obama, ha detto, nel corso di un’intervista alla George Washington University, che l’intervista più’ scomoda affrontata da Obama nel ciclo elettorale del 2012 e’ stata quella di Jon Stewart.
Jon Stewart, il comico. Jon Stewart con il suo finto telegiornale in onda su Comedy Central.
La dichiarazione di Carney e’ rimbalzata con fragore, suonando come una svalutazione degli intervistatori di mestiere. Allora, direte voi, i giornalisti americani non sono poi cosi’ diversi dai nostri se un comico risulta piu’ scomodo di loro.
Oppure la domanda potrebbe essere: i politici italiani che vanno da Fabio Fazio incontrano lo stesso terreno insidioso ? Io non lo so. Lo chiedo a voi.

FARGO e’ piaciuto, vi piacera’. Ma non e’ TRUE DETECTIVE

17 apr

Buon esordio di Fargo. Sia di critica che di ascolto ( 4.1 milioni per la serata con replica e 1.79 per i 18-49 anni ). Solo il titolo e la benedizione dei fratelli Coen sono garanzie per una vendita mondiale.
C’e’ una cruda piattezza nella narrazione a cui manca l’ironia, la grazia dei Coen e la fascinazione di True Detective ( il paragone e’ stiracchiato da molti ). Ma non e’ una di quelle serie ( tutte le ultime d J.J.Abrams, per esempio ) che smetto di vedere dopo il pilot.

ESPN, la tv americana prepara il mondiale. Da tifosa

16 apr

Splash

16 apr

Quello che vedremo in MAD MEN. La grande storia e quella di Don. Lezioni americane

16 apr

Lo scrivevo domenica sera dopo avere visto la prima puntata della settima stagione di Mad Men. Poi ho letto, il giorno dopo, cose analoghe. Mad Men, a parte la confezione, e’ grande perche’ quella che sembra una sottotrama, la grande storia, e’ invece centrale. Quello che Nixon dice nel discorso inaugurale del 1969 potrebbe dirlo Don Draper di se stesso, ha scritto lunedì scorso Alyssa Rosenberg ( The Washington Post ).
Quindi quello che vedremo nelle prossime puntate sara’ lo sbarco sulla luna. Non so se con telefonata di Nixon o no. Io la metterei.

Bloomberg alla sfida finale sulle armi. Cose che si possono fare dopo i 70 anni, con soldi e testa

16 apr

Bloomberg firma un assegno da 50 milioni per una nuova campagna che mette le donne, le madri al centro di una sfida alla NRA. Nulla e’ stato fatto dopo la strage di Newtown e quelle a seguire.

FARGO, quando la tv assomiglia al cinema ma non e’ proprio la stessa cosa

16 apr

E’andato in onda su FX il primo dei dieci episodi di Fargo, la serie tv . I fratelli Coen sono coinvolti in qualita’ di executive producers e titolari di sette nominations e due Oscar vinti dal film del 1996. Piu’ un omaggio al loro lavoro che un coinvolgimento nella macchina quotidiana. Ma la serie tv, senza Frances McDormand e William H. Macy ma con Billy Bob Thornton, non e’ la stessa cosa. Non solo perche’ Fargo, North Dakota, fu girato in gran parte in Minnesota da cui i Coen provengono e invece la serie tv e’ andata in Canada, dove ci sono condizoni piu’ favorevoli per chi fa televisione. E’ che lo sforzo di essere una dark comedy spesso si risolve nell’essere dark e basta. Detto questo, ad avercene di storie dark girate e costruite come questa.
Noah Hawley, chiamato a fare i Coen brothers, ha fatto un buon lavoro. Il racconto dell’America profonda sepolta dalla neve, lontana dalle metropoli, deve ai Coen molto ma anche parecchio ad una delle serie della tv americana che piu’ ho amato e che non leggo nominata da una critica astorica ( a parte The New York Times) e che crede che la tv seriale sia nata con The Wire e The Sopranos. Parlo di Northern Exposure, 110 episodi in onda sulla CBS dal 1990 al 95 ( e anche in Italia ). Northern Exposure era ambientata in una fictional Alaska e conteneva molti dei personaggi e delle situazioni di cui si sono poi cibati i Coen.
Il filo che lega tv e cinema non e’ nuovo e non e’ unidirezionale. A volte pero’ succede, come nel nuovo Fargo, che il cinema sia meglio. Eh si, accade raramente ma capita ancora.

Serie tv USA in diretta in Italia. Si ma quando il viaggio inverso ?

15 apr

Leggo Stefania Carini che scrive che in questa fase sarebbe da paese normale mandare in onda in Italia le serie tv americane nello stesso giorno in cui sono programmate in America. Ci arriveremo, ci arriveranno ( con calma ) per forza. E’ una legge naturale di questa contemporaneità’ spoilerata.
Il nodo vero, quello macro, e’ pero’ quello dei contenuti spalmati dalla televisione italiana, sui sette maggiori canali. E la capacita’ di raccontare, vendere quello che di buono c’e’. Non c’e’ un pensiero, una conversazione, una strategia a proposito di cosa sia oggi la televisione in Italia. Per che pubblico sia realizzata. Cosa sia esportabile in un mercato che non sia residuale ( come e’ ridotto quello domestico attuale ).
Non ci sono solo le serie nella televisione americana. Ci sono ragionamenti sull’offerta di contenuti nelle reti generaliste che da noi non si fanno piu’. Anche perche’ nel bel paese la politica modella, non solo con i talk shows, i palinsesti.
Ci vorrebbe una minima unita’ di crisi in grado di affrontare un mercato globale con strumenti culturali ed economici svincolati dall’ascolto della mattina dopo. Invece cosa succederà ? Si moltiplicheranno le facoltà’ di comunicazione dove vanno ad insegnare i pensionati della vecchia televisione.

Mindy Corporon che ha la fede

15 apr

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Ve la segnalo ancora perche’ vedo che in Italia ( in altre fondamentali notizie affaccendati ) Mindy non buca.
Questa mattina nei TG ha appena distribuito parole di saggezza ( e fede ) che lasciano intontiti. Forse solo chi come me non ha fede.

Ve lo dicevo. Ecco un altro spot incredibile. Candidato Tea Party e Viagra

15 apr

Winteregg, candidato repubblicano del Tea Party sfida Boehner, leader repubblicano, House Speaker. Lo accusa di essere troppo tenero con Obama. Winteregg promette di essere più’ duro e usa la “sottile metafora” del Viagra nello spot. Allegria.

Parla in chiesa, poche ore dopo l’assassinio del padre e del figlio di 14 anni

15 apr

Questa sera i telegiornali americani hanno aperto con la donna che, poche ore dopo avere perso il padre e il figlio, e’ andata in chiesa a parlare di loro. Oggi, il giorno dopo, questa incredibile donna, Mindy Corporon, ha raccontato chi era suo figlio, che il nonno aveva accompagnato per un’audizione ( canto ) al centro ebraico dove sono stati uccisi da un anziano suprematista bianco, con passato nel Ku Klux Klan.
Mindy ha parlato dalla sua chiesa, United Methodist Church, denominazione cristiana.
Ascoltate Mindy.

Serie tv degli anni 60, ai tempi di Mad Men

15 apr

Il discorso inaugurale di Nixon del 1969 visto ieri sera in MAD MEN

14 apr

MAD MEN, l’inizio della fine

14 apr

E’ iniziata l’ultima stagione, la settima, di MAD MEN, divisa in due blocchi di sette puntate, distillati in due anni.
Nella nuova prima puntata e’ successo poco, e’ andata in onda una ripresentazione di Don, Megan, Roger, Joan, Peggy, pronti, via, partiti.
Nessuna serie televisiva ha mai avuto un’influenza simile sulla moda, lo stile, il costume come Mad Men. La rilettura degli anni 60 attraverso le storie di chi ha lavorato a Madison Avenue ci ha fatto spesso guardare ai dettagli più che alla narrazione. Ci siamo innamorati di interni, mobili, abiti, colori e, a volte, questo ci e’ bastato. Non importa il perche’, ognuno ha il suo e tutti siamo pazzi degli anni 60, anche quelli che non erano ancora nati.
L’industria ci ha navigato dentro. Ed ecco perche’ oggi ci siamo trovati a guardare a questa nuova prima puntata come ad una visita ad una mostra del Guggenheim. Anche quando lo show non sta in piedi, la discesa circolare del museo e’ sempre un viaggio meraviglioso.

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Matthew Weiner, l’autore showrunner, conosce bene l’arte della manutenzione delle sfumature, degli indizi e ci dispensa, come a dei tossici, pillole di una copertina di un testo classico, di un logo di una compagnia aerea scomparsa, di una marca di sigarette alla menta sepolta nel tempo.
La campagna per questa stagione e’ stata così’ affidata a Milton Glaser, 84 anni, l’autore del logo I ♥ NY. Glaser ha realizzato quel manifesto che a New York abbiamo visto ovunque e che ci butta dentro un Mad Men psichedelico, anteprima di Woodstock, che nel 1969 dovrebbe chiudere la serie. Ancora una volta e’ la confezione che ci rapisce.

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Alla fine delle 92 ore di Mad Men, l’anno prossimo, quando ripenseremo alla serie probabilmente ci interrogheremo sull’evoluzione d Don, Peggy, Joan, Peter, Betty, Roger, Sally perche’ questa e’ la metrica che si applica ad un romanzo popolare come Mad Men. Come sono stati sviluppati i protagonisti, le loro storie, quanto sono rimasti come erano, immobili. Quando alla fine, la nuvola della perfetta ricostruzione da film storico sara’ evaporata ci chiederemo se Don Draper e’ diventato un’altra persona. Questo in generale e’ quello che ci riguarda quando entriamo dentro una storia che ci appassiona. Siamo capaci di imparare dagli errori o semplicemente dalle esperienze ? Don, killer seriale di belle donne, finisce al bancone di PJ Clarke’s a bere, fumare o si modifica, non necessariamente in un bravo padre di famiglia, ma in qualcosa di diverso ?

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Matthew Weiner ci ha detto, in una delle tante interviste concesse durante questo lancio della serie, che Don non deve necessariamente smettere di bere, come di continuare a vivere come ha vissuto finora. Don e’ dentro il caos della fine degli anni 60 e lo specchia, lo annusa, lo riflette.
La grande storia che scorre sotto tutto Mad Men e’ un filo teso fondamentale per Weiner. Non e’ colore, rumore di fondo. E’ l’autentica storia di Mad Men che, per questo, e’ grande romanzo popolare. I figli desiderati e non di Betty, Joan, Peggy sono l’altra faccia della confusione di Don. La ribellione di Sally, pure simbolica di quello che accade fuori, all’esterno di Madison Avenue, non e’ semplice conflitto genitori-figli. Tutto e’ storicizzato ma anche senza tempo. Come accade alle torte riuscite perfettamente. Che devono essere belle da vedere e buone da mangiare. Opere d’arte.

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HOUSE OF CARDS, si gira nello stato che paga. Vale anche per noi

13 apr

Lo stato del Michigan ( e di Detroit ) finanzia l’industria del cinema e delle serie televisive, provando a cogliere ogni occasione che si presenta per inventare posti di lavoro in un’economia in grave crisi. Nella stessa direzione si muovono la North Carolina ( e gli studios di Wilmington ) il New Jersey e altri stati con la vista lunga.
In questi giorni doveva partire la produzione della terza stagione di House of Cards ma e’ stata rinviata di un paio di mesi, nell’attesa di capire se lo stato del Maryland accorderà’ simili facilitazioni a quelle delle due passate stagioni ( 26.7 milioni di crediti di tasse e l’accesso al palazzo del governo statale per le riprese ). L’assemblea legislativa del Maryland ha concesso 15 milioni di credito, la produzione ne chiede 18.5. Si e’ calcolato che House of cards abbia finora generato 259 milioni per l’economia del Maryland.
Simili scontri sui fondi sono ormai la regola nell’industria televisiva. Si gira dove girano i soldi. Vale per tutti, a qualsiasi latitudine.

Jon Hamm, il baseball, l’India. La quadratura del cerchio

13 apr

La canzone piu’ brutta della storia

13 apr

Cercavo un motivo per non essere “social”. Eccolo.

Se MAD MEN fosse AFROAMERICAN

12 apr

Pussy Riot in America. Da Hillary a Colbert, a Bill Maher

12 apr

Tour americano di due Pussy Riot. Ricevute ovunque con grande entusiasmo. Ieri sera le ho viste da Bill Maher su HBO.
Molto divertente. A parte i giochi di parole, Maher ha chiesto alle due ragazze perché’ non si fermano in America. Le due sono toste.

24, il nuovo trailer

11 apr

Nirvana nella Rock and Roll Hall of Fame ( la intro di Michael Stipe )

11 apr

The Hall of Fame class of 2014 e’ stata ufficialmente celebrata ieri con l’ingresso dei Nirvana, Peter Gabriel, i managers Brian Epstein e Andrew Loog Oldham, Linda Ronstadt, Cat Stevens, Hall and Oates, KISS e la E Street band ( Bruce Springsteen c’era gia’ ).
La serata, concerto e discorsi, il 31 maggio su HBO.

E’ la fine per la Rizzoli a Manhattan ? Chiudono non solo librerie. New York come Dubai

11 apr

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Sono passato poco fa davanti alla Rizzoli sulla 57 West. Per l’annunciato ultimo giorno di apertura c’era una piccola manifestazione davanti all’ingresso. Se non arriva il salvataggio all’ultimo minuto chiude una libreria che ha fatto la storia di questa città’ dal 1985. Potrebbe essere salvata solo dalla Landmarks Preservation Commission che assegna il titolo di bene storico per la comunita’ ad edifici che altrimenti sarebbero rimpiazzati da nuovi grattacieli, più’ alti, piu’ lussuosi, più’ brutti. Quello che ospita la Rizzoli e’ del 1919. La proprietà’ intende demolirlo e tirare su l’ennesimo grattacielo con piscina, palestra, sauna e tutte quegli specchietti per i nuovi ricchi del mondo a cui piace la stessa città’, con le stesse vetrine, dovunque si trovino.
Ma non chiuderebbe solo la Rizzoli. Parlando di librerie se ne vanno le storiche Shakespeare & Co. da Soho e il St Mark’s Book Shop, la mia preferita, nella Lower East Side. Quest’ultima sta cercando soldi sulla rete per traslocare.
Questa settimana ha poi chiuso downtown JR, l’ultimo paradiso in cui andare a vedere, toccare CD, ascoltare musica nella città’ ed e’ stata annunciata la fine di Pearl, su Canal Street, il più’ bel negozio di colori, materiali per artisti, che ha fatto la storia ( dell’arte ) della città’. Non c’entra solo Amazon. E’ che qua il mercato degli affitti e’ arrivato a cifre inimmaginabili.
Bisogna allontanarsi sempre più’ dal centro per trovare pezzi di quella città’ che e’ stata. Manhattan e’ ormai un parco giochi simile ad altri. Andiamo verso una New Dubai.

Il libro di Biz Stone che va oltre pagina 140

11 apr

Ho appena preso il libro di Biz Stone, cofondatore di Twitter ( “Things a little bird told me” ). Ormai, in sintonia con i tempi, siamo alle autobiografie o similari a 40 anni e spesso anche molto prima.
Sfogliando ho visto che una battuta non male c’e’. Su una pagina bianca Stone ha scritto che se il libro fosse limitato a 140 pagine sarebbe finito li. Invece supera le 200 paginette. Lo leggo nel finesettimana, con il molto gradito libro di Severgnini che mi e’ arrivato ieri.

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I primi 100 giorni di Bill de Blasio. Promosso ? Rimandato a settembre

10 apr

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Oggi Bill de Blasio ha tenuto il discorso dei 100 giorni dalla sua investitura a sindaco di New York. Dalle storiche nevicate di quest’inverno alle dispute su scuole pubbliche e private, dall’uso delle forze di polizia ai progetti di edilizia sovvenzionata il sindaco ha navigato attraverso acque agitate.
I sondaggi dicono che la citta’ e’ divisa a meta’ nel giudicare l’operato del sindaco con una grande differenza tra bianchi ( solo il 38% a favore ) e neri ( il 58% a favore ). Bloomberg e’ stato quattro punti sopra nello stesso periodo.
Oggi Bill de Blasio ha provato a volare alto con il suo discorso, che alcuni commentatori al termine hanno avvicinato a simili di John Kennedy. Toni e retorica da nuova frontiera con continui richiami ad un orizzonte progressista per la città ma povero di gambe materiali concrete su cui far marciare le idee alte e anche civili, belle che il sindaco ha disegnato. E’ sembrato a tratti di assistere ad un sermone piu’ che ad un discorso fatto di obiettivi precisi.
L’ostacolo più’ grande in questi primi tre mesi per il sindaco e’ stato quello delle charter schools ( private gratuite, finanziate con denaro pubblico e ospitate spesso in edifici pubblici ). Bill de Blasio, con l’appoggio dei sindacati degli insegnanti pubblici, si e’ mosso per la riduzione di questi nuovi progetti di scuole, che l’amministrazione Obama e le maggiori fondazioni filantropiche stanno spingendo. In questo, Bill de Blasio e’ old school ( in tutti i sensi ).
Ecco proprio questa sara’ la scommessa del sindaco di New York nei prossimi mesi. Quella di provare ad offrire un’ipotesi di città’ diversa da quella di Bloomberg. A raccontarla Bill e’ bravo. Ma questo, come sappiamo, e’ sempre più’ semplice.

Colbert sulla sedia di Letterman. Avrei preferito Jon Stewart o Sarah Silverman

10 apr

Stephen Colbert sostituira’ Letterman. Rapidissima decisione della CBS. Contratto di cinque anni.
Colbert era da giorni il candidato numero uno. C’e’ continuità’ tra i due. Siamo in un territorio paradossale, lontano dalla comicità’ piatta ( ma efficace ) di Jay Leno. Io preferisco Jimmy Fallon con cui Colbert dovra’ vedersela.
Sulla sedia di Letterman mi sarebbe piaciuto Jon Stewart, che di Colbert e’ stato il protettore.
O Sarah Silverman. Ma ci sarebbe voluto più’ coraggio e quindi becchiamoci Colbert.

Pazzesco spot per il Senato americano. Una pistola e le palle

10 apr

Lo spot che segue e’ autentico. Ho pensato ad una qualche parodia. Un candidato indipendente al Senato americano nello stato dell’Iowa mostra una pistola e dice che sparerà’ alle palle di un eventuale sex offender che si presenti alla sua porta di casa a caccia delle sue bambine.
Quast cita l’omicidio di sua sorella e Business Insider ci racconta la storia.
Se continua cosí’ le prossime elezioni saranno un bel film.

Sethrogeniade. I promo di SNL per sabato prossimo

10 apr

Pros and Cons di Game of Thrones

9 apr

Calcio al Cuadrado

9 apr