Eccolo il Masterchef…Siam venuti fin qua per vedere segnare Salah

5 mar

Mondo spoiler

5 mar

Ho letto solo i titoli. Non me ne frega niente di chi vince ( ha vinto ) Masterchef. Di come vanno a finire le serie.
Mi sembra piu’ interessante seguire lo sviluppo ( se c’e’ ) dei personaggi, il loro sciogliersi in una storia e vedere se cambiano o se rimangono come erano all’inizio.
Ricordo che, tanto tempo fa, con mio padre non volevamo sapere il risultato di una partita di calcio prima che venisse data in televisione, nel tardo pomeriggio della domenica. Succedeva sempre qualcosa che ci faceva conoscere il risultato prima. Allora tornammo a “Tutto il calcio minuto per minuto”.
Solo per lo sport ha senso la diretta. Per il resto, spoiler a piacere.

AMERICAN CRIME. Su ABC la serie dello sceneggiatore di “12 years as a slave”

5 mar

Stasera , giovedi, parte la nuova serie in undici puntate di ABC, sceneggiata da John Ridley, premio Oscar lo scorso anno con “12 years as a slave”.
Per Alexandra Stanley, titolare della critica tv del New York Times, la serie ricorda True Detective ed e’ imperdibile. Sara’ sicuramente cosi’ anche se la stessa Stanley ha bocciato la nuova stagione di House of Cards, dopo avere visto quattro puntate. Io ho finito la visione delle 13 e credo sia la stagione migliore, dopo un avvio lento.
Finche’ ci si divide sulle serie tv vuol dire che la vita e’ bella.

Ora di inglese ( Kevin Spacey )

4 mar

VOX ha costruito un video sull’accento del sud degli Stati Uniti che dovrebbe essere quello del presidente Frank Underwood, in House of Cards.
Kevin Spacey, che lo impersona, e’ nato nel nord degli Stati Uniti ed ha piu’ volte dichiarato il suo amore per le imitazioni, per il teatro, per la musica. Insomma, un attore vero.

Il sindaco Bill de Blasio, onnipresente ( macchietta ) in televisione

4 mar

Fa bene o male stare molto in TV ? In una televisione, quella americana, che non ha talk shows politici in prime time nei grandi networks?
E’ questa la domanda che viene fuori da un pezzo del New York Times che ricapitola apparizioni, citazioni, comparsate del sindaco di New York. Verrebbe da dire che c’e’ poco da ridere in questo freddo, prolungato inverno americano. Bloomberg ha distribuito una sua presenza che alla fine e’ sintetizzabile  come autorevole. Anche lui e’ andato a sedersi nei talk shows comici ma non e’ mai diventato una macchietta.

Lo spot sull’amore visto 16 milioni di volte in un giorno

4 mar

Sulla pagina Facebook di Upworthy, il boom.

Talk shows, passate direttamente al wrestling. Come Jon Stewart

3 mar

La CNN trova Gesu’ e l’ascolto

2 mar

“Finding Jesus. Faith. Fact. Forgery.” realizzato dalla CNN, trova l’ascolto in prime time che la tv allnews cercava da tempo. 1 milione e 139 telespettatori, il 60% in piu’ della concorrente Fox News.
C’e’ voluto un programma su Gesu’, costruito come un’investigazione, per far tornare la CNN agli ascolti perduti. La prova che le 24 ore di talk non vanno in questa fase di superinformnazione.

Il Putin fiction di House of Cards ( e le Pussy Riot vere )

2 mar

Nella terza puntata della nuova stagione di House of Cards il presidente russo va in visita alla Casa Bianca. Si chiama Petrov ma si legge Putin. Ci assomiglia parecchio a quello vero, solo piu’ alto. Per il resto tutti gli aspetti caricaturali di Putin ci sono tutti. Che non e’ detto che non siano tratti autentici ma, probabilmente, non i soli.
( ATTENZIONE SPOILER a seguire ).

Petrov che beve tanto, che invita il presidente americano Frank Underwood nella sua dacia, dove ci saranno donne ad attenderlo ( dice lui ). Petrov sprezzante, che fa il cascamorto con Claire, la first lady e le stampa un bacio sulla bocca. Petrov che sfancula ( dovrei dire rigetta ma non darebbe l’idea ) il piano di pace americano per Israele-Palestina. Underwood che, a questo punto, sfancula lui Petrov nella conferenza stampa finale a cui non invita il presidente russo.
Alla cena ufficiale alla Casa Bianca erano poi comparse le vere Pussy Riot che sfanculano a loro volta Petrov. Nei titoli di coda scorre una loro canzone creata per l’occasione. Ma e’ l’occasione che appare bizzarra con le stesse Pussy Riot sedute a tavola con il presidente russo. Ma siamo in tivu’.
In estrema sintesi ecco, alla vigilia delle elezioni in Israele e nelle ore che seguono la notizia dell’omicidio di Boris Nemtsov a Mosca che oggi apre i TG americani, un intreccio straordinario di realta’ e finzione, come meglio non si poteva augurare l’autore di House of Cards, Beau Willimon.
C’e’ ormai tanta politica estera in America nelle serie tv. Trattata come puo’ fare la televisione popolare che non e’ un corso di politica estera ad Harvard. Gia’ successo in Homeland, in Madame Secretary ecc. Ma anche in The West Wing che e’ stato finora l’esempio migliore. Quello che pero’ accade  con House of Cards e’ che la semplificazione rasenta la parodia, secondo alcuni. Ne viene pero’ fuori una puntata divertente, intrigante con un Kevin Spacey che quando sembra messo alle corde da Petrov-Putin  esce fuori alla John Wayne. Siamo in un territorio e in una fase confusi con le Pussy Riot che recitano se stesse e la fiction e’ attraversata da notizie che sembrano inverarla. Cosi’ quando diciamo che House of Cards ha preso una deriva soap ( come accade a molte serie ) stiamo forse pensando che la realta’ ha preso una deriva fiction. Dobbiamo prendere questi racconti televisivi per quello che sono, nel migliore dei casi ( come House of Cards ).  Il Putin dell’era Berlusconi che abbiamo intravisto non era diverso dal Petrov della fiction. Poi sono arrivate Ucraina, Crimea e ora Nemtsov.

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Un documentario sulla violenza sessuale nei colleges in America

2 mar

Un controverso pezzo uscito su Rolling Stones a proposito di violenze sessuali nella University of Virginia ha fatto rumore in un passato recente. Cattivo giornalismo a parte , il silenzio sulla questione e’ ormai rotto.
Questo documentario, proiettato al Sundance e ora fuori a New York, racconta storie di “quotidiano orrore”.

The Italians, spiegati al resto del mondo. E a noi, volendo

2 mar

The-Italians

La Book Review del New York Times recensisce l’ennesimo libro su The Italians. E’ scritto da John Hooper , corrispondente di The Economist e collaboratore di The Guardian e The Observer.
E’ sempre interessante vedere cosa accende l’interesse dei non Italians per gli Italians. Elisabetta Povoledo, che scrive per il New York Times, ci dice di tre nostre parole contenute nel libro ( menefreghismo, dietrologia, lottizzazione ) che noi diamo per scontate e universali ed evidentemente non lo sono.
I corrispondenti a Roma scrivono prima o poi un libro sul “carattere italiano”. Lo hanno fatto anche tanti italiani che hanno trovato un pubblico attento in America ( da Luigi Barzini, Jr. a Beppe Severgnini ).
Reciprocamente, the Italians di passaggio o stanziali in America hanno fatto la stessa cosa.
Il racconto dei diversi caratteri nazionali non e’ piu’ quello di cinquanta anni fa ma e’ sempre merce buona nel mercato globale. The Italians e the Americans sono ancora animali molto diversi, nonostante Darwin.

Posso dare un consiglio per la lettura, dai giornali di oggi ?

1 mar

Leggetevi l’intervista di Gnoli a Bernardo Valli oggi su La Repubblica.
Bella in generale ma mi e’ piaciuta soprattutto la risposta “Non c’ero. Ma l’ho raccontata”. Pensando a chi dice che c’era sempre e non sa nemmeno raccontarla.

Dakota Johnson per bambini al Saturday Night Live. Sfumature di risate

1 mar

Ho visto l’anniunciatissima  puntata del Saturday Night Live con Dakota Johnson ( la protagonista delle 50 sfumature).
Tra il pubblico mamma e papa’, Melanie Griffith e Don Johnson ( Miami Vice ).
La fanciulla e’ simpatica e recita sempre Alice nel paese delle meraviglie. Abituata a scherzare sul suo ruolo sexy.  Perfetta per il Saturday Night Live. E per la televisione in generale in cui si e’ accampata da un mesetto.
Puntata divertente, come sempre. Con presa in giro del califfato islamico, senza bisogno di insultare profeti e dei nell’alto dei cieli.

Sabato pomeriggio

28 feb

VICE speciale sul cancro

28 feb

Ho visto lo speciale di VICE  sul cancro. Tante buone notizie. Forza, amici miei.

La musica dei film italiani in prime time sulla PBS

28 feb

La New York Philarmonic Orchestra diretta da Alan Gilbert ci accompagna attraverso le musiche de La Dolce Vita, Il Postino, C’era una Volta il West, Cinema Paradiso, Amarcord e altri. Le clips dei film curate da Giampiero Solari.

 

Fine settimana con House of Cards. Ma forse e’ meglio la nuova serie di domenica

27 feb

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Cartelloni pubblicitari ovunque, paginone comprato sui maggiori quotidiani, The New York Times compreso, spot televisivi. Un lancio senza precedenti per House of Cards.
Stamattina alle 6.00 mi e’ arrivata un’email di Netflix, come a milioni di abbonati. C’e’ l’annuncio della terza stagione gia’ online. Sappiamo cosa fare nelle prossime due sere-notti.
La prima stagione e’ stata piena di linee di racconto che correvano parallele, diminuite seccamente nella seconda. Temo una riduzione alle dinamiche di coppia all’interno della Casa Bianca, potendo contare su due straordinari attori protagonisti.
Vediamo se, come tanti, avro’ concluso la visione per domenica dei 13 episodi. Perche’ domenica sera parte la nuova serie poliziesca della CBS, di cui sono autori Vince Gilligan ( di Breaking Bad ) e David Shore ( di Dr.House ). La serie e’ titolata Battle Creek e si dice sia bella davvero.

“Being mortal”, sul morire. Il libro primo in classifica e il documentario della PBS

27 feb

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E’ il libro primo in classifica per la saggistica, secondo il New York Times.  Lo sto leggendo.
E’ scritto da un chirurgo, che e’ anche professore ad Harvard e collabora con The New Yorker. Atul Gawande parla di suo padre quando scopri’ di avere un tumore e parla di noi.
La PBS ci ha fatto un documentario. Oggi in metropolitana ho visto tre copie del libro in mano a lettori. Forse rimozione e dolore privato non funzionano piu’.

Mio padre, mia madre

27 feb

Quando si dice avere culo nella vita

26 feb

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Come strilla in prima pagina oggi “l’autorevole” New York Post un ” grande culo di contratto” sarebbe stato siglato dalla famiglia Kardashian.
Il clan dei Kardashian comprende tre sorelle di cui Kim e’ la piu’ nota ma si e’ allargato e ormai c’e un’intera tribu’. Kim e’ nota soprattutto per il suo grande culo su cui e’ nata una letteratura e presto si studiera’ nelle università’, credo.
Il contratto da 100 milioni assicurera’ alla rete E! la prosecuzione del reality show “Keeping up with the Kardashians”, arrivato alla sua decima stagione. Saranno realizzati nuovi spinoffs della fortunata serie, da cui rimane fuori quello su Bruce Jenner, il campione olimpico in corso di trasformazione di sesso, che e’ parte della famiglia e che avrà il suo show.
La notizia e’ oro per i battutari ma provo a prenderla seriamente ( e’ difficile ).
La fenomenologia Kardashian si poggia su una solida base di ascolto tra i 18-34 anni in tv, attivata sui social media. Non c’e’ programma tv che piu’ specchia la fase. E’ un selfie del paradosso in cui ci siamo ficcati con l’esposizione social. La tv  fa solo da megafono. E’ lo show che giustifica ( uno dei pochi ) la connessione tv social.
Tra molti anni quando si studieranno comportamenti e stili di vita di questo secolo si partira’ dalle Kardashian.  Saranno analizzate e storicizzate. Altroche’ le serie tv. Sono loro, le Kardashian, il romanzo della contemporaneita’.

Dakota Johnson ( 50 sfumature di… ) nel Saturday Night Live di sabato

26 feb

Ed ecco il piatto con il certificato di nascita di Obama

26 feb

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American Sniper apre i TG del mattino

25 feb

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Dopo il verdetto ( carcere a vita ) nel processo che chiamiamo “American Sniper” parla la famiglia dell’amico di Chris Kyle, Chad Littlefield, ucciso anche lui quel giorno.
E’ l’apertura di tutti i TG.

Quelli che vanno al cinema e quelli che decidono gli Oscar. Due mondi lontani

25 feb

Arrivati i dati definitivi sul crollo degli ascolti della serata degli Oscar, e’ esploso il mare di critiche a Neal Patrick Harris che ha condotto. Non agli autori del programma tv, non a chi ha scelto i film arrivati alle nominations.
Il peggiore risultato dal 2009. Solo alcuni dicono di una scaletta assurda con due ore di premi tecnici e minori in partenza per consumare nella mezz’ora finale quelli maggiori ai famosi. Molti accennano alla nota composizione del corpo dei votanti dell’Academy ( 96% bianchi, 76% maschi, eta’ media 62 anni ). Altri alla mancanza di nominations per gli afroamericani. Ma il problema vero sta, come dice il New York Times, nel divorzio che si e’ consumato tra chi va alla cassa dei cinema e chi candida i film agli Oscar. E’ vero che negli anni scorsi hanno vinto The Artist e The King’s Speech ma mai come quest’anno l’intero pool di nominati per miglior film ( che e’ lo scheletro del programma tv ) era stato cosi’ elitario.
Solo American Sniper specchiava la volonta’ popolare ed e’ stato ignorato, a parte un premio tecnico. Se un film incassa 317 milioni ai botteghini domestici ( quello di Clint Eastwood ) e, nello stesso periodo, quello che vince ( Birdman ) ne porta a casa 11, qualcosa vorra’ dire. Poi possiamo raccontarci che il programma tv doveva funzionare comunque e dare tutta la colpa al bravo Neal Patrick Harris. Rimane il fatto che il pubblico del Superbowl e di Nascar ad un certo punto se ne e’ andato. La serata dei famosi era diventata una cena ad inviti della gente del cinema e a casa, nell’Iowa, si sono chiesti ” ma questo chi cazzo e’?” e “perche’ non premiano l’unico film che ho visto quest’anno, American Sniper ?”.

PS Jon Stewart ( grande ) ando’ molto peggio di Neal Patrick Harris e il film che vinse allora fu No country for old men dei fratelli Coen, che ci e’ piaciuto tanto ma ha incassato 74 milioni in America e nella classifica domestica dell’anno arrivo’ al numero 36.

HBO ha mandato in onda il documentario su Snowden che ha vinto l’Oscar

24 feb

Dopo la vittoria agli Oscar di Citizenfour, il documentario di Laura Poitras sul caso Snowden, Neal Patrick Harris ( il conduttore della serata tv ) ha scherzato sull’assenza di Edward Snowden alla cerimonia.
Poche ore prima avevo ricevuto dal provider dell’assicurazione sulla salute mia e della mia famiglia una email, finita nello spam, che mi dice che tutti i miei dati personali sarebbero stati succhiati da cyber attackers. La notizia riguarda qualche milione di cittadini americani.
Non metto in una relazione diretta il documentario con l’email ricevuta ma segnalo il furto d’identita’ ( e la coincidenza ) che di questi tempi puo’ accadere, in diverse circostanze e diversi attori, a chiunque.
HBO e Channel 4 sono tra i produttori del documentario Citizenfour, che ha vinto l’Oscar e che ho visto stasera in onda in prime time su HBO. Steven Soderbergh tra gli executive producers.
La critica ha acclamato l’opera ( dal Wall Street Journal al New York Times, da Variety al Christian Science Monitor, ecc. ). Il documentario e’ il racconto di una intervista di due reporters del Guardian ( ma soprattutto uno ) a Snowden, filmata a Hong Kong nel 2013, nel corso di una settimana.
Quello che Snowden ha rivelato sulla National Security Agency e’ diventato caso mondiale, andando molto oltre quella camera d’albergo di Hong Kong.
La storia e’ nota e la vittoria all’Oscar era data per sicura da tempo. Quello che mi chiedo e’ come si fa a misurare un documentario come questo, e piu’ in generale cosa chiediamo ai documentari. Di rivelarci cose che non sappiamo ? Di esprimere un punto di vista ? Di essere altro da un reportage ?
Ci sono scuole di pensiero sulla questione che non affronto in questo caso. Dico solo che al di la’ di quello che Snowden ci ha detto, il documentario non va oltre. Per i cultori “del primato del punto di vista” questo basta. Come a molti bastano i punti di vista di Michael Moore.
Il documentario diventa, come nel caso di Moore, un lavoro sull’autore dell’inchiesta ( Glenn Greenwald ). Un selfie. La storia e’ l’autore. Laura Poitras, l’autrice del documentario, e’ il ventriloquo. Un ventriloquo cinematograficamente potente. Il documentario e’ una strada a senso unico.
Io coltivo il dubbio, come punto di vista.

La cerimonia degli Oscar e’ un grande programma televisivo, prima di tutto. Spiegazione

23 feb

Come succede con il Superbowl, la cerimonia degli Academy Awards si spalma dal pomeriggio alla notte, per una decina di ore, a cominciare da un’infinito red carpet. Dopo lo sport, la domenica degli Oscar e’ il piu’ grande ascolto televisivo dell’anno. Un grande programma tv che incrocia due industrie, piccolo e grande schermo, che esportano in tutto il mondo.
21st Century Fox ( Rupert Murdoch ) ha avuto il maggior numero di nominations ( 24 ) ma non va benissimo nel suo ramo tv. Invece Time Warner e Warner Bros, con meno nominations ( 11 ) hanno pero’ portato a casa il successo American Sniper e si godono con HBO il primato delle serie tv. La “piccola” AMC, piu’ celebre per Breaking Bad, Mad Men e The Walking Dead, ha realizzato Boyhood. Gli incroci negli studios di produzioni tv e e cinematografiche sono ormai frutto di una inestricabile connessione.

Noi pensiamo al cinema ma ci dimentichiamo che e’ un evento televisivo live, senza il quale gli Oscar non starebbero in piedi. Una verità’ tautologica che spiega perche’ il conduttore e’ importante. Con Ellen DeGeneres lo scorso anno si e’ arrivati ai 43 milioni di telespettatori domestici. Quest’anno la scelta di far presentare la serata a Neal Patrick Harris rende piu’ difficile la scalata degli ascolti ma e’ piu’ Hollywood classica e celebra cinema e tv insieme. Harris ha attraversato i due schermi anche se i suoi 13.5 milioni di followers su Twitter non sono i 39 milioni di Ellen ( dedicato a chi crede, ahi ahi, nel primato e nell’amorosa corrispondenza di tv e uccellino ).
All’ascolto di quest’anno si dice potrebbe mancare una fetta importante di pubblico, quello afroamericano. E’ sempre successo cosi’ quando nessun attore nero e’ stato incluso nelle nominations ( come nel 2011 ). ABC, la rete che produce lo show degli Oscar ha provato nei giorni scorsi a promuovere la serata nelle sue “serie black”, Scandal e How to get away with murder. L’errore, gia’ si dice, potrebbe essere quello di non avere affiancato ad Harris proprio la star di Scandal, Kerry Washington.
La chimica degli ascolti e’ studiata nei laboratori di Hollywood nei dettagli.
Ad esempio si calcola che la media del percorso impiegato dai vincitori per salire sul palco sia di 40 secondi e per questo i favoriti sono piazzati il piu’ possibile davanti. E che, contrariamente a quello che si pensa, i numeri di attrazione teatrale ( monologhi, balletti, canzoni ) fanno piu’ ascolto dei ringraziamenti commossi alla moglie, al marito, ecc, dopo la vittoria.

La visione di film e serie tv si e’ omologata, spegnendo gradualmente le sale che resistono solo per i blockbusters. Vediamo tutto, troppo sui computers e nulla e’ piu’ magico. Consumiamo puntate di serie e opere cinematografiche con una bulimia che non lascia sedimenti nella memoria. E’ la grande confusione sotto il cielo che ha chiuso i libri, con l’alibi che i racconti in video sarebbero la letteratura della contemporaneità. Gli Oscar sono esattamente al culmine di questa confusione, sono la messa cantata del cinema officiata dalla televisione. Per dire del primato conquistato dal piccolo schermo.
Boyhood, il film che piu’ mi e’ piaciuto, e’ lo sviluppo di un’idea televisiva, prodotta da Granada Television. Ogni sette anni Michael Apted e’ andato a trovare 14 cittadini inglesi di diverse classi sociali cha avevano, nel primo episodio, 7 anni. Nell’ultimo l’eta’ dei protagonisti era 56 ed era il 2013. Due di loro non ci sono piu’. L’idea di raccontare la vita, seguendo il corso del tempo reale, e’ propria della televisione. Il fatto che sia diventata un film spiega tutto.

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PS Neal Patrick Harris ha condotto in modo perfetto. Non avra’ fatto sganasciare dalle risate ma ha rotto quella stucchevole tradizione degli standing comedians che fanno finta di trattare male i famosi seduti in sala.
Patricia Arquette ha scatenato un’ovazione quando ha chesto “equal pay for women” e non credo dicesse solo per chi lavora nell’industria cinematografica.
Tra i documentari ha vinto Citizenfour, la storia di Snowden, che va in onda su HBO.
Pianti, applausi, tutti in piedi per la vittoria di Glory, la canzone ( bella ) di Selma.
Altro momento di delirio in sala con lo “Stay weird, stay different” del vincitore della sceneggiatura adattata da un libro, Graham Moore. A 16 anni, ha detto, voleva suicidarsi.
Vince Birdman, migliore film, e mi dispiace per Richard Linklater, regista straordinario di Boyhood e non solo.

“NOT THE KNICKS”. La squadra fa schifo e il New York Times manda il cronista altrove

22 feb

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I Knicks sono ultimi nel campionato di basket della NBA.
The New York Times ha un cronista che segue sempre la squadra. L’interesse e’ crollato e anche quello del cronista stesso. E cosi’ sempre meno spazio ai Knicks e Scott Cacciola ( il cronista ) si e’ preso una pausa che e’ stata chiamata dal giornale “Not the Knicks”. Cacciola oggi scrive un lungo articolo di pallacanestro addirittura dalla Nuova Zelanda.
Meraviglie di un grande giornale.

Gli Oscar piu’ telefonati di sempre ? Se contasse il pubblico vincerebbe American Sniper

22 feb

Vi riassumo la situazione con tre previsioni. Quelle di The New Yorker, The Atlantic e The New York Magazine. 
Molto simili, come potete vedere. Ci sono premi gia’ assegnati e altri ridotti ad una gara a due. Miglior film Boyhood o Birdman ( e a cascata miglior regista e migliore attore ) ?
Birdman e’ piu’ classic Hollywood, Boyhood e’ nettamente migliore.
Fuori gara per tutti American Sniper, premiato pero’ dal botteghino. La sorpresa, se ci sara’.

Cancellato il programma di Ronan Farrow, figlio di Mia. Twitter e TV non si incrociano

22 feb

Vi avevo detto di Ronan Farrow , il figlio di Mia Farrow, di cui si e’ parlato molto per la sua somiglianza con Frank Sinatra. Gli era stato dato un programma quotidiano di informazione politica su MSNBC all’una con l’idea di catturare un pubblico piu’ giovane per la rete. Il suo seguito su Twitter ( 276mila ) non si e’ tradotto in telespettatori (  record in basso di 11mila nel gruppo demografico chiave dai 25 ai 54 anni ).

THE NEW YORK TIMES MAGAZINE e’ nuovo ( 119 anni dopo )

21 feb

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La rivista della domenica del New York Times e’ stata ridisegnata. Agli abbonati arriva, come sempre, il giorno prima e l’ho sfogliata e letta. Pesa un accidente, piena di pubblicita’ ( che e’ un buon segno, in generale ). Quattro copertine ( tre all’interno ) per questa “global issue”, con tanti mappamondi.
Il contenuto non cambia, anche se c’e’ una lunga storia in piu’. Quello che e’ importante e’ che il giornale piu’ bello del mondo rilancia. In passato sono state chiuse sezioni del grande quotidiano e ogni volta il timore e’ quello dei tagli.
In attesa del definitivo passaggio online.