Per voi giovani. Ossigeno, Rai Tre

23 feb

Paolo Giordano, scrittore, parla con Manuel Agnelli di spirito del tempo e della sua difficolta’ a coglierlo. Nel nuovo Ossigeno in seconda serata, con Manuel Agnelli.
Lo spirito del tempo è quello che mio figlio di vent’anni abita e a me sembra geniale ma è solo giovane.
Agnelli non si traveste da giovane. Non lo è piu’. Mette al centro la musica e ci gira attorno, a partire dalle sue curiosità. Senza talent, con tanto talento.
Si chiacchera di musica e si fa musica. Con Claudio Santamaria, Joan as Policewoman, Ghemon. Chissa’ se c’erano i giovani davanti alla tivù. Roba, forse, per gli anziani di Rai Tre. Comunque, grazie.
E se dopo il Sanremo della quarta eta’ si volesse fare quello della terza….

PS Ho visto l’ascolto. Non da Sanremo. Ciccia.

JUVENTUS, la serie, su NETFLIX. Zero in scrittura

18 feb

Ho visto con grande curiosità e tanta fatica la serie sulla Juventus, entrata nel grande magazzino Netflix. Sono disponibili i primi tre episodi. Seguira’ il resto perche’ l’idea sarebbe quella di coprire l’intera stagione. Dopo la Juventus dovrebbero arrivare altre grandi squadre europee.
Che delusione.
Mi è sembrata roba ad uso domestico dei tifosi bianconeri. I tuoi “ragazzi” li riguardi cento volte se sei un malato come me (viola). Ma se cerchi un pubblico piu’ largo, come dovrebbe fare Netflix, non ci siamo.
Non c’è scrittura della voce narrante e interviste banali.
Non ci sono piu’ dei Beppe Viola e Gianni Brera. Ma nemmeno Edmondo Berselli con cui ho avuto la grazia di lavorare molti anni fa ad un racconto sul Chievo. Qualcosa di meglio si poteva pero’ fare.
Anche gli ingressi nelle case di alcuni giocatori sono al limite dell’appiccicoso, dolciastro.
Serie senza trama, se non la timeline cronologica. Senza sottotrame perche’ si passa da palestra, magazzino, tifosi, sorvolandoli senza farceli conoscere. E naturalmente scontati omaggi agli sponsors della squadra, infilati dentro come le interruzioni pubblicitarie di un programma tv.
Mi dispiace perche’ ci ha lavorato Andrea al montaggio. E con lui negli ultimi anni abbiamo fatto tante cose americane e in giro per il mondo. La fotografia e il montaggio sono perfetti ma ormai è difficile girare male con le telecamere che ci sono in giro. Sembra cinema anche quando non lo è.

Stasera l’ALL STAR NBA. Sport&politics

18 feb

Stasera il grande spettacolo dell’All Star Game della NBA.
Sono lontano ma lo vedrò. Non è una semplice partita. È molto di piu’.
La festa del basket è diventata anche altro.
LeBron James e Kevin Durant hanno detto in un video cosa significhi essere neri in America e diventare famosi, ricchi ma anche esempio, modello per chi segue il basket e non solo.
In un video hanno parlato. Anche di Trump. Su Fox News ha risposto una nota conduttrice.
L’America divisa tracima nello sport. Era gia’ successo quando la squadra dei Warriors che ha vinto lo scorso campionato si rifiuto’ di andare in visita alla Casa Bianca, abitata da Trump.
Sport e politica si mischiano. Il contrario di quella fregnaccia che spesso sentiamo dire. Che sport e politica dovrebbero stare lontani.

Unfit. Alla matriciana

17 feb

Ho visto Michael Wolff dalla Gruber, in quella che è stata annunciata come la sua unica apparizione televisiva. L’autore del libro dell’anno sta trotterellando comunque in tutte le redazioni del nostro paese per lanciare il suo Fuoco e Furia.
Inevitabile la domanda su Berlusconi. Piu’ logica quella su Melania, viste le competenze dell’intervistato. Michael Wolff “spiegato bene”. Mica tanto.
Wolff è stato trattato come un politologo. Domande sui destini del mondo, della Russia, dell’Europa.
Michael Wolff ha venduto due milioni di copie del suo libro da insider della Casa Bianca. E’ uno che scrive alla maniera del Dominick Dunne di una volta su Vanity Fair. Giornalismo investigativo che si intreccia ( molto) al gossip.
Alla domanda finale su chi sarebbe il “piu’ trumpiano” dei politici italiani Wolff ha risposto Salvini.
Cosi’ abbiamo capito che di politica capisce poco anche se conosce Salvini. Questi paragoni tra due continenti ti lasciano sempre una grande tristezza. Come quando si chiedeva del “piu’ obamiano”.
Wolff è molto bravo. Ma fa un altro mestiere. Per questo vende due milioni di copie.

Un paese meraviglioso

14 feb

Sono in un paese meraviglioso da una settimana.

Sanremo, Montalbano, la televisione di un canale solo annulla tutto quello che ci siamo detti per anni.
La striscia lunga delle visioni spalmate sui canali di nicchia e non in tempo reale.
Telecomando inutile. Addormentiamoci sul tasto numero uno.

Leggo delle molestie sul lavoro. Ci voleva l’Istat per dire una cosa che fino a ieri sembrava patrimonio di un solo regista.

Piena campagna elettorale. Ho visto con grande disagio il Salvini-Boldrini di ieri sera. Questo paese di anziani dovrebbe tenersi cari i suoi giovani e i suoi migranti. Il resto è noia.

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Zeitgeist

11 feb

L’ascolto televisivo è un termometro dello spirito del tempo. Per dire che ci becca, quasi sempre.
“Una fabbrica di emozioni”, è stato detto sul palco di Sanremo.
Inutili le ironie al riguardo. Un paese per anziani si è autocelebrato per giorni.
La battuta migliore è stata di Virginia Raffaele che spiega qualcosa (” salutiamo i poveri lassù “, in galleria).

Non c’è un evento televisivo simile in America, capace di raccontare il paese.
Il culto piu’ osservato, quello del football, ha perso nella stagione appena terminata il 10% di telespettatori ed il Super Bowl il 7 rispetto all’anno scorso. Rimane, come Sanremo, il “programma TV” piu’ visto dell’anno.
Il football, spalmato per mesi, due, tre volte a settimana ha storicamente alzato la soglia degli ascolti. Ma non solo. Il Super Bowl ha la capacita’ di legare, anche con le pubblicità ed il concerto di meta’ partita, un pubblico che di solito non ama questo sport. Questa magia sta lentamente scemando.
E’ cresciuta invece enormemente la NBA in questa stagione. Il basket, praticato in gran parte dalla minoranza di colore. Con tifosi in gran parte bianchi.
E’ quello che sta avvenendo con Black Panther, il film Marvel con cast tutto di colore, che sta costruendo un primato di incassi. E’ il fenomeno, è lo spirito del tempo.
Kendrick Lamar, che ha curato la colonna sonora del film, è il musicista simbolo contemporaneo. La cultura dei neri è dominante in questa fase.
Poi, andando a raccogliere margherite in un prato piu’ largo, non dimentichiamo l’America (bianca) che ha eletto Trump. Ma i tempi stanno cambiando, come diceva quel premio Nobel che componeva in tempi lontani.

Perche’ non vince l’Oscar Spielberg. Il migliore

3 feb

E’ la stagione dei film fighetti. L’Oscar non dovrebbe essere  il Sundance. O no ?

Continua

30 gen

Mi perdo lo State of the Union di Trump stasera.
In Italia per un paio di lavori. Belli, credo.

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Woody Allen chiude ?

29 gen

Woody Allen, 82 anni, potrebbe avere girato il suo ultimo film.
Un’opinione.

Grammys, non solo canzonette

29 gen

Pensavo stasera alla povera scimmia di Gabbani, per dire di quello che sta attorno ad una canzone.
Questa edizione dei Grammys sembra in onda da Marte, al confronto. Non solo canzonette.
Mio figlio mi ha introdotto a Kendrick Lamar e a Compton, California, anni fa.  Con lui inizio fragoroso. Ciao Bob Dylan.
Poi arrivano mondi diversi, piu’ vecchio stile. Despacito, che sembra l’anti #MeToo. E Tony Bennett, 91 anni, che accenna a New York New York. Siamo al Madison Square Garden e sulla CBS. Con tanta, tanta pubblicità “in between”.
Poi ad un certo punto è andato in onda un filmato. Artisti presenti in sala che leggevano qualche riga di un libro, non a caso. E alla fine lei. In una serata in cui Dreamers e donne per Time’s Up hanno piu’ volte trasformato questi Grammys in un manifesto.

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FOLLOWERS, l’industria, il business. E noi

28 gen

Consigliato. Da leggere soli o social.

MOSAIC. Le sliding doors della nuova serie di Soderbergh su HBO si sono chiuse

28 gen

Ho visto tutte le puntate dell’atteso MOSAIC di Steven Soderbergh, lanciato come primo progetto di serie interattiva con app. dedicata. Avevo cominciato con il download dell’applicazione tempo fa ed ero cosi’ stato introdotto sull’iPhone al primo video della catena a cui sono collegati gli altri. Otto ore di filmati, “indizi” vari per scegliere un punto di vista e sei puntate andate in onda (una al giorno da lunedi 22 febbraio ) su HBO. Agli stessi attori (tra cui la vittima, Sharon Stone) non sarebbe stato comunicato altro che la loro parte.

Soderbergh prova da sempre a scardinare il modo di produzione del cinema e la televisione, annunciando novità e forme espressive “rivoluzionarie” (ha usato tra i primi i droni, la Go Pro, le macchine digitali) che poi si rivelano aggiustamenti piu’ deboli di quello che sembravano.
Il 23 marzo sara’ pubblico un suo film horror girato con gli iPhones. Ma se devo ricordare una sola cosa del complesso dell’opera di Soderbergh tornerei ai suoi esordi, quando a 26 anni vinse a Cannes con Sex,Lies and Videotape. Nella sua poliedrica attività (regista ma anche montatore, operatore, direttore della fotografia, autore) Soderbergh ha fatto quasi tutto quello che aveva in testa di fare (compreso l’annuncio del suo ritiro, seguito dal rientro).
Ora rimaneva, forse, solo lasciare a noi l’orientamento della trama di una serie costruita sull’indagine di un omicidio, A Park City, sede del Sundance Film Festival. Non cambia lo scheletro (inizio e fine) ma possiamo arrivarci attraverso strade investigative diverse con l’applicazione che apre porte, una dopo l’altra. In televisione invece ovviamente tutto lineare, senza possibilità di interferenze. Su una piattaforma simile o uguale a Mosaic, Soderbergh avrebbe idea di lanciare altri progetti.
Ma com’è allora questa miniserie ? Quello che chiamiamo il director’s cut (senza l’intervento delle applicazioni) mi è sembrato una cosa con echi di una storia gia’ vista (Twin Peaks ?). Il mistero, in televisione, non appare tale anche se agli stessi attori (tra cui la vittima, una bravissima Sharon Stone) non sarebbe stato comunicato altro che la loro parte.
Comunque girato (da Soderbergh stesso, con pseudonimo) e montato da lezione di cinema. Piani sequenza alternati alla camera picchiata dall’alto e dal basso o ferma, con il grandangolo. Tutto per dare in maniera esemplare l’illusione della realta’, quasi del documentario.

Pare di capire pero’ che tutta la costruzione dell’applicazione, lo storyboard intrecciato, siano il centro dell’operazione e la versione televisiva per HBO la periferia ad uso dei telespettatori passivi, vecchio stile. E che quest’ultima sia stata forse realizzata per raccogliere fondi, per sviluppare la piattaforma. I due progetti non si incrociano e, alla fine, i due percorsi paralleli sembrano vivere vite proprie.
Soderbergh è uno bravo ad esporre idee, a venderle. Basta sentirlo parlare in questo video con cui chiudo il post. Forse valeva la pena rimanere sul telefono e giocare con l’applicazione. Quando questa si scioglie dentro la vecchia televisione, diventa una cosa “elegante” ma meno interessante di Sliding Doors, il film del 1998. Venti anni fa.

PS La meraviglia, come spesso accade, è che c’è chi pensa esattamente il contrario. Che la versione lineare tv sia un capolavoro e l’applicazione il corollario. Credo che Soderbergh preferisca si dica che l’app. funziona alla grande.

Martedi 30 gennaio il primo discorso sullo Stato dell’Unione di Trump. A seguire pornostar da Jimmy Kimmel

27 gen

Nel 2016, al secondo dibattito con Hillary Clinton, Trump si fece accompagnare da quattro donne che sostenevano di essere state in passato molestate da Bill Clinton.
Martedi 30 gennaio Trump reciterà il suo primo discorso sulla Stato dell’Unione.
A seguire Jimmy Kimmel ha annunciato con un tweet che ospiterà nel suo talk show su ABC la pornostar nota con il nome di Stormy Daniels. The Wall Street Journal ha rivelato due settimane fa che l’attrice sarebbe stata pagata per il suo silenzio un mese prima delle elezioni.
Cosi’ guardero’ sia Trump che Jimmy Kimmel. Per non farmi mancare niente.

Molestie sul luogo di lavoro. La serie di video e la campagna in tv e nei taxi

26 gen

Parte oggi una campagna contro le molestie sessuali sul luogo di lavoro. Ecco i video. Uno dei producers è David Schwimmer di Friends. Li vedremo in televisione, su Amazon e i taxi di New York.

Donne e uomini di Hollywood. La fotografia di Vanity Fair

26 gen

L’annuale copertina di Vanity Fair deve essere stato un puzzle non semplice da mettere insieme. Per le ragioni che conosciamo.

WACO, la miniserie del nuovo canale Paramount. Deludente. Peccato

26 gen

La storia è un buco nelle maglie larghe della giovane America. Conosciamo quasi tutto di Waco.
L’assedio del governo federale (con carri armati) di 51 giorni, nel 1993, alla setta armata di Koresh nel Texas si concluse con 75 morti (bambini compresi).
La ribellione a Washington e l’orgoglio nazionale, una dialettica che corre dentro le vene di questo paese. Nel caso di Waco, la formazione di una comunità che decide di vivere con regole proprie si intreccio’ a letture bibliche fondamentaliste, al culto della personalità (il leader David Koresh).
Tanto materiale per una attesa mini serie in sei puntate sul nuovo canale Paramount che ha preso il posto del vecchio Spike. Sotto l’ombrello di Viacom, cambia obiettivi il network di canali ((BET, Comedy Central, MTV, Nickelodeon, Nick Jr.e ora Paramount).
Anche un cast importante, con il protagonista (Taylor Kitsch) che oltre dieci anni fa era in Friday Night Lights, una delle cinque serie tv piu’ belle di sempre. Prima che si parlasse (solo) di serie tv.
Buon ascolto ma non ci siamo. Televisione scritta male e girata peggio, d’accordo con VICE.
Sembra di tornare alla televisione antica, che non conosceva le sottotrame, che raccontava come in una soap quotidiana, senza sviluppare nessuno dei caratteri, farceli conoscere, capire. Meglio tornare ai libri su Waco. Nell’epoca in cui diciamo fino alla noia che le serie tv sono la nuova letteratura.

E l’Oscar va a…Weinstein

23 gen

Ufficiali le Oscar nominations.
Come si diceva
e come scrive The New York Times, scelte segnate dal caso Weinstein e seguenti. In un anno non strepitoso.

La segreteria della Casa Bianca

22 gen

Senza parole. Il messaggio sembra un parto di  Saturday Night Live.

I sopravvalutati e l’elefante nella stanza dei SAG AWARDS

22 gen

Sono oltre 160mila gli iscritti alla Screen Actors Guild‐American Federation of Television and Radio Artists (SAG-AFTRA) il sindacato che mette insieme gli attori, i giornalisti, i professionisti che si occupano di cinema, televisione, radio in America. Dal 1995, a Hollywood, premiano con i SAG Awards i migliori del loro settore, con una cerimonia, messa in onda da TNT, che segue i Golden Globes e precede gli Academy Awards (Oscar).
I Golden Globes hanno onorato la carriera di Oprah. I SAG Awards quella di Morgan Freeman, 80 anni. L’attore che ha un cognome che è un viaggio dal Niger, Africa, dei suoi antenati al Tennessee dove è nato, al Mississippi dove ha messo radici.

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I film dello scorso anno non mi sono sembrati memorabili. Ho detto di Lady Bird ma vale anche per lo straincensato Tre Manifesti a Ebbing, Missouri. Finalmente ho letto un paio di giorni fa una riflessione sul New York Times meno allineata di altre. Nel pezzo il film viene paragonato alla serie American Vandal perche’ “il genere” sarebbe simile, quello della parodia del racconto criminale ma nei Tre Manifesti si sarebbero depositati un simbolismo, una lettura indirettamente politica e/o “emotiva”, che non troviamo in American Vandal, prodotto che non scala queste vette e rimane piu’ autenticamente nel perimetro delle sue premesse. Frances McDormand è grande. Ma io, per sempre, sto con Meryl Streep (The Post).
Stessa storia per la televisione dove ha raccolto un paio di premi (Nicole Kidman e Alexander Skarsgard) Big Little Lies. C’è tanto di meglio. Come ad esempio The Crown. Che (applausi) ha vinto con Claire Foy (la regina Elisabetta) il premio per migliore attrice in una serie drammatica tv.

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Chiunque è salito sul palco ha evocato l’elefante nella stanza. Aziz Ansari, per esempio,  con una nomination è stato presente alla serata in fotografia. Recentemente accusato di molestie, dopo aver vinto ai Golden Globes.
Quello passato è stato per Hollywood e dintorni un anno segnato dal caso Weinstein e gli altri a seguire. Weinstein ha vinto l’Oscar (miglior film nel 1998, Shakespeare in Love) prima di essere espulso nel 2017 dall’Academy. La sua ombra pesa su questa stagione di premi. E probabilmente orienta le scelte.

Lo spot di John Malkovich per la semifinale del football

21 gen

Sto guardando sulla CBS la prima delle due semifinali del football (Super Bowl domenica 4 febbraio) e improvvisamente è apparso il teaser di John Malkovich.

Chi guarda la politica in TV, in America. Pensionati

21 gen

L’eta’ media di chi guarda la politica in America sui canali cable all news (CNN, FoxNews, MSNBC) credo sia simile a quella dei telespettatori italiani.
I piu’ giovani guardano la CNN (60 anni). Per gli altri due canali, 65 anni.

È tornato Bill Maher (HBO). Con Michael Wolff, una nuova storia in Trumpland

20 gen

Partita la nuova stagione del talk di Bill Maher. In onda ogni venerdì sera su HBO.
E cosi nel monologo iniziale “…Trump è l’unico ad avere pagato una pornostar per tenere la bocca chiusa…”. Ma è nell’intervista iniziale a Michael Wolff, l’autore del recente libro sulla Casa Bianca di Trump, che facciamo nuove scoperte sul presidente. Consiglio la visione.

Philip Roth dice cosa pensa di Trump e #MeToo. Tutto gia’ scritto

20 gen

A 85 anni Philip Roth mantiene la sua promessa di non scrivere piu’.
L’intervista è sul supplemento libri del New York Times di domenica.

La prima volta di Sorkin regista. MOLLY’S GAME

18 gen

“La differenza tra la scrittura per la televisione e quella per il cinema è il tempo”.
Per un film -dice Aaron Sorkin- puoi prenderti il tempo che ti serve. Le serie tv sono una catena di montaggio e non puoi (The West Wing e The Newsroom, suoi parti meravigliosi).
Dopo avere scritto A Few Good Men, The Social Network, Moneyball e Steve Jobs, Sorkin ha deciso di dirigere per la prima volta, a 57 anni, una sua sceneggiatura, con Molly’s Game.
Sorkin ha parlato piu’ volte della sua dipendenza da droghe varie. Per dieci anni ha pensato di non potere scrivere senza farne a meno. Da diciotto anni e’ pulito e dice che scrive meglio. Cosi’ tanto per ricordarci che un pezzo di biografia di chi sta dietro a quello che vediamo, leggiamo entra sempre anche nei materiali che ci sembrano meno permeabili. In Molly’s Game c’è questo (droghe) e tanto altro.
La storia vera di una campionessa di sci che interrompe la carriera per un grave incidente e si trova ad organizzare tavoli di poker in stanze di alberghi con attori noti, miliardari meno noti e mafia russa nota per niente.

C’è tanta roba sul tavolo come sempre con Sorkin, non solo i soldi. E a lui interessa raccontarci cosa c’è dietro, sotto quel tavolo. Il backstage, questo è il nodo della sua scrittura. A volte, come in Molly’s Game, esondante ma talmente ricca di citazioni, rimandi, osservazioni, che esci frastornato dai 140 minuti di proiezione. “Overscripted”, scritto anche troppo, viene da dire.
La narrazione in prima persona riempie ogni secondo di vuoto ed il cinema è fatto anche di vuoti (piu’ della televisione, almeno quella vecchia). Ma il bello di Sorkin sta nella costruzione dei caratteri ed in questo caso non solo quello di Molly ma tutto il coro che la circonda nel film. Dal padre (Kevin Costner) al killer mafioso. Vale la pena riascoltare una conversazione tra lo stesso Sorkin e David Brooks e i sette “comandamenti” che ne escono. In sintesi, lasciate che i personaggi vivano una vita loro, anche se siete voi a determinarla. E non scambiate la vita reale con la costruzione drammatica. Cosa facile a dirsi.
Infatti su questa sottile linea corre la scrittura che poi regge.
Parole destinate a rimanere sono quelle di uno dei giocatori del giro di Molly (Michael Cera) che ci sembrava il buono (“I don’t like playing poker,”- dice a Molly – “I like destroying lives”). Mi piace distruggere vite, ragazzi.
Non c’è solo il “sorkinismo” ormai di maniera. Le riflessioni a voce alta, deambulando. Ci sono dialoghi serrati e i monologhi si inzeppano soprattutto nella seconda parte, quando hai finito di chiederti se il film c’è o no.

Essendo il film tratto da una storia realmente accaduta gli spoilers sono accademia di scrittura. Infatti, dopo la visione, magari trovi che l’avvocato (Idris Elba) di Molly (Jessica Chastain) è costruito extralarge. O che il finale…
Appunto, alla fine, ecco l’altra frase memorabile del film. Il padre di Molly, psicologo, dice alla figlia :” Ti faro’ tre anni di terapia in tre minuti”. Un sogno per tutti noi.

Ringalluzziti da The Post

16 gen

Arriva in Italia The Post e leggi che un pezzo di stampa italiana pensa che la corporazione sia improvvisamente parte dello stesso mondo (che per inciso non è una corporazione).
Vale, in senso lato, quella citazione che uccise il povero Dan Quayle. “You are no Jack Kennedy”.

American dream

16 gen

Scene da una deportazione. Da Detroit.
Padre, 39 anni, arrivato a dieci anni, senza documenti,. Portato dai genitori, dal Messico.
Due figli e moglie con cittadinanza americana.
Succedeva anche prima di Trump. Meno l’ultimo anno di Obama alla Casa Bianca.

Steve Bannon – Bill Murray

15 gen

Steve Bannon-Bill Murray a 4.15.
La coppia Mika-Joe conduce il TG-Talk con cui mi sveglio la mattina.

Il re nudo

14 gen

L’uomo piu’ ricco del mondo stava per i fatti suoi. Ora esce allo scoperto. 

Greta Gerwig, il backstage

14 gen

Detto piu’ volte. La piu’ brava (e bella).
Greta Gerwig stavolta non si vede perche’ dirige Lady Bird e non recita.
Nel backstage pero’ si .

Barba e calzini bianchi, Letterman. Con Obama su Netflix

12 gen

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Letterman, 70 anni, torna a fare quello che sa fare, quello che mancava a lui e a noi. Una conversazione leggera, a tratti ingenua, piena di grazia. In tempi in cui alla Casa Bianca volano parole da bar sport. Eufemismo per dire da puzzoni.
Primo ospite del ciclo di otto puntate su Netflix è Barack Obama. Il titolo della serie ci palesa che gli invitati sul nudo palco del City College di New York non hanno bisogno di presentazione (My Next Guest Needs No Introduction). Da George Clooney a JAY-Z, a Tina Fey a Malala Yousafzai.

Obama irrita quando racconta della sua vita da ex inquilino della nominata Casa Bianca e ora inquilino di una casa acquistata nello stesso quartiere. Nove stanze da letto e otto bagni e mezzo, che va benissimo, figuriamoci. Ma allora caro Barack non dire “I am fighting with Michelle for closet space” ( litigo con Michelle per lo spazio negli armadi). Qua casca l’elite che ha aperto la strada all’innominabile ( non una menzione a Trump nell’ora di dialogo ). L’innominabile si vanta della sua ricchezza anche oltre la realta’ ( come disse l’autentico plurimiliardario Bloomberg). Sara’ cafone ma non ipocrita.
Per il resto tutto molto piacevole. Si parla dei rispettivi figli. Quello avuto in eta’ avanzata da Letterman e le due ragazze di Obama. Si parla della madre anticonformista di Barack.
Si parla anche di un’America che è al centro dell’intreccio tra globalizzazione e tecnologia, che puo’ determinare futura perdita di posti e occasioni di lavoro. Di crescita dell’ineguaglianza e dei costi crescenti della sanità e dell’istruzione.

Alla fine un piccolo miracolo che vi consiglio di non perdere assolutamente.
Letterman è notoriamente non-politico. Non interessato alla politica come la intendiamo noi nei talk shows.
Obama fa una semplice domanda che e’ questa. Non siamo stati fortunati noi nella vita ad avere successo?
Letterman, commosso, risponde che quando aveva l’eta’ per capire e sarebbe dovuto andare in Alabama a lottare per i diritti civili degli afroamericani si imbarco’ con i suoi amici di universita’ su una crociera diretta alle Bahamas, dove era consentito ubriacarsi anche ai minori di 21 anni. Ci fa capire cosi’ che era un fesso e che e’ stato fortunato.
I due si abbracciano. Letterman dice che lui, Obama, è il primo presidente che sinceramente ammira.
Ci sembra di riconoscere una ragione intima in quella lievitazione della barba bianca di David Letterman.