Perche’ siamo ossessionati dal cibo che ingurgitano i politici. Una volta faceva schifo

18 mar

Non è una patologia solo nostra. Ecco cosa succede in America.
Una volta si diceva di non fotografare o girare uno che mangia. Oggi bocche aperte. E parlano con il boccone in bocca. Mia madre non c’è più per vedere l’orrore.

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Il trattamento Dowd per Beto

17 mar

Maureen Dowd scrive come pochi altri, sulla pagina degli editoriali del New York Times.
Beto, l’astro nascente e perdente (ultime elezioni in Texas) sta scollinando nel campo in salita del gruppone di candidati democratici per la Casa Bianca 2020.
Il trattamento Dowd spettina il nuovo messia.  In attesa di Joe (Biden).

15 marzo e oltre

16 mar

C’è stata una differenza nelle aperture dei telegiornali tra noi e l’America.
Bisognava scegliere tra la strage in Nuova Zelanda e le manifestazioni mondiali ambientaliste.
Piu’ piazze “bambine” da noi e più suprematismo bianco negli Stati Uniti.
Non mi interessa interpretare ma registro la gerarchia diversa.
La nostra carta quotidiana si è attorcigliata, in qualche caso, su doppi sensi riferiti alla ragazza Greta, dimenticando che ci sono anche le altre. Tutte coetanee ed anche piu’ piccole. Alexandria (13 anni) a New York, Harriet e Milau (14 anni) in Australia e tante altre. Sarebbe bello leggere pensierini sul genere (femminile) di queste leaders, sul loro rapporto con i social, i genitori, gli insegnanti. Invece dell’analisi degli obiettivi della “piattaforma Greta” (salvare la terra) che e’ chiaramente un emoticon, di quelli pieni di cuoricini. Di quelli pero’ che fondano movimenti. Ora direi che dovremmo stare solo agli applausi.
A proposito, non ho letto molte citazioni della Laudato Si’ di Papa Francesco. Probabilmente distratto.
Pensando all’America e al ciclo elettorale che si sta aprendo, l’occasione per chi (anche nel campo repubblicano) sfiderà l’attuale presidente è colossale. C’è un buco (dell’ozono) aperto dal negazionismo trumpiano del riscaldamento globale.
Si puo’ vincere sull’ambiente, in una terra ferita da incendi e uragani.
Ho un’idea di chi potrebbe farlo. Ma è troppo presto.

La TV delle organizzazioni di news. No, le opinioni no

10 mar

L’annuncio era arrivato lo scorso anno.
Ora ci siamo quasi. A giugno. . The New York Times chiude la sua lunga preparazione con le serie di brevi documentari (girati benissimo) e plana sul canale della TV cable FX. Ogni domenica, 30 minuti. E poi lo streaming su Hulu.
Le organizzazioni di news vanno in televisione. Come AXIOS su HBO. Come VICE. Come BuzzFeed che si è accordata con Netflix.
La discesa in campo del New York Times segna una svolta. Sara’ importante seguire la trasmissione nel prossimo ciclo elettorale. In quello precedente The Circus su Showtime ha segnato, televisivamente, la campagna per la Casa Bianca.
In generale,in America, si fabbricano inchieste. Si scoprono cose che non si sanno. Si confezionano racconti.
Le opinioni scritte dei giornalisti sono confinate alla pagina cartacea degli editoriali. Una volta alla settimana.
Le opinioni vocali dei giornalisti si sdraiano nei perimetri identitari dei talk shows di CNN, MSNBC e FoxNews.
Non fanno la televisione dei nuovi format delle organizzazioni di news.

Michael Jackson, quattro ore difficili da digerire

6 mar

Forse poteva durare 60 minuti, invece delle quattro ore programmate da HBO.
Senza voce narrante, parlano i due accusatori di Michael Jackson. E molto le due madri dei due bambini di allora. Tanto repertorio. Una densità di dettagli da commissariato, tribunale. Eiaculazioni descritte come in una infinita slow motion.
A proposito di abusi sessuali reggeva molto di più Surviving R Kelly, andato in onda poco piu’ di un mese fa su Lifetime, se parliamo di televisione. Era costruito come un’inchiesta. Se ne sapeva forse meno. E dava un quadro dei luoghi, degli anni, del contesto in cui le violenze, le molestie sono avvenute.
Nel caso di questo Leaving Neverland rimaniamo con le famiglie dei bambini affidati a Michael Jackson che parlano molto e le due interviste guida ai due abusati.
Alla fine della seconda parte di quello che per convenzione chiamiamo documentario è andata in onda una conversazione di Oprah (a sua volta abusata da bambina) ai due protagonisti. Il tentativo è stato quello di andare oltre Michael Jackson e le vittime.

A New York,per qualche giorno, ho registrato le quattro ore e provato a vederle in tempi diversi.
Le storie di pedofilia sono impossibili da reggere a lungo.
Il lavoro, andato in onda su HBO, non facilita la visione. Girato sciattamente ma questo sarebbe un problema di forma e opinabile. Solo che questi anni ci stanno abituando a lavori sul tema delle violenze sessuali costruiti con cura, portando alla luce voci discordanti, silenzi, complicità e, quando ci sono, il business e i passaggi alla cassa che sono la cornice non secondaria dei casi trattati.
In questo mondo di verità parallele, si è fatta dunque sentire la larga comunità globale legata a Jackson. Questo è un aspetto nuovo che riguarda confessioni simili. L’eco social mobilita e costruisce un racconto diverso, non più affidato ai soli avvocati e alle transazioni in denaro.
In un lungo pezzo The New York Times racconta tutta la storia delle accuse a Jackson e giudica “delicato” questo lavoro di HBO, che sarebbe stata citata in giudizio per 100 milioni. Punti di vista.
Per principio credo sempre agli abusati. Anche quando denunciano a distanza di anni.
Credo pero’ che l’onda che ci sta sommergendo di lavori televisivi sul “genere” (abusi, molestie, violenze) abbia bisogno di una costruzione che vada oltre il racconto delle vittime. E delle vittime che vivono solo sull’isola dei famosi.

Per capire Trump e la TV (propaganda live, davvero)

4 mar

Fox News e Trump. Da leggere. Da The New Yorker.

Fare una biblioteca

2 mar

Cosa ci vuole per entrare nella collezione della New York Public Library ?
Ho fatto per qualche anno il bibliotecario alla Braidense di Milano.
I libri, nelle nostre case, ci guardano. Le case senza libri, ci raccontano di più.

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Come la Nielsen misura gli ascolti della TV, in America

27 feb

Gli ascolti in televisione spiegati in un video. L’immensa torta pubblicitaria dipende dai numeretti tirati fuori dalla Nielsen.

 

Lo spot di Spike Jonze. Cannabis (MedMen)

26 feb

MedMen è una delle corporations nate per commerciare la cannabis legale.

Senza conduttore unico. Salgono gli ascolti

26 feb

Una riflessione a margine (ma non troppo) della serata degli Oscars.
Sono saliti gli ascolti in una misura impressionante rispetto allo scorso anno.
Il risultato migliore delle ultime quattro volte. Sale molto la platea demograficamente importante per chi paga la pubblicità e quindi la televisione stessa. Non gli anziani.
Una serata molto “politica” che ha segnato il successo di Netflix con Roma, come già era accaduto ad Amazon con Manchester by the sea. Ma Hollywood ha resistito sulle barricate ed il migliore film è andato a chi paga ancora un biglietto, entra in una sala e mangia il popcorn (rumorosamente in America).
Come noto quest’anno non c’era il conduttore unico. Si certo, con tutti quegli annunciatori famosi veri (non da isola) era una missione possibile.
Rimane il dato che chi ha vinto ha raccontato sinteticamente la sua storia. E le storie vincono sempre.

Perché New York

24 feb

Paolo Giordano parla con Jennifer Egan su La Lettura di oggi.
“Una cosa che amo di New York è che ci sia tanto: qualunque cosa tu faccia, sara’ comunque invisibile alla maggioranza delle persone, immerse nei loro affari, nelle loro urgenze, nei loro circoli. New York non va bene per chi vuole essere salutato al supermercato, ma per una persona che desidera uscire dalla propria vita ed entrare dentro una sfera più ampia è perfetta. A me piace l’anonimato, mi piace origliare nella metropolitana affollata. E mi piace la gentilezza nascosta di questa città. C’è una striscia che ho visto su Harper’s Magazine che cattura precisamente la differenza tra New York e la California. Due persone s’incontrano, il newyorchese dice: vaffanculo, ma nella nuvoletta pensa: buona giornata; il californiano dice: buona giornata, ma sta pensando: vaffanculo”.
Ecco, perché New York.

Blue Highways. Ma con il GPS

23 feb

On the road in America. Come è cambiato il viaggio.
I libri da portarsi dietro rimangono gli stessi.

Calcio e talk. E talk sul calcio

20 feb

Tante , tante ore dei palinsesti delle televisioni in Italia sono occupate da talk shows.
Non so farmene una ragione. Lo spettro è infinito. Dalla mattina alla notte.
Costano poco. Mi sembra l’unica risposta possibile.
In alternativa, nei giorni di coppe europee, le partite di calcio che ho scelto ieri sera.
Ci sono poi i talk shows sul calcio e uno, spesso divertente, è imploso domenica scorsa sul ruolo delle donne nel pallone. Era successo recentemente che una curva di tifosi dicesse alle donne di stare lontano dalle prime file. Separate, come in un luogo di culto dove viene praticata questa separazione.
Per associazione viene da pensare al MeToo versione made in Italy. È passato come un venticello fastidioso, bollato come politicamente corretto che di questi tempi è come dire fake news.
Ricordo quando ho fatto un paio di programmi con il giornalista inglese Tobias Jones che divenne famoso da noi con un pezzo sul ruolo delle donne nella tv italiana. Le vallette, le gonne corte.
E devo ricordare anche quando lavorando ai programmi di Enrico Deaglio l’ultimo pezzo, che andava in onda dopo la mezzanotte, fosse spesso roba quasi “soft porno” per aiutare gli ascolti. Normale ai tempi e, da quello che mi capita di vedere, anche oggi.
Poi succede che salti fuori una frase sulle donne che non capiscono di calcio e si alzi un sano uragano.
Il calcio allora diventa il nostro specchio. Rotto.

PS I maggiori talk shows di calcio (Premier League) e NBA in America hanno bravissime conduttrici donne. Come, in molti casi, accade in Italia. Senza ruoli ancillari.

Tutto gratis. Il primo spot di Bernie

20 feb

Sanders di nuovo in campo. 78 anni a settembre, a piu’ di un anno dalle elezioni per la Casa Bianca. La promessa della sanità e università gratuite. S’avanza l’America socialista di nonno Bernie. Non so quanto.
Buona notizia per Trump, ringiovanito.

Come va ? Come va ?

18 feb

Si allarga l’offerta, oltre Netflix e Amazon. Ci vuole un nuovo abbonamento.
Hulu, sempre piu’ di proprietà Disney, è il terzo protagonista della televisione online.
La televisione generalista è ormai You Tube. Ad imparare a muoversi in questo mare non si rischia di affogare, come mi succedeva tempo fa. Nulla a che fare con gli YouTubers. O almeno solo lateralmente. C’è proprio tutto su You Tube. C’è soprattutto la televisione fuori dal tempo reale.

Il caso italiano è tale perche’ Montalbano porta a casa il 45%. In prima serata. Dopo la cena. Sbracati sul divano. Tutti insieme. Alla stessa ora, nello stesso giorno. Eccetera.
Non è dato un fenomeno simile in America. Gli ascolti sono spacchettati in mille canali.
Vorrei sapere come cresce RaiPlay. È il mio canale generalista. Conservo il totem elettrodomestico solo per lo sport che mi costringe alla visione in ore e giorni determinati. Ma anche questo sta diventando mobile. E lo sara’ sempre di più.

La televisione liquida, su misura s’avanza. Non è piu’ uno strano soldato.
La macchia si allarga. Ieri parlavo con l’edicolante davanti a casa e gli chiedevo cosa si vende. Sempre meno quotidiani. Il lavoro sta in piedi grazie alla declinazione cartacea di programmi televisivi. Soprattutto quelli di cucina.
Un indotto che alimenta un’industria che non sta bene.
Il paziente, la televisione, gode buona salute. In Italia.

Se ballando

18 feb

Navigators

15 feb

Ricordo Renzo Arbore che scherzava sul plurale inglese delle parole usate comunemente nella nostra lingua.
Paese di santi, poeti e navigators. Please.

Stammi bene

13 feb

Boh. Meglio i commenti. Non ho capito.
Dico solo un paio di cose che conosco bene, a margine. L’industria farmaceutica non è evidentemente il male assoluto ma negli Stati Uniti opera in un regime che fatico a definire. Con qualsiasi inquilino alla Casa Bianca.
Piccolo esempio. Da anni ingoio un paio di pillole al giorno. Faccio scorta quando vengo in Italia, dove pago le scatole di medicinali generici meno di 10 euro. Le stesse in America le ho pagate 300 dollari.
L’assicurazione sanitaria per la mia famiglia costa una cifra che pure fatico a dire (sopra 2000 dollari al mese). E non copre quanto la sanità pubblica italiana.
Le lobbies in America esistono per questo. E i democratici hanno vinto le ultime elezioni per il rinnovo del Congresso su questo. Punto.

La restituzione

12 feb

Ho studiato a lungo la filantropia in America. Il tema mi appassiona.
La restituzione parziale o totale di quello che hai ricevuto nella vita è una questione identitaria. Non ho mai visto una tensione lontanamente simile in Italia.
Sono storie diverse su cui sorvolo adesso. Dentro c’è tutto.
Circoscrivendo il campo di attenzione a quello di chi ha fatto tanti soldi con lo sport sta emergendo il fenomeno globale della NBA. Non solo LeBron James e Kevin Durant. Sono in tanti i giocatori di basket che costruiscono case di produzione, che costruiscono monumenti a se stessi ma nello stesso tempo fondano scuole, finanziano programmi concreti di lotta alla povertà.
Non sento mai parlare di iniziative analoghe in Italia. Al massimo alcuni famosi fanno i testimonials. Non c’è cultura della restituzione. Anche nello stato, che non aiuta chi vorrebbe donare. E si dice, da idioti, che “la beneficenza si fa senza dirlo”.
Ho visto la serie su ESPN plus di LeBron e i primi due episodi del talk show appena uscito di Durant. Bella “televisione”. Contemporaneamente i due hanno inaugurato campi di basket e scuole nei ghetti. Hanno finanziato borse di studio. Hanno preso posizione su quello che accade nel paese.
Non tirano solo calci ad una palla e vanno a Dubai e Formentera nel tempo libero.

Non sono solo canzonette

11 feb

Abbiamo trascorso l’ultima settimana a leggere, ascoltare che la “musica non c’entra con la politica”. Una cosa difficile da sostenere cinquanta anni fa.
Oggi tutto è politica. Anche perche’ la politica stessa ha i confini liquidi. Tutti twittano su tutto. Tutti si autoespongono sui social. Eccetera.
Sono in Italia e non ho visto i Grammys ieri sera. Leggo che a Drake (premiato per la migliore canzone rap) è stato tagliato il discorso (critico) di accettazione della statuetta-grammofono. E poi leggo che si è materializzata Michelle Obama, che non è esattamente una che fa musica.
Le canzonette fanno politica anche quando dicono solo “ti amo”. Perche’ dipende a chi lo dicono.

Lo sport in TV. Le cose cambiano, in America

6 feb

Il più noioso Super Bowl degli ultimi anni si è tradotto in un ascolto deludente per la CBS. Sempre relativo (98.2 milioni). Rimarra’ il piu’ alto dell’anno pero’ è sceso di cinque punti dal 2018 e dodici dal 2017. Cresce lo streaming (più 31% sullo scorso anno ).
Le proteste hanno influito certamente. Un errore arbitrale aveva privato New Orleans della finale. E le manifestazioni degli atleti di colore nel corso delle esecuzioni dell’inno nazionale in apertura delle gare hanno segnato una stagione. Ma il trend è meno football e più calcio. Un trend di lungo periodo che sta conquistando nuovo pubblico.
Rimane il dato che 46 delle 50 messe in onda con il piu’ alto ascolto del 2018 sono state partite di football. Questa è la tv generalista in America. Poi noi parliamo di HBO, Showtime, Netflix, Amazon ma i numeri, quelli grandi, dicono sempre la stessa cosa. Quello che Emmys, Golden Globes e compagnie premianti non registrano.
I 30 secondi di pubblicità e lo show musicale dell’intervallo meglio della partita, almeno questa volta, non si sono visti. E gli stessi Netflix, Hulu, Amazon Prime e YouTube TV hanno sentito il bisogno di comprare spot nella serata.
Due dati su cui riflettere. La “tv del cambiamento”, forse.
1) Negli stadi 70.081 spettatori hanno assistito alle partite di football nella stagione appena terminata. 73.019 sono stati quelli che in media hanno comprato un biglietto per vedere una partita di calcio, a dicembre.
2) I diritti televisivi della NFL (football) sono costati nel 2018 meno di quelli del calcio europeo (Premier League, Liga spagnola, Bundesliga e French Ligue messi insieme). Senza contare il campionato italiano che guardo su Espn plus. E quello brasiliano. E quello messicano.
Il calcio non è solo degli americani che parlano spagnolo. Gia’ oggi è lo sport più praticato nelle high schools.
Gli Stati Uniti d’America vinceranno presto il campionato del mondo. Segnatevelo.

It’s India 2

3 feb

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Vado in India da 30 anni. È il viaggio. Poi è diventato anche lavoro e altro.
Ci sono tante Indie. Sentivo oggi Panatta dire in televisione a Quelli che il calcio che 35 anni fa giocare in Coppa Davis a Calcutta gli ha cambiato la vita. Non solo per la povertà estrema. Ma per come viene vissuta. Che non è rassegnazione. Piu’ complessa.

Trenta anni fa partivo con L’odore dell’India di Pasolini nello zaino. Oggi leggo Fortune e le 500 imprese che stanno facendo il miracolo economico indiano e che convivono con quello che scriveva Pasolini. Sono andato a girare in tre slums di Calcutta dove famiglie abitano da generazioni. In alcuni casi le baracche di lamiera sono state rese più solide. C’è la televisione ma non il bagno che è comune ed è ardito chiamare in questo modo.
In televisione vanno ininterrottamente i prodotti di Bollywood. Storie accompagnate da tanta musica. Il volume sempre molto alto. Una colonna sonora della vita. Il divo del genere, Shahrukh Khan, è stato l’attore, producer più pagato al mondo lo scorso anno.
Quando entri in un’abitazione con la telecamera ti viene offerto un tè. E spesso ti viene chiesto di lasciare le scarpe fuori dai 20-30 metri quadrati di casa. Ma lo capisci da solo, vedendole all’esterno. Come in un tempio. Il pavimento di terra o ricoperto con teli di plastica.
Immagini devozionali della religione identitaria alle pareti. Sempre.
Ho incontrato negli slums giovani che ce l’hanno fatta a studiare e hanno ora un lavoro. Tanti nei call centers, che sono una delle grandi industrie di Calcutta.
In America ti rispondono spesso dall’India. E in genere il problema che avevi viene risolto meglio che se ti avessero risposto da Kansas City.

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Romacentrici

31 gen

Sono tifoso della Fiorentina da quando mio padre, tifoso Roma, mi porto’ ad un Roma-Fiorentina.
Nulla a che fare con la Toscana nella mia vita. Se non L’Elba, che gli elbani stessi considerano extra territoriale.
Ieri sera ho visto una partitella sulla RAI in cui erano di fronte le due squadre.
Senza parole per la telecronaca. Sembrava un funerale. In effetti lo è stato dal punto di vista numerico. Ho silenziato le voci.

The Dude da bere

29 gen

Il ritorno del Big Lebowski di cui si è molto parlato nei giorni scorsi si è sciolto in un commercial per il prossimo Super Bowl. Come quello di Steve Carell.

Anche Mr Starbucks vorrebbe la Casa Bianca. C’è la fila

28 gen

Dopo 30.000 Starbucks in 77 paesi nel mondo e 350mila “baristas”, dipendenti, Howard Schultz scende in campo per la Casa Bianca. Lo ha fatto con una intervista a 60 Minutes.
Partito da una casa popolare di Brooklyn, Schultz punta al trasloco alla Casa Bianca. Da indipendente. Aspettando Bloomberg, l’altro miliardario. Tante donne nel partito democratico. Un ciclo elettorale affollato come mai prima.
Ci sara’ tempo per parlarne e andare in giro.

It’s India

27 gen

Ho passato la sicurezza in aeroporto a Calcutta sulla via del ritorno a New York pensando di avere tolto dallo zainetto tutto (telefono, iPad ecc). Mi hanno fatto ripetere l’operazione perché avevo tralasciato spine, adattatori, hard disk, rasoio. E poi l’ufficiale di servizio ha scritto a penna su un grande quaderno il mio nome e gli oggetti controllati.
L’India spedisce i suoi figli più ricchi nelle università inglesi e americane e questi poi non tornano. In alcuni casi diventano capi di Microsoft e delle altre sorelle della Silicon Valley. A casa, nella povera patria, si usa sempre la biro.
“It’s India” dice sempre la psicologa Shipra quando parliamo delle grandi contraddizioni di questo paese. Tra le prime tre economie del mondo (con Cina e Stati Uniti). E quest’anno supererà la Cina per consumo di petrolio (anche perché l’elettrico è lontano). E supererà gli Stati Uniti per produzione di acciaio. Cose che ho letto sui quotidiani, in India.
I volumi sono dettati dal numero di abitanti che crescono senza limiti. E da un consumo domestico che cresce di conseguenza. In un paese giovane (27 anni di media contro i nostri 45 e oltre).
Poi ci sono le centinaia di milioni di poveri. Oltre il 30% della popolazione del mondo che vive sotto la soglia della povertà. E i 200 milioni di Dalits, al fondo del sistema delle caste, che tranquillamente sopravvive nei matrimoni combinati e non solo.
Se fossi appena uscito da una di quelle scuole di giornalismo, televisione, comunicazione che proliferano da noi mi farei un anno nella città al mondo che nessuno racconta in italia. A Mumbai, Bombay. La metropoli in cui si vede il futuro, con il passato negli occhi.
Molto diversa da Calcutta, in cui sono venuto per la quarta volta in cinque anni.
Sono andato a trovare Tanisha, 13 anni, che continua a vivere sulla strada dove l’avevo conosciuta due anni fa. Dorme con i suoi genitori, le tre sorelle e un fratellino sugli stessi due pallets di legno di un metro e mezzo quadrato l’uno. Uno di fronte all’altro. In mezzo lo spazio per i passanti che camminano attraverso la loro “casa”. La grande novità e’ che Tanisha mi ha risposto in inglese. Lo sta imparando alla scuola che frequenta grazie all’aiuto che le arriva dall’Italia (Mission Calcutta). Una manciata di euro al mese con cui noi compriamo una pizza.

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Poi sono tornato nella casa di Barasat, ad un’ora da Calcutta, che con TV2000 seguiamo da cinque anni. Le suore della Provvidenza (parlano italiano e sono le piu’ “laiche” mai conosciute) curano bambine di strada, da dieci, quindici anni. Sono state anche più di 50 e questa volta ne ho trovate 27. Le conosco tutte per nome, volto, storia.
Si sta chiudendo un ciclo. Alcune arrivate ai 18 anni prendono strade diverse. Le suore e la psicologa Shipra provano in tutti i modi a farle studiare per emanciparle dal destino scritto della strada e del matrimonio combinato. Sono storie che in questo viaggio ho provato a seguire.
Sono storie a volte difficili da raccontare. Non sempre a lieto fine. Come la vita.
Quando tornero’ in Italia montero’ questo quarto capitolo delle bambine di Calcutta e andrò a fare visita ad una comunità in Friuli che aiuta le bambine. Proverò a capire perché.
È una domanda attuale, mi sembra.

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Ad aprile-maggio si vota in India. Uno dei risultati raggiunti dal governo del nazionalista hindu Narendra Modi sarebbe la tanto pubblicizzata distribuzione di 100 milioni di gabinetti nelle strade del grande paese. La campagna è stata realizzata con il volto di Gandhi.
Un’altra contraddizione, lunga da spiegare. It’s India.

In India, ancora

10 gen

Sto partendo per l”india. Calcutta, la casa delle bambine di strada in cui vado per la quarta volta, in cinque anni. La incontrammo per caso questa Casa della Provvidenza con TV2000 e non sono piu’ riuscito a staccarmi.
L’idea di Paolo Ruffini fu “seguiamo” queste 40 piccole donne per dieci anni.
Una specie di Boyhood al femminile.

La compagnia aerea mi ha inviato una mail per avvertire di aspettarci lunghe code per passare la sicurezza. Con la chiusura del governo federale americano, la TSA è a ranghi ridotti.

A reti unificate. Il muro con il Canada

9 gen

Il presidente Trump ha chiesto di parlare a reti unificate al paese.
La prima volta da quando è alla Casa Bianca. Dieci minuti alle nove di sera.
Non c’era la sicurezza che gli sarebbe stato concesso lo spazio.
È andata che Trump ha potuto leggere dal teleprompter la sua richiesta di fondi per costruire non si sa più cosa. Un muro, una barriera, una tenda. Al confine con il Messico, al sud.
Trump non ha parlato di “emergenza nazionale”. Anzi ha esordito parlando di “crisi umanitaria”.
Poi è passato ad elencare crimini commessi da migranti entrati senza documenti.
Hanno brevemente risposto Nancy Pelosi e Schumer, i leaders democratici.
I numeri parlano. “Il problema” non è al confine con il Messico. Ma casomai al nord, quello con il Canada. Dove sono entrati un numero maggiore di presunti terroristi.

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Golden noia

7 gen

Quest’anno sono andato meno al cinema, come credo sia capitato a tanti. Bohemian Rapshody, che ha vinto migliore film “drama”, non l’ho visto e non mi precipito a vederlo. Black Panther mi è piaciuto.
La cerimonia dei Golden Globes molto meno.
Uno dei due conduttori (Andy Samberg) è cosi’ poco, poco divertente che mi ha ammosciato la serata. I discorsi di ringraziamento, poi, quando diventano elenchi dei collaboratori, ammazzano. E stavolta veramente tanti in modalità lista della spesa. Meglio allora chi saluta la mamma e i figli, come usavano i ciclisti al traguardo.
Mi ha stupito, ad esempio, Cuaron (Roma) che ha letto una cosetta. Al secondo premio ha citato i figli, comunque.

Le uniche cose buone probabilmente sono state quelle silenziate perché contenevano “una parolaccia”. Poco per il resto da ricordare. Non che volessi rimandi al muro con il Messico (che pagherà il Messico) ma qualcosa che facesse capire che siamo dentro il gennaio del 2019 e non del 2009 (c’era Obama). C’è voluto Christian Bale vincitore con Vice (il biopic del vice di Bush, Cheney) per dire che la prossima volta il film sara’ su Mitch McConnell, il leader della maggioranza repubblicana al Senato…
Green Book, migliore film “musical-comedy”, la storia di un italoamericano e un pianista di colore nel sud degli Stati Uniti, ha funzionato come dichiarazione politica dell’anno. Glenn Close, alla fine, ci ha ricordato bene cosa significa MeToo, essere donna e madre, a parte le molestie. Per non dimenticare la stagione scorsa.

Andando agli altri premiati, adoro Patricia Arquette.
Grande Carol Burnett (85 anni) storia della televisione. Ha commosso tutti. Si invecchia e chi conosce la tv americana ricorda la più grande comedian che sia passata da queste parti.
E grande ovviamente Jeff Bridges, anche lui omaggiato per una carriera non solo “Grande Lebowski”. Ha citato uno dei quattro, cinque film che mi porto dentro per sempre, The Last Picture Show (L’ultimo spettacolo) di Bogdanovich del 1971. Era girato in bianco e nero.
Netflix, con The Kominsky Method e Roma, ha trionfato. Ma per il secondo anno ha vinto la più brava di tutti, Rachel Brosnahan, la Mrs. Maisel di Amazon, una serie che finalmente non tratta di “morti ammazzati”.
Questa è la televisione ragazzi. Meglio del cinema.

Il finale delle serie. E quello della vita

5 gen

James Poniewozik, The New York Times, scrive di Bandersnatch richiamando il finale dei Sopranos che tanto fece parlare. Aggiungo quelli di Mad Men e Breaking Bad.
Le serie a cui ci affezioniamo non dovrebbero finire. Desideriamo una corsa parallela alla nostra e mischiamo destini. Il nostro non ci è dato sceglierlo.
Bandersnatch sembra regalare questa possibilita’. Di farci il nostro finale.
L’intervattivita’, cosiddetta, è solo videogame. “La televisione ha ucciso la realta”.