Il Sessantotto museificato

22 ott

Sono entrato nel bel palazzo della Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea ( Gnam ) a Roma, accolto dalla frase di Gilles Deleuze “lo abbiamo sempre saputo che sarebbe finita male”.
La citazione è contenuta in uno dei pochi cartelli che trovi nella mostra sul Sessantotto, aperta un anno prima dell’anniversario dei 50 anni che scatenerà “fiumi di parole”. Dei negazionisti e di quelli che pensavano “che mai più i maschi avrebbero messo la cravatta…” ( Tonino De Bernardi ).

La piccola mostra è poco didascalica, non spiegata, non accompagnata ( nel senso che ho dovuto chiedere più volte al personale del museo dove fosse la seconda sala, in assenza di indicazioni ).
Ho cercato un catalogo e ho acquistato quello che c’era. Un giornalone simile al contemporaneo Quindici, con firme di leaders dei movimenti di allora, critici, curatori, giornalisti.
C’è chi scrive che non c’è 68 senza il 69 e chi invece dice che non c’è 68 senza il 62-63. Letture più o meno operaiste che ti chiedi, nella prima parte, cosa c’entrino con quello che è appeso alle pareti o poggiato a terra. Nella seconda parte del giornalone entrano i critici e quasi quasi rimpiangi i primi.
E allora forse capisci perché questa sia una mostra cosi’ minimalista e poco storicizzata. Ma allora avrei evitato pure il giornalone in cui ognuno racconta il suo Sessantotto.
Io in quell’anno ero al liceo, a Milano. Conservo una comunicazione del preside ai miei genitori. Arte povera, direi.

img_0678

Abbonatevi al New York Times

22 ott

Tra una settimana torno a New York.
Sei mesi in Italia. Sto finendo di montare l’ultimo lavoro e poi lascio Roma Nord, dove sono nato. L’unica Roma che conosco. E riconosco immutata, dai tempi delle elementari.
Come sempre oggi ho cominciato la lettura dei quotidiani alle cinque della mattina. Come sempre, dal New York Times. Il più bel giornale al mondo.
Non credete alle stronzate di chi dice “che non è più quello di una volta”. È meglio di una volta. E la domenica è un rito, imperdibile.
C’è un lungo pezzo su Bill O’Reilly, quello che era il numero uno per ascolti della televisione cable news. Cacciato come il suo presidente per molestie sessuali. Poi l’industria chimica che avvelena, gli esteri come si facevano una volta, Nicki Minaj, Claes Oldenburg.
E tutti i supplementi. Sono appassionato di quello immobiliare ( le case che non potrò mai comprare ) quello dei viaggi ( oggi un lungo articolo su Matera ) quello dei libri ( più potabile di Robinson e La Lettura ) quello locale di New York e quello dei matrimoni ( con le biografie delle coppie ). Anche la rubrica delle vite di chi scompare, fondamentale.
Fatevi l’abbonamento digitale. Per riaccendere il piacere di sfogliare un quotidiano vero. E anche per vedere dove copiano i giornali italiani.

Dieci anni con le Kardashian. Come siamo cambiati, noi

21 ott

Megyn Kelly , fresca di NBC, intervista le Kardashian nel decimo anniversario del loro imperversare in televisione ( più di due milioni di views in un giorno ).
E poi nei social, nella mutazione antropologica di tutti noi. Anche di quelli che le schifano.

La politica che ride di se stessa. In America

21 ott

All’annuale evento, cena di beneficenza della Al Smith Foundation, quest’anno il battutista è stato Paul Ryan, repubblicano, cattolico, Speaker della House of Representatives. Preso di mira Trump.
Come da tradizione, in America, chi fa politica si fa scrivere battute da autori televisivi. Imparate fregnoni.

Via libera ai droni per le breaking news della CNN. DAJE

21 ott

La televisione dronizzata è tra noi. Come il Far West. Le news nell’alto dei cieli.
La soglia tra uso e abuso è superata.

Finalmente sapremo chi e quanti siamo a guardare cose su Netflix. Forse

19 ott

The New York Times ci ha raccontato che la Nielsen sta provando a misurare gli ascolti di Netflix, negli Stati Uniti.
Importante perche’ poco o nulla sappiamo ancora del pubblico delle televisioni parallele, Amazon, Hulu, Netflix, ecc. Loro sanno molto di noi.
Grande curiosita’.

Papa Francesco e le parole. Un programma televisivo

18 ott

img_0617
img_0618

Il cardinale Gianfranco Ravasi ha fatto televisione. E continua a farla, su TV2000.
Ravasi ha detto in una recente intervista che la parola in video “è più forte dell’immagine”, nei programmi religiosi.
Io dovrei curare le immagini per mestiere. Ho sempre pero’ fatto più attenzione ai contenuti, cosi’ probabilmente trovando alibi per fare distrattamente le due cose.
In casa, lascio spesso accesa la televisione senza guardarla. Come fosse la radio. Le parole mi inseguono ma le puoi silenziare. Questa operazione la faccio ormai di default nei talk shows politici.
Nel caso del Padre Nostro, il programma a cui sto finendo di lavorare con Don Marco Pozza, le parole pesano. Anche se non ho gli strumenti per dire quanto.
Sono cresciuto diversamente da Marco, entrato in seminario a dieci anni e sei mesi. Ho anche un’eta’ diversa, avendo incontrato il Sessantotto all’inizio del ginnasio.
Ho conosciuto Marco nel carcere di Padova, un anno e mezzo fa. Allora abbiamo raccolto storie di detenuti. Alcuni con fine pena mai.
In questo spazio di tempo relativamente breve molte cose sono cambiate nella vita della dozzina di uomini con cui abbiamo parlato allora. Trasferiti, liberati. Per dire solo delle detenzioni.

L’idea di Paolo Ruffini ( messa sulla terra da Paola Buonomini, producer ) di fare un programma televisivo, declinando il Padre Nostro in storie, mi ha fatto incontrare di nuovo Marco a cui è arrivata la telefonata di Papa Francesco che, informato del viaggio in corso, ha invitato il giovane sacerdote teologo ad una conversazione sulla preghiera. Cosa che abbiamo fatto, agli inizi di agosto.
La difficolta’ è stata quella di provare a fare televisione partendo da parole cosi’ note e svuotate nella loro ritualita’.
Quella di raccontare storie è, come sempre, una possibile soluzione. Forse l’unica.
Ci sono le parole del Papa e ci sono le storie degli “sconosciuti” che si sommano a quelle dei più noti ( Silvia Avallone, Erri De Luca, Maria Grazia Cucinotta, Simone Moro e Tamara Lunger, Carlo Petrini, Flavio Insinna, Umberto Galimberti, Pif ). Tante parole. Fotografate dal migliore sulla piazza a Roma, Vasile Caplescu. E montate da uno che ci capisce, Alessandro Muzi.
Nove puntate da 50 minuti. Su Tv2000, dal 25 ottobre. Ogni mercoledì alle 21.

Comici USA su Weinstein. Non tutti

16 ott

Chi si aspettava che i talk shows dei comici saltassero su Weinstein è rimasto interdetto.
Alcuni si. Ma non tutti. Subito.

Quando si parla di giornalismo

15 ott

Non leggo storie come questa sulla stampa italiana.
Sette mesi per costruirla. Sul New York Times di oggi. Per capire l’America. Senza opinioni a capocchia.

Televisioni di stato, mica tanto

14 ott

Il presidente americano, Donald Trump, ha minacciato la NBC di toglierle la concessione.
La NBC è uno dei quattro grandi networks americani. Network segnica che oltre 200 televisioni locali hanno firmato un contratto che consente di rimbalzare telegiornali nazionali e programmi generati centralmente dalla stessa NBC.
La proprietà della NBC è privata, prima della General Electric, ora di Comcast, grande provider che cura la messa in onda.
NBC, CBS, ABC, FOX sono percepite dai telespettatori come le reti che sono nei primi sette numeri dei nostri telecomandi. Dove cominciano le differenze sono in quel piccolo mondo delle televisioni all news che sono figlie di un dio minore. Ad esempio MSNBC è molto diversa da Fox News. La prima è la voce degli elettori democratici, la seconda di quelli repubblicani, in sintesi. Voci non seguitissime perche’ nel prime time portano a casa un milione di followers ( come diremmo oggi ) e molto meno nel day time. Hanno pero’ un’eco superiore al loro peso specifico nell’industria della pubblicità, che tiene in piedi le televisioni, tutte.

Le televisioni generaliste non vivono una grande fase, per i motivi ormai stranoti ( la fuga dalla televisione in tempo reale e la crescita di alternative, da Netflix, Amazon, ecc ).
La televisione si è spalmata su piattaforme complesse da seguire anche se la Nielsen ci prova per rassicurare gli inserzionisti. Ma arrancano anche le vendite dei format e dei programmi chiavi in mano.
Sono arrivati in soccorso i nuovi mercati ma si è perso forse definitivamente un primato che ha fatto per decenni della televisione americana e della televisione in generale un sinonimo.

Il trend sembra inarrestabile. Un’accelerazione è arrivata con la presidenza Trump.
I networks americani hanno conservato a lungo la loro centralità perche’ sono state “servizio pubblico” molto più della nostra che ha perso per strada, non da oggi, reputazione, responsabilita’. Non c’entra solo la lottizzazione da noi. Anzi potrebbe essere il male ( antico ) minore.
L’informazione, le inchieste sono state dagli inizi la vocazione del “servizio pubblico” americano. Prodotte da proprietà private. E non penso solo allo storico 60 Minutes.
Ora Trump ha messo in crisi questa autorevolezza.
Se il capo dell’informazione della NBC è costretto ad intervenire ( sulla questione ignorata delle molestie sessuali ) e se alla Fox News, per le stesse ragioni, sono stati sconvolti i palinsesti dalla cacciata di conduttori storici questa non è questione secondaria.
Trump affonda il coltello in una torta che si sta sciogliendo. Non importa che lui stesso sia credibile solo per una parte del paese. Un attacco di questa portata è senza precedenti. E’ accaduto in passato ma ora le televisioni generaliste perdono progressivamente fedeli e sono vulnerabili. La messa del tg delle 18.30 è meno ascoltata nelle case degli americani.
La perdita di autorevolezza non è questione da poco. Se passa la percezione che i grandi networks sono schierati come le loro all news il paese perde una bussola fondamentale. La crisi di questa centralità ha generato ipervalutazioni di nuove imprese come Vice ( solo per citarne una ). Senza dire di Facebook.
Non è un caso la crescita delle fake news in questo quadro.

La polvere cacciata sotto il divano dei produttori puo’ essere, in televisione, un’occasione per fare pulizia, ripartire. Occorrerebbe una profonda mutazione, non una passata di aspirapolvere. E leggere bene il filo che lega tutto.

Gomorre, Suburre eccetera

9 ott

Serie italiane crescono.
Sto su Suburra ( Netflix ) puntata sesta.
Intanto, ignorantello come sono, sono rimasto sorpreso dalla validità del mio abbonamento familiare americano che mi permette di entrare dovunque mi trovo. Direte “bella scoperta”…ma non c’ero arrivato.
Una coproduzione con dentro Rai Cinema. Per Netflix. E questa è la notizia.
Nella notte tra sabato e domenica ci ho dato dentro, con Suburra. Ho cominciato scettico. Mi sembrava ci fosse la regia ma, come sempre ( o spesso ) nelle produzioni italiane, non ci fosse la scrittura.
Personaggi, caratteri tagliati con l’accetta. I cattivi sempre e solo “cattivi”.
Una citta’, Roma, governata e abitata da criminali o aspiranti tali. Sodoma e Gomorra, appunto. Notturni, pioggia.
Poi, andando avanti, l’assessore e il figlio del poliziotto che nascono “buoni” li scopriamo vulnerabili.
Ma anche in questi casi la scrittura è manichea, ovvia.
Penso a The Wire ( cinque stagioni su HBO dal 2002 ) modello ineguagliato di “mani sulla città”. La complessità di tutti i protagonisti della serie americana è materia da scuole di scrittura.
Il modello poi, alla fine, è la realtà. David Simon di The Wire veniva dalla cronaca quotidiana di Baltimora. E quella ha raccontato.
Recentemente nel carcere minorile di Nisida ho parlato con un ragazzo di quelli che riempiono romanzi e ora serie tv. Bastava ascoltarlo. La sceneggiatura è scritta.
Arrivero’ velocemente alla fine delle dieci puntate. Fatte cosi’, pero’, le dimentichero’ pure rapidamente.

La stanza del figlio

7 ott

Ho cominciato a vedere La stanza del figlio su La7.
Dopo la morte di Andrea, il figlio, ho chiuso la televisione.
Sono andato a vedere l’anno in cui il film ( bello ) fu fatto. Il 2001. Credevo fosse più antico.
Nanni Moretti che telefona con i gettoni, le macchine.
Ricordo che allora lo vidi, fino alla fine. Oggi non ce l’ho fatta.

Prossimamente

6 ott

Indovina chi viene a cena.

padre-nostro-banner

Quel bravo figlio di Putin

6 ott

Oliver Stone ha girato bei film, a tesi, semplici, potenti.
È stato pluripremiato ( Oscar, Golden Globe, ecc. ).
Poi ha deciso di riscrivere la storia degli Stati Uniti. Con l’aiuto di un professore universitario. Showtime, la pay tv della CBS, la televisione ( privata ) di Homeland è anche quella di Stone.
La storia americana in dieci puntate è ora un libro e su Netflix. Con derive complottiste per chi apprezza queste tesi che tirano anche dalle nostre parti.
Nella storia secondo Stone sono entrati poi ritratti-interviste a Fidel Castro e Chavez. E Putin.
Imbarazzante nell’intervista l’attacco a Hillary Clinton di Stone mentre è in corso l‘inchiesta americana sulle interferenze russe nelle recenti elezioni a favore di Trump.
Nelle presentazioni della stampa italiana ho letto del “liberal” Stone. Boh , il termine non ha più significato, soprattutto se attribuito ad uno come Stone.

Questa intervista è andata in onda in Russia nel principale canale di stato. Per dire che probabilmente non è risultata sgradita. Da noi, la prima parte, su Rai Tre. Con un discreto ascolto, visti i tempi (con oltre  il 4% in prima serata oggi si  salva la pelle ).
Sul New York Times ho letto chi ha scritto ( sintetizzo ) che è una boiata. Il Guardian invece ha applaudito.
Per me è andata come con Fidel Castro. Si vede che Stone è preso da incantamento dei dittatori. E che intervistare non è il suo mestiere. Bella invece, sempre, la forma.
Ho letto, sempre in Italia, di “un corpo a corpo” tra Stone e Putin. Forse nel senso che si sono voluti tanto bene.

 

Caro virgola

5 ott

Alec Baldwin-Trump è tornato

1 ott

Il Trump di Alec Baldwin su Saturday Night Live. La nuova stagione è partita.

Gazebo c’è

30 set

A me piaceva il riassunto quotidiano della giornata filtrato da Gazebo.
Quella su Rai Tre era la collocazione perfetta per chi evita le infinite prime serate italiane. Il cancro della televisione. Ma Gazebo visto ieri sera c’è, ancora. Anche se ha cambiato nome. E canale.
Io farei una striscia anche solo per l’online, oltre alla prima serata. Cosi’ la corrispondenza di amorosi sensi con la rete sarebbe chiusa.

Gli applausi anche alle domande

29 set

Ieri parlavo con un mio amico di questa storia degli applausi nei talk shows italiani.
Scatenati credo dagli assistenti di studio per “riscaldare l’ambiente”.
“Gli applausi anche alle domande”, mi ha detto.
Quello che manca sono gli ascolti. Ma su questo, silenzio.

La nuova stagione tv fuori dalla tv

28 set

Televisioni crescono. I grandi networks sono attaccati da Netflix e soci e sembrano elefanti che vanno a morire dove sono nati. Le idee sono sempre più fuori.

Lo sport fa girare l’ America

26 set

Quando si dice “la politica non deve entrare nello sport” si ripete una storica scemenza.
C’è una lunga storia in America di atleti di colore che hanno protestato, dimostrato, detto la loro in tempi di grandi conflitti, domestici e fuori dai confini del paese. Meno da noi perché per trovare la ferita della schiavitù bisogna scavare con più impegno nel passato remoto.
Si certo nel calcio ci sono stati i due opposti Paoli ( Solier e Di Canio ) ed ex transumati sui banchi del Parlamento. Dimentico sicuramente tanti ma non mi sembra che la storia patria sia stata segnata da questi passaggi.

È ormai noto quello che sta accadendo in America con Trump che ha dato dei “figli di puttana” a quei giocatori di football che non mettono la mano sul cuore e non stanno diritti in piedi nel corso dell’esecuzione dell’inno che precede ogni evento sportivo nel paese. Inno che risuona continuamente, come se ogni partita fosse una sfida tra squadre nazionali. La bandiera a stelle e strisce onnipresente. Non solo come da noi ( rieccoci ) se vinciamo il Mundial.
Non è questione da poco, anche parlando di televisione. Infatti Trump ha detto che gli ascolti del football sono in discesa, come fosse un dato su cui si giocano le sorti del paese. In realta’ almeno le fortune delle televisioni generaliste che hanno i contratti di esclusiva e quelle dei canali sportivi dipendono in buona parte dalla platea che guarda in tempo reale gli incontri. È  l’arma principale contro Netflix, Amazon e quelli che ci vendono la televisione all’ora che vogliamo noi.
LeBron James ( 32.8 milioni di followers su Instagram, 38.6 milioni su Twitter ) ha risposto a Trump. Prima chiamandolo bum ( barbone ) e non nominandolo poi ma difendendo il diritto ad inginocchiarsi per protesta degli atleti nei tre minuti in cui negli stadi viene eseguito l’inno nazionale. E’ seguito un diluvio su Twitter.
La protesta divenuta virale ha coinvolto anche presidenti e proprietari delle squadre di football, grandi elettori ed elemosinieri di Trump.
Jerry Jones, “padrone” della squadra più ricca al mondo in ogni sport, i Dallas Cowboys, si è inginocchiato con i suoi giocatori, in maggioranza di pelle nera. Si giocava in trasferta ed il pubblico dell’Arizona ha fischiato, in maggioranza.
Alejandro Villanueva invece, reduce medagliato dall’Afghanistan, giocatore dei Pittsburgh Steelers, è uscito dallo spogliatoio in cui era rimasta la sua squadra per protesta e si è messo la mano sul cuore. Il giorno dopo la vendita della sua maglia è esplosa.

Questa storia non è destinata ad evaporare in un tweet. L’America che ha votato Trump ha trovato finalmente un terreno di gioco in cui riconoscersi. Non è casuale questo attacco del presidente che sposta le promesse elettorali non mantenute su inno e bandiera.  I tifosi del circuito automobilistico Nascar, popolare nel sud e nell’America di mezzo, sono sicuramente schierati con Trump. Come probabilmente anche la maggioranza degli stessi appassionati di football.
La NBA, la lega del basket, è un’altra cosa. I suoi giocatori più celebri fanno opinione, fanno mercato.
Non molleranno l’osso Trump. La loro rischia di essere la vera opposizione a Trump. Almeno sui social. Che, probabilmente, è quello che voleva l’inquilino della Casa Bianca.
Trump è pericoloso e tante altre cose. Ma non un idiota.

Steve Martin, il concerto da camera

25 set

Contro i concertoni, eccone uno da camera.
Con Steve Martin. Ma tutti quelli di NPR ( la radio ) sono piccole perle.

.

Critica di Fazio su Rai 1

24 set

Il secondo bottone della giacca (striminzita ) non si allaccia.
Sulla trasmissione nulla da dire. Sempre quella.

È tutta fuori onda, la televisione

24 set

La televisione rubata ha fatto la fortuna di tanti programmi televisivi.
Dai fuori onda alle telecamere nascoste, declinazioni di inchieste e scherzi.
Recentemente il caso Insinna ha riportato il fuori onda in onda.
Succede tutti i giorni e non solo da noi.
La politica in genere ha usato massicciamente nelle ultime campagne elettorali americane i fuori onda e i furti di parole registrate. I social media li hanno amplificati fino a farli diventare la norma. Se ci sono grandi fratelli che entrano nella nostra posta e nelle nostre conversazioni allora tutto sembra lecito.
Non è ( solo ) una questione legale di liberatorie di immagini e parole.
È in corso una mutazione del nostro rapporto con il mezzo televisivo, per stare solo a questo. Non solo della fruizione.
Ora la televisione come era una volta la vediamo nelle serie fuori dall’elettrodomestico o dentro ma non in tempo reale. Quell’altra, su cui ragionano gli ingegneri dei palinsesti, ha perso non solo ascolti.
Ma, cosa più letale, ha perso autorevolezza.

FianoTV

22 set

Torno ieri sera a casa alle 11 e trovo Fiano (PD ) in TV.
Accendo stamattina Rai Tre e ritrovo Fiano.
Sara’ andato a dormire ?
Esco con questo angoscioso dilemma in testa.
Fiano insultato per le sue radici. Radici familiari, per me. E quindi diritto di replica.
Stamattina si parlava di riforma elettorale. Quindi il pane quotidiano di Fiano.
Se torno stasera e me lo ritrovo seduto in televisione, pero’, urlo.

Gli applausi nei talk shows

19 set

Vorrei un referendum sugli applausi nei talk shows.
Veramente il referendum lo vorrei sui talk shows politici in prima serata, in genere.
Ma lotto per un obiettivo minimo. No agli applausi in studio. Una specialità made in Italy.
Applausi per chiunque e la qualunque. Fate giudicare a noi, a casa.
E voi, pubblico in studio, rimanete pure a casa.
Succede, il miracolo, negli speciali di Mentana. Allora è possibile. Si capisce perfino cosa dicono i dialoganti.

Lorenzo è un uomo libero. Guardate la sua storia andata in onda un anno fa

18 set

Un paio di settimane fa sono andato a cena a Padova con Lorenzo, uomo liberato. E redattore di Ristretti Orizzonti, il giornale compilato dai detenuti del carcere, ideato da Ornella Favero. La donna che ai detenuti nelle nostre prigioni ha dedicato la vita.
C’era anche Paola, organizzatrice inseparabile, alla cena. E Don Marco, cappellano del carcere. Insieme abbiamo lavorato al documentario in due puntate su storie di detenuti andato in onda un anno fa su TV2000.
Le parole di allora di Lorenzo, oggi, suonano alla fine quasi profetiche.
E’ accaduto l’impensabile.

Emmy Awards. Vince lo streaming. E poi Trump

18 set

Si aspettavano Netflix e Amazon ma il premio più importante è andato ad Hulu.
Comunque uno streaming service, uscito dalla televisione, consumabile sulle nuove tv ma soprattutto su computers, telefoni, ecc.
Il palazzo d’Inverno è caduto, la rivoluzione ha vinto. Mai tanti tv shows nella storia, fuori e dentro la tv. Come ha detto Colbert nella introduzione, ci vorrebbero diverse vite per vederli tutti.
La tv generalista è morta, almeno in America.
Resiste con Trump e lotta insieme a Saturday Night Live e a tutti i programmi satirici-comici che hanno fatto il pieno di premi.
Il racconto della realta’ si e’ fatto più’ complesso, come gli aggeggi su cui fruirla. Evviva Rai Replay.
La lezione americana è questa. Naturalmente si puo’ tranquillamente continuare a non leggerla. E vomitare NoemiTV e talk shows.

Da oggi, il Vietnam

17 set

Ken Burns è una specie di documentarista di stato, In America.
I suoi lavori sono messi in onda dalla PBS, la televisione “pubblica”.
Ci ha raccontato il paese, ora esce. E ci racconta la guerra americana con cui siamo cresciuti in tanti.

Il Capitale, umano. In televisione

16 set

Visto Mafia Capitale su Rai Tre e oggi lette tre critiche sul Foglio, Corriere, Repubblica.
Come salire, in ascensore, dalla cantina all’attico, con vista. Dalla boiata all’imperdibile.
Inutile dire a che piano sto io. La storia va oltre questa miniserie.
Tutto si riduce a “se ti piace questo modo di raccontare la criminalità”.

Forse c’entra poco ma recentemente sono stato a girare nel carcere minorile di Nisida. Nemmeno tanto minorile perche’ ora ci sono giovani detenuti che arrivano fino ai 25 anni.
Un operatore del luogo mi diceva che i ragazzi dei clan, ospiti nella struttura, ripetono frasi della serie Gomorra, come versetti della Bibbia per un credente. E che per alcuni di loro si potrebbe aprire la possibilità di fare gli attori in una prossima serie tv.
E’ quello che abbiamo letto, da Baudrillard in poi. Ma anche abbiamo imparato con i reality shows. Piu’ o meno farlocchi. Che la realta’ è quella che mette in scena la televisione. Anche se sono fake news.

NoemiTV

15 set

Stagione tv ripartita. Ascolti sotto le medie. Meno il caso Noemi.
Via Poma, Cogne, Yara, ecc, ci risiamo. Inquietanti dettagli e ricostruzioni fiction.
Non è televisione del dolore. È televisione imbarazzante.