Arancioni forever

21 Gen

Il Corriere della Sera allega al quotidiano un libro di Osho a settimana, nell’anniversario dei trenta anni dalla scomparsa. La celebrazione cartacea si compie ricordando che il maestro ha «lasciato il corpo» ma forse vive e lotta ancora insieme a noi. Detto senza ironia, davvero.
Vivevo a Milano negli anni arancioni di Osho. Gli anni di Macondo  e tanto altro. Un inverno andai a Londra. Raggiunsi la ragazza con cui stavo. Lavoravo nei pub. Avevamo trovato una stanza a Notting Hill che non era quella di oggi. Soprattutto Camden, dove avevano aperto un centro gli arancioni di Osho, era lontanissima o almeno cosi’ ci sembrava. Io ci andai una volta sola (il programma veglia sulla testata del mio letto ). Non mi sentivo portato per la danza svuotapensieri che animava gli incontri. Simona frequento’, se ricordo bene, qualche volta di piu’.
La memoria del Corriere mi ha sorpreso perché mi sembra difficile capire Osho fuori da quegli anni.
Io conservo una memoria tenera di quella Londra, arancione.

A casa loro, RAI ITALIA in Senegal

18 Gen

Siamo arrivati in Senegal con la serie SOLIDALI D’ITALIA, sulla cooperazione governativa italiana nel mondo. Bello il Senegal, grazie a Chiara che per AICS si occupa di informazione.

 

Dimissioni

16 Gen

Non siamo abituati alle dimissioni in Italia.
Leggo delle tre donne, giornaliste, conduttrici televisive che in Iran si dissociano da se stesse e dalla emittente con cui collaboravano per avere dato la notizia dell’aereo civile abbattuto o essere state silenti.
L’Iran è un paese che chiede di essere raccontato.
La notizia che riguarda le tre donne (sottolineo donne) mi ha profondamente colpito. Tanto che ho pensato non fosse vera. Tanto è profondo il pregiudizio su una realta’ di cui apprendo il poco che distillano fonti che evidentemente bucano censure piu’ dilatate di quello che si crede.
Chissa’ se le tre donne iraniane saranno invitate a tenere una lezione in una delle scuole di giornalismo che pullulano da noi.

Da Heidegger a Johnny Deep, passando per Garko

13 Gen

Ho visto prima Gabriel Garko sorpreso da Diego Bianchi (Propaganda Live) in un centro commerciale di Bovalino (Calabria) per “la notte degli sconti”(!!!).
Poi, davvero, ho creduto di rivederlo il giorno dopo a C’è Posta per te in un frammento di storia, quando ho cambiato canale. Era invece Johnny Deep. Assolutamente identici, separati dalla nascita.
Silenti ambedue (poi ho letto che Deep ha parlato con la De Filippi).
Basta la loro presenza. I selfies con Garko. Gli ascolti con Deep.
L’ontolologia di Heidegger, per capire i tempi. Ma bastano anche Facebook, Instagram, You Tube, eccetera. La televisione, generalista, a seguire.

Un film su quello che sta accadendo. Finalmente

11 Gen

Nei film italiani non si sa mai quanto guadagnano i protagonisti. Come fanno a riempire il frigorifero. A volte non si capisce nemmeno quale sia il loro mestiere. Siamo spesso immersi nell’allegorico. In un diluvio di forma e colonna sonora. O nell’autobiografia. Che spesso affoga in un cortocircuito sentimentale.
Non c’è uno che faccia film come Ken Loach, 83 anni. E che li scriva come Paul Laverty, 63 anni. Due che da sempre raccontano, fotografano la realta’ che stiamo vivendo senza fare un documentario ma come se lo facessero. Di solito, finali senza speranza, senza quella luce di ottimismo neorealista di casa nostra. Scrivono storie di perdenti, in una fase in cui i social photoshoppano fiction e ci restituiscono parodie di ego dilatati. Siamo passati dalla élite dei “persuasori occulti” alla “democrazia degli influencers”, vincenti. Alla percezione diffusa che anche tu ce la puoi fare, basta volerlo.

Entro ormai raramente in una sala cinematografica. Piccoli, comodi schermi hanno sostituito quelli grandi. Il rito ha perso significato anche perché il cinema non ha piu’ (per me almeno) il peso che aveva ai tempi del liceo Parini quando andavo alla Cineteca San Marco di Milano, come una seconda casa.
Piccola sala al Roxy, forse ero il piu’ giovane e comunque vari coetanei. Un pubblico, ad occhio, lontano dal racconto di Loach e Laverty. Ma che, sicuramente, come me, ordina cose da Amazon e compagnia.
Di questo si tratta in “Sorry we missed you”, il film. Il titolo è la frase, il messaggio che riceviamo quando il pacco non arriva a destinazione.
Siamo in una famiglia. Al tavolo da pranzo, nei letti, nella casa minimalista vera di Ricky (padre) Abby (madre) Seb e Liza Jane (figli, 15 e 11 anni).
Ricky è l’attore Kris Hitchen, diventato tale a 40 anni, con un passato prossimo da idraulico. Ricky decide di mettersi in proprio e fare le consegne per simil Amazon e compagnia. Quella che accade dietro la consegna del pacco che ci arriva a casa è la storia. Le due donne di casa, Abby e Liza Jane sono meravigliose. Seb tenero. Ricky fa quello che puo’, anche oltre.

Loach e Laverty hanno una sola modalità di racconto. Il cazzotto nello stomaco. Non praticano leggerezza, ironia, letture meno assertive. Siamo sempre in un mondo fatto solo di buoni e cattivi. Mentre siamo tutti l’uno e l’altro. Ovvio. E poi musica al minimo storico e fotografia antica (per capirci, zero Sorrentino).
Una volta sta roba magari si chiamava lotta di classe. Gli imprenditori venivano chiamati padroni. Oggi è durissima per i padroncini.
Il cinema non cambia il mondo. Non deve mandare messaggi ( mamma mia). Questo lo abbiamo capito, negli anni. Ma almeno, con Loach e Laverty, prova a raccontarlo, il nostro mondo.

TUNISIA, Rai Italia

11 Gen

Su RAI ITALIA è andata in onda la quarta puntata di Solidali d’Italia sulla cooperazione governativa italiana. Tunisia, dopo Mozambico (in due parti) Myanmar. Da oggi sulla benemerita RAI Play.

 

Razzismo ?

11 Gen

The  New York Times pubblica un’idea sulla fuga dall’Inghilterra di Meghan e Harry.

“Il mondo reale” e quello dei Golden Globes

6 Gen

Il monologo iniziale di Ricky Gervais ai Golden Globes puo’ essere riassunto in una battuta. Rivolto ai suoi colleghi in platea ha intimato loro di non fare discorsi “politici” in caso di vittoria. Prendete il premio, ringraziate il vostro agente e il vostro dio e basta perché del mondo reale non sapete niente.
Non è andata poi proprio cosi. Devo dire che io apprezzo quei discorsi di ringraziamento in cui vengono inquadrate le mogli, i mariti, eccetera e poi mi commuovo per le dediche ai figli e ai genitori che non ci sono piu’. Una roba privata che si allarga e ci racconta per qualche secondo chi è nel mondo reale il premiato.
I discorsi che incitano a salvare il mondo possono essere appropriati se partono da una storia propria (esempio, Oprah in passato). Per il resto meglio fare beneficenza, mirata.

I premi hanno deluso Netflix che si era presentata in grande forma all’evento con serie ma soprattutto The Irishman di Scorsese e Marriage Story di Baumbach.
Il film di Scorsese è maestoso ma sembra di averlo gia’ visto, con i protagonisti in una versione meno macchiette (e, naturalmente, piu’ giovincelli).
Marriage Story mi è sembrato il piu’ debole di una ideale trilogia su Scene da un Matrimonio rivisitato. Piu’ coinvolgenti After the Wedding di Bart Freundlich (con Julianne Moore, Michelle Williams, Billy Crudup) e ancora meglio Where’d you go, Bernadette di Richard Linklater (con Cate Blanchett e ancora Billy Crudup). La storia (mondo reale) del marito che non capisce, preso dal suo alibi-lavoro, è raccontata in tutti e tre i film. I mariti alla fine capiscono, in tutti e tre. A volte troppo tardi.
Sono d’accordo invece con i premi a Tarantino. Meno per 1917 che ho visto qualche giorno fa a New York, dove è fuori in quattro cinema prima del lancio ufficiale. Meglio il trailer del backstage che il film, debole nella struttura. Bella l’idea del piano sequenza ma non basta.
Per le serie tv (best drama) ha vinto HBO con Succession. Che te la bevi a fai fatica a mollarla se sei partito a vederla. Ma siamo sempre da quelle parti. Di Billions eccetera.
Avrei dato un occhio a Watchmen o Stranger Things. Che il mondo reale provano a raccontarlo inventandosi realta’ parallele. Tanto che gli straricchi siano quelli di cui parlava Ricky Gervais lo sappiamo gia’.

Impacchettati

6 Gen

Lo scorso anno a Baghdad, io e il mio compagno di avventure Vasile (grande e scapicollato operatore) siamo rimasti impacchettati dentro il grande campo delle forze armate alleate o dentro le macchine blindate delle scorte.
Anche per andare all’ambasciata italiana poco distante, una cosa che si poteva fare a piedi.
Leggo dagli inviati della stampa che la situazione è questa, anche oggi.
La televisione invece impacchetta servizi dalla Turchia o Libano.
Il racconto di quello che accade in Iran ancora piu’ affidato a fonti che tutti impacchettano da casa, o quasi.

MYANMAR, Rai Italia

5 Gen

Terza puntata della serie SOLIDALI D’ITALIA, realizzata per Rai Italia.
La nostra cooperazione in Myanmar.

Podcast con uno che ci capisce

4 Gen

Dexter Filkins (The New Yorker) è quello da leggere ed ascoltare per provare a capire quello che sta succedendo.

Soldati d’Italia, in Iraq

3 Gen

Poco piu’ di un anno fa. I soldati italiani sono ancora quasi mille, in Iraq.

Il non candidato

2 Gen

Leggo l’intervista di Michael Walzer ad Anna Lombardi, La Repubblica.
Il suo candidato per la Casa Bianca ? Sarebbe anche il mio. Sherrod Brown, dell’Ohio.

Trump, di nuovo. No, perde. Ma quale racconto vince ?

1 Gen

Un anno elettorale che si apre è entusiasmante da seguire.
Il piu’ anziano di sempre o il piu’ giovane di sempre ?
La prima donna ?
Quale sara’ il nuovo format televisivo della sfida ? Questo è ancora piu’ interessante.

La politica raccontata (e anticipata) dalle serie

30 Dic

C’è un pezzo di Politico Magazine di questa settimana che chiude bene l’anno. Anzi la decade.
L’idea è quella che il racconto delle serie televisive dell’ultimo decennio sia stato uno specchio della politica cosi’ come la stiamo vivendo.
House of Cards ma anche Veep, Scandal per finire a Designated Survivor hanno scaricato i monologhi sorkiniani di West Wing del secolo precedente. Oggi il politicamente corretto fa schifo, è roba da deboli mentecatti.
Detta cosi’ la storia naturalmente è brutalmente semplificata ma contiene elementi di realta’.
L’Obama del cambiamento che ci emozionava e riempiva le piazze di sardine ha lasciato il passo a chi parla di soldi, punto e basta (tasse, salute, lavoro, pensione).
Politico ci dice che “gli ideali” oggi sono finiti nel cestino degli autori delle serie.
Se stiamo all’Italia la politica in generale è sempre entrata solo dalla porta della celebrazione, della biografia imbellettata, fino all’agiografia. Tanto ci pensano i talk shows a fare quello che fa House of Cards.
Ma che cos’è una serie come la Casa di Carta se non un’impasto di tutto questo. Cotto bene. C’è la politica, il crimine, gli “ideali”. C’è pure Bella Ciao.
Allora un’altra televisione sarebbe possibile. Tanto per finire con una faccetta sorridente. Buon anno.

MOZAMBICO, seconda parte

28 Dic

Se parliamo di clima, partiamo dal fondo dell’Africa.
Ecco la seconda parte della serie di Rai Italia sulla cooperazione per lo sviluppo. Si fanno degli incontri importanti. Con italiani come noi, che sono andati lontano.
Dopo il Mozambico Myanmar, Senegal, Tunisia, Giordania.

Greta

28 Dic

Oggi a New York si girava in camicia.

Sanita’ gratuita per tutti (in America) ? Non proprio

27 Dic

È chiaramente la questione numero uno del prossimo ciclo elettorale. Il nuovo inquilino della Casa Bianca si deciderà sulla sanla ità.

“Medicare for all” è lo slogan, il programma di Bernie Sanders ma, con eccezioni varie, anche di altri candidati democratici. Non è il programma di Trump.
Medicare è l’assistenza medica che in America dovrebbe essere garantita a tutti, dopo avere lavorato un minimo di anni, una vota raggiunti i 65 anni. Io l’ho raggiunta e pago un’integrazione fissa perche’ non ho tutti i contributi necessari. Ho conosciuto tanti che aspettano questo compleanno per fare esami che prima non si erano potuti permettere.
E allora perche’ non tutti i candidati abbracciano l’istanza civile, apparentemente ovvia, della sanità gratuita? Per due ragioni.
La prima. Aumenterebbero le tasse per coprire la spesa (gia’ successo a me con l”Obamacare, la parziale riforma erronreamente scambiata per la soluzione del problema).
La seconda. Le industrie farmaceutiche e non solo (il grande sistema di ospedali e medici) lottano per mantenere lo stato presente delle cose.

Gli elettori sono chiamati spesso a decidere sullo slogan. E in questo caso Trump e Sanders sono bravi.
Stamattina ho visto un’anteprima di una trasmissione condotta da Francesca Fiorentini che andrà in onda domenica su MSNBC in cui si  fanno le domande che farei io (e quelle degli elettori). Risponde Sanders. Interroga una “comedian” e giornalista.
Da vedere perche’ dal poco che è stato anticipato lo slogan, sciolto in dettagli, sembra piu’ complicato di quello che fa sognare.
Uso questa trasmissione per dire che è un’altra cosa quando sto in America e parlo di quello che vedo. Non l’ho fatto nei lunghi mesi in cui da lontano leggevo Politico, Axios, The New York Times e anche Drudge ,ecc. Dall’Italia.


La scelta, in TV

25 Dic

È stato un anno, il mio, pieno di viaggi.
Ho cominciato con l’India, la quarta vota a Calcutta e ho chiuso con la Giordania.
Molta Africa. Ora sono in America e sto provando a recuperare tante cose perse. Serie ma non solo. Si avvicina L’Iowa, a febbraio, e vorrei andarci. Ci sono andato nei tre cicli di elezioni presidenziali passate ma questa volta non sara’ possibile perche’ saro’ a montare altro.
Guardo MSNBC e FOX News alla mattina e la tristezza delle candidature dei democratici pareggia quella dell’unico candidato uscente dalla Casa Bianca.
Bernie Sanders, che aveva emozionato la scorsa volta, sembra uno dei miei LP anni Sessanta , Settanta che sto risentendo dopo anni, essendomi regalato un giradischi per Natale. Non c’è una voce, un volto in grado di raccontare l’America meticcia che mi interessa. Buttigieg, l’unico con carta d’identita’ ok, è troppo bianco, troppo Midwest, troppo scolastico.
Insomma la scelta spero sia diversa. Intanto (triste gioco di parole come la platea dei candidati) questa sera e domani alle 23 TV2000 ha deciso di rimandare in onda le bambine di Barasat, Calcutta, in due parti. Sono la mia unica scelta. Titolo La SCELTA.

Il tassinaro

23 Dic

Sulla via per Fiumicino dialogo, come sempre, con il tassinaro. Su quelli di Roma è stato detto molto, da Sordi in poi. Parliamo di incidenti. Questa è la versione di Alfredo.
Le macchine in perenne seconda fila, i motorini che si materializzano da nonsisadove, la citta’ che ha spento l’illuminazione di notte.
Ma il problema per Alfredo, tassinaro, sono i pedoni. Nessuno attraversa sulle strisce, il rosso e il verde dei semafori sono colori a piacere ma soprattutto sono ipnotizzati dal telefono e non alzano gli occhi per vedere chi arriva.
“Maledetto telefono” dice Alfredo mentre risponde alla chiamata della sua cooperativa, buttando un occhio sul cellulare da cui dipende la sua vita.

SOLIDALI D’ITALIA, su Rai Play

21 Dic

La prima puntata su Rai Play. Mozambico, prima parte.
SOLIDALI d’ITALIA, il viaggio nella cooperazione italiana nel mondo di RAI ITALIA.

La media gioventù

20 Dic

Ero rimasto alle polemiche sulla dichiarazione del ministro Poletti. Stamattina, ero in macchina e ascoltavo Gianluca Nicoletti su Radio 24.
Tema, i giovani italiani che vanno a cercare lavoro fuori dall’Italia. Per me è il tema della fase. Tutto il resto viene dopo. Se ne va tutta la gioventù. Non la meglio, non la peggio, che poi non so che sia.
Hanno chiamato un padre in lacrime perche’ suo figlio fa l’operaio in Australia e un altro che ha detto che trasmissioni come questa incentiverebbero la fuga dal paese. Due poli della stessa storia, rimossa.

Aiutiamoci a casa loro. La serie

19 Dic

Quasi un anno è passato. Sabato 21 dicembre va in onda la prima puntata della serie SOLIDALI D’ITALIA, realizzata da Rai Italia. Si parte dal Mozambico, dodici ore di aereo da Roma. Si potrà vedere su Rai Play. Gli Italiani all’estero, invece, se abbonati al canale Rai la potranno vedere live.

Italiani all’estero, italiani che se ne vanno e che, come abbiamo appreso questa settimana, sono sempre piu’ (nel quasi silenzio generale) di quelli che arrivano.
Sono italiani all’estero anche i cooperanti (a loro, ho scoperto, non piace la parola) che ho incontrato in questi mesi. È un pezzo d’Italia che lavora su progetti sorvegliati dal nostro Ministero per gli Affari Esteri e gestiti da una Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, attiva da pochi anni, che ha eletto venti luoghi nel mondo a sedi di intervento e a dispensatrici di soldi nostri (comunque meno di altri paesi europei). Lo sapevate ?
Questa non è un’informazione raccolta in dossier segreti. È politica estera dei nostri governi, articolata in donne e uomini che hanno studiato spesso relazioni internazionali e poi preso un master in cooperazione o sono economisti, ingegneri, esperti di emergenza, politiche agricole, sanitarie eccetera. Italiani che hanno studiato per fare questo ma spesso hanno cominciato andando a fare i volontari per ONG in areee del mondo dove non arrivano i viaggi organizzati. C’è poi tra ONG e AICS (la cooperazione ufficiale che sta dietro l’acronimo) un reciproco scambio di cooperanti (continuo a chiamarli cosi’) perche’ i contratti a tempo determinato sono spesso motivo di trasloco.

In Italia sono stati censiti quelli che fanno volontariato, non so con quale attendibilità. Comunque circa sette milioni che sembra un grande numero ma ci mette tra i paesi europei in coda. Tra parentesi, gli Stati Uniti d’America (il paese demonio anche per tanti cooperanti) non si reggerebbe senza le fondazioni filantropiche e i volontari ma lasciamo perdere.
Tra i volontari italiani ci sono quelli che sono partiti silenti anni fa spinti da motivazioni religiose o laiche e che continuano ad andare. Ce ne accorgiamo nel caso di tragedie. La passione è la molla iniziale. Anche arruffata, ideologica, fideista etichettatela come vi pare, usando lessico e menefreghismo a scelta. Ma è passione, generosa passione che ci dice che la vita è relazione, incrocio con le vite degli altri e non solo i quattro gatti delle nostre famigliole.
Dopo la passione arriva la professionalità. E arriva un’idea di cittadinanza che non sta dentro il dibattito politico contemporaneo, non solo italiano.
L’Italia, il sistema paese (come amano dire, anche correttamente, quelli che ci mettono dentro le nostre imprese) esce da Lampedusa e arriva in Africa, in Asia, in America Latina, in Medio Oriente. Con i nostri soldi, ripeto. Grazie a Dio.
Ci potranno essere scelte strategiche anche discutibili (non me ne sono occupato) ma c’è una storia che non dimentica che gli italiani all’estero (cognomi italiani) sono tanti come quelli che sono rimasti. E che sono partiti negli ultimi cento anni e partono ogni giorno. Ho provato a raccontare storie, dietro ai progetti.
E ho capito che queste storie in case altre sono roba di casa nostra. Che dovremmo conoscerle. Almeno questo prova a fare Rai Italia.

Tornare a casa

15 Dic


Sono tornato dalla Giordania. A Natale andrò in quella che e’ stata la mia casa negli ultimi anni, in America.
Sono stato qualche giorno fa a girare nel campo di Za’atari, dove da sette anni vivono 76mila rifugiati siriani. Sono stati anche in 150mila in queste baracche, tende, caravans. Casa, la Siria, il confine è a meno di dieci chilometri.
Nella via principale del campo (detta Champs-Élysées….) il mercato, le botteghe sono state aperte dai profughi. In tanti vanno a lavorare anche all’esterno del campo. Si è ricreata una dimensione paese che dice di una stabilizzazione.
Nascono 400 bambini al mese.
Abbiamo visitato l’ospedale italiano. Una lunga fila di donne in attesa della visita ginecologica o pediatrica per i bambini. Ci ha accompagnato Marta di United Nations Women. La cooperazione ufficiale del nostro paese finanzia il progetto. Marta ci ha detto che l’80% dei rifugiati vive ormai fuori dai campi, in questo paese che ospita palestinesi da piu’ di cinquanta anni ma anche molti altri che provengono da Yemen, Sudan. Uno su quattro in Giordania è un rifugiato.

Abbiamo girato altro ma poi ti batte in testa questa cosa di una quotidianità “normale” in una situazione estrema. Ci sono bambini che conoscono solo questi campi. Milioni di donne e uomini che non rivedranno piu’ la loro casa.
Marc Augé ci ha detto che il campo rifugiati è insieme un luogo e un non-luogo. Ma che tutti abbiamo bisogno di un luogo, che non è necessariamente dove siamo nati. Quella che dovrebbe contare è la relazione. Non solo con gli altri. Augé parla di una “cartografia non solo fisica ma anche spaziale, sociale”.
I campi hanno regole, orari (anche se le molestie alle donne sfuggono ad ogni “messa in sicurezza”). Sono stati fatti documentari e si è scritto tanto, su Za’atari, agli inizi della crisi siriana.
I rifugiati dalle guerre sono la punta della piramide delle migrazioni. Quando si dice della complessità della questione, chiedere a Marta e a chi sul campo ci sta.

Bello

14 Dic



Sono andato a Petra, nel corso del viaggio dentro la cooperazione italiana in Giordania. Ci speravo. Mai stato.
L’occasione splendida, come la giornata. Il sole è importante a Petra perche’ la luce ti guida nel cambio dei colori, dal giallo al rosa e tutte le variazioni in mezzo e oltre. L’Italia, l’Agenzia italiana per la cooperazione, finanzia il progetto UNESCO per fermare la caduta, la frattura delle rocce. La giovane archeologa da Padova Giorgia ci ha guidato. Ci lavorano “alpinisti-ingegneri”.
Mi è venuta in mente una cosa, che noi (vabbe’ mi ci metto) come paese facciamo cose impossibili, come riparare ferite in questa meraviglia del mondo e poi caschiamo in una buca sotto casa. Non l’ho detta perche’ fessa.
Ho incontrato tanti italiani lungo il cammino. Un ragazzo di Enna mi ha detto che era il suo terzo giorno nel sito. Bisognerebbe prendersi una settimana per camminarla tutta, Petra. Io potevo starci un giorno solo. Giorgia e una app che funziona benissimo (GoPetra) ci hanno raccontato il film.
A volte succede che se hai visto foto e documentari poi rimani deluso. Non è successo.


Natally

10 Dic

Dopo Dantella, in albergo, ecco Natally al mercato. Amman, Giordania.

Fango

9 Dic


Sono arrivato vicino ai confini con la Siria. Ieri ha insolitamente piovuto e l’insediamento informale di rifugiati siriani in tende era immerso nel fango. Tanti bambini, un centinaio, sui duecento circa che hanno alzato le loro tende in territorio giordano. Accampamenti come questo sono nati spontaneamente a decine, centinaia fuori da quelli regolati dalle organizzazioni internazionali.
Ci sono arrivato con l’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS). La ONG Terre des Hommes ha portato una brigata mobile di quattro donne sanitarie (una ginecologa e una pediatra) per le visite. Che hanno luogo nel container dove si prega.
Viste le tende, il contenitore di acqua sporca su cui si arrampicano i bambini, le cabine-cessi, la distribuzione delle coperte.
Lontana l’Italietta dei talk shows, dove si parla di case di chi le ha.


Dantella

9 Dic

In albergo, ad Amman, questa mattina. L’etichetta del barattolo non è quella originale.
Riconosciuto, mi sembra, il copyright italiano. Dante.

In Giordania

6 Dic

Sono in partenza. Una settimana in Giordania per un nuovo viaggio nella cooperazione italiana, realizzato da Rai Italia.
Sono stato ad Amman anni fa. Prima dei campi profughi siriani. E dopo i campi profughi palestinesi.

Le ville degli altri

6 Dic

Leggo dell’acquisto degli Obama di una villa a Martha’s Vineyard. Il prezzo sarebbe 11,75 milioni di dollari. Probabilmente diritti dei libri e conferenze hanno allargato il conto in banca degli acquirenti. Tra una giornata su un campo di golf e una in aereo. Ci è (mi è) piaciuto tanto Obama.In America nessuno si meraviglia.
Nel gioco del Monopoli la villa di Renzi è Vicolo Stretto o Vicolo Corto. La villa degli Obama e’ Parco della Vittoria.