La prima volta di Sorkin regista. MOLLY’S GAME

18 gen

“La differenza tra la scrittura per la televisione e quella per il cinema è il tempo”.
Per un film -dice Aaron Sorkin- puoi prenderti il tempo che ti serve. Le serie tv sono una catena di montaggio e non puoi (The West Wing e The Newsroom, suoi parti meravigliosi).
Dopo avere scritto A Few Good Men, The Social Network, Moneyball e Steve Jobs, Sorkin ha deciso di dirigere per la prima volta, a 57 anni, una sua sceneggiatura, con Molly’s Game.
Sorkin ha parlato piu’ volte della sua dipendenza da droghe varie. Per dieci anni ha pensato di non potere scrivere senza farne a meno. Da diciotto anni e’ pulito e dice che scrive meglio. Cosi’ tanto per ricordarci che un pezzo di biografia di chi sta dietro a quello che vediamo, leggiamo entra sempre anche nei materiali che ci sembrano meno permeabili. In Molly’s Game c’è questo (droghe) e tanto altro.
La storia vera di una campionessa di sci che interrompe la carriera per un grave incidente e si trova ad organizzare tavoli di poker in stanze di alberghi con attori noti, miliardari meno noti e mafia russa nota per niente.

C’è tanta roba sul tavolo come sempre con Sorkin, non solo i soldi. E a lui interessa raccontarci cosa c’è dietro, sotto quel tavolo. Il backstage, questo è il nodo della sua scrittura. A volte, come in Molly’s Game, esondante ma talmente ricca di citazioni, rimandi, osservazioni, che esci frastornato dai 140 minuti di proiezione. “Overscripted”, scritto anche troppo, viene da dire.
La narrazione in prima persona riempie ogni secondo di vuoto ed il cinema è fatto anche di vuoti (piu’ della televisione, almeno quella vecchia). Ma il bello di Sorkin sta nella costruzione dei caratteri ed in questo caso non solo quello di Molly ma tutto il coro che la circonda nel film. Dal padre (Kevin Costner) al killer mafioso. Vale la pena riascoltare una conversazione tra lo stesso Sorkin e David Brooks e i sette “comandamenti” che ne escono. In sintesi, lasciate che i personaggi vivano una vita loro, anche se siete voi a determinarla. E non scambiate la vita reale con la costruzione drammatica. Cosa facile a dirsi.
Infatti su questa sottile linea corre la scrittura che poi regge.
Parole destinate a rimanere sono quelle di uno dei giocatori del giro di Molly (Michael Cera) che ci sembrava il buono (“I don’t like playing poker,”- dice a Molly – “I like destroying lives”). Mi piace distruggere vite, ragazzi.
Non c’è solo il “sorkinismo” ormai di maniera. Le riflessioni a voce alta, deambulando. Ci sono dialoghi serrati e i monologhi si inzeppano soprattutto nella seconda parte, quando hai finito di chiederti se il film c’è o no.

Essendo il film tratto da una storia realmente accaduta gli spoilers sono accademia di scrittura. Infatti, dopo la visione, magari trovi che l’avvocato (Idris Elba) di Molly (Jessica Chastain) è costruito extralarge. O che il finale…
Appunto, alla fine, ecco l’altra frase memorabile del film. Il padre di Molly, psicologo, dice alla figlia :” Ti faro’ tre anni di terapia in tre minuti”. Un sogno per tutti noi.

Ringalluzziti da The Post

16 gen

Arriva in Italia The Post e leggi che un pezzo di stampa italiana pensa che la corporazione sia improvvisamente parte dello stesso mondo (che per inciso non è una corporazione).
Vale, in senso lato, quella citazione che uccise il povero Dan Quayle. “You are no Jack Kennedy”.

American dream

16 gen

Scene da una deportazione. Da Detroit.
Padre, 39 anni, arrivato a dieci anni, senza documenti,. Portato dai genitori, dal Messico.
Due figli e moglie con cittadinanza americana.
Succedeva anche prima di Trump. Meno l’ultimo anno di Obama alla Casa Bianca.

Steve Bannon – Bill Murray

15 gen

Steve Bannon-Bill Murray a 4.15.
La coppia Mika-Joe conduce il TG-Talk con cui mi sveglio la mattina.

Il re nudo

14 gen

L’uomo piu’ ricco del mondo stava per i fatti suoi. Ora esce allo scoperto. 

Greta Gerwig, il backstage

14 gen

Detto piu’ volte. La piu’ brava (e bella).
Greta Gerwig stavolta non si vede perche’ dirige Lady Bird e non recita.
Nel backstage pero’ si .

Barba e calzini bianchi, Letterman. Con Obama su Netflix

12 gen

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Letterman, 70 anni, torna a fare quello che sa fare, quello che mancava a lui e a noi. Una conversazione leggera, a tratti ingenua, piena di grazia. In tempi in cui alla Casa Bianca volano parole da bar sport. Eufemismo per dire da puzzoni.
Primo ospite del ciclo di otto puntate su Netflix è Barack Obama. Il titolo della serie ci palesa che gli invitati sul nudo palco del City College di New York non hanno bisogno di presentazione (My Next Guest Needs No Introduction). Da George Clooney a JAY-Z, a Tina Fey a Malala Yousafzai.

Obama irrita quando racconta della sua vita da ex inquilino della nominata Casa Bianca e ora inquilino di una casa acquistata nello stesso quartiere. Nove stanze da letto e otto bagni e mezzo, che va benissimo, figuriamoci. Ma allora caro Barack non dire “I am fighting with Michelle for closet space” ( litigo con Michelle per lo spazio negli armadi). Qua casca l’elite che ha aperto la strada all’innominabile ( non una menzione a Trump nell’ora di dialogo ). L’innominabile si vanta della sua ricchezza anche oltre la realta’ ( come disse l’autentico plurimiliardario Bloomberg). Sara’ cafone ma non ipocrita.
Per il resto tutto molto piacevole. Si parla dei rispettivi figli. Quello avuto in eta’ avanzata da Letterman e le due ragazze di Obama. Si parla della madre anticonformista di Barack.
Si parla anche di un’America che è al centro dell’intreccio tra globalizzazione e tecnologia, che puo’ determinare futura perdita di posti e occasioni di lavoro. Di crescita dell’ineguaglianza e dei costi crescenti della sanità e dell’istruzione.

Alla fine un piccolo miracolo che vi consiglio di non perdere assolutamente.
Letterman è notoriamente non-politico. Non interessato alla politica come la intendiamo noi nei talk shows.
Obama fa una semplice domanda che e’ questa. Non siamo stati fortunati noi nella vita ad avere successo?
Letterman, commosso, risponde che quando aveva l’eta’ per capire e sarebbe dovuto andare in Alabama a lottare per i diritti civili degli afroamericani si imbarco’ con i suoi amici di universita’ su una crociera diretta alle Bahamas, dove era consentito ubriacarsi anche ai minori di 21 anni. Ci fa capire cosi’ che era un fesso e che e’ stato fortunato.
I due si abbracciano. Letterman dice che lui, Obama, è il primo presidente che sinceramente ammira.
Ci sembra di riconoscere una ragione intima in quella lievitazione della barba bianca di David Letterman.

IUS SOLI per Rich Kids

10 gen

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Stiamo a vedere cosa succede con i Dreamers negli Stati Uniti, i 700mila minori a rischio deportazione.
Intanto ieri nel telegiornale NBC della sera ho visto un pezzo che, per contrasto, racconta una storia diversa, di cui si parla meno.
Come è noto negli Stati Uniti lo ius soli è garantito dal quattordicesimo emendamento alla Costituzione per cui chi nasce sul territorio americano ottiene automaticamente la cittadinanza.
In passato si era registrata un’ondata di nascite da madri con passaporti cinesi e asiatici. Ora il fenomeno (non isolato, 36mila nascite all’anno) pare riguardare cittadine russe, che arrivano con visto turistico e danno alla luce bambini neo-americani. Questi eventi non danno diritto alla cittadinanza anche alle madri ma costituiscono un’ipoteca sul futuro perche’ è prevista, anche se con tempi lunghi, la domanda di ricongiunzione familiare al raggiungimento dei 21 anni del bimbo . Nel frattempo il neonato puo’ tornare in Russia, con due passaporti.
La meraviglia del pezzo del telegiornale di ieri è che alcune delle future ricche madri provenienti dalla Russia alloggiano in un grattacielo di Miami che indovinate che nome ha.

Oprah ? La trumpizzazione della politica che conosciamo bene

9 gen

La televisione si è riempita di Oprah, come fosse una novità.
La signora della televisione americana è cresciuta dentro l’elettrodomestico fino a quando è diventata imprenditrice, ricca, saggia, icona.
Il suo discorso nella serata dei Golden Globes è stato letto come il lancio di una candidatura. L’ho fatto anch’io in tempo reale su questo blog. Non ci voleva uno scienziato (della politica).
Si, no, è partito il balletto delle interpretazioni, smentite, ecc.
Viene da tessere l’elogio dei “professionisti della politica”. Di chi la fa di mestiere. Da quando giovane, molto giovane si appassiono’ all’idea di partecipare (addirittura cambiare) lo stato delle cose, il mondo.
La nostra storia recente ci ha regalato una trivializzazione del mestiere della politica.
I “professionisti della politica” hanno cominciato a negare di esserlo.
La televisione ha a che fare parecchio con questa invasione di campo. Inutile ripercorrere ora quello che è accaduto, accade da noi in Italia e in America.
Probabilmente Oprah sarebbe una grande presidente degli Stati Uniti. Prima donna. Nata povera da una madre adolescente nel Mississippi. Abusata quando aveva 14 anni. E poi quello che sappiamo. Una storia unica. Una storia americana.
Credo nella possibilita’ di vivere piu’ vite dentro quella limitata nel tempo e dal caso.
Ma possiamo restituire alla politica una “dignità” superiore a quella nostra che facciamo altre cose ? Possiamo dire che la televisione è complice (di piu’, produttrice) della perdita di senso comune, civico, di cui la politica dovrebbe essere espressione ?

Wolff, l’autore del libro che ha “infuriato” la Casa Bianca, fa il giro delle tv

8 gen

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Stamattina mi sono svegliato con Michael Wolff in tv. Era atteso. Senza pietà quello che esce fuori dal libro sulla Casa Bianca.
C’è chi dice che era tutto ampiamente noto.

Rimarra’ solo Oprah

8 gen

Questa mattina leggo della serata dei Golden Globes. Si parla solo di lei. Oprah.
Era chiaro ieri sera, per chi ha visto.

GOLDEN GLOBES, serata nera. Con lampo Oprah

8 gen

Lettura introduttiva ai Golden Globes di quest’anno. Consigliata a chi minimizza. Sono parecchi in Italia.
Difficile dire qualcosa di questa serata in cui si celebrano cinema e televisione prescindendo da quanto è accaduto lo scorso anno.

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Nel red carpet, prologo della cerimonia, si è parlato solo di molestie sessuali. Tutti in nero. Intervistatori e intervistati. Seth Meyers, il conduttore designato, ha salutato, dicendo “chissa’ come andrà con tutti questi mostri in sala”.
Debole poi il monologo iniziale, che non ha risparmiato una battuta a Trump, una a Weinstein e un paio a Kevin Spacey. Non so, mi sono sentito a disagio. Anche da casa.
La situazione che si è creata ha fatto dimenticare i premi. Che comunque avrei dimenticato. Per me The Crown meglio di Big Little Lies che ha raccolto molto, troppo. Ma era l’anno per una serie al femminile. Anche se non sono le donne della Ford di Chicago.
Lady Bird ha goduto dello stessa congiuntura. La regista Greta Gerwig è straordinaria, il film meno.
Stessa cosa per il film che ha vinto di piu’. La stampa estera, padrona dei Golden Globes, non ha scelto di premiare The Post di Spielberg e ha fatto male. Hanno fatto i fighetti.
Puo’ darsi che l’ascolto della sera sia buono perche’ l’attesa era alta (fattore Weinstein) ma non ci becco mai sulla platea tv.

L’omaggio alla carriera di Oprah potrebbe essere stato per il lancio di una carriera diversa per la numero uno della tv americana. Oprah for President 2020.

La cosa migliore della serata, lo spot di 30 secondi del New York Times che e’ andato in onda nella prima ora. Una sintesi di questi Golden Globes.

Televisione che parla di televisione e vabbe’

6 gen

Sinceramente non me ne frega niente. Ma ci stanno due parole a proposito di una puntata del talk della Gruber che ho appena recuperato. A proposito di “americanizzazione della tv italiana”. A proposito di tv del dolore.
Le generaliste italiane e quelle americane sono profondamente diverse.
Pesa meno la politica in quella americana. Il racconto del dolore, quello del lamento non allagano i palinsesti che restano solidamente ottimisti, sempre.
La South Side di Chicago che continua ad essere teatro di omicidi di gangs (anche se leggermente meno) e Porto Rico ancora senza luce per un terzo dopo l’uragano Maria di settembre sarebbero per esempio terreno fertile per le due cose (dolore e lamento) ma sono fantasmi in televisione.
Nulla rompe il perfetto svolgersi delle serie, dei talks allegrotti del day time, delle prime serate non fiume, all’italiana.
La politica (detto mille volte) confinata ai minoritari canali all news. E la cronaca nera si impenna (relativamente) solo se riguarda qualche famoso. La strage di Las Vegas del primo ottobre (58 morti e 500 feriti) presto archiviata.
Non vedo in America “giornalisti” inseguire, ad ogni ora del giorno, responsabili della cosa pubblica che sgommano via. Non vedo, ascolto, domande buttate nei citofoni delle case, ad ogni ora del giorno.
Certo accade ma non fanno sistema televisivo, scheletro della programmazione, lancio per il talk di tre ore.
Quindi parliamo di due mondi diversi che globalizzazione e Netflix non hanno avvicinato. Punto.
Quando poi vedo sorrisetti ( nella puntata a cui accennavo ) ad un accenno al caso molestie che ha decapitato molte teste nella tv e nel cinema in America, capisco definitivamente che siamo in due mondi molto ma molto lontani.

The comeback kid

5 gen

Eccolo di nuovo. Con barba. Non hipster.

L’anno che verra’

4 gen

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L’anno che verra’ segnerà il definitivo trionfo di Netflix e i suoi compagni di merende ( Amazon, ecc. ) che governano la visione differita.
I dati finali del 2017 ci danno alcune indicazioni.
Nel 2016 c’era solo la serata degli Oscars tra le prime dieci per ascolti. Nove prime serate di sport.
Nel 2017 a quella degli Oscars si è aggiunta quella dei Grammy Awards.
Nello sport cresce il basket e perde il football. Ma solo un trend che non tocca le prime posizioni.
Tra i programmi sempre primo The Big Bang Theory. Crescono i medical shows, con la platea dei baby boomers che si allarga ed ha raggiunto l’eta’ in cui si pensa piu’ all’ospedale che al lavoro. The Good Doctor di David Shore ( House, Law and Order ) raddoppia su ABC l’eterno successo di Grey’s Anatomy.
Game of Thrones è al primo posto delle serie che hanno avuto piu’ “interazioni social” nel 2017.
Better Call Saul di AMC è prima tra le serie consumate non in tempo reale tra le tv non-Netflix.
Vedere serie in un tempo scelto diverso da quello della rituale messa in onda è ormai il dato incontrovertibile. Piu’ del 280% di crescita rispetto al 2016.
L’anno che verra’ ci dice che la televisione non è morta. Si accende di piu’ quando una volta arrivava il monoscopio.

I tempi cambiano. Coppia di donne per il TG della NBC del mattino. Ufficiale.

2 gen

Primo risultato della rivoluzione anti-molestie.

In questi giorni, THE CROWN

2 gen

Mi ero tenuto le due stagioni di The Crown ( Netflix ) per tempi in cui avere tempo. Questi sono.
Ho fatto bene. C’è molto che ha a che fare con le feste.
Avevo pensato di aspettare le sei stagioni annunciate per non vedere solo i primi due capitoli ma poi non ho saputo resistere.
È una visione che scorre bene con il cibo e il bere. Tra un episodio e l’altro ci sta il fact-cheking. Continuamente frughi nella memoria. E poi ti rimane il segno di una storia che è Brexit per noi non da un anno o due. La nostra monarchia difficile da raccontare ai giovani, ai figli. La rimozione non ha generato serie televisive.

2017, alle spalle

1 gen

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Brrrrr

30 dic

Camminando ieri, per Tribeca.

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C’era una volta New York ( 3 )

30 dic

Sempre New York al primo posto nel mondo tra le citta’ piu’ colpite dal virus Instagram. Ahime’.

C’era una volta New York ( 2 )

29 dic

La lista ufficiale di quello che e’ scomparso nel 2017.
Tra gli altri, The Village Voice, lo storico settimanale che ci diceva cosa fare. Ora, senza bussola, vaghiamo a tentoni. Si c’e’ online, vabbe’.

Dirsi grazie

28 dic

Oggi gira nelle televisioni questo spot.

THE POST, il mestiere, la storia e l’Oscar

28 dic

Si puo’ vedere The Post, il film, senza sapere alcune cose.  E funziona alla grande lo stesso.
Ma se sai chi è stata Katharine Meyer “Kay” Graham, la signora del Washington Post. Se sai chi è stato Robert McNamara, Secretary of Defense con Johnson e Kennedy dal 1961 al 1968 e hai visto la sua lunga intervista in Fog of War ( il documentario che ha vinto l’Oscar). Se sai qualcosa dei Pentagon Papers e la guerra in Vietnam, durata venti anni.. Se hai poi da poco appreso che qualche giorno prima dell’uscita del film William, figlio di Katharine, si è suicidato, sparandosi, come suo padre, gia’ proprietario del Post, allora entri al cinema di Union Square con qualche grado di separazione in meno.

Se non sai, dicevo, va bene lo stesso. Il film è costruito alla perfezione da Spielberg e gli sceneggiatori di Spotlight per confezionare un monumento al mestiere di chi indaga, scrive e non si piega. C’è tutto per arrivare all’Oscar. Inutile dire di Meryl Streep ( Kay Graham ). Sembra di essere tornati a Tutti gli uomini del presidente, di cui sarebbe il prequel.

Spielberg non sara’ il piu’ introspettivo dei registi in giro. A 71 anni, uno dei trailers passati sul grande schermo prima del film è stato il suo prossimo racconto di supereroi di cui non se ne puo’ piu’.
The Post è cinema della realta’ ripassato in salsa Hollywood. I giornalisti sembrano giornalisti. I giornali contano. Internet non c’è. Che meraviglia.

Al New Yorker è piaciuto molto AMERICAN VANDAL

28 dic

Emily Nussbaum lo aveva gia’ piazzato nella lista della televisione dell’anno. Ora arriva un altro pezzo.
Una cosa intelligente, apparentemente scema.

PHANTOM THREAD, una love story anni 50 per questi tempi

27 dic

La certificazione dei tre Oscar ricevuti come migliore attore protagonista è unica nella storia del cinema. Possiamo fregarcene dei premi ( tanti altri ) ma è palese che Daniel Day Lewis sia il piu’ grande attore vivente. E autopensionato a 60 anni. Dopo questo Phantom Thread, che ho appena visto.
Ancora con la regia di Paul Thomas Anderson, che come Day Lewis gira poco e fa bene.
Siamo negli anni Cinquanta a Londra, nella casa-lavoro di un sarto ( non credo si chiamassero stilisti allora, boh ). C’è la sorella del sarto e le silenziose signore in camice bianco che cuciono meravigliosi abiti, pezzi unici, generati dalla mano del maestro. Poi ci sono le donne, compagne, muse che si alternano nella casa e che la sorella sorveglia, limita, giudica. Fino a quando arriva Alma, l’ignota a me attrice del Lussemburgo Vicky Krieps. Formidabile.

Daniel Day Lewis, il sarto Reynolds, è chiuso nel suo mondo fatto di lavoro e abitudini. Capita a molti.
Alma, la nuova arrivata, non ci sta. Prova ad entrare in questo fortino. Lo fa anche rumorosamente, a colazione. Al mattino, silenzio, vuole Reynolds. Ma in generale meno si parla meglio è, in casa dell’artista-sarto.
Questa volta pero’ la dinamica del rapporto uomo padrone e donna al suo servizio non si sviluppa come da convenzione. Accadono cose che aprono crepe nella vita degli abitanti della casa fortino.
La vita è imperfetta. Le storie d’amore pure. E il resto è grande cinema da camera.
Che poi il film funzioni parecchio, alla fine di quest’anno #metoo, è una lettura telefonata che puo’ fare comodo.

Bicchiere mezzo pieno

26 dic

Cose che sono andate bene nell’anno che finisce.

Buon Natale al rifugiato, sindaco in Montana

25 dic

Dal 2 gennaio sindaco di Helena, Montana, capitale dello stato.
31mila abitanti, 93,3% bianchi.

Che fa Obama ?

25 dic

Qualche vaga notizia. Penso calpesti anche molto i campi di golf.

Bagaglio della vita

24 dic

La valigia del rifugiato ricostruita in un’installazione a New York, UNICEF.

Applausi

24 dic

Fenomenologia dell’applauso nei talk shows italiani. Sul Foglio del sabato ne scrive Andrea Minuz.
Battaglia persa.