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Bar sport

7 dic

ESPN plus (abbonamento meno di 10 dollari al mese) ha comprato i diritti del calcio italiano e spagnolo. NBC ha la Premier League inglese e FOX la Bundesliga tedesca. Per il resto del mondo ci sono i canali di lingua spagnola. Orgia di calcio fino alla nausea.
Nelle pause tutti gli altri sport.
Bisogna allora, se sei maniaco come me, studiare una dieta (televisiva e da Internet). Registrare. Distribuire le dosi di droga sportiva nel corso della giornata.
Mi piace da sempre fare colazione al mattino guardando sport. Non solo calcio. Anzi piu’ NBA. E insieme slittare tra i siti sportivi che sono nei preferiti.
Mi piace anche fare gli altri pasti accompagnato da uno dei tanti talk shows di ESPN. Gli unici talk shows che ormai frequento. Sport. Se sono solo. O sono con chi mastica le materie.
Poi per il resto della giornata basta calcio, pallacanestro, hockey, football, tennis.
Fino al prossimo pasto.

Il treno finale

6 dic

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In diretta tv le ultime 70 miglia del ritorno a casa di Bush padre e presidente vengono percorse sulle rotaie.
Ai lati del percorso, il saluto dei cittadini. Celebri in passato i treni per Lincoln e Eisenhower.
Commovente quello di Robert Kennedy. Si fermo’ il paese.

Giurato per un giorno

5 dic

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Avevo rinviato per tre volte. Ero fuori dagli Stati Uniti o dovevo lavorare. Di più non si puo’.
E cosi’ alle 9 del mattino sono entrato nel palazzo incolonnato della Suprema Corte di Giustizia, a due passi dal ponte di Brooklyn. Con me, circa trecento potenziali giurati.

La giuria popolare è il cardine della democrazia americana. Processi civili e penali che vanno sulla carta oltre i sei mesi di pena, meno quelli ai minori, sono fatti come nei film. In un paio di stati, come il Vermont, puoi addirittura chiedere la giuria popolare per una multa. Ma se perdi paghi le spese. In genere dodici giurati (ma dipende dai casi, da sei fino a 23) e il verdetto deve essere unanime. L’entità della pena è poi affare del magistrato.
In moltissimi casi civili la transazione tra le parti è quasi la regola. Il sistema sarebbe ingolfato altrimenti e anche cosi’ non può correre velocissimo ma è una macchina da guerra.

Siamo di tutte le eta’, di tutti i colori di pelle. Mi ha ricordato il giorno del giuramento per la cittadinanza americana. Si parte con un video che racconta in sintesi perché siamo tutti in questo grande doppio auditorio. Il dovere e l’onore di servire il paese, ecc. Una cosa comunque non retorica, concreta, la pasta di cui sono fatti gli americani veri, non tanto io.
Poi inizia l’attesa. C’è il wifi. Chi legge, chi lavora, chi studia, chi dorme.
Una simpatica signora, che dice di fare questo lavoro da oltre trenta anni, ci ricorda che potremmo essere convocati per altri due giorni, fino a quando i sei processi all’ordine del giorno avranno completato le rispettive giurie. Siamo molti di più di quanti servirebbero ma la ragione è che puoi addurre motivi per non svolgere il tuo compito e, se vengono accettati dagli avvocati e dal pubblico ministero, torni nella grande aula delle riserve, dove puoi essere ripescato. E’ una lotteria.
Il mio nome esce due volte. E in tutti e due i casi sono processi per “malpractice” (negligenza medica). Accusati ospedali, chirurghi. I casi vengono spiegati dagli avvocati della difesa e dall’accusa. Ci viene anche detto che un processo sarebbe durato circa sei settimane e un altro cinque.
Mi sono seduto su una delle dodici sedie dei giurati e alla domanda se qualcuno di noi avesse ragioni per non partecipare abbiamo alzato la mano in cinque o sei. Ognuno è stato invitato fuori dall’aula dove è possibile spiegare, riservatamente, eventuali pregiudizi ma anche i motivi per cui un periodo cosi’ lungo di assenza dal lavoro potrebbe essere un problema.
Mi hanno scusato ufficialmente le due volte e a questo punto a fine giornata ho finito e servito il paese. Non dovrei essere convocato ancora per sei anni dallo stato di New York e quattro dal governo federale.
Dai 18 anni in poi capita a tutti nella vita, in America. Un paese in cui il diritto al voto non è avvertito nello stesso modo. Forse questi sono i giorni in cui molti capiscono in che paese sono nati o entrati.
Tra sei settimane mi arrivera’ a casa un assegno di 40 dollari. È la diaria giornaliera per i giurati che non sono pagati dalla società per cui lavorano, che se ha più di dieci dipendenti deve garantire stipendio e servizio alla comunità.
Io, giurato per un giorno. Istruttivo.

Il funerale del partito repubblicano. C’era una volta

4 dic

Sono tornato a casa in tempo per vedere tutte le televisioni ( tutte, generaliste e all news ) in silenzio. La bara di Bush padre, la famiglia, i rappresentanti del Senato e del Congresso.
Raro girare tutti i canali e non sentire una parola per lunghi minuti.
Inevitabili, poi, le voci che si sono aperte sul partito repubblicano oggi.
Trump sara’ presente al funerale di mercoledi e non parlerà.

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CRAZY RICH ASIANS, il successo e il flop. La storia di due citta’

3 dic

Crazy Rich Asians , grande successo in America, sembra non avere incontrato lo stesso esito in Cina.
Troppi stereotipi e probabilmente non solo. Ma anche personaggi credibili. Come la protagonista, professoressa di economia alla NYU di New York, universita’ che conosco bene. Traguardo di tanti ragazzi asiatici. Come tutte le scuole d’America.
Mi è capitato di trovare un gran numero di studenti asiatici in North Carolina, Illinois, Michigan. Gia’ nelle scuole secondarie, in corsa per entrare nelle universita’ americane. Sono ben accolti perche’ pagano l’intera incredibile tuition. Sono un esercito le cui dimensioni non sono note. Le cifre ufficiali sono ampiamente sotto la realta’ (351mila nel 2016-2017)
Poi tornano o decidono di rimanere. E’ l’altra migrazione a cui l’America apre le porte. Non si costruiscono muri, come per i latino americani poveri che provano ad entrare dal Messico. È la storia delle due citta’, ai giorni nostri.
New York è la fotografia perfetta di questa polarità. I ristoranti, i bambini passeggiati dalle tate, in mano ai latinos spesso senza documenti, che vivono nel Bronx, East Harlem, Brooklyn profonda.
Gli asiatici giovani, con le carte di credito dei genitori della Cina comunista, non mettono piede nella vecchia Chinatown e svolazzano nei bar downtown, ricoperti con felpe Supreme o Off-White.
Le Crazy Rich Asians di Singapore divertono in America. Fanno meno ridere in Cina dove il meeting pot tra contadini, operai e nuovi ricchi non è ufficialmente miscelato in salsa ketchup.
Non manca molto.

BABY, la serie di Netflix. Ancora prima di vederla

30 nov

Leggo dell’ accusa, in America, sull’opportunità di realizzare Baby, la serie di Netflix in uscita oggi. Accusa pesante. Quella di promuovere il traffico di prostitute minorenni. Roma, la location. Il fatto di cronaca, noto.
Mi viene in mente Gomorra. Un giorno, nel carcere di Nisida, alcuni ragazzi detenuti scimmiottavano protagonisti della serie. Me ne andai quella sera confuso. Non sull’opportunità di realizzare serie come quella. Sulla difficolta’ di raccontare storie di crimini e di orrori. Tutta la nuova serialita’ americana corre su questa delicata terra di confine. Dai Sopranos, passando per The Wire e Breaking Bad, fino a Narcos. Ed infatti spesso i buoni sono scomparsi o sono cattivi anche loro. I cattivi poi sono spesso, in fondo, bravi figli. E non si tratta piu’ nemmeno del vitale conflitto all’interno dello stesso personaggio.
Uscire fuori dall’uomo ad una dimensione ci ha fatto perdere le dimensioni, il confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Prima ancora della scrittura di una serie e del tracciato delle sottotrame, forse, bisognerebbe chiedersi cosa vogliamo raccontare. Troppo facile dire: la realta’.

L’amica geniale, in America. Critica alle stelle, televisione di nicchia

27 nov

Si è scritto molto sulla traduzione americana dei libri della Ferrante.
L’amica geniale è diventata “My brilliant friend”. Ci ha lavorato Ann Goldstein del New Yorker.
Brilliant vuol dire geniale, con i significati altri che noi attribuiamo ai materiali brillanti, alle operazioni brillanti, ecc. Due milioni di copie vendute negli Stati Uniti.
Su HBO sono andate in onda quattro puntate fino ad oggi (otto in tutto).
La prima volta di una miniserie in originale, completamente sottotitolata.
HBO non è una rete generalista. Non è Rai Uno. Il suo maggiore successo di pubblico è stato il finale di Game of Thrones, oltre 10 milioni e 4.76% nel blocco demografico che conta in America, dai 18 ai 49 anni. Per capirci Boardwalk Empire raccolse su HBO poco piu’ di 2 milioni di telespettatori e lo 0.81% nello stesso blocco. E soprattutto, The Young Pope solo 585mila teleappassionati e lo 0.16%. Pochi intimi, si dice in questi casi.
Poi i numeri crescono, e anche tanto, con le repliche e on demand. E cosi’ HBO rinnova alcune serie perche’ il suo pubblico di nicchia (metropolitano, colto) le pretende e accordi internazionali le facilitano.

Critica alle stelle in America per l’adattamento giudicato fedele ai testi. Io ho letto solo il primo dei quattro e mi sono fermato. Ho ritrovato quasi tutto, alla lettera. Il cast è meraviglioso. La regia di Costanzo ha lavorato ad illuminare quei prodigi di bambine, ragazze. Vincera’ premi.
Le scene e la recitazione teatrali. E la voce narrante onnipresente entra troppo. Credo siano questi i problemi, almeno per me. Messa in fila come una serie, non ha quel passo. Pero’ c’è l’Italia che gli americani riconoscono, con echi di Coppola e Scorsese. Anche senza avere letto.
E c’è, come nei libri, una grande attenzione per il pubblico femminile, una scrittura di genere che credo piacera’ alla platea di Rai Uno (con Costanzo e la Ferrante, hanno sceneggiato Laura Paolucci e Francesco Piccolo).

Su HBO puoi vedere altro, come il breve Meet the cast and the crew, in cui parlano (in inglese) Costanzo, Mieli e Jennifer Schuur, due dei sette produttori esecutivi, con Sorrentino. Sono utili queste frattaglie che una volta si trovavano nei dvd e che dovrebbero sempre andare in onda, alla fine o in anteprima.
Ho letto in una recensione che My Brilliant Friend sarebbe un Sex and the City in salsa napoletana. Io lo prenderei come un gran complimento.

La storia dei bambini migranti separati dai genitori su 60 MINUTES. Sconvolgente

26 nov

Ho visto, su 60 MINUTES, il segmento iniziale di questa domenica.
La storia dei bambini migranti separati dai genitori al confine degli Stati Uniti con il Messico. Dovrebbe essere gia’ storia ma non si hanno notizie certe. Dei 2600 bambini ufficialmente presi in custodia ancora cinque non sarebbero stati riuniti ai genitori.
Alcune separazioni pare avvenissero con la scusa di portare i bambini a fare la doccia. L’avete gia’ sentita questa storia ?

La resistenza (ad Amazon)

25 nov

Leggo della crisi di Gap. Chiuderebbe negozi in tutta America.
Come Abercrombie, roba passata ?
Rimane il lusso e l’ultraeconomico. E’ la sintesi migliore delle difficolta’ della “classe media”.
Lo storico grande magazzino Lord&Taylor sulla Fifth Avenue diventa WeWork da gennaio.
Barnes&Noble, la catena di librerie, a rischio. Sono passato oggi da Union Square. Bella la vetrina con la corona fatta di libri. L’ultimo Natale ?

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PS Leggo ancora che Amazon starebbe pensando di partecipare a gare per diritti dello sport live. Netflix avrebbe rinunciato. Quale pezzo manca alla fine del puzzle ?

Propaganda va

24 nov

Mi piace Propaganda Live su La7. Lo dico da sempre.
Da lontano soprattutto. È un riassunto della settimana divertente e profondo (nei viaggetti infrasettimanali di Diego Bianchi). Si sono inventati qualcosa. Succede raramente in televisione.
Se poi arrivano anche gli ascolti, bene.
E bene anche Crozza. Daje, paese reale.

A quando NARCOS:ITALIA ?

23 nov

Ho finito l’abbuffata di Narcos:Mexico, interrotta solo dal tacchino di Thanksgiving.
Beh, mi è sembrata perfino migliore delle prime tre serie in Colombia. Ad un certo punto Pablo Escobar era ridotto ad una macchietta e questo succede quando prende la mano allo showrunner e al protagonista. Molto bravi, anche troppo.
Felix Gallardo, il boss messicano, è asciutto e di poche parole, il contrario di Escobar. Anche fisicamente sembra il ragioniere della porta accanto. Non ha la panza (in senso lato) di Escobar. E poi il Messico ci è piu’ familiare della Colombia. Ci sembra dolce e vacanziero. Anche se poi ogni tanto si legge di qualche italiano (e tanti americani) che spariscono da quelle parti.
Il lento avvio della nuova serie si trasforma in apocalisse nelle puntate che seguono.
Il cartello di Guadalajara, che negli anni 80 diventa dominante nel trasporto negli Stati Uniti, prima di marijuana e poi di cocaina, è storia. Fatti realmente accaduti e modificati dalla fiction.

Alla fine mi sono chiesto quando arriverà la serie di Narcos in Italia. Sarebbe un botto. E’ vero che abbiamo le Gomorre e le Suburre. Ma manca la grande cornice globale. Il business della droga questo è.
E mancherebbe forse la DEA, l’antidroga americana. Arrivano i nostri, l’elemento fondamentale nelle serie. Ma forse no. Ogni tanto la DEA arresta boss italiani espatriati. E poi ci sarebbero ramificazioni in Spagna e nell’est europeo. Insomma Europa. Lo stesso Gallardo curava le spedizioni nel nostro continente.
Se nel centro di Roma in un giorno solo vengono chiusi 23 ristoranti per affiliazioni camorristico-mafiose e qualche minuto dopo non se ne parla piu’, ti fai domande. Se fioccano condanne di centinaia di anni come in un recente processo e la notizia passa come un temporale, ti fai domande.
Il problema è che le domande in tutti questi anni non si sono tradotte nella individuazione di una pipeline che esca fuori dai confini di Ostia ma anche Padova, ecc.
Manca il racconto degli eroi della riscossa, quella cosa in cui sono bravi gli americani. Se esiste il grande capo del traffico di droga ci sono anche quelli che li combattono. I buoni e i cattivi. Che nelle serie migliori poi si mischiano e i caratteri diventano complessi. Cosi’ non succede che si mitizzino i cattivi, come accade in qualche serie italiana.
Narcos, Italia non è diventata storia. Prima di diventare fiction. A volte siamo passati direttamente alla fiction.

Truismo. Non altruismo.

22 nov

Ho letto stamattina poche righe sull’indotto parolaio scatenato dal rapimento della cooperante in Kenya.
Non sono andato molto oltre. E’ anche Thanksgiving.
Siete mai stati in Kenya ? Non dico a Malindi a Natale. Nella bidonville di Kibera, la piu’ grande dell’Africa. Io ci sono stato. E da quando passo molto tempo in America, nell’America che ci ha dato quello che siamo oggi (Internet) ho visto cose che voi umani solo immaginate. Anche se siete altruisti nelle Scampie d’Italia.
Leggo biografie di chi elenca missioni da cooperante fatte in gioventù. E leggo commenti derivati.
L’idea che la cooperazione sia una parolaccia è un segno dei tempi. E che ci sia bisogno di spiegarne il significato, il senso è roba da pazzi.
Il prossimo anno dovrei tornare per la quarta volta nella casa delle bambine di strada a Calcutta. E poi andare in altre aree del mondo dove opera la cooperazione italiana. Che non ha nulla a che fare con ‘l’altruismo”. Ha a che fare con la nostra identità. Con quello che siamo. E il nostro futuro. Concreto, non ideologico.
I muri fisici sono come quelli che Trump ha promesso di costruire due anni fa, nei comizi. Per ora c’è solo il plastico. I muri virtuali sono perfino peggio.

Tv e paese “reale”

19 nov

Ho letto recentemente che per capire il “paese reale” bisognerebbe cibarsi di “Uomini e donne”, in Italia. C’è, a margine e non tanto fuori tema, un’infinita letteratura su quelli che si fanno di avocado e quinoa e quelli che invece patatine fritte e burgers. Non sono il “paese reale” tutti quanti. Sono pezzi del puzzle. E anche la televisione è solo un altro pezzo del puzzle. Si è ristretta, messa in lavatrice a 90 gradi.

David Brooks sul New York Times ha scritto di un libro che ho appena letto sul lavoro in America. La citazione dal testo, che ha a che fare con la televisione, ci dice che negli anni 70 e 80 le serie tv che vincevano gli Emmys erano tutte su famiglie operaie. Oggi hanno al centro personaggi in carriera che vivono a New York, Los Angeles, Seattle e Boston.
E’ la storia delle ultime elezioni con la vittoria di Trump. La realta’ si è ribellata alla televisione.
Le serie che tanto ci piacciono di Netflix, Amazon, HBO, Showtime non votano nella middle America. Non le guardano nemmeno. Probabilmente.
Ancora nella stagione 1989-90 la sitcom numero uno è stata Roseanne, autentica “blue-collar family”. Lavoratori, operai, proletari chiamateli come volete. Nella scorsa stagione la ABC ha resuscitato la serie con grande successo iniziale e venduta proprio come “l’America di Trump”.
Una timeline delle sitcoms “operaie” include Atlanta. La seconda stagione è una delle cose piu’ belle che ho mai visto in televisione. Atlanta mischia le carte perche’ non è pop e grassa.

Ma allora la televisione racconta o no la realta’ ?
Viviamo in anni che Baudrillard (scusate, era il 1995) ha detto essere caratterizzati da un “eccesso di realta’”. E non c’erano You Tube, Instagram ecc. La realta’ è quella che ognuno si costruisce con il suo palinsesto privato.
Questo dice la sua rappresentazione politica in Italia, come in America.
Poi bisognerebbe parlare di Facebook ecc. che una volta era amico e ora non tanto. Almeno a quella di realta’ non ho mai creduto.

Bezos a SNL

18 nov

Steve Carell , ospite al Saturday Night Live, impersona Jeff Bezos. La spiega della scelta di Amazon a New York.

Che tempo che fa

17 nov

Ho letto titoli di giornali italiani che hanno messo insieme incendi e neve. Non so dei telegiornali che non vedo.
Gli incendi in California sono l’unica cosa di cui si dovrebbe parlare. A proposito di che tempo che fa.
Una tragedia di proporzioni mai viste. Il numero delle vittime cresce ogni giorno, quando i dispersi vengono aggiunti alla lista. L’inferno nel paradiso.
Poi accade che arrivi una spruzzata di neve su Manhattan e diventa una notizia. Neve dissolta in un’ora in citta’ e oggi splende il sole. Fuori, nello stato di New York, è un’altra cosa. Nel midwest un’altra ancora. E’ un grande paese l’America. New York pure.

NARCOS for real

16 nov

A New York si celebra, con difficolta’, il processo a El Chapo e le cifre dei morti sono da guerra civile silente.
Intanto è fuori su Netflix la quarta stagione di Narcos. O, meglio, la prima di Narcos in Messico. Dopo le prime tre in Colombia.
C’era una volta il Messico dolce, languida meta di vacanzieri ed espatriati che ho conosciuto quando sulla spiaggia di Playa del Carmen c’erano solo dieci bungalows e la sera dovevi camminare con una pila per andare a mezz’ora di cammino nell’unico posto dove mangiare una cosa, aperto da un italiano.
Oggi come Rimini. Peggio perche’ pericolosa.
Quel Messico è andato. Tratta degli esseri umani e droga hanno trasformato il paese.
I tacos meglio mangiarli sotto casa.

Il treno di merda

15 nov

La storia si presta ad essere tirata in tante direzioni. L’unica certa è che il treno parti’ da New York e arrivo’ in Alabama.
56 containers di feci prodotte nella citta’ di New York e depositate nel sud degli Stati Uniti.
Il caso era scoppiato nello scorso aprile. Il caso del poop train”, il treno di popo’, per dirla come si usa con i bambini.
Per due mesi il treno staziono’ in una piccola cittadina dell’Alabama, dove secondo la compagnia che aveva l’appalto avrebbe dovuto svuotarsi in una apposita tomba privata dei rifiuti. La lotta degli abitanti della cittadina, mossi dal tanfo, impedi’ lo sbarco del prodotto dei cessi di New York, citta’ che ha leggi che impediscono gli scarichi di queste materie (biosolidi si dice elegantemente) nell’oceano.
Mi sono appassionato alla storia che in televisione ha vissuto in questi giorni un revival in seguito alla notizia della messa in stato di accusa per ragioni “etiche” di un ex lobbista nominato dall’amministrazione Trump responsabile dell’EPA (l’agenzia federale di protezione dell’ambiente) nel sud-est degli Stati Uniti.
Non entro nel merito dell’intricata vicenda e torno sul treno che non ho capito dove sia finito. I containers ammassati erano arrivati ad essere 250.
Ufficialmente i biosolidi della citta’ di New York viaggiano ancora fuori dallo stato. E vanno a concimare terreni, secondo un ciclo per cui poi in qualche modo torniamo ad espellerli.
Mi si è aperto in questi giorni un mondo nuovo, con questa storia del treno.
Non mi ero mai chiesto dove finisse quello che lo sciacquone porta via. Non sapevo che il tutto venisse elaborato da imprese private. E che quindi io lavoro per loro. E per finire l’idea dell’Alabama, uno dei cinque stati stati piu’ poveri d’America (con il 27% di afroamericani) come destinatario finale di una cosa da noi prodotta, a Manhattan.
Intanto sto eliminando con grande dolore, ancora una volta, decine, centinaia di libri per ragioni di spazio. Forse “Treno di panna” di De Carlo (l’unico suo che ho letto) me lo tengo. Cosi’, per non dimenticare.

Factory

12 nov

Factory vuol dire manifattura, fabbrica. La “sottotrama” creativa è stata appiccicata anche fuori contesto.
Quella di Andy Warhol è stata una fabbrica, come ci ha raccontato recentemente The New York Times. Di idee, non necessariamente tutte sue. Idee trasformate in video, fotografie, una rivista, multipli,  non tutte opere realizzate  da Warhol (un genio) stesso. Una strepitosa sintesi di business e arte che oggi vive in repliche che testimoniano di un tempo diverso, come la collaborazione di Takashi Murakami con Virgil Abloh per Vuitton. La centrifuga finisce su Instagram e i giochi sono fatti.

Warhol era Instagram prima di Instagram e la mostra appena aperta al Whitney, la prima grande retrospettiva in 31 anni (Andy Warhol -From A to B and Back Again) specchia questa liquidita’ sospesa tra la memoria e il nostro presente. Giravo per le sale, come sempre incartate benissimo in America, e mi chiedevo perche’  tutto quello che gia’ abbiamo visto migliaia di volte apparisse nuovo o comunque non di un altro secolo. Quello prima di Internet.
Una risposta me la sono data andando alla fine nel negozio affollatissimo della lobby del Whitney. C’era tutto. Oltre al catalogo da 75 dollari. Tutto uguale alle sale della mostra. I multipli, le fotografie e le infinite riproduzioni declinate in oggetti di uso quotidiano che avrebbero potuto uscire dalla stessa factory di Warhol. Si certo, “..nell’epoca della sua riproducibilita’ tecnica” tutto è falso e vero. Tanta roba è fake, ci dice la cronaca politica quotidiana. Non a caso questa settimana vanno all’asta, ricorda sempre The New York Times, molti Warhol. Che non sono mai falsi. Come dei Caravaggio disputati. Forse perche’ lo sono all’origine. E’ questa la meraviglia dell’arte, da Piero Manzoni fino a Banksy . C’è tanta factory.
Critica entusiasta.  Avvolti nella carta da parati ci si perde al Whitney. Anche senza gli acidi che giravano negli anni di Andy.

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Scuse accettate

11 nov

Pete Davidson, uno della squadra di comici di Saturday Night Live, aveva fatto una battuta di quelle che si definiscono non felici su un repubblicano, veterano dell’esercito che ha perso un occhio in missione in Afghanistan .
Ieri sera ho visto la riparazione. I due sono apparsi insieme nella trasmissione nel segmento piu’ divertente della puntata.
Lezioni americane.

I biglietti per Michelle Obama. Boh

11 nov

Sono andato sul sito dell’evento Michelle Obama e la presentazione del suo libro, biografia.
Ho letto che il tour ha luogo in palazzetti dello sport dove di solito si gioca a basket. Arene da circa 20mila posti. E che il costo del biglietto sarebbe di 30 dollari, di cui un terzo destinato ad attivita’ filantropiche locali. Non avevo letto di biglietti a 500, 700 fino a 3mila dollari.
Sono quelli che rimangono per le due date di New York, al Barclays Center di Brooklyn, casa della squadra dei Nets nella NBA.
Questi biglietti rimasti sono per le prime file, comprendono il libro in regalo e per quelli da migliaia di dollari mi sembra di avere capito la possibilità di stringere la mano e fare una foto con la first lady.
Spero di avere cliccato male. Di non avere capito. Di avere un mac impazzito.
Le presentazioni dei libri a pagamento con il libro “in dono” stanno diventando la norma per i famosi.
In questo caso pare salteranno fuori altre famose amiche. Sara’ probabilmente una produzione show. Con video, musica, boh.
Quasi tutto esaurito e quindi sbaglio a stupirmi.
Beh, pero’ poi basta non meravigliarsi sul perche’ ci sia gente che vota Trump.

PS Nella primavera del 2007 ero tra quelli in fila a Union Square da Barnes&Noble. Barack Obama firmava il suo secondo libro. Due, trecento all’evento. Gratuito.

Ma c’è stata l’onda o no ?

9 nov

Ora che la stampa italiana ha fatto i bagagli e nel bel paese le elezioni sono gia’ scomparse si possono cominciare a fare i conti. Che saranno lunghi, a partire dalla solita Florida dove è annunciato che saranno ricontati i voti per un seggio del senato e per il governatore con gran fretta assegnati, secondo costume e storia, ai repubblicani.
Allora “the blue wave”, l’onda a favore dei democratici, si è ufficialmente verificata.
Mai tanti voti popolari dal Watergate. Milioni non quattro gatti.
E la storia continua. Nelle prossime settimane se non piu’ a lungo. Quando ufficialmente sapremo chi ha vinto in alcuni seggi chiave. Intanto il totale complessivo dei votanti alla camera dei rappresentati non è un’opinione.

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307 in 311

9 nov

Quest’anno 307 “mass shootings”. Stragi, cosi’ vengono definite quando muoiono in quattro o piu’.
In 311 giorni. Siamo ad un massacro al giorno. Gli autori in stragrande maggioranza ? Uomini bianchi con passaporto americano.

Dalla Somalia a Washington

8 nov

Rifugiata in Minnesota. Sono 80.000 dalla Somalia. Ilhan Omar. Eletta alla Camera. Musulmana. Americana.
Che meraviglia. Dai che questo paese commuove e stupisce ancora.

Recap

7 nov

La meraviglia di elezioni come queste di midterm (e altre) è leggere, assistere a racconti scopiazzati, enfatizzati, piegati al proprio punto di vista, che ovviamente ho anch’io.
Si tocca lo stupore pero’ quando entra in campo Trump. In una conferenza stampa di oltre 90 minuti ci ha raccontato il suo mondo parallelo. “Un successo tremendo, pazzesco”,”sono un leader morale”, “non sono razzista, le vostre domande lo sono”, il tutto dentro un tentativo sfumato di ammorbidire i toni (la solita rissa con CNN e NBC) se non i contenuti. Certo fare i nomi dei repubblicani che sono stati sconfitti perche’ hanno rifiutato il suo abbraccio non è stata una furbata. E nemmeno la realta’ ma cosi’ funzionano le cose in Trumpland. Dei 31 candidati alla Camera appoggiati ufficialmente da Trump solo 3 hanno vinto. Molti avevano scelto di non ripresentarsi a queste elezioni per non essere assimilati al presidente.
Dopo Trump, in televisione, è arrivata Nancy Pelosi che dovrebbe riprendere il ruolo avuto in passato di Speaker of the House, che spetta al leader designato dalla maggioranza ora democratica.
Pelosi ha iniziato e finito la sua conferenza stampa citando il motivo per cui i democratici hanno vinto. “Health, health, health”. La sanità, l’assistenza sanitaria, il grande buco nero della società americana a cui la riforma di Obama ha solo messo un cerotto ma i cui costi (mia famiglia compresa) rimangono incredibili per “il socialismo realizzato italiano”.
Alla fine pensavo guardando la dignitosa, eloquente Pelosi, perché ancora lei che ha 78 anni?
Beh Trump ne ha 73 e due possibili candidati nel 2020 sono Biden, 76 anni e Bernie Sanders, 77.
Ma non era il paese giovane l’America? Si lo è. L’onda che ha deciso queste elezioni è quella dei giovani e le donne.
Le donne elette sono il dato nuovo di queste elezioni. Obama ha perso la Camera nel 2010 e il Senato nel 2014. E nelle ultime 39 elezioni di midterm i presidenti in carica ne hanno perse 35. Niente di nuovo quindi in questo stop a Trump.
La scelta di fare la campagna esclusivamente sulla paura non ha pagato. Doveva raccontare della disoccupazione scesa al 3.7%, mai cosi’ bassa da 50 anni.
Non lo ha fatto. Ha provato a terrorizzare con la marcia dei migranti attraverso il Messico.
Nel frattempo c’è stata la strage nella sinagoga. Ma sul nemico domestico si glissa. Chi vota ha memoria piu’ lunga. Almeno, sembrerebbe, da queste parti.

Ha perso Beto. Ha vinto Beto

7 nov

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I sondaggisti non hanno toppato questa volta.
I democratici riprendono il Congresso. I repubblicani mantengono il controllo del Senato.
Tante donne elette. Anche la prima deputata musulmana.
In Texas, Cruz batte Beto. Questa sconfitta di stretta misura segna queste elezioni.
Ripartire da Beto, da questa missione impossibile che ha galvanizzato giovani e minoranze in uno stato demograficamente chiave negli Stati Uniti e proprietà esclusiva dei repubblicani da 25 anni, dopo un lungo dominio dei democratici.
Comincia stanotte la corsa per la Casa Bianca 2020. Aperta, come un libro con le pagine bianche tutte da scrivere.

Come si vota

6 nov

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E’ storia nota. Il modo in cui si vota in America genera infinite discussioni, cause che si tramandano da un ciclo elettorale all’altro.
La storia è anche complicata. In America capita a molti di non avere un documento d’identità o di averlo scaduto. La carta di credito ha sostituito la carta d’identità, con quali conseguenze non è difficile immaginare.
Sono arrivato al seggio nella scuola vicino a casa a Manhattan e sono andato ad uno dei tavoli dietro cui sedevano due anziani volontari, con in mano le liste elettorali dei residenti nella zona. Ti devi iscrivere alle liste elettorali ma una volta fatto (nel mio caso il giorno in cui sono “diventato” anche americano) ci rimani per la vita, salvo segnalare il cambio di residenza.
Insomma arrivi e dici il tuo cognome. Basta cosi. Senza dare un documento per verificare la tua identità.
E metti una firma, prima ancora di avere votato. Cosi ricevi la scheda che poi dovrai barrare e scannerizzare. Davanti a me (ho aspettato dieci minuti in seguito alla discussione) una giovane donna provava ad avere la sua scheda ma dal tavolo le ripetevano che aveva gia’ votato. Lei giurava di no. Ha chiesto di vedere la firma. La casella apposita era riempita da un nome e cognome. Ma non era il suo.
Hanno dovuto chiamare un segretario di seggio che poi non sapeva che fare.
Un errore, puo’ essere certo. Ma il sistema è bucato. Chiunque puo’ arrivare e dire il nome di un residente che conosce e votare. A me pare una roba da pazzi.
In attesa di sentire stasera alla televisione delle decine di migliaia di casi di voti mancanti, annullati, non pervenuti.

Quanto vota la televisione

6 nov

A vedere la televisione in questi giorni in America, senza essere sondaggisti, sembrerebbe che i democratici possano vincere. Potrebbero vincere pero’ il voto polare e non la maggioranza dei seggi (gia’ visto). Hanno raccolto e speso di piu’.
Queste elezioni sono una festa per i networks. Ascolti e soldi. Mai come questa volta nella storia.
Saranno spesi 5.2 miliardi di dollari (un miliardo in piu’ del passato record). Grandi donatori, anonimi e palesi, in prima persona o coperti, in tanti hanno contribuito a questa montagna di denaro utilizzato non solo per il classico spot da 30 secondi.
Queste elezioni sono appassionanti per le sfide che si sono materializzate come in tanti film western.
È il sistema americano che semplifica e oppone, dopo le primarie, i due contendenti. Le due contendenti. Tante donne candidate e, si dice, al voto. Se sara’ cosi vincono i democratici. Se votano piu’ uomini vincono i repubblicani. Questa la sintesi televisiva che mi passa davanti mentre viene ricordato che il 4 novembre 2008 veniva eletto Obama. Dieci anni fa. La televisione elesse Obama e poi ci ha regalato Trump.
Le televisioni sempre piu’ schierate. Ormai sembra di vedere curve di ultras che si affacciano nei nostri schermi. Se fanno poi il tifo anche i sondaggisti la confusione sotto il cielo diventa veramente grande.
E così ci sguazza la televisione. Con le radio portano a casa quasi 3 miliardi della torta.
Il format di queste sfide televisive non contempla, come è noto, la ribollita dei talk shows di prima serata all’italiana. Ma questa è una storia vecchia.
Esco a votare.

La televisione graficata che si fa oggi

6 nov

Da AXIOS su HBO. Sempre piu’ televisione ibridata. Il nuovo che avanza.

La storia piu’ bella letta oggi

6 nov

Proprio mentre compravo un libro su Amazon.

Al voto

5 nov

Regia di Jodie Foster.