Tutto quello che avreste voluto dire a Justin Bieber. E lui a noi

31 mar

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Accade una volta all’anno. E’ il ROAST di Comedy Central. Un famoso viene fatto arrosto e stavolta e’ toccato a Justin Bieber. Che se non sapete chi sia non preoccupatevi. Non si puo’ sapere tutto. E’ solo il secondo al mondo su Twitter e viene prima di Obama ( 62 milioni e passa ). Non e’ nemmeno primo.
Bieber ha 21 anni ma sembra esserci da una vita. Il suo pubblico non ha l’eta’ nemmeno per guidare una macchinetta e va rispettato. Pensavo che Twitter fosse una cosa da anziani e invece scopro che grazie a Justin ci giocano le dodicenni.
Sul palco del roast sono in una decina, con sorprese come Martha Stewart e Shaquille O’Neal piu’ altri arrostitori abituali. Bieber dovrebbe essere l’obiettivo ma in realta’ e’ un tutti contro tutti. Sul ragazzo canadese arrivano battute a pioggia a proposito della sua fissazione di comportarsi come un gansta-rapper, che per uno slavatino bianchiccio e’ un sogno imbarazzante. Come quello di Michael Jackson, al contrario.
Ognuno ha un pezzo scritto in cui prova a dire l’irripetibile. Si ride ma non solo di Justin Bieber, che piu’ di tanto che vuoi dirgli. Il roast e’ un cazzeggio come non se ne sentono in televisione, che tocca l’intoccabile nel comico, dai campi di concentramento ad Isis. Il sesso e le sue apps sono pero’ il centro di tutto. Su questo non c’e’ freno tirato a mano. E’ un rito liberatorio e dopo ogni pausa una voce off ci ricorda che il linguaggio usato e’ per adulti, ecc. Che dire allora di tutte le dodicenni che stasera sono state alzate fino a mezzanotte per aspettare la replica finale di Bieber. A letto, andate a dormire tranquille bambine. Justin ne e’ uscito bene. Sono secoli pero’ che non esce una sua cosa musicale.
Al contrario di tutti quelli sul palco che hanno una cosa in uscita in tv, al cinema o su iTunes.
Finale a sorpresa e si capisce allora perche’ Justin Bieber si sia sottoposto a questa grigliata. Il ragazzo chiede scusa per tutte le cazzate che ha combinato da quando, a dodici anni, e’ stato scoperto e promette di avere capito la lezione. Dal roast di Comedy Central, il secondo al mondo su Twitter potrebbe presto scalare il primo posto.

Domandona

31 mar

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Sto girando un documentario per la televisione svizzera su una scuola americana. Oggi in classe il professore di letteratura inglese ha esordito con una domanda e ha dato cinque minuti per rifletterci sopra. “Vorreste vivere per sempre ? Perche’ o perche’ no ? Pensate che alcuni meritino di vivere piu’ a lungo di altri ?”
La discussione che ne e’ scaturita mi e’ piaciuta parecchio.
La riassumo con le parole di di Miguel, 14 anni : “…se hai paura di morire, hai paura di vivere”. Sono ragazzi.

E’ andato in onda il documentario di HBO su Scientology. E’ sembrato di averlo gia’ visto

30 mar

Se ne e’ parlato talmente tanto che c’era una bella attesa. E’ andato in onda il documentario di Alex Gibney, passato per il Sundance, su Scientology ( Going Clear : Scientology and the Poison of Belief ) tratto dal libro di Lawrence Wright.
Una serie di interviste a fuoriusciti ( tra cui Paul Haggis, regista di Crash ) ricostruiscono la storia della chiesa fondata da Ron Hubbard.
Gli affiliati a Scientology parlano solo nei repertori. John Travolta e Tom Cruise compresi, i membri piu’ celebri.
La narrazione e’ modello thriller-investigativo con elementi di reenactment-fiction, come abbiamo visto recentemente con il caso Robert Durst, che mi paiono bruttarelli e gratuiti.
Il documentario e’ girato e montato bene ma mi e’ sembrato di averlo gia’ consumato. Capita con i racconti a tesi, anche quando condividiamo il contenuto. Nessuna sorpresa. E i repertori sono la parte migliore. Soprattutto quello della vittoria di Scientology su l’IRS. Il riconoscimento ( nel 1993 ) ufficiale dello stato di chiesa, non profit, e quindi esonerata dal pagare tasse.
Alla fine arriva la storia del matrimonio Cruise-Kidman. E di Nazanin Boniadi che abbiamo visto in Homeland. Siamo dalle parti di Hollywood, dove oggi vanno forte guru diversi dal datatissimo Hubbard.

Ti presento Sally ( Mad Men ) che oggi avrebbe 60 anni

29 mar

Sally Draper e’ nata in Mad Men nell’aprile 1954. Domenica prossima andra’ in onda la prima delle sette puntate che chiuderanno per sempre la serie. Kiernan Shipka, che impersona Sally, ha oggi 15 anni ma se Mad Men arrivasse fino ai giorni nostri Sally avrebbe 60 anni.
The New York Times e’ andato a casa di Matthew Weiner, il creatore di Mad Men, a Hollywood e ci ha raccontato questa specie di “boyhood” di Sally, la sua educazione sentimentale.
Weiner ci dice della centralita’ di Sally nella scrittura, nello svolgimento del romanzo televisivo e dell’idea di raccontare attraverso di lei, il suo sguardo, molte delle cose che abbiamo visto.
La giovane Kiernan ci dice che a lei non e’ stato permesso ( dai genitori ) vedere la serie agli inizi.
Tra un autore, un regista e i suoi giovani protagonisti si crea spesso un legame di dipendenza, di affetto che ognuno decifra come sa e crede. E’ una storia che al cinema abbiamo letto tante volte. Ora le serie che ci accompagnano per anni sciolgono questo rapporto in un tempo piu’ lungo. I protagonisti crescono, invecchiano con noi. Scoprire che oggi Sally Draper avrebbe 60 anni sorprende, sembra strano.
Cara Sally sei bella e brava ma anche tu avevi 14 anni nel 68 e piu’ di 50 quando Obama e’ stato eletto presidente.

MAD MEN entra allo Smithsonian, dove si conserva la storia

29 mar

Tra una settimana parte la stagione finale di Mad Men. Prima della fine, l’ingresso allo Smithsonian. La grande storia.

Brucia il palazzo a New York e loro si fanno il selfie

29 mar

Selfie di gruppo, con sfondo del palazzo che brucia sulla Second Avenue.
A zappare, con quello stick.

Dalla tv al cinema. Entourage, quando le serie si trasformano in film

28 mar

Otto stagioni su HBO, fino al 2011. Entourage e’ stata serie popolare, rodata da Mark Wahlberg.
Ora diventa film della prossima estate. Dalla tv al cinema.

Chi e’ Matt Stainbrook, autista Uber e personaggio numero uno di March Madness

27 mar

Purtroppo Matt Stainbrook e’ uscito dai playoffs di college basket, noti come March Madness. Mi ero, come tanti, appassionato a questo ragazzone bianco, con padre ingegnere alla NASA.
Stainbrook ha giocato per Xavier, una universita’ fondata dai gesuiti a Cincinnati. Matt si e’ laureato lo scorso anno in economia e ora, caso quasi unico tra i giovani giocatori di basket dei colleges, sta continuando a studiare per ottenere un master ed ha ricevuto una borsa di studio che ha donato a suo fratello. Lui si mantiene facendo l’autista Uber part time sulla sua Buick vecchia di undici anni. La stampa e’ impazzita per Stainbrook.
In un mondo in cui la grande maggioranza dei giocatori che vediamo durante March Madness usano l’università come trampolino di lancio per la NBA, Matt e’ una mosca bianca. Che beccherei subito per quelle pippe dei Knicks, per cui disgraziatamente faccio il tifo.

Questa e’ clamorosa. Obama parla con David Simon ( The Wire ) di polizia e spaccio

27 mar

David Simon non e’ un autore di serie qualsiasi. E’ probabilmente il piu’ attento tra tutti a quello che accade nella realtà delle città’ americane ( non solo The Wire, anche Treme, Homicide ) senza andare a pescare nell’immaginario passato e futuro delle storie possibili da raccontare. Era giornalista e per anni si e’ occupato di cronaca nera ( dodici anni al Baltimore Sun ). Insomma non e’ il solito autore tv, nato guardando tv e cinema. Ha raccontato la strada perche’ sa di cosa parla.
The Wire e’ notoriamente una delle serie preferite di Obama. Ma una conversazione formale, pubblicata su You Tube, tra il presidente e un televisivo e’ senza precedenti. Di solito si entra alla Casa Bianca per sparare due cazzate, per una fotografia, un pranzo.
Le serie tv ricevono cosi’ un’investitura ufficiale. Sono la nuova realtà, sono il racconto della contemporaneita’. E gli autori tv, quelli bravi, sono i nuovi esperti. Non solo maître a’ penser, per dirla all’antica.

Il non-lancio di Netflix in Australia ( Ricky Gervais )

27 mar

VICE News, 30 minuti al giorno e un canale. I networks ora hanno paura

27 mar

HBO entra con VICE nel business delle news. Non piu’ settimanale ma quotidiano e probabilmente streaming breaking news. Le news asfittiche dei networks sono da morte annunciata. Vediamo se questo sara’ il colpo finale.

Jimmy Fallon e’ Mitt Romney. Grande nelle impersonificazioni, straziante nelle interviste

26 mar

Ieri sera ho aspettato Mitt Romney da Jimmy Fallon. Dopo l’annuncio della candidatura ufficiale alle primarie del primo repubblicano ( Ted Cruz ) e’ arrivato quello che ci aveva provato l’ultima volta con Obama. Anche per lanciare una degna iniziativa filantropica, il suo incontro di boxe con Holyfield, ex campione del mondo.
Stanattina Romney e’ al Today Show della NBC. Sembra in campagna elettorale, vedremo ( ha ufficialmente abbandonato la competizione ).
Il doppio Romney e’stato fantastico, come potete vedere nel video postato. Jimmy Fallon e’ un genio delle impersonificazioni. La sua galleria si arricchisce di famosi e rimarra’ nelle teche della NBC come un museo delle meraviglie tv.
A seguire, purtroppo, e’ arrivata l’intervista, che e’ un altro mestiere. In questi casi Fallon e’ di una mollezza imbarazzante. Ride alle sue battute e a quelle penose di chi si trova davanti. Non ha il distacco, l’ironia di Jon Stewart e Letterman, due che se ne stanno per andare e che saranno rimpianti. Non hanno sostituti all’altezza. Si parla tanto anche a vanvera di giovani You Tubers e giovani conduttori. Un deserto di autoreferenziali, improbabili robette.
Alla televisione, quella che sta ancora al centro del salotto, non basta uno smanettone sui social.

The gay sweater ( il maglione gay )

25 mar

Ladri di biciclette, a Manhattan

25 mar

Io me la porto su a casa. Cosi’ fanno in tanti a Manhattan. Dove lo consentono i regolamenti condominiali e i doormen, i guardiani dei palazzi, chiudono un occhio, due.
885 garages di New York sono stati costretti da qualche anno, per legge, a ricoverare biciclette. Dipende dalle dimensioni del parcheggio ma in genere ogni dieci autovetture deve essere garantito lo spazio per una bicicletta. Ma la legge non avrebbe fissato limiti di tariffe. E quindi il risultato può’ essere quello della fotografia. Con aggiunta che lasciare la bicicletta in strada ( anche con con la catena piu’ forte dei due mondi ) vuol dire non ritrovarla la mattina dopo.

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PS Esiste, a Manhattan, l’opzione “comunista” sponsorizzata da una banca. Una meraviglia.
Costa meno non possedere una bicicletta. E’ il futuro della condivisione. Vabbe’.

I telegiornali americani sono sempre piu’ un soufflé

25 mar

Stasera il TG della sera della NBC, dopo avere aperto obbligatoriamente sull’aereo caduto nella lontana Europa, e’ andato sulle ovaie di Angelina Jolie con parere di una dottoressa dello Sloan Kettering. Poi su una intervista ad una signora che incontro’ su un aereo Robert Durst ed usci’ un paio di volte a cena con lui e ringrazia Dio di essere viva ( roba da pazzi ). A chiudere, la riunione del cast di “Pretty Baby”, 25 anni dopo ( Julia Roberts e Richard Gere erano al Today Show stamattina ).
Alla fine, la domanda e’: “cosa e’ successo nel mondo?”. Ma anche in America. E cosi’ si torna alle news online. In attesa del New York Times di domattina, la Bibbia dei corrispondenti esteri copisti.

Sono andato al concerto di De Gregori a Milano ( quello del 1976 )

24 mar

Leggo del successo del concerto a Milano ( Forum di Assago ) di Francesco De Gregori. Leggo di canzoni cantate in coro da tanti che non erano nati quando i suoi pezzi storici furono composti e pubblicati. Alleluja. De Gregori ha scritto cose tra le piu’ belle di sempre e avrebbe meritato di essere piu conosciuto oltre Chiasso.
A me piaceva tanto De Gregori. Nel 1976 ero al Palalido di Milano. Ero uno di quei “bimbi” che sapevano a memoria i suoi testi. Non credo li avrei cantati ma mi rimasero comunque in gola. Concerto interrotto, De Gregori cacciato. Tempi della “la musica e’ di tutti” che finivano spesso per essere i tempi della musica di nessuno.
“E qualcosa rimane, fra le pagine chiare e le pagine scure”.

Giustizia televisiva americana, ci torno sopra. Spunta un altro Chi l’ha visto

24 mar

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Sabato prossimo andra’ in onda sulla CBS un’intervista al celebre avvocato di Robert Durst, all’interno del newsmagazine 48 hours. “Il tentativo di vincere un Emmy, non di cercare la verità’”, ha dichiarato la difesa. Piu’ o meno quello che penso. E ripeto, riassumendo il caso, Durst e’ fino ad oggi sospettato di due omicidi e la scomparsa della moglie. Da uno di questi omicidi e’ stato assolto. Degli altri non si parlava fino alla messa in onda del documentario in sei parti della HBO. Prima dell’ultima messa in onda e’ stato arrestato. Del rapporto tra investigatori ufficiali ( polizia ) e investigatori televisivi ( gli autori del documentario ) nulla sappiamo.

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Ho detto ” fino ad oggi” perche’ il TG della NBC di stasera ha appena sparato la fotografia di una ragazza scomparsa una quarantina di anni fa in Vermont, nella bella cittadina in cui sono stato parecchie volte e in cui ha vissuto all’epoca Durst. Un altro Chi l’ha visto attribuito al presunto assassino seriale Durst, il ricco immobiliarista di 71 anni. Che ha sfornato una decina di documenti in questi anni, in perenne fuga. Prima dell’ultima e’ stato arrestato. Durst e’ il colpevole designato e non si capisce come l’abbia sempre fatta franca. Almeno attraverso un altro processo  avrebbe dovuto passare ma la giustizia televisiva sembrerebbe avere saldato il conto.
Vi segnalo a questo proposito un importante articolo del New York Times che riassume l’ascesa, il successo dei documentari negli ultimi anni e si pone, ci pone una domanda. Chi sono gli autori ?
Alcuni si definiscono giornalisti, altri storytellers, altri ancora advocates che vuol dire che difendono una causa, usano il documentario per spingere una causa. A volte queste identita’ configgono. The New York Times chiude il pezzo su Andrew Jarecki, autore dell’arresto, scusate volevo dire il documentario su Durst.
Quale delle tre identita’ si attribuisce lo stesso Jarecki? Probabilmente il giustiziere ( che sarebbe un’altra, la quarta ozione ).

Ted Cruz for President. Il video, la storia, la retorica

23 mar

Basta con le barbe. Lo spot di Kevin Spacey sul trend che non e’ piu’ trend

23 mar

Primarie americane, si comincia dal Texas. In fondo a destra

23 mar

Apertura dei TG stamattina.
Il primo candidato ufficiale, Ted Cruz, repubblicano.

Nepotismo americano

22 mar

Domanda e risposta sulla Sunday Review del New York Times che ho letto ora.
E vabbe’.

Il documentario sulla polizia premiato al SXSW

22 mar

Il totobasket sport nazionale. March Madness e il bracket, televisione occupata militarmente

22 mar

In questi giorni non c’e’ altro in tv.
Milioni di americani stanno guardando un’orgia di partite di basket alla tv. E’ March Madness, i playoffs della pallacanestro dei colleges. E milioni di americani hanno compilato quello che si chiama il bracket, la previsione che si fa di chi va avanti fino alla vittoria finale, che tutti danno a Kentucky.
C’e’ il bracket di Obama che ormai e’ una consuetudine. Mio figlio dice che e’ impossibile Obama dimostri una tale sapienza, nominando giocatori, statistiche se non fosse stato “coached”, istruito. Altrimenti significa che passa le giornate a guardare basket mentre noi pensiamo faccia altro.
Il migliore tra i brackets che ho visto e’ pero’ quello di Bill Murray che dice che lo fa dopo che la partita e’ finita, cosi’ sa chi ha vinto.

Piace la tv giustiziera. A me no

21 mar

Torno sul caso sul caso Robert Durst che in America ha aperto per giorni i telegiornali, prima delle elezioni in Israele e la strage di Tunisi. Ci torno sopra perche’ non mi piace la piega che ha preso ovunque il caso, dopo la messa in onda dell’ultima puntata e l’arresto di Durst, avvenuto la sera prima del finale televisivo, con ovvio boom di ascolti ( il doppio delle cinque puntate precedenti ).
La prova della colpevolezza di Durst ( due omicidi e la scomparsa della moglie ) sarebbe in quel finale del documentario in cui l’autore Jarecki ha montato, sottotitolate, le parole ruminate da Durst in bagno ad intervista conclusa e con il microfono ancora acceso. Sulle frasi in cui Durst dice di avere ucciso tutti, c’e’ un’andata a nero e terminano le sei puntate. Bingo. Ecco il verdetto dell’autore giustiziere.
Io ho simpatia in generale per chi parla da solo. A New York capita di incontrare ad ogni passo gente che lo fa. Fuori di testa e con la testa a posto, per cosi’ dire.
Durst e’ chiaramente un fuori di testa. Durst e’ probabilmente colpevole. Lo dico come uno qualsiasi che guarda True Detective e si immagina la fine gia’ alla prima puntata ( la serie e’ stata tirata in ballo da tanti a proposito di questo caso ). Ma non sono un poliziotto e credo che risolvere casi di omicidio non sia la mission di chi fa documentari. A me e’ sembrato, ad esempio, che in questo caso Robert Durst si faccia una domanda dopo essere stato incastrato da Jarecki e si risponda una cosa come “ora diranno che li ho ammazzati tutti “. Che non e’ la stessa cosa di una confessione.
Le interviste nel doocumentario sono due e risalirebbero a cinque e tre anni fa. L’arresto e’ avvenuto invece alla vigilia dell’ultima puntata, una settimana fa. Quale e’ stato in questi anni il rapporto degli investigatori con l’autore del documentario ?
La televisione verita’ e poi la televisione della realta’ hanno in questi anni abbassato la soglia della differenza con la fiction. Poi ci si sono messi i social media. Viviamo in una dimensione sola per cui siamo sempre piu’ quello che vediamo in tv e su Facebook. Questa confusione di piani trasforma un autore di documentari in un giustiziere. E il poliziotto in un suo aiuto di produzione.
Non c’entra Durst che, essendo poi straricco e non simpatico, e’ sicuramente il cattivo ideale. E, dicevo, probabilmente lo e’. Siamo tutti true detectives e se questo sia un bene o un male non so.

E’ primavera, a New York

20 mar

Sta nevicando a New York.

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Una repubblica fondata sui Rolex

20 mar

Ciclicamente saltano fuori Rolex regalati ad arbitri di calcio, appaltatori, amici degli amici.
Di solito cerco di capire il modello, l’anno, se salta fuori.
Se mi capita di incontrare italiani vado sui piedi e i polsi, che fanno ancora i caratteri nazionali.
Poi guardo con affetto quello che mi regalo’ mio padre 40 anni fa. Perde qualche minuto alla settimana ma va. In questi momenti mi sento ancora un italiano vero. Rolex, Italia.

Io e Vincenzo Montella

19 mar

Ho visto una partita che si e’ giocata a Roma e c’era una squadra sola.

Apre un negozio di armi a Manhattan. Ma e’ candid camera e spot contro

19 mar

La TV che fa arrestare un presunto colpevole con un fuorionda. Ideologia e prassi

19 mar

La storia ha bucato le frontiere perche’ e’ davvero bizzarra, come il suo protagonista.
Il ricco immobiliarista di New York Robert Durst, 71 anni, e’ stato arrestato sabato scorso in un albergo di New Orleans, alla vigilia della messa in onda dell’ultimo dei sei episodi del documentario “The Jinx: the life and deaths of Robert Durst” di Andrew Jarecki. Robert Durst e’ stato intervistato per 25 ore da Jarecki e il documentario e’ la sua storia che si incrocia con due omicidi e la scomparsa della moglie. Pare che Durst si stesse preparando ad una fuga. L’ultima di una serie. Un “Chi l’ha visto” che ci accomapagna da anni, con riapparizioni e scomparse. I telegiornali americani ci hanno raccontato del ritrovamento di una maschera di latex, un documento d’identita’ falso, una quantita’ di denaro ( 315 mila dollari ) ritirata a botte da 9000 al giorno.
Da anni si parla in America come di uno che l’ha fatta franca. Fino al documentario di HBO di Andrew Jarecki, una ricostruzione piena di repertori e senza voce narrante.
Se stiamo al caso umano Durst ci si chiede perche’ abbia acconsentito a farsi intervistare. E’ solo una delle domande che circolano intorno a quest’uomo che ha riempito le cronache nere e rosa per decenni. All’inizio dell’intervista, che parte nella seconda puntata del documentario, Durst dice di avere cosi’ voluto dire la sua verità’. Dopo il film dello stesso Jarecki su Durst con Ryan Gosling e’ cosi’ arrivato il documentario. Narcisismo ? Piu’ complicata sembra essere la timeline della vita di Durst. E oggi siamo alla riapertura di un caso di omicidio di 15 anni fa per un furionda della lunga intervista in cui Durst, parlando da solo in bagno in una pausa, ha detto «Che cosa diavolo ho fatto? Li ho uccisi tutti, ovvio».
Jarecki ha detto alla CBS che Durst era stato informato che il microfono sarebbe stato sempre acceso e la quarta puntata si chiude con il regista che avverte lo stesso Durst della cosa. Meno chiara apparirebbe la tempistica dell’arresto alla vigilia della messa in onda dell’ultima puntata di domenica scorsa che contiene il furibonda. Lo stesso Jarecki ha detto che Durst e’ solito parlare tra se’ e se’.
L’arresto sarebbe scattato in seguito al fuorionda. Tecnicamente un paio di frasi rubate, nonostante l’avvertimento. A chi fa il mestiere di intervistare capita di continuo, anzi quasi sempre, che quello che viene detto prima, dopo, nelle pause, sia piu’ interessante dell’intervista piazzata. La decisione di montare contenuti rubacchiati appartiene a chi porta a casa la liberatoria che, non specificando tempi e temi, consente di fare qualsiasi cosa nel montaggio. C’e chi ha costruito carriere e perfino bei pezzi di palinsesti su “camerine nascoste” e microfoni lasciati andare. Altri chiedono comunque il permesso di editare un furibonda. Ognuno fa quel che crede.  Quello che e’ difficile credere e’ che diventino prove di omicidio. Ma , parlando di televisione, di etica della televisione, cosa fare in questi casi ? Io non l’avrei montato, credo.
Durst non e’ uomo amabile. Ma anche questo non c’entra. La scomparsa di persone vicine a lui che lo hanno frequentato e’ una tremenda coincidenza o un mistero che dovrebbe essere sciolto da un processo che si celebrerà a Los Angeles. Un teatro che richiama altri processi a famosi. Il Robert Durst Show continua.

L’intervento di Ava DuVernay ( regista di Selma ) al SXSW. Vale la pena ascoltarla

18 mar