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Dallo street food a Masterchef, Myanmar

14 apr

Sulla via del ritorno. Non si mangia benissimo in Myanmar, diciamocelo.
Non è Thailandia ma nemmeno India o Cina. Paesi con cui la Birmania confina.
Si comincia sempre dal riso ma si finisce spesso per friggere tutto il resto. E tanto aglio. Ovunque.
Non ho mangiato per strada. Ma in case di villaggi è capitato. Tante verdure, alcune mai provate.
Poi un giorno siamo capitati, a Bagan, nel grande ristorante di un cuoco celebre per Masterchef, il programma più globale che c’è. Solo un’insalatona ma finalmente pane (caldo) e pizza bianca come (anzi meglio) sotto casa a Roma. La televisione ci fa masticare tante vaccate ma anche un filone toscano made in Myanmar.

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MAESTRI, perché

7 apr

Sono andato alla scuola di Barbiana a girare ormai un paio di anni fa.
Da quel giorno ho pensato di fare un programma sui maestri elementari.
Io ho avuto un gran maestro per i cinque anni della Guglielmina Ronconi ai Parioli, Roma.
Si, nel quartiere dove sono nato, frequente oggetto di “satira”. Andavo a scuola da solo, non lontano da casa, comunque dieci minuti a piedi.
Pino Liberati, il maestro, suonava il contrabbasso nella Roman New Orleans Jazz Band. Portava i capelli lunghi e faceva innamorare maestre, segretarie e anche parecchie madri di alunni.
Ci faceva fare gite, recitare, ascoltare tanta musica, giocare a basket.
Andavo a scuola volentieri.
Con MAESTRI sono tornato nella mia scuola e ho trovato la maestra Ilaria, che si alza alle 4.30 del mattino per arrivare da Frosinone. Ora, naturalmente la classe è mista e le bambine, come sempre, più sveglie dei maschi. I corridoi sono dipinti con colori pastello. L’esterno della scuola sempre tristemente lordato.
La vice preside ha tirato fuori il registro di classe dei miei tempi. Il mio nome e quelli dei miei compagni. Quello di banco lo vedo e sento sempre.
Un comitato di genitori ha rimesso a posto, a proprie spese, il teatrino in cui ho recitato.
Il maestro Liberati è stato il mio buon maestro, di vita.

MAESTRI. Prossimamente

3 apr

Un programma in sei puntate sui maestri delle elementari. In onda su TV2000 a settembre.
Un anticipo. Bello farlo. Incontri con donne e uomini a cui affidiamo i nostri figli. Cosi’, per ricordarcelo.

Birretta

2 apr

Arrivati. Si ricomincia. In Myanmar.

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Perché non scrivi di Trump e America ?

30 mar

Rispondo a domanda.
1) Perché non sono in America in queste settimane e non vedo quella televisione.
2) Perché non ho letto, come tutti o quasi, il rapporto Mueller integrale.

Torno in Myanmar

29 mar

Vado due settimane in Myanmar. C’ero stato da turista.
Questa volta per Rai Italia.
Mi dice chi è tornato da poco che all’aeroporto di Yangon è arrivata la galleria dei “grandi marchi”. Come Doha, Dubai. Ma anche Fiumicino. Non ci credo. Vediamo. Intanto, il programma è molto bello.

Jimmy Fallon, nel giorno di Apple

26 mar

Nel giorno dell’annuncio dello “streaming televisivo” di Apple, Jimmy Fallon è andato in onda partendo da uno smartphone. Non un telefono qualsiasi. Ampiamente citato in apertura e a seguire, come leggo.
La televisione, veicolo delle grandi corporations. Per questo poi ci si butta sullo streaming, senza pubblicità.

Jacinda Ardern, conosciamola meglio

24 mar

Come “gestire” una strage se sei primo ministro ?
Fare come Jacinda Ardern.
Nobel per la pace, subito.

Modern Gomorrah

24 mar

Un blog fondamentale per capire la trasformazione di New York, dopo dieci anni, ha annunciato la sua morte differita. Come questo su cui scrivo. Continuo a postare ma non con la regolarità di tempo fa.
Manhattan, isola dei “ricchi”, ha perso l’anima ci dice il libro (ora in edizione economica) di Jeremiah Moss.
Assolutamente da leggere.
Ascoltando la playlist di Dylan sulla città quando era la “modern Gomorrah”.

Salina, Italia

23 mar

Ieri a Salina, Eolie, per girare una bella storia.

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Perche’ siamo ossessionati dal cibo che ingurgitano i politici. Una volta faceva schifo

18 mar

Non è una patologia solo nostra. Ecco cosa succede in America.
Una volta si diceva di non fotografare o girare uno che mangia. Oggi bocche aperte. E parlano con il boccone in bocca. Mia madre non c’è più per vedere l’orrore.

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Il trattamento Dowd per Beto

17 mar

Maureen Dowd scrive come pochi altri, sulla pagina degli editoriali del New York Times.
Beto, l’astro nascente e perdente (ultime elezioni in Texas) sta scollinando nel campo in salita del gruppone di candidati democratici per la Casa Bianca 2020.
Il trattamento Dowd spettina il nuovo messia.  In attesa di Joe (Biden).

15 marzo e oltre

16 mar

C’è stata una differenza nelle aperture dei telegiornali tra noi e l’America.
Bisognava scegliere tra la strage in Nuova Zelanda e le manifestazioni mondiali ambientaliste.
Piu’ piazze “bambine” da noi e più suprematismo bianco negli Stati Uniti.
Non mi interessa interpretare ma registro la gerarchia diversa.
La nostra carta quotidiana si è attorcigliata, in qualche caso, su doppi sensi riferiti alla ragazza Greta, dimenticando che ci sono anche le altre. Tutte coetanee ed anche piu’ piccole. Alexandria (13 anni) a New York, Harriet e Milau (14 anni) in Australia e tante altre. Sarebbe bello leggere pensierini sul genere (femminile) di queste leaders, sul loro rapporto con i social, i genitori, gli insegnanti. Invece dell’analisi degli obiettivi della “piattaforma Greta” (salvare la terra) che e’ chiaramente un emoticon, di quelli pieni di cuoricini. Di quelli pero’ che fondano movimenti. Ora direi che dovremmo stare solo agli applausi.
A proposito, non ho letto molte citazioni della Laudato Si’ di Papa Francesco. Probabilmente distratto.
Pensando all’America e al ciclo elettorale che si sta aprendo, l’occasione per chi (anche nel campo repubblicano) sfiderà l’attuale presidente è colossale. C’è un buco (dell’ozono) aperto dal negazionismo trumpiano del riscaldamento globale.
Si puo’ vincere sull’ambiente, in una terra ferita da incendi e uragani.
Ho un’idea di chi potrebbe farlo. Ma è troppo presto.

La TV delle organizzazioni di news. No, le opinioni no

10 mar

L’annuncio era arrivato lo scorso anno.
Ora ci siamo quasi. A giugno. . The New York Times chiude la sua lunga preparazione con le serie di brevi documentari (girati benissimo) e plana sul canale della TV cable FX. Ogni domenica, 30 minuti. E poi lo streaming su Hulu.
Le organizzazioni di news vanno in televisione. Come AXIOS su HBO. Come VICE. Come BuzzFeed che si è accordata con Netflix.
La discesa in campo del New York Times segna una svolta. Sara’ importante seguire la trasmissione nel prossimo ciclo elettorale. In quello precedente The Circus su Showtime ha segnato, televisivamente, la campagna per la Casa Bianca.
In generale,in America, si fabbricano inchieste. Si scoprono cose che non si sanno. Si confezionano racconti.
Le opinioni scritte dei giornalisti sono confinate alla pagina cartacea degli editoriali. Una volta alla settimana.
Le opinioni vocali dei giornalisti si sdraiano nei perimetri identitari dei talk shows di CNN, MSNBC e FoxNews.
Non fanno la televisione dei nuovi format delle organizzazioni di news.

Michael Jackson, quattro ore difficili da digerire

6 mar

Forse poteva durare 60 minuti, invece delle quattro ore programmate da HBO.
Senza voce narrante, parlano i due accusatori di Michael Jackson. E molto le due madri dei due bambini di allora. Tanto repertorio. Una densità di dettagli da commissariato, tribunale. Eiaculazioni descritte come in una infinita slow motion.
A proposito di abusi sessuali reggeva molto di più Surviving R Kelly, andato in onda poco piu’ di un mese fa su Lifetime, se parliamo di televisione. Era costruito come un’inchiesta. Se ne sapeva forse meno. E dava un quadro dei luoghi, degli anni, del contesto in cui le violenze, le molestie sono avvenute.
Nel caso di questo Leaving Neverland rimaniamo con le famiglie dei bambini affidati a Michael Jackson che parlano molto e le due interviste guida ai due abusati.
Alla fine della seconda parte di quello che per convenzione chiamiamo documentario è andata in onda una conversazione di Oprah (a sua volta abusata da bambina) ai due protagonisti. Il tentativo è stato quello di andare oltre Michael Jackson e le vittime.

A New York,per qualche giorno, ho registrato le quattro ore e provato a vederle in tempi diversi.
Le storie di pedofilia sono impossibili da reggere a lungo.
Il lavoro, andato in onda su HBO, non facilita la visione. Girato sciattamente ma questo sarebbe un problema di forma e opinabile. Solo che questi anni ci stanno abituando a lavori sul tema delle violenze sessuali costruiti con cura, portando alla luce voci discordanti, silenzi, complicità e, quando ci sono, il business e i passaggi alla cassa che sono la cornice non secondaria dei casi trattati.
In questo mondo di verità parallele, si è fatta dunque sentire la larga comunità globale legata a Jackson. Questo è un aspetto nuovo che riguarda confessioni simili. L’eco social mobilita e costruisce un racconto diverso, non più affidato ai soli avvocati e alle transazioni in denaro.
In un lungo pezzo The New York Times racconta tutta la storia delle accuse a Jackson e giudica “delicato” questo lavoro di HBO, che sarebbe stata citata in giudizio per 100 milioni. Punti di vista.
Per principio credo sempre agli abusati. Anche quando denunciano a distanza di anni.
Credo pero’ che l’onda che ci sta sommergendo di lavori televisivi sul “genere” (abusi, molestie, violenze) abbia bisogno di una costruzione che vada oltre il racconto delle vittime. E delle vittime che vivono solo sull’isola dei famosi.

Per capire Trump e la TV (propaganda live, davvero)

4 mar

Fox News e Trump. Da leggere. Da The New Yorker.

Fare una biblioteca

2 mar

Cosa ci vuole per entrare nella collezione della New York Public Library ?
Ho fatto per qualche anno il bibliotecario alla Braidense di Milano.
I libri, nelle nostre case, ci guardano. Le case senza libri, ci raccontano di più.

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Come la Nielsen misura gli ascolti della TV, in America

27 feb

Gli ascolti in televisione spiegati in un video. L’immensa torta pubblicitaria dipende dai numeretti tirati fuori dalla Nielsen.

 

Lo spot di Spike Jonze. Cannabis (MedMen)

26 feb

MedMen è una delle corporations nate per commerciare la cannabis legale.

Senza conduttore unico. Salgono gli ascolti

26 feb

Una riflessione a margine (ma non troppo) della serata degli Oscars.
Sono saliti gli ascolti in una misura impressionante rispetto allo scorso anno.
Il risultato migliore delle ultime quattro volte. Sale molto la platea demograficamente importante per chi paga la pubblicità e quindi la televisione stessa. Non gli anziani.
Una serata molto “politica” che ha segnato il successo di Netflix con Roma, come già era accaduto ad Amazon con Manchester by the sea. Ma Hollywood ha resistito sulle barricate ed il migliore film è andato a chi paga ancora un biglietto, entra in una sala e mangia il popcorn (rumorosamente in America).
Come noto quest’anno non c’era il conduttore unico. Si certo, con tutti quegli annunciatori famosi veri (non da isola) era una missione possibile.
Rimane il dato che chi ha vinto ha raccontato sinteticamente la sua storia. E le storie vincono sempre.

Perché New York

24 feb

Paolo Giordano parla con Jennifer Egan su La Lettura di oggi.
“Una cosa che amo di New York è che ci sia tanto: qualunque cosa tu faccia, sara’ comunque invisibile alla maggioranza delle persone, immerse nei loro affari, nelle loro urgenze, nei loro circoli. New York non va bene per chi vuole essere salutato al supermercato, ma per una persona che desidera uscire dalla propria vita ed entrare dentro una sfera più ampia è perfetta. A me piace l’anonimato, mi piace origliare nella metropolitana affollata. E mi piace la gentilezza nascosta di questa città. C’è una striscia che ho visto su Harper’s Magazine che cattura precisamente la differenza tra New York e la California. Due persone s’incontrano, il newyorchese dice: vaffanculo, ma nella nuvoletta pensa: buona giornata; il californiano dice: buona giornata, ma sta pensando: vaffanculo”.
Ecco, perché New York.

Blue Highways. Ma con il GPS

23 feb

On the road in America. Come è cambiato il viaggio.
I libri da portarsi dietro rimangono gli stessi.

Calcio e talk. E talk sul calcio

20 feb

Tante , tante ore dei palinsesti delle televisioni in Italia sono occupate da talk shows.
Non so farmene una ragione. Lo spettro è infinito. Dalla mattina alla notte.
Costano poco. Mi sembra l’unica risposta possibile.
In alternativa, nei giorni di coppe europee, le partite di calcio che ho scelto ieri sera.
Ci sono poi i talk shows sul calcio e uno, spesso divertente, è imploso domenica scorsa sul ruolo delle donne nel pallone. Era successo recentemente che una curva di tifosi dicesse alle donne di stare lontano dalle prime file. Separate, come in un luogo di culto dove viene praticata questa separazione.
Per associazione viene da pensare al MeToo versione made in Italy. È passato come un venticello fastidioso, bollato come politicamente corretto che di questi tempi è come dire fake news.
Ricordo quando ho fatto un paio di programmi con il giornalista inglese Tobias Jones che divenne famoso da noi con un pezzo sul ruolo delle donne nella tv italiana. Le vallette, le gonne corte.
E devo ricordare anche quando lavorando ai programmi di Enrico Deaglio l’ultimo pezzo, che andava in onda dopo la mezzanotte, fosse spesso roba quasi “soft porno” per aiutare gli ascolti. Normale ai tempi e, da quello che mi capita di vedere, anche oggi.
Poi succede che salti fuori una frase sulle donne che non capiscono di calcio e si alzi un sano uragano.
Il calcio allora diventa il nostro specchio. Rotto.

PS I maggiori talk shows di calcio (Premier League) e NBA in America hanno bravissime conduttrici donne. Come, in molti casi, accade in Italia. Senza ruoli ancillari.

Tutto gratis. Il primo spot di Bernie

20 feb

Sanders di nuovo in campo. 78 anni a settembre, a piu’ di un anno dalle elezioni per la Casa Bianca. La promessa della sanità e università gratuite. S’avanza l’America socialista di nonno Bernie. Non so quanto.
Buona notizia per Trump, ringiovanito.

Come va ? Come va ?

18 feb

Si allarga l’offerta, oltre Netflix e Amazon. Ci vuole un nuovo abbonamento.
Hulu, sempre piu’ di proprietà Disney, è il terzo protagonista della televisione online.
La televisione generalista è ormai You Tube. Ad imparare a muoversi in questo mare non si rischia di affogare, come mi succedeva tempo fa. Nulla a che fare con gli YouTubers. O almeno solo lateralmente. C’è proprio tutto su You Tube. C’è soprattutto la televisione fuori dal tempo reale.

Il caso italiano è tale perche’ Montalbano porta a casa il 45%. In prima serata. Dopo la cena. Sbracati sul divano. Tutti insieme. Alla stessa ora, nello stesso giorno. Eccetera.
Non è dato un fenomeno simile in America. Gli ascolti sono spacchettati in mille canali.
Vorrei sapere come cresce RaiPlay. È il mio canale generalista. Conservo il totem elettrodomestico solo per lo sport che mi costringe alla visione in ore e giorni determinati. Ma anche questo sta diventando mobile. E lo sara’ sempre di più.

La televisione liquida, su misura s’avanza. Non è piu’ uno strano soldato.
La macchia si allarga. Ieri parlavo con l’edicolante davanti a casa e gli chiedevo cosa si vende. Sempre meno quotidiani. Il lavoro sta in piedi grazie alla declinazione cartacea di programmi televisivi. Soprattutto quelli di cucina.
Un indotto che alimenta un’industria che non sta bene.
Il paziente, la televisione, gode buona salute. In Italia.

Se ballando

18 feb

Navigators

15 feb

Ricordo Renzo Arbore che scherzava sul plurale inglese delle parole usate comunemente nella nostra lingua.
Paese di santi, poeti e navigators. Please.

Stammi bene

13 feb

Boh. Meglio i commenti. Non ho capito.
Dico solo un paio di cose che conosco bene, a margine. L’industria farmaceutica non è evidentemente il male assoluto ma negli Stati Uniti opera in un regime che fatico a definire. Con qualsiasi inquilino alla Casa Bianca.
Piccolo esempio. Da anni ingoio un paio di pillole al giorno. Faccio scorta quando vengo in Italia, dove pago le scatole di medicinali generici meno di 10 euro. Le stesse in America le ho pagate 300 dollari.
L’assicurazione sanitaria per la mia famiglia costa una cifra che pure fatico a dire (sopra 2000 dollari al mese). E non copre quanto la sanità pubblica italiana.
Le lobbies in America esistono per questo. E i democratici hanno vinto le ultime elezioni per il rinnovo del Congresso su questo. Punto.

La restituzione

12 feb

Ho studiato a lungo la filantropia in America. Il tema mi appassiona.
La restituzione parziale o totale di quello che hai ricevuto nella vita è una questione identitaria. Non ho mai visto una tensione lontanamente simile in Italia.
Sono storie diverse su cui sorvolo adesso. Dentro c’è tutto.
Circoscrivendo il campo di attenzione a quello di chi ha fatto tanti soldi con lo sport sta emergendo il fenomeno globale della NBA. Non solo LeBron James e Kevin Durant. Sono in tanti i giocatori di basket che costruiscono case di produzione, che costruiscono monumenti a se stessi ma nello stesso tempo fondano scuole, finanziano programmi concreti di lotta alla povertà.
Non sento mai parlare di iniziative analoghe in Italia. Al massimo alcuni famosi fanno i testimonials. Non c’è cultura della restituzione. Anche nello stato, che non aiuta chi vorrebbe donare. E si dice, da idioti, che “la beneficenza si fa senza dirlo”.
Ho visto la serie su ESPN plus di LeBron e i primi due episodi del talk show appena uscito di Durant. Bella “televisione”. Contemporaneamente i due hanno inaugurato campi di basket e scuole nei ghetti. Hanno finanziato borse di studio. Hanno preso posizione su quello che accade nel paese.
Non tirano solo calci ad una palla e vanno a Dubai e Formentera nel tempo libero.

Non sono solo canzonette

11 feb

Abbiamo trascorso l’ultima settimana a leggere, ascoltare che la “musica non c’entra con la politica”. Una cosa difficile da sostenere cinquanta anni fa.
Oggi tutto è politica. Anche perche’ la politica stessa ha i confini liquidi. Tutti twittano su tutto. Tutti si autoespongono sui social. Eccetera.
Sono in Italia e non ho visto i Grammys ieri sera. Leggo che a Drake (premiato per la migliore canzone rap) è stato tagliato il discorso (critico) di accettazione della statuetta-grammofono. E poi leggo che si è materializzata Michelle Obama, che non è esattamente una che fa musica.
Le canzonette fanno politica anche quando dicono solo “ti amo”. Perche’ dipende a chi lo dicono.