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Thanksgiving. No hate

23 nov

L’amico coreano del deli sotto casa è la salvezza. Aperto 24 ore, 365 giorni all’anno.
Oggi, per Thankgiving, ha messo un cartello sulla vetrina. Non c’è spazio per chi odia in questo posto.

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Thanksgiving. Here is the pie

22 nov

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Da Martina, Sugar Sketch.

Stasera Carlo Petrini

22 nov

Alle 21.05 su TV2000, Padre Nostro.

Mad Men americani. Sintesi

22 nov

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Non mi sembra che in Italia ci sia la percezione di quello che sta accadendo negli Stati Uniti a proposito delle molestie sessuali.  Sembra materia per battute, per ascolti televisivi.
In America è in corso un passaggio storico, epocale, rivoluzionario. Chiamatelo come vi pare.
Hollywood è stata solo la partenza. Anzi la ripartenza.
La storia, per stare solo a quella contemporanea (nel senso che riguarda persone in vita) è stata messa sulla funzione rewind ed è tornata a Bill Clinton. Un grave errore averlo difeso, ha detto una senatrice democratica e altre hanno seguito. Saltando la collezione di presidenti non indenni si è arrivati a Trump. Nel suo caso la risposta è che la giuria popolare dell’elettorato lo avrebbe assolto.
La stessa cosa non era accaduta per due stelle nascenti del partito democratico. Uno ora in carcere (Anthony Weiner) e l’altro (Eliot Spitzer) tornato a fare l’immobiliarista.  Casi diversi dalle molestie di cui si parla in questi giorni ma utili a capire il quadro in cui comunque è maturata “l’assoluzione di massa” di Trump.

Il caso Weinstein (l’unico che ad oggi rischierebbe una incriminazione) ha scatenato il diluvio.
Su Washington, televisione e stampa. Quello che si vede, che emerge. Sotto la superficie del mare un sondaggio ci ha detto che una donna su cinque ha subito molestie sul posto di lavoro.
Quello che si apre (e qua piovono le infelici battutone) è il grado di separazione delle molestie.
Un senatore democratico, Al Franken, è messo sullo stesso piano di un aspirante al seggio di senatore in Alabama, Roy Moore, accusato da nove donne di pedofilia.
E’ crollato il confine tra le gli inviti, le proposte, le molestie generiche e le mani addosso.

Ci siamo svegliati con alcune delle serie televisive preferite (Mad Men, House of cards, Transparent) coinvolte. Da VICE ad Amazon, managers sotto accusa, anche nella nuova televisione.
Tra i vecchi networks la strage ha colpito chi stava più in alto. Molto prima a FoxNews, il CEO, creatore del miracolo degli ascolti tra gli elettori repubblicani, lo scomparso Roger Ailes e il numero uno dei conduttori di talk shows Bill O’Reilly. Poi in questi giorni la caduta degli dei riguarda Charlie Rose, colonna del giornalismo liberal (60 Minutes, TG del mattino CBS, PBS, Bloomberg) appena licenziato da tutti i networks. Le due coconduttrici del TG talk in onda con Rose non avevano parole. E nella stessa sera una delle due, Gayle King, è andata da Colbert. Stessa rete, CBS.
Due giornalisti all’apice della carriera, Mark Halperin (Time, MSNBC, Showtime) e Glenn Thrush del New York Times sono pure in stand by a casa per numerose accuse di molestie. Giganti dell’informazione e chi li denuncia non sono donne “morte di fama”, che ho sentito cosi’ elegantemente etichettare in un talk show italiano.

La lista è lunga. Lasciamo perdere anziani, celebri attori e registi che spuntano fuori ogni giorno, accusati da donne. E certo anche gay.
L’impressione è che siamo solo al primo capitolo di una narrazione lunga, complessa che sta cambiando se non noi, il nostro stile di vita. Per alcuni di quelli coinvolti in questa rivoluzione non stupisce il loro stupore. La velocità con cui avvengono i cambiamenti in America è la ragione del suo primato in tanti campi. Difficile da capire non solo per chi vive nell’antica Roma (ci sono nato e non toccatemi Roma nord…).
Axios, l’organizzazione di news, ci ha detto che presto arriveranno notizie dalla Silicon Valley.
Il nodo è il potere, dovunque esercitato. E la sua connessione con il denaro. Che ha sempre goduto di una rappresentazione iconografica unilaterale.
Nel 2014 Obama si chiedeva perche’ non ci fossero donne raffigurate sulla carta moneta corrente, i dollari. Poi finalmente una donna è arrivata.
Non è un avvenimento secondario. Soldi e potere sono maschili. E la modalità più diretta di esercizio di questa “supremazia” è quella raccontata, non incidentalmente, dalle stesse serie televisive citate, da Mad Men a House of Cards.
(Continua).

Seth Meyers per i Golden Globes. Il migliore di quelli della sera

21 nov

Vedremo come se la cavera’ con le molestie sessuali. E chi sara’ rimasto in sala ad ascoltarlo, il 7 gennaio.

Sufjan Stevens per Thanksgiving

21 nov

Regalo per questi giorni di festa.

Transparent, dopo House of Cards. Amazon, dopo Netflix

21 nov

Puo’ continuare Transparent dopo l’uscita di Jeffrey Tambor-Maura?
La serie è stata per Amazon quello che è stata House of Cards per Netflix.
La televisione dell’altrove è caduta nella rivoluzione molestie.
Come e se continueranno le due serie si vedrà.
Nel corso della pulizia di cui parlavo nel post precedente ho trovato la rituale classifica di Entertainment Weekly a proposito delle serie migliori nel 2014. Transparent al primo posto.

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Ieri oggi domani

20 nov

Sto facendo la periodica pulizia di montagne di carta, buttando annate del New York magazine. Attivita’ serale.
Sfoglio, prima dell’abbandono, mentre in televisione recupero serie.
Un numero della rivista del 2014 conteneva fotografie di donne che sono state al centro del mensile Playboy. Le conigliette. Suona quasi strano oggi.
Sei di loro, dai 59 agli 82 anni, si fecero fotografare di nuovo per il New York magazine.
Su Salon scrissero tre anni fa che un servizio cosi’ arrivava perfetto per quei giorni.

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Il problema con i Simpsons. Un documentario in tv spiega che il politicamente scorretto è oggi solo uno stereotipo

20 nov

Un documentario contro i Simpsons? Contro un carattere, un personaggio dei Simpsons? Lesa maesta’.
In tempi in cui la fiction deve fare salti mortali per stare dietro alla realta’, non riuscendo più ad anticiparla, prefigurarla, arriva la distruzione del mito Simpsons. A partire da Apu, l’indiano-americano del cartone animato televisivo.
Se ne è occupato un documentario andato in onda su truTV e lungamente atteso.
L’autore è uno stand up comedian di origine indiana, Hari Kondabolu, che fa la storia del trattamento televisivo riservato ai suoi connazionali approdati in America. L’accusa è pesante. Razzismo.

I Simpsons hanno fatto strage di stereotipi negli anni ( stagione numero 29 in corso ) e su questo hanno fondato un impero globale.
Oggi pero’ stanno cambiando molte cose. Quello che faceva ridere prima rischia di far ridere di meno. Il politicamente scorretto rischia lo stereotipo perché è arrivato Trump e non solo.
Gli indiani-americani nella Silicon Valley parlano sempre di meno con l’accento di Apu, nei Simpsons.
E cosi Hari , nato a New York da immigrati dal”India, racconta il suo viaggio alla caccia dell’attore bianco che da la voce ad Apu. Una specie di Michael Moore alla caccia del capo della General Motors, come ricorda NPR..
L’attore, obiettivo dell’inseguimento di Hari , aveva dichiarato di essersi ispirato a Peter Sellers.
Un autore, nel passato, dei Simpsons dice che quello che fa ridere va sempre bene.
Per gli autori, attori, di origine indiane chiamati da Hari a dire loro, non va sempre bene. Dicono che per tutti gli altri arrivati in America con un passaporto diverso esiste una rappresentazione più complessa. Noi, ad esempio, siamo i mafiosi ma poi siamo anche “gli artisti, i cuochi,ecc”. Gli indiani in televisione sono sempre quelli dell’alimentari, del deli sotto casa, aperto 24 ore.

In una lunga intervista a Variety, Hari spiega le ragioni della sua guerra ai Simpsons.
Apu, l’indiano dei Simpsons, non è trattato con lo stesso amore con cui i comici ebrei da sempre prendono in giro se stessi e i loro familiari.
Ma il punto è soprattutto un altro. La satira funziona se azzanna il potere e non chi non ce l’ha. Altrimenti è stereotipo.
E cosi’ funziona pure con gli ascolti, come dimostra l’ultima stagione di Saturday Night Live.
I tempi cambiano. Cari Simpsons invecchiate anche voi. Non solo io, noi.

La metropolitana di New York. Disastro

19 nov

A New York si cammina molto (è la cosa più bella della citta’) e si prende la metropolitana.
Possedere una macchina a Manhattan è un lusso, inutile.
La subway è una galleria interclassista di tipi umani in movimento con pochi uguali al mondo.
Il costo è 2.75 a corsa. Presto, si dice, salira’ a tre dollari.
Il problema è che non funziona più come una volta. Ieri ho trovato la stazione sotto casa chiusa e, quando sono riuscito a salire su un treno, le fermate nelle gallerie sono state ammorbanti.
The New York Times racconta oggi le ragioni del disastro.

Stand by

18 nov

Pausa weekend nel girone molestie, in tv.
Stamattina ero a Dumbo, Brooklyn. Coppia con ponte.
Ieri lettura di Modern Love, sul New York Times. Ehi, si parlava di amore.

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Dal Guatemala, attraverso il Messico, negli Stati Uniti

18 nov

Silvia e gli altri. Il documentario.

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Ma che bello PROPAGANDA LIVE

18 nov

Mi piace. Troppo romano, romanesco, romanocentrico ?
Si, vabbe’. Pero’ sta dentro più di tutti quello che accade nel paese.
Senza rissa. Con una grazia d’altri tempi. Anche quando rimastica i tweets.

I gradi di separazione

17 nov

Nella notte in cui tutte le vacche sono nere le televisioni fanno una macedonia di stupri, inviti a cena, assalti a minorenni, barzellette.
Il telegiornale-talk di MSNBC ( dura tre ore, dalle 6 alle 9) questa mattina arriva alla riforma delle tasse approvata ieri dal Congresso alle 7.18. Un’ora e diciotto minuti dopo avere parlato delle molestie di vario grado che saltano fuori quotidianamente. Adesso meno Hollywood e più Capitol Hill, Washington, la politica.
La riforma delle tasse passata ieri al Congresso, solo all’inizio del suo iter legislativo, sarebbe il primo atto importante dell’amministrazione Trump, a parte i tweets. Comunque la si giudichi. Ma finisce macinata dal frullino degli scandali in salsa sesso.
E’ chiaro a tutti che il centro di gravita’ degli ascolti televisivi è andato in questa direzione e vedo che i talk shows italiani respirano anche per questo.

Quella che comincia a venire fuori, anche se a fatica, è una lettura storicizzata del capitolo molestie e assalti alle donne. Meno i gradi di separazione tra loro.
Oggi una autorevole senatrice democratica (comunemente definita clintoniana) Kirsten Gillibrand dice che Bill Clinton avrebbe dovuto dimettersi dopo il caso Monica Lewinsky.
Oggi si dice che lo stesso Trump non sarebbe più eletto, dopo le storie di molestie venute fuori in campagna elettorale.
Non so, passato solo un anno ma certo è partita una rivoluzione paragonabile a quella degli anni Sessanta. Coinvolge tutti noi.
Un test importante in America sono le elezioni in Alabama del 12 dicembre per un seggio da senatore vacante. Il candidato repubblicano avrebbe vinto in quello stato a mani basse se non fossero saltate fuori nove donne (allora in gran parte minorenni) a dire che più di trenta anni fa furono molestate dallo stesso candidato Roy Moore. Il partito repubblicano dello stato non ha abbandonato Moore.
Oggi, per la prima volta, ci sono sondaggi che danno l’avversario democratico, fino a ieri spacciato, in vantaggio. Vediamo se “la rivoluzione” continua nei seggi.

Ragioniamo anche sui contesti diversi. Gli Stati Uniti non sono l’Italia. E l’Inghilterra un’altra storia ancora, dove lo scandalo è stato immediatamente politico.
Tutto è partito ora dal produttore americano Weinstein. Poi i gradi di separazione (stupro, violenze fuori discussione) e gli oceani sono saltati. Forse è giusto cosi. Che conti solo il punto di vista delle donne. Che teste mozzate volino nelle piazze.
Dovrebbe pero’ fare una differenza (tra gli uomini) chi parla, ricorda e chiede pubblicamente scusa e chi non lo fa. Altrimenti siamo all’ergastolo. E io sarei per abolirlo.

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“Il mio amico Louis C.K.”

17 nov

 

Uomini e donne

16 nov

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Stamattina ho visto per la prima volta l’inizio (alle nove) del nuovo day time della NBC con Megyn Kelly.
Kelly è stata il volto di FoxNews . Ha lasciato la televisione di Rupert Murdoch dopo avere denunciato una cultura di molestie sessuali nel network ( il presidente e il più importante conduttore della stessa costretti alle dimissioni).
Oggi è partita con denunce per simili faccende nel Congresso americano. Salta fuori che numerose cause sono state messe a tacere con il denaro (pratica comune in America) negli ultimi dieci anni.
Questo accade mentre i cittadini dell’Alabama stano per andare alle urne (12 dicembre) per scegliere un loro senatore e riempire il seggio lasciato vacante dal senatore Sessions (ora procuratore generale) nell’amministrazione Trump. Seggio fondamentale per la manutenzione della maggioranza repubblicana al Senato.
Il settantenne Roy Moore repubblicano è accusato da una mezza dozzina di donne di averle molestate quando erano adolescenti. Roy Moore continua ad essere in testa nei sondaggi ma sara’ interessante vedere come si comporteranno i suoi compagni di partito se sara’ eletto.
Vedere quanto questo vento che sta soffiando per mutare una cultura sedimentata sara’ capace di penetrare nelle finestre di Washington.
Intanto, scoppia il caso Al Franken, una volta comico nel Saturday Night Live e ora senatore democratico.
La notizia che ci voleva “per equilibrare le molestie”. Allegria.

Oggi leggiamo poi che, non differentemente da parecchi altri luoghi di lavoro, anche a VICE si sarebbe respirata un’aria “tossica” per alcune donne che lavorano in un dipartimento dell’organizzazione di news.
VICE, quella che abbiamo visto crescere in alternativa ai vecchi networks. Sempre uomini.

La mostra dove non entri a New York

15 nov

Per entrare, ce la fai pure. Ma devi essere disposto a fare qualche ora di fila.
In giro per gallerie a New York, mi sono per ora arreso. Fanno entrare due o tre alla volta.
Una volta dentro, ecco le mille bollicine.
Fuori millennials tossici di Instagram. Dentro lei, 88 anni.

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Mozzarella di bufala

15 nov

Su FoxNews, la televisione megafono trumpista, un giornalista smantella il Russiagate clintoniano.
Stamattina i telegiornali rimbalzano il pezzo, che avrebbe fatto infuriare gli utenti della stessa FoxNews.
L’altro Russiagate, quello che ha investito l’ultimo ciclo elettorale, indagato alla radice.

I primi 50 anni di Jimmy Kimmel. Buon compleanno

15 nov

Jimmy Kimmel ha appena compiuto 50 anni.
Cosi’ è stato festeggiato.

Il calcio per gli emigranti

14 nov

Ieri ho assistito alla tragedia nazionale sul divano di casa, com mio figlio ventenne.
FoxSport, in diretta, alle 14.30 del pomeriggio. Con il solito telecronista che segue la Premier League e conosce benissimo il calcio europeo. Ogni volta mi stupisce per conoscenza di dati, statistiche, passioni degli americani. Non ha fatto altro che chiedersi per 90 minuti perche’ Insigne non fosse in campo. Ma questo riguarda chi ci capisce.
Mio figlio deluso meno di me. Da tempo lo sport più seguito in casa è il basket.
Io pensavo al peso del calcio per quella che è l’altra Italia fuori dall’Italia. I 60 milioni fuori, più o meno quanti dentro. Almeno cosi’ si dice. Io non mi metto tra gli emigranti. Privilegiato.

Il calcio è malattia contratta da bambino, presa da mio padre tifoso tifoso alle lacrime della Roma e andata in un’altra inspiegabile direzione, la squadra di Firenze. Abituato alla sofferenza.
Ma il calcio per chi vive fuori dall’Italia è molto altro. Andrebbe raccontato. Fuori dalla solita narrazione dei bar dei tifosi. Il calcio per chi sta fuori è l’Italia. È identita’ allo stato puro, è la pelle sopra la pelle.
Forse da ieri meno. Le nuove, seconde, terze generazioni non coltivano piu’ questo legame.
Anche gli Stati Uniti sono stati fatti fuori dal mondiale. Eppure qua il calcio si sostiene sia lo sport più praticato nelle scuole, anche grazie all’onda latina.
La globalizzazione e il calcio. C’è materia per una bella riflessione.

Una critica al film invisibile di Louis C.K.

13 nov

L’annuncio è arrivato e ora sappiamo che forse non vedremo il film di Louis C.K., già passato per festivals.
The New York Times si chiede tra le righe quello che ci chiediamo in tanti, ammettendo di avere apprezzato ad una prima visione la pellicola, con ovvie evocazioni di Woody Allen, non solo per il bianco e nero.
Come separare le opere dai comportamenti di chi le ha realizzate.
Oggi, alla luce di quello che è venuto fuori, la lettura dell’opera (quasi un’autobiografia) cambia.
Aggiungerei. Bruciamo libri? Distruggiamo opere d’arte realizzate da pedofili ed esposte nei musei? E che fare dei social ?

Numeri che raccontano due paesi. Il sabato sera la televisione in America non conta

12 nov

Guardavo oggi la platea di Rai Uno e Canale 5 del sabato ( Tu si que vales e Tale e quale show ). Nulla o poco è cambiato negli anni. Il varieta’ del sabato sera ancora somma numeri incredibili.
In America è la serata a perdere per i pubblicitari che si rianimano solo all’avvivcinarsi della mezzanotte con Saturday Night Live. Che pure ormai fa più ascolto su DVR (registrato) o fuori tempo reale (su telefono,computer). Anche il venerdì americano, pur in ripresa, non è serata televisiva che incolla al divano.
La domenica sera rimane quella dello scontro delle serie con la platea più larga. E poi restano quattro giorni per la guerra degli ascolti, tradizionalmente divisi in sport, comedy, reality, serie.
Negli anni la frammentazione in generi “day by day” è andata scomparendo, con la crescita della visione differita.
Puo’ darsi pure che non ci sia poi una gran differenza tra i due paesi, almeno televisivamente (poche metropoli, ascolto frantumato in borghi, piccole citta’ e “nel nulla”). Certo che in America i telespettatori del sabato sera non fanno un interessante bacino tv. Fanno antropologia geriatrica.

I LOVE YOU AMERICA. Sarah Silverman, il nuovo inno. A casa dell’America trumpista

11 nov

Sarah Silverman ha un nuovo show su Hulu. Piattaforma on demand, come Netflix, Amazon. Quindi si paga per vederla. Allora non rimane che raccontarla. A cominciare dall’inno-sigla.
Ieri sera era ospite da Bill Maher, su HBO (c’era anche Michael Moore, tra gli altri).
L’idea di Sarah è di fare un viaggio nell’America “rurale, bianca, armata, evangelica, ecc” che in tanti ci hanno raccontato nell’ultimo anno. Sempre nella stessa maniera. I dimenticati che hanno reclamato visibilità attraverso il miliardario populista. Ormai una minestra che conosciamo. L’America profonda, dimenticata negli anni di Obama. L’America che ha paura e fa paura.
Sarah è entrata in queste case e ha scoperto che, ad esempio, in molti hanno ottenuto per la prima volta l’assistenza sanitaria grazie all’Affordable Care Act (la riforma sanitaria di Obama, detta Obamacare).
Gli stessi che odiano Obama possono ora curarsi grazie a lui.
Dentro questa contraddizione stanno lavorando i democratici e i primi risultati si sono visti nelle elezioni di martedì scorso in Virginia, New Jersey e tanti piccoli centri. Il voto femminile è stato decisivo.
Il racconto a puntate della comica Sarah Silverman ci fa capire più cose di tante cose lette negli ultimi mesi.

Louis C.K. , pure lui

10 nov

Oggi si dice che in tanti sapevano e nello stesso tempo ci si chiede cosa rimarrà del suo lavoro, per chi lo ha tanto apprezzato. La stessa domanda se la fanno molti con Kevin Spacey, E Dustin Hoffman e altri.
Annullate le apparizioni di Louis C.K. nei talk shows che dovevano lanciare il suo film in uscita.
E’ corretto dividere le opere dai comportamenti di chi li ha realizzati?
Sono andato a rivedere Louis C.K. ospite da Jon Stewart, di cinque anni fa. Quel video, oggi,  fa impressione.
Si parla di violenza sulle donne. Louis C.K. rivendica il diritto di scherzare su tutto. Anche sull’olocausto. Jon Stewart gli dice, ridendo, che non gli piace come Louis “sta evolvendo come essere umano”.

E all’una di notte indovina chi arriva ?

9 nov

Hillary Clinton si è materializzata da Seth Meyers stasera (il mio preferito tra i conduttori di talk shows notturni).
Hillary, non la creatura che più amo al mondo, proprio brava.

La campagna per chiudere i telefoni. Almeno a cena

9 nov

Stasera vanno in onda su vari canali questi spot. Campagna per far tacere i telefoni.
Magari anche dopo cena.

Thank you for voting

8 nov

Ho votato per il sindaco di New York.
Strana questa cosa che puoi votare in due paesi, avendo due passaporti. Forse, dico una cazzata, dovresti votare solo in quello in cui paghi le tasse.
Poca gente al mio solito seggio. Martedì, in America. Un giorno in cui si lavora.
Le file di Trump contro Hillary, un lontano ricordo.
Come allora ho scelto per esclusione, per abitudine. Hillary e Bill de Blasio.
Avrei voluto altro allora e oggi un altro non c’era.
Nel seggio a New York una signora che mi ha consegnato la scheda diceva a tutti “Thank you for voting”, con un gran sorriso. Mi ha colpito, non ci siamo abituati.

Piu’ importanti delle scontate elezioni di New York erano quelle in Virginia e New Jersey, dove si è scelto il governatore. Le televisioni all news in “breaking news mode” dalla mattina, con gli spot dei candidati che hanno continuato ad andare mentre si votava. E con il contaminuti fisso che correva all’indietro, ben visibile, ansiogeno solo a guardarlo, tarato sulla chiusura dei seggi.
Nelle elezioni presidenziali del 2016 Hillary vinse sia in Virginia (l’unico stato del sud perso da Trump) che in New Jersey.
In New Jersey il governatore uscente è quel Chris Christie che provo’ nelle primarie a battere Trump per poi trasformarsi in un suo consigliere, poco apprezzato alla fine. La candidata repubblicana, Kim Guadagno, non è riuscita ad emanciparsi dall’abbraccio mortale di Christie.
In Virginia il candidato repubblicano  era stato descritto come perfetto simbolo della trasformazione del partito. Dai Bush ai nuovi populisti. Lobbista vecchio stile e poi trumpista. Trump ha subito twittato, dopo la sconfitta, prendendo le distanze dal suo compagno di partito. 

Beh, come è andata? I democratici hanno vinto le sfide vinte in partenza. New York e New Jersey, con l’ex Goldman Sachs Murphy. E hanno vinto la sfida più incerta, quella in Virginia. Trump ha subito elegantemente twittato, dopo la sconfitta, prendendo le distanze dal suo compagno di partito. 
Il candidato democratico in Virginia, Northam già vice governatore, si era battuto per togliere dalle piazze tutte le statue e i monumenti dei sudisti-schiavisti. Si era scritto che questo lo avrebbe penalizzato.
Dopo tanto parlare degli operai bianchi per Trump, stasera si dice che sono stati decisivi i bianchi laureati e le donne. Si scava dentro la demografia di due contee fondamentali della Virginia del nord. Dai, che parte una lettura diversa da quella che ci ha ammorbato negli ultimi dodici mesi.
In Virginia c’era anche un duello di cui si parlerà molto. Un repubblicano che si definiva ”omofobo in capo” contro una democratica transgender, che diventa la prima eletta in una assemblea statale in America. E’ storia, ragazzi.
Thank you for voting.

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Se contassero solo quelli dai 18 ai 49 anni che guardano la TV. Come in America

7 nov

Dentro una bella intervista del New York Magazine a Jimmy Kimmel (uno dei tenutari dei talk shows notturni sulle tv generaliste ) è contenuto un riferimento agli ascolti in cui si da per scontato che gli unici che contano sono quelli della classe demografica 18-49 anni. Da queste parti è nozione comune anche se si ricorda spesso che la classe dei baby boomers ha un potere d’acquisto diverso dai nostri padri, nonni.
Anche i primi dati per Netflix apparsi lo scorso anno a proposito del successo della serie Stranger Things avevano detto parecchio delle preferenze del segmento di eta’ tra i 18 e i 49 anni. La conferma è arrivata da poco. Quasi quattro quinti dell’intera platea iniziale di Stranger Things e’ attribuita a chi  ha più di 18 anni e meno di 49. Che supera quella del re degli ascolti, Walking Dead.
I giovanissimi, dai 12 ai 24 anni, hanno abbandonato la tv in una misura straordinaria ( 40% negli ultimi due anni ) in America. L’unico segmento demografico che cresce nell’ascolto televisivo è quello dai 65 anni a salire.
L’onda dei “negazionisti televisivi” rischia di sommergere l’industria che si dice stia vivendo la sua eta’ d’oro. A differenza del cinema.
Arginare lo tsunami con la pubblicità del solo numeretto medio dell’ascolto (il giorno dopo la messa in onda) è una comprensibile necessita’ per chi lavora in televisione. Ma il re è nudo. Contiamo quelli che contano.

MEET THE PRESS, da 70 anni la domenica mattina politica. Il cinquantunesimo stato

5 nov

John Kennedy ha detto che “Meet the Press è il cinquantunesimo stato americano”.
Oggi la trasmissione ha festeggiato i 70 ( Settanta !!! ) anni di vita televisiva.
Ci sono passati capi di stato di tutto il mondo.
MTP ha inventato la domenica mattina della politica. Ha inventato un pezzo fondamentale di quella che è oggi la televisione. Politica non gridata. Per capire.

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Si vota anche a New York

4 nov

Martedi vado a votare. Si sceglie il sindaco di New York. Dovrebbe rivincere facile Bill de Blasio.
Nicole Malliokatis, candidata repubblicana, racconta una citta’ cupa. E non sempre più Disneyland, un grande centro commerciale, che contiene tutto e tutti. Soprattutto il futuro. Come sembra a me.
Quello che non si sa è quanti si asterranno. Che non sono solo gli esclusi.
Ci torno sopra.