Jungletown il nuovo Real World. VICE, la MTV della generazione smartphone

29 mar

La prima puntata di Jungletown (la nuova serie di Viceland, il canale tv di VICE) segna un definitivo passaggio di testimone.
MTV è stata la televisione della generazione che ha sposato musica e video e dato vita ai nuovi format dei docurealities. Real World di MTV (i sette ragazzi in una casa di una citta’ americana, ogni volta diversa) ha segnato una svolta storica nella storia della televisione.
Si, certo, c’era stato il racconto della PBS su una famiglia americana e quella “up series” britannica che dal 1964, ogni sette anni, ha mandato in onda quattordici bambini, oggi anziani baby boomers. Ma MTV ha serializzato un modo di fare televisione in cui la forma, il montaggio ancora piu’ dei contenuti, hanno sepolto la vecchia televisione. Grande Fratello e fotocopie varie nascono da quella rivoluzione.
Ma siamo al secolo scorso. Non propriamente ma per dare il senso della contaminazione che ha poi ibridato la televisione con i telefoni, gli strumenti con il loro uso.
VICE ha letto meglio di altri questa mutazione ed è riuscita a specchiarla, anche oltre i suoi meriti.
La confezione dei suoi prodotti è tagliata sulla generazione che ricava tutto quello che sa dal telefono.
Viceland, il canale televisivo che a New York trovo al numero 133, mette in fila le sue merci, come semplice megafono di una fruizione piu’ larga, liquida, senza tempo.
Eccoci cosi’ arrivati a Jungletown che frulla insieme il vecchio Real World con Survivor, Grande Fratello con le Isole dei non famosi.

Siamo a Kalu Yala, nella giungla di Panama, dove in un villaggio “eco-sostenibile” (per dire di una vita difficile) arrivano 80 “stagisti” che pagano 5000 dollari per mischiarsi ad altri 40 che dovrebbero sapere cosa fare per alimentarsi, costruire ricoveri, trovare acqua, eccetera. Sono in tanti per ora e quindi i caratteri sfuggono e alcuni fuggono proprio perche’ non ce la fanno.
Una miscela di ideali, approssimazioni, spinte generose e altre piu’ o meno indotte da genitori consenzienti e non, che vediamo intervistati.
Siamo come in un Real World allargato che evoca utopie e fa a pugni con una realta’ che va oltre la gita degli scout. E’ un mondo interessante, altro da quello da cui i ragazzi provengono, almeno nel perimetro delle cose di cui ci circondiamo e che diamo per scontate. Con il fantasma di una nuova Jonestown e un leader da scoprire nei prossimi episodi.

Ampio uso dei droni, come ormai routine, per dare l’idea della vastità della giungla in rapporto al piccolo nucleo di nuovi occupanti e un montaggio che taglia continuamente la possibilità di capirci di piu’. Ma questa è la “contemporaneità” (televisiva ) miei cari, dove l’attenzione è misurata in secondi e oltre c’è il panico dell’ascolto.
Detto questo, la storia è intrigante in una misura che va oltre esperimenti simili di costruzione di nuovi mondi nel passato, da Kid Nation della CBS a Utopia di Endemol.
In Jungletown non ci sono vincitori, nominations, eliminazioni. È il tentativo di costruire un esperimento sociale (detto senza ironia) ma soprattutto televisivo.

La mia migliore amica non c’è più

29 mar

Questa mattina al TG-show di MSNBC che guardo sempre si parlava di healthcare, di sanita’.
Mika Brzezinski, conduttrice, ha ricordato la sua migliore amica, scomparsa a 50 anni.
Sono stati due minuti e trenta in cui, credo, in tanti siamo andati al nostro amico, alla nostra amica persi.

Una cosa buona per l’occupazione Trump la sta facendo

27 mar

Esplodono gli abbonamenti sul digitale del New York Times e il Washington Post. Gli ascolti tv alle stelle.
A Washington i networks televisivi assumono. Le riviste date per morte assumono. I siti di investigazione assumono.
Una cosa buona per l’occupazione Trump la sta facendo. Ha rimesso in piedi il mestiere di giornalista.
Non sono i posti di lavoro persi nelle miniere di carbone (come aveva promesso) ma sono pur sempre dollari a fine mese per lavoratori americani.

60 MINUTES sull’arte della manutenzione delle fake news. With a little help from Twitter and Facebook

27 mar

Uno dei pezzi di 60 Minutes andato in onda questa domenica ha investigato le fake news.
Quelli che fanno i soldi con le junk news. Di destra e di sinistra. Quelli che moltiplicano i retweets.
Quelli che ci credono, con la quinta elementare o una laurea. Quelli che prendono le news da Facebook e Twitter che hanno moltiplicato le boiate.
Io le news le becco dalle homepages dei siti di cui mi fido. Come ho sempre fatto. Old style.

La televisione all news che ha conquistato la Casa Bianca

26 mar

È un partito, un movimento se preferite.
FOX News, la televisione di Murdoch, che trovi digitando il numero 44 a Manhattan è la dimostrazione della rilevanza dell’elettrodomestico dato per morto un giorno si e l’altro pure.
The New York Times ci racconta 18 ore passate a guardare FOX News, MSNBC e CNN, le televisioni che di talk in talk, di breaking news in breaking news, tengono l’America incollata alla televisione nell’era Trump. Anche se non da oggi.
FOX News ci aveva regalato il Tea Party e, in generale, ha dato voce all’America che non è New York e la California. L’America che siamo soliti chiamare “profonda” per dire di una cosa che non conosciamo e ci fa anche un poco schifo ( perche’ non la conosciamo ).
Io, in verita’, la frequento per connessioni familiari e posso dire di saperne qualcosa. FOX News è aperta in ogni bar di quei territori che sono fuori dalla settimana di viaggio di nozze degli sposini italiani, europei.

FOX NEWS e MSNBC hanno rotto l’equivoco della televisione “oggettiva”, imparziale. Sono schierate  e non lo nascondono anche se nei loro slogans ci dicono il contrario. Con la differenza che i liberals, progressisti sono ovunque, in tutti i networks e FOX News lotta da sola o quasi. Per questo si è caricata il paese che negli anni della presidenza Obama ha macinato risentimento e si è sentito abbandonato, lontano da Hollywood, Washington, Manhattan.
Trump cita frequentemente FOX News nei suoi tweets e ricava dalla visione dei suoi programmi i fatti che rimbalza. È un ping pong perche’ FOX News fa lo stesso. Questo gioco mediatico si è fatto movimento, organizzazione.
La stessa CNN ha deciso di schierarsi e lo ha fatto contro Trump. Era difficile tenersi fuori.

FOX News ha perso negli ultimi mesi il suo storico fondatore Roger Ailes, accusato da conduttrici del network di molestie sessuali. Ha perso anche il suo volto simbolo, quella Megyn Kelly che si è scontrata con Trump in uno dei dibattiti della campagna elettorale. I vuoti non si sono risolti in perdita di telespettatori.
La televisione schierata vince. Anche MSNBC e CNN stanno godendo della radicalizzazione che hanno abbracciato.
Ci sono lezioni da imparare per noi, volendo. La televisione italiana grillizzata nei talk shows serali, per evidenti ragioni di ascolto, segna un cambio di marcia storico nella gestione del servizio pubblico. Per decenni il piccolo schermo ha specchiato il partito, le coalizioni al potere. Oggi ha fatto un salto nel futuro. Come FOX News si è fatta movimento. Ma all’italiana, “a sua insaputa”.

Bill Maher&Trump

26 mar

Nel giorno della disfatta repubblicana. Su HBO.

Crozzology

26 mar

Ho visto Fratelli di Crozza finalmente andare su Grillo.
Ben scavato vecchia talpa.

Qual è il film americano che hai visto e rivisto ?

25 mar

Tenetevi stretta la sanita’ italiana

25 mar

Non entro nel merito di cosa conteneva il disegno di legge repubblicano sulla sanità che avrebbe dovuto sostituire la riforma di Obama. In sintesi, un regalo alle corporations, alle assicurazioni, ai billionaires. Come stasera dice il vecchio Bernie.
Gli stessi elettori di Trump ora preferiscono tenersi l’odiato “Obamacare”.
Le televisioni all news parlano solo di questo. Io non ho voglia.
Dovrei dire cosa penso della sanità in America, parlando di cose che mi riguardano.
O ricordare che prima della riforma di Obama il 62% delle bancarotte personali in America erano causate dalle spese sanitarie di cittadini che avevano un’assicurazione privata che non copriva tutte le loro spese ( come me ).
Vi dico solo : tenetevi stretta la sanità italiana. Se vi lamentate siete dei fessi.

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Bush ( proprio lui ) pittore

24 mar

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The Christian Science Monitor riassume le critiche ricevute dal presidente Bush per la sua recente raccolta di ritratti di veterani feriti nelle guerre in Iraq e Afghanistan. Tutte molto positive.
Il libro in testa alla classifica del mese del New York Times.
C’è poco da scherzare, il ragazzo è dotato.

Shopping in Italy

24 mar

Sto guardando il college basket in questi giorni, quando posso.
Questo spot, che va in onda da qualche mese, è ora onnipresente.
Mi mette di buon umore.

Salvate il soldato Perego

23 mar

Parlavo ieri con un amico che mi chiedeva se nella televisione americana si vedono cose simili a quella italiana. Si è visto di molto peggio. Risse finte. Storie di cosiddetti tradimenti inventati dagli autori e protagonisti che si accapigliano, strappandosi vestiti. Storie di falsi elevate a verita’.
La televisione commerciale è stata per anni nel day time un cesso.
Questa onda lunga si è spalmata su reti, trasformate per sempre da allora. Basta vedere la deriva di MTV americana nel patetico tentativo di tenere attaccati i giovani che hanno abbandonato la televisione per sempre.
Poi la marea si è ritirata. Nel mondo accadono cose tremende che hanno confinato questa televisione a canali lontani dai primi trenta tasti. Esiste ancora ma non lotta piu’ tra noi.
Oggi, poi, in America viviamo un reality politico quotidiano in cui non sono nemmeno piu’ necessari gli autori. Va avanti da solo, con una guida automatica.

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Chi va in video è responsabile fino ad un certo punto. In generale, esistono gli autori e chi dovrebbe sorvegliare gli autori che per un punto di ascolto ci racconterebbero la storia della loro madre di 90 anni che se la fa con il nipote dell’amica ( dell’est ).
Da noi ( Italia ) tutto questo è materia quotidiana che riempie ore di televisione di servizio e servizietti pubblici.
Si è scavato nel profondo del privato senza gli strumenti, l’attenzione, la preparazione, la “cultura” per farlo. Si mettono in onda cose che oggi vivono su Internet e basta vedere la homepage di alcuni grandi quotidiani italiani per capire come l’onda si sia trasformata in tsunami. Non si tratta piu’ del video sul gattino che gioca con il gomitolo. Puttanate a tonnellate. Quello che una volta si trovava sulla stampa dedicata ora si trova sulle pagine in rete di alcuni dei maggiori quotidiani che vengono letti sempre meno.
Siamo passati dal meraviglioso mondo del vintage Arbore alla cronaca spiattellata ad ogni ora del giorno senza filtri, senza vergogna. Gli ospiti vengono riciclati per il loro grado di cinismo, per il corto circuito tra parola e alito cattivo che agita le loro bocche.
Bocche simili si impastano ogni giorno di frasi fatte sul servizio pubblico, continuando a citare a capocchia la BBC, che pure lei non è piu’ la vecchia signora di una volta.
Il soldato Paola Perego non c’entra.

I sei motivi per scegliere un calciatore dell’est. E riformare la Rai

22 mar

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Questa è roba per tifosi dementi come me. La capiamo in quattro, fuori da Firenze.
Purtroppo da bambino mi sono legato alla squadra di calcio viola senza una ragione, essendo nato a Roma e cresciuto a Milano.
La Fiorentina compra molti giocatori dell’est e cosi’ nasce l’idiozia di cui sopra.

Questa cosa dell’est è il telo ipocrita che copre i corpi nudi di tanti orrori che quotidianamente la televisione italiana del servizio pubblico manda in onda.
Non si coglie piu’ da tempo la differenza con la televisione commerciale, privata.
Questa potrebbe essere l’occasione per fare chiarezza in Rai.
Storicamente si salva Rai Tre.
Rai Uno potrebbe essere rinominata Rai-Montalbano e mandare le repliche a loop tutto il giorno, la sera, la notte, televisione tematica. Paradosso per dire che il day time è tutto da rivedere e la fiction potrebbe essere non cosi’ bulimica come è oggi ma risparmiare, replicando il meglio.
Sempre nel capitolo tagli, i corrispondenti esteri potrebbero essere tranquillamente aboliti. I loro pezzi sono presi pari, pari dalle agenzie e da Internet.
Anche Rai Italia per emigranti via. Con Rai Play assurdo doppione.
Ecco la riforma, in poche righe. Grazie al vento dell’est.

Donne dell’est , dell’ovest e la storia

21 mar

Scrivevo nell’ultimo post di servizio pubblico americano.
Il giorno dopo viene cancellato un programma del servizio pubblico italiano.
Il motivo scatenante un cartello fesso, ignorante. Non piu’ grave pero’ di quello che accade tutti i giorni in televisione in altri programmi.

Viviamo in America una stagione imbarazzante. Trump ha liberato tutti i cartelli possibili e immaginabili e spostato per sempre il confine tra politicamente corretto e scorretto. Ha liberato il bullismo, il machismo.
A me e’ sempre piaciuto il tanto deriso politicamente corretto che pone un argine ai cretini.
La televisione ha rincorso questa “liberalizzazione” di parole e contenuti, pensando di specchiare la “contemporaneità trollista”.

La storia sta facendo tardiva giustizia di quanto è accaduto nelle recenti elezioni americane.
Il direttore della FBI indirizzo’ probabilmente il voto alla vigilia del voto annunciando un’indagine poi ritrattata sulla posta elettronica di Hillary. Ieri ha annunciato l’indagine in corso contro Trump per i suoi presunti legami con la Russia. C’entra il machismo in tutto questo, a parte il resto ?

PS Ho recuperato Gazebo di eri sera su Rai Play. La presigla-donne dell’est dice tutto.
Servizio Pubblico, un’altra televisione è possibile.

TV, servizio pubblico, il modello americano. Che Trump prova a sforbiciare

19 mar

La RAI ha appena rinnovato con il governo la convenzione che la elegge a “servizio pubblico”.
Trump ha appena presentato il budget che taglierebbe, tra le altre cose, il contributo del governo federale alla televisione che per convenzione chiamiamo pubblica, la PBS.
Per fortuna la sforbiciata non dovrebbe chiudere tv e radio ( l’imperdibile NPR ) ma fara’ saltare sicuramente dei programmi.
Cosa sia “servizio pubblico” è probabilmente piu’ facile da dire in America che in Italia.
La Public Broadcasting Service è una non profit nata nel 1970 e conta su 350 reti affiliate che si muovono autonomamente con propri programmi ma mandano in onda i punti fermi del palinsesto della PBS: la tv dei ragazzi, le inchieste di Frontline, i documentari di Nova, il telegiornale con gli approfondimenti, le serie classiche come Downton Abbey e molte cose della BBC.
E’ una televisione che chiede continuamente contributi ai telespettatori e alle fondazioni filantropiche.
Il suo modello di finanziamento è all’incrocio tra pubblico e privato.
Le televisioni locali del network pagano una cifra annua per i programmi che ricevono dal centro. E quelli come me, a cui piace la PBS, inviano un contributo, che puoi in parte detrarre dalle tasse. Senza canone obbligatorio.
Fuori dal campionato tra networks e nuovi competitors come Netflix e Amazon. Un piccolo mondo antico. Una famiglia di panda da tutelare che si è dovuta arrendere a dosi omeopatiche di pubblicità.
Nessun compromesso con l’intrattenimento se non le speciali serate omaggio a grandi della musica, del teatro. Insomma una televisione che non è da “paese per giovani”. Ma chissenefrega perche’anche le altre che ci provano, con gli under 40, non vanno molto lontano.
La programmazione PBS dice chiaro che la televisione è roba per anziani. Come infatti è.
E dice anche cosa dovrebbe essere servizio pubblico. Senza diventare una palla. Veramente qualche volta si ma poi siamo ripagati, per esempio, da inchieste che non vediamo piu’ altrove.
Nell’America selvaggia c’e’ un’isola in cui si riconosce una traccia di servizio pubblico.
Non come altri simulacri esteri, drogati da fame di ascolti e pubblicità.

“You may want to marry my husband”

18 mar

E’ scomparsa la scrittrice Amy Krouse, 51 anni.
Due settimane fa il New York Times aveva pubblicato una sua lettera, nella rubrica in cui si parla di amore, di questi tempi ( Modern Love ).
Sposate mio marito.

Un paese normale. Di fratelli di Crozza

18 mar

Rivedo, andando avanti veloce, la puntata di ieri di Fratelli di Crozza.
Quando arrivo a Renzi, ancora a Razzi, salto. Volevo saltare anche il Salvini iniziale ma poi sono rimasto perche’ l’idea di Bang bang era bella.
In genere la satira colpisce chi è al comando, in testa nei sondaggi. Se non ancora al governo.
Ma quando arrivano i cinque stelle, la casta dei duri e puri ?
Luttazzi fu cacciato dopo un’intervista a Travaglio, se non ricordo male.
In un paese normale Luttazzi dovrebbe tornare in tv. E Crozza dovrebbe fare Travaglio, Di Maio, Di Battista.

Milano-Roma, la tv e la percezione

16 mar

Un paio di pensierini sgangherati che mi battono in testa dopo essere tornato ieri a New York, schivando la nevicata ma non il traffico amplificato dai muri di neve ai lati delle strade. Muri a New York, che “non è piu’ quella di una volta”, a sentire amici a Roma e Milano.
Boh, ci vorrebbero le neuroscienze, conferenze TED ma anche due parole al bar sulla “teoria” della percezione diffusa che annulla la realtà.
Esempio, si dice : Milano è in grande crescita e Roma in caduta libera. Boh, ancora.
Bar, baretti, ristorantini, speculazione edilizia e un paio di musei non fanno eta’ d’oro.
Ho vissuto venti anni a Milano dalla quarta ginnasio in poi. Allora c’era la Milano del Piccolo. Oggi quella dell’aperitivo.
Poi accendi la televisione e la realta’ ( non la percezione ) è che quel movimento che aveva cominciato vietandosi la televisione ora sia cultura dominante, attraverso i suoi rappresentanti ( gli eletti o i giornalisti, la “cinghia di trasmissione”, si diceva una volta ).
Dovrebbero dire della citta’ che governano ( Roma ) ma glissano volentieri. Eppure sono il partito unico dei talk shows.
Dai Crozza, facce ride con i grillini e i tifosi dei grillini. Ce la puoi fare, dai, fai uno sforzo.
La Raggi sindaco di Milano sarebbe una sliding door da vedere. Anche solo come scenetta alla Saturday Night Live. Che, con Trump, continua la sua corsa negli ascolti. I piu’ alti da 24 anni. Ma tutta la televisione americana sta vivendo quelli che The New York Times ha chiamato “turboascolti”. Basta mandare in onda Trump che decollano le televisioni. Tutte, quelle a favore e quelle contro. Per non dire della satira.
Il pensiero unico della televisione populista è invece robetta nostra. Ti credo che poi il pubblico si rifugia in Montalbano.

PS La neve ha costretto due rappresentanti del Congresso americano a farsi il viaggio in macchina dal Texas a Washington. Trentuno ore in macchina, uno repubblicano e l’altro democratico.
Un format tv, come Milano-Roma. Stamattina se ne parla molto in televisione.

La citazione

10 mar

Leggo che in occasione dell’otto marzo, a New York, sono comparsi nella Lower East Side dei manifesti che citano il presidente degli Stati Uniti.
C’è chi è passato alla storia per avere detto parole come “L’umanita’ dovrà porre fine alla guerra o la guerra porta’ fine all’umanità”. Ora si parla d’altro.

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Scienze delle comunicazioni. Ma perché ?

9 mar

Incontri-fotocopie in questi giorni romani. Genitori preoccupati per i figli che frequentano facoltà di Scienze delle comunicazioni. Sono tante, cresciute fuori da una domanda reale di mercato.
Una volta quello del giornalista era uno dei mestieri che si passava di padre-madre in figlio/a. Oggi gli stessi genitori, entrati anticamente nella corporazione, annaspano. Alcuni hanno trovato rifugio nelle universita’, insegnando materie ricavate dalle loro biografie e alimentando miraggi. Queste scienze offrono lavoro ( anche secondo lavoro ) a chi ci lavora. In rari casi a chi studia.
Aggiungo che incontro spesso stagisti che sono saette. Che meriterebbero di lavorare. Ma il lavoro se lo dovranno inventare. E qualcuno, non le centinaia di iscritti alle citate facoltà, ce la fara’.

Tony Erdmann, se non uscite poi vale la pena

9 mar

Come il gesso che graffia sulla lavagna. Insopportabile per lunghi tratti.
Lento, girato antico, irritante. Accanto a me una coppia ha contrattato per tutta la durata del film se andarsene o no. Per mia sfortuna sono rimasti. Per tutti i 162 minuti della pellicola.
Vi presento Toni Erdmann è il film candidato ai Golden Globes, all’Oscar per miglior film straniero, vincitore dell’European Film Award. Cosi’ carico di riconoscimenti da suscitare almeno curiosita’. C’è poi la storia che i tedeschi non saprebbero farci ridere.
Maren Ade, la regista, ci racconta del rapporto tra un padre e una figlia in cui ci possiamo ritrovare, se lo sfrondiamo di puzze, maschere e scherzi. I due sono andati nella vita ognuno per la sua strada. Poi a Bucarest, che non vediamo spesso al cinema, entriamo dentro storie che ci appartengono ( operai da buttare via e nuovi ricchi che ci ricamano sopra ) perche’ sono di questi anni, a qualsiasi latitudine.
C’è pero’ un racconto dell’Europa dell’est che non si vede. E c’è una cosa per cui, alla fine, dopo mille imbarazzanti scenette, esci e dici “vorrei comportarmi come Toni Erdmann, qualche volta nella vita”.

PARLA LETTERMAN. Vivere in tv e poi non guardarla piu’

6 mar

Copertina e intervista del New York Magazine dedicate a David Letterman.
La televisione del dopo Letterman e Jon Stewart è oggi copia sbiadita dei due. Sono arrivati i gggiovani, con tre g. Aridatece gli anziani.
Comunque Letterman non guarda piu’ la televisione. E mio figlio nemmeno.

Falso movimento

4 mar

Ho visto Crozza ripartito dal tasto 9. Trumpiano. “Il giornalismo di sinistra con la pancia piena, distante della realta’ “.
Parodia esemplificatrice, Linea Notte di Rai Tre. Mannoni fa ridere. La battuta sulla corrispondente dall’America dice una cosa vera e quindi meno divertente (“Tu avevi senso negli anni 90, prima di Internet” ). E’ cosi’.

A proposito di “giornalismo di sinistra” c’è chi ci fa un programma sopra o con, come vi pare.
E’ Gazebo, il programma che non finiro’ di dire che è la cosa migliore della televisione italiana.
Mi ha fatto superare la idiosincrasia per la romanità e pacificare con le radici.
Un risultatone che va oltre la tv. Meglio di qualsiasi rassegna stampa, svuota telegiornali e talk shows del loro senso della vita.
Ora si sono inventati “Movimento Arturo”. Guai a chiamarlo partito che è roba vecchia, come è noto.
Sta raccogliendo adesioni social a pioggia. Iscrivetevi.

VeganTV

3 mar

Ieri sera ho visto l’ultima parte di Piazza Pulita, il talk di Formigli. Il migliore di quelli di prima serata che una volta erano solo politica e oggi, quando si allungano nella notte, vanno a grufolare nell’ossessione non solo italiana, il cibo.
Non so se Formigli lo ha fatto altre volte ma ieri sera è stata un’appendice veramente divertente e, diciamo, pedagogica. Prima c’erano Di Battista e Cuperlo e me li sono risparmiati.
Poi è arrivata una coppia fantastica, Fausto Brizzi e Claudia Zanella, il cuocostar Fabio Picchi ( bella testa ) e Camila Raznovich ( bella storia).
La Zanella è vegana e Brizzi si è adeguato. È venuto fuori quello che dovrebbe sempre essere un talk. Non ideologico, non sloganistico, non urlato. Una cosa per cui uno ascoltava l’altro nell’assoluta divergenza di opinioni. Un piccolo miracolo televisivo.

Starbucks ole’

1 mar

Si è scatenata una cagnara anti Starbucks prima del suo approdo in Italia.
A parte palme e banani, ho letto una risposta di Aldo Cazzullo sul Corriere che boh.
Mi è venuta voglia di bermi il caffe-broda che ogni giorno mi faccio a meta’ giornata nello Starbucks di fronte al montaggio. Due dollari e 12 cents.
Non sono un fan della catena di Seattle ma quando vado in giro negli Stati Uniti “profondi” cerco sempre un’isola in cui andare sul sicuro, leggere e trovare il wifi. Anche a New York, dove non è detto che i caffe’ “indipendenti” siano meglio.

Ho letto che il primo caffe’ in America è stato aperto a Boston nel 1689. Sull’origine della pianta del caffe’ se la battono Etiopia, Yemen e l’antica Persia. Recentemente sono stato in Chiapas dove pure avanzano qualche pretesa al riguardo e comunque sostengono che quello equo e solidale è il loro. Sull’aereo di ritorno ho parlato a lungo con un americano del New Jersey che andava in Chiapas ma anche in Honduras e Guatemala a comprare caffe’ da una rete di cooperative locali e sosteneva che Starbucks si comporta con i produttori come Walmart, strappando prezzi da affamatori. Non ho idea.
Quello che si sa è che Starbucks paga meglio i suoi baristas dei concorrenti.

Quella che trovo ridicola è l’affermazione di un primato nostro sulla bevanda. In Turchia, in Brasile che dovrebbero dire ? Il cappuccino col cuore disegnato nella schiuma ormai lo fanno ovunque.
Il cibo etnico tira parecchio. Il mondo si è allargato ma non ditelo a Trump.
La pizza migliore degli ultimi anni l’ho mangiata recentemente in North Carolina. Il burger migliore vicino a Firenze.
A me fa abbastanza schifo il sushi. Oggi ho visto dalle parti di Piazza Mazzini a Roma un locale che spaccia sushi e pizza, insieme. E poi ce la prendiamo con Starbucks, ma dai.

Ascolta, si fa sera

1 mar

Ieri sera ascolti interessanti per capire dove tira il vento dalle parti nostre. Anzi paradigmatici per chi volesse prenderne atto.
Vince il calcio su Rai Uno ma tiene botta l’imbarazzante Isola su Canale 5.
I due talk shows ( Rai Tre e La7, Berlinguer e Floris ) fanno piu’ o meno lo stesso risultato. Sotto il milione di appassionati, meno del film di Rete 4,Bernadette: miracolo a Lourdes.
Ma il numerino che dovrebbe far riflettere è quello di Rai Due. Boss in incognito fa il doppio di telespettatori dei due talk shows,Le Foglie Morte.

I soldi degli altri

27 feb

La storia del tetto ai compensi RAI è un’altro segno dei tempi.
Ci sentiamo autorizzati in tanti a parlarne perche’ paghiamo un canone ( ma non si paga anche SKY ? ) e per la convenzione tra il Ministero dello sviluppo economico e la RAI ( contratto di “servizio pubblico” ). E poi, “il clima politico”.
La televisione si paga anche in America. A quella base si aggiungono canali e pacchetti di canali. La televisione non è gratuita. E’ un’impresa che sta sul mercato e dovrebbe portare a casa soldi altrimenti chiudere.
Esempio: la ricca Al Jazeera ha chiuso in America perche’ non c’era l’ascolto.
In Italia i conti sono, a volte, un’opinione. Esempio altro: lo scorso anno le grandi compagnie aeree hanno incassato molto grazie al calo del prezzo del petrolio. Tranne l’Alitalia, che per ora vola sulle nostre teste.

240mila euro ( lordi ) all’anno, il tetto. Le liste di quelli che navigano nei dintorni di questa cifra o sopra mettono insieme chi sta dietro una scrivania e chi vediamo da casa, affacciato nel televisore.
Per tanti dirigenti andrebbe bene anche la meta’ dei 240, che è comunque un bel prendere se non hai inventato “Chi l’ha visto”. Quelli che vanno in onda partecipano ad un altro campionato.
Senza in questo caso riattraversare l’oceano e andare in America, conduttori, intrattenitori, attori di programmi televisivi nuotano in un mercato in cui la concorrenza, la competizione determinano i compensi.
Si puo’ discutere dell’entita’ di questi bonifici e dell’attribuzione degli stessi in alcuni casi ma non trovo la cosa cosi’ interessante. Certo, a volte sono cifre che fanno impressione ma io sarei contento se i Della Valle prendessero Messi e e gli dessero 50 milioni all’anno e una bella maglia viola. Non mi faranno questo regalo ma è la stessa cosa.
Mi piacerebbe leggere le dichiarazioni delle tasse di alcuni famosi della televisione ma poi non ho mai letto quella di Trump e allora me ne faccio una ragione.
Mi piacerebbe anche che chi ramazza uno, due, tre milioni l’anno non facesse il moralista, l’uomo qualunque in tv. Ma questo e’ un sedimento ineleminabile della nostra identità. In America ( eccoci di nuovo ) il lauto contratto è parte integrante del contratto che si firma con i telespettatori. Ellen, Oprah e compagnia guadagnano decine di milioni all’anno ma non sono come noi e non fanno finta di esserlo. Hanno avuto successo.
Si dice che sarebbe la pubblicita’ dentro i programmi a pagare i famosi e a far guadagnare la tv. Non si dice che senza quel patrimonio di professionalita’, quei contenuti storici che stanno dentro ai tasti uno, due e tre del telecomando, la pubblicita’ sarebbe quella del bar sotto casa mia.
Quindi, parlare di tetto fa bene, in generale. Utile conoscere le cifre, sempre. Brutta cosa la gogna.

Televisione contro Trump. E Renzi ( in Florida )

24 feb

Trump si lamenta. Dice che la televisione è tutta contro di lui ( meno FoxNews ).
In realta’ sono i comici a fare parodie e a cavalcare l’onda degli ascolti che è salita tanto da poterci fare il surf.
Le televisioni generaliste, come sappiamo, in America “fanno politica” la domenica mattina e basta, per un paio d’ore.
Per il resto esistono solo le cable news, che tutte insieme non arrivano agli ascolti di un qualsiasi programma di prima serata che va male.
Diversa situazione in Italia, come sappiamo ancora di piu’. I talk shows politici sono spalmati su tutta la settimana o quasi, in prima serata e non solo. Alcuni arrivano all’alba per raccattare un punto in piu’ di ascolto. E ci arrivano triturando Renzi. I comici ? Boh ho visto solo Crozza, impalancato a coscienza critica del paese. E se Renzi sparisce siamo a Razzi.
Basterebbe Gazebo, che è il meglio di tutti. Il programma che racconta la politica senza i politici in studio.

E’ bello che quelli che sono nati fuori e contro la televisione siano ora sdraiati sulle poltroncine degli studi tv ( grillini ).
In questi tempi si porta un poco meno Salvini. Si portano molto Di Maio e amici, appunto.
Poi è arrivata la pacchia con la scissione PD. Si fa a botte per invitare gli addolorati uscenti in televisione. E il comico è D’Alema.
Intanto ho sentito un TG Rai di ieri sera lanciare cosi’ un servizietto su Renzi in America: “ Renzi è in Florida, nella Silicon Valley e a Stanford”.
Vabbe’ stiamo a guardare il capello, California, Florida…si sa che gli italiani vanno a Miami, no ?

Trump e le serie tv. THE GOOD FIGHT, spin off di The Good Wife e gli altri

20 feb

Succede nelle serie televisive in America. Succede quando il racconto della realta’ non srotola i santini della fiction italiana.
La sesta stagione di Homeland e’ partita lo scorso 15 gennaio e non c’è stato tempo di modificarla. Il presidente degli Stati Uniti entrante è una donna.
Billions, seconda stagione, è pure ripartita e gli autori hanno dichiarato che la storia di soldi e potere ha evidenti legami con quella di Trump.
The Good Fight, spin off di The Good Wife in onda con la puntata zero su CBS, e’ stato riscritto, come rivelato dai coniugi King, autori della serie. Diane guarda per 30 secondi in televisione l’inaugurazione di Trump. In silenzio. Il titolo della puntata è “Inauguration”.

Era scontato che vincesse Hillary. Non solo per il New York Times. Anche per molti showrunners di serie televisive.
La realta’ è sempre presente nelle serie americane. Magari anche solo attraverso un televisore acceso in una casa, un diner. Ci arriva poco dopo. Oppure ci arriva sbagliando una previsione. Perche’ la bellezza delle serie in generale sta anche nella prefigurazione di uno scenario. E’ nota la passione di Obama per le prime stagioni di Homeland.
Nella prima puntata di The Good Fight la citazione è il caso Madoff. In questi giorni in cui Wall Street cresce ogni giorno non sono pochi quelli che ricordano quei giorni.
Nella prima puntata si tratta poi di un caso che a che fare con la brutalità della polizia di Chicago. E’ cronaca vera.

The Good Wife ha chiuso dopo sette stagioni. E’ stata una grande serie, anche tenendo conto che è andata in onda sulla CBS e c’è sempre una differenza tra televisioni generaliste e le altre.
The Good Fight comincia dove The Good Wife aveva chiuso. E’ roba buona. E ora la domenica sera è sempre piu’ affollata.
Ma c’è un piccolo problema, almeno in America. Per continuare a vedere la serie bisogna sottoscrivere l’ennesimo abbonamento, questa volta allo streaming service della CBS. Netflix ha generato mostri. Ora anche i grandi networks si mettono a fare magazzini separati di nuove serie. Il costo, 5.99 dollari al mese. Trovo meraviglioso che se volete fare una sottoscrizione che sopprime la pubblicità non c’è problema. Basta pagare poco meno del doppio, 9.99.
Comunque io, avendo tagliato l’inutile Rai Italia per gli emigranti grazie a Rai Play, giro quei 120 dollari all’anno su The Good Fight.

PS
Chiudo la televisione in America per qualche settimana. E magari dirigo il telecomando altrove, dove sto per andare.

Da domani, il francobollo

20 feb

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Non trovo piu’ la mia collezione di francobolli, probabilmente persa nei traslochi.
Ci mettevo i piccoli risparmi negli anni delle elementari, andando sul vecchio 52 da casa a Roma, Piazza Don Minzoni, in un negozio di Piazza Barberini. Di questo avrei comprato una paginata.
Quest’anno John Kennedy avrebbe compiuto cento anni. Per noi cristallizzato “forever young”.