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Caos calmo

22 lug

Non solo il blackout della scorsa settimana. Stamattina il sindaco di New York accusa Con Edison, fornitrice dell’energia alla città, per un nuovo collasso nel Queens. Poche proteste. Abitudine.
Ieri la linea della metropolitana che porta da Manhattan a Williamsburg e Bushwick (Brooklyn) era ferma. Come capita in molti weekends.
Ho usato Via, che è la app di carpooling piu’ economica e affidabile, per quello che so. Un viaggio di 45 minuti (una specie di Roma-Fiumicino) per andare in fondo a Bushwick è costato 14.21 dollari. Piu’ 3 dollari di mancia (non obbligatoria). Con taxi o Uber sarebbe stata un’altra storia.
A Manhattan Via ti porta da una parte all’altra dell’isola con 5 dollari.
Sulla strada il nero SUV raccoglie altri passeggeri. Viaggi con altri. Pochi parlano, la maggioranza guarda il telefono. Prove di sopravvivenza al caos calmo.

AMAZONia

21 lug

Il mondo amazonizzato comincia a fare paura.
Il negozio onnicomprensivo, da quando ha incamerato Whole Foods, ti porta a casa la spesa in tempo reale. Puoi dire che due pomodori erano schiacciati o troppo maturi e ti credono sulla parola, inviandone altri.
E poi c’è tutto il resto. Tutto.
Per fare questo ho visto da un paio di giorni, nelle due strade attorno a casa, che si attrezzano con un magazzino mobile. Stamattina era parcheggiato un camion davanti al portone. Erano una decina a scaricare e dirigersi verso luoghi vicini.
Il palazzo si e’ dotato, da qualche anno ormai, di un pannello all’ingresso con tutti i numeri degli appartamenti. Quelli illuminati hanno un pacco da prelevare.
Hanno dovuto ingrandire la stanza dedicata.
Nell’anniversario dello sbarco sulla Luna Mr.Bezos-Amazon pare pensi di tornarci, sulla via per Marte.
Su questa terra non ha più niente da fare.

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Manhattan, a piedi

20 lug

New York (Manhattan) è unica al mondo perche’ la puoi attraversare da nord a sud a piedi in una giornata. Magari non in una giornata con una temperatura come quella di oggi. Ogni tanto una boccata di aria condizionata, la più grande invenzione dopo la penicillina (scusa, Greta).
C’era una volta la Manhattan degli odori, dei colori che cambiavano ogni mezz’ora di cammino. C’era il mondo diviso in blocchi che specchiavano le provenienze.
Oggi c’è un solo confine virtuale. Quello tra poveri e ricchi. Generano qualche confusione le decine di migliaia di giovani che arrivano a New York dall’Asia ma anche dal resto dell’America per frequentare quelle industrie universitarie che vomitano diplomi costati ai genitori come una Lamborghini. Ma la sostanza è sinteticamente questa. Calpestare i marciapiedi di New York rimane una grande esperienza antropologica, culturale, eccetera ridotta pero’ alla più attuale fotografia dell’ineguaglianza.
La concentrazione di billionaires e senzatetto è la lezione americana che ricavi se il tuo sguardo non è rivolto solo a cercare Uniqlo o Shake Shack.
C’è sempre stata in città questa forbice aperta ma oggi questa distanza fa impressione.
Non devi prendere la macchina o la metropolitana per andare nelle periferie.
Basta non solo guardare ma anche ascoltare. Ho incrociato una quantità di umani che parlavano da soli nelle strade. Anche questi sempre incontrati nel passato a New York e c’è pure chi teorizza che sia un segno di intelligenza (lo faceva Einstein no? ). Ma mai cosi’ tanti. Un concentrato forse di malessere diffuso, forse solitudine, forse disperazione.
Questo ho visto oggi mentre scorreva negli occhi il sempre nuovo film di una città capace di raccontare non solo la contemporaneità ma anche il futuro.
Un uomo da marciapiede, il film, compie cinquanta anni. Cercasi aggiornamento.

Chi e’ americano ?

18 lug

Sono per qualche giorno a New York.
Apro la tv sui telegiornali delle 6 del mattino e trovo che….molto di quello che ho letto in Italia dell’ultimo Trump contro le quattro giovani democratiche (di colore) non racconta quello che sta realmente accadendo da queste parti.
Trump ha fatto partire la sua nuova campagna elettorale con un comizio in North Carolina.
I presenti lo hanno interrotto più volte gridando “Send her back”, rimandala o rimandiamola a casa.
Lei sarebbe Ilhan Omar, eletta nel 2019, nata in Somalia e naturalizzata americana. Accusata di essere simpatizzante di Al-Quaeda.
Le altre tre deputate della banda delle quattro sono nate in America.
Circa 700.000 nuovi americani ogni anno prestano giuramento e ottengono un nuovo passaporto. Come ho fatto io. Non possiamo diventare presidente degli Stati Uniti ma per il resto uguali agli altri, di tutti i colori e paesi del mondo. Tutti qua arrivano da un altrove.
E’ sempre stata la ricchezza del paese. Se togli gli ingegneri di origine asiatica dalla Silicon Valley torniamo al pallottoliere, ecc.
E’ vietato dalla legge discriminare sulla base della provenienza del lavoratore con regolare permesso di lavoro, residenza, carta verde e cittadinanza.
Il nuovo canto elettorale con cui dovremo confrontarci in queste elezioni sara’ quindi questo “rimandiamo la deputata Omar in Somalia” dopo quello che voleva la Clinton in prigione ?
L’America bianca chiamata a raccolta da Trump si sta stringendo demograficamente come ricordava stamattina Mike Allen di Axios.
Come mettere una camicia bianca in lavatrice a 100 gradi con altre colorate.
Eviterei paragoni con situazioni italiane. Non c’entrano niente. Sarebbe utile conoscere la storia americana e basta.

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Le isole estive dell’ascolto

18 lug

Finita Chernobyl sono riuscito a chiudere When They See Us. Poi le due stagioni di Society (una sorpresa) e ora dentro Stranger Things. E questa è una tele-visione.
Poi c’è quella di cui scrive Aldo Grasso a proposito di Temptation Island e della declinazione anglo-americana Love Island.
La versione dell’isola americana che ho visto in passato e stasera sulla CBS è più “radicale” di quella che va in onda in Italia. In onda, cinque giorni alla settimana, da cinque stagioni, a luglio. Gli autori accoppiano e scoppiano coppie di giovani depilati, con scioltezza.
A parte Twitter e Snapchat lo sviluppo delle isole in lingua inglese vive su Instagram, gestito sempre dalla produzione.
Grandi ascolti, followers, una conversazione che intreccia televisione e telefoni sul segmento giovane che interessa chi paga la pubblicità e mantiene tutti.
Quello che ho scoperto dal mio campione statistico estivo fatto da mio figlio e tutti i suoi amici (stessa eta’ dei protagonisti di Love Island) e’ che non parliamo di pubblici diversi.
Le serie e le isole vanno più insieme di quanto molti di noi con la puzza sotto il naso siamo capaci di odorare.

Perche’ “il serbo” e mai “lo svizzero” ?

14 lug

Ho visto le quasi cinque ore della finale di Wimbledon.
Bella, bellissima, va bene.
Una domanda sulla telecronaca Sky, comunque ottima. Ma chiede mio figlio: perche’ Djokovic è spesso appellato “il serbo” e Federer mai “lo svizzero” ?
A Wimbledon tifavano Federer, in grande maggioranza.
A casa nostra Djokovic.

Una serie difficile da ingoiare

13 lug

Sono solo quattro episodi ma ci ho messo un mese per vederli.
Ho cliccato pausa non so quante volte. Perche’ non ce la facevo ad andare avanti. Eppure la serie è imperdibile.
When they see us di Ava DuVernay su Netflix racconta una storia realmente accaduta, di cui si parlo’ molto all’epoca, nel 1989. E oltre.
Una donna bianca di 28 anni che correva a Central Park venne violentata e colpita con pietre fino a ridurla in fin di vita. Si salvo’.
Furono accusati cinque giovani neri, minorenni, che si trovavano nel parco.
Trenta anni fa. O ieri. Le serie tv (quelle buone) hanno la capacita’ di essere senza tempo.

La fine della tv lineare. Rai Play e compagnia

11 lug

Basta leggere questo lungo pezzo del New York Times appena uscito.
Basta leggere dell’impegno prossimo su Rai Play.
Basta non accendere la televisione d’estate, tanto…
Basta vedere lo sport in streaming su Sky Go e DAZN.
L’orologio dei palinsesti puo’ pure fermarsi.

Megan Rapinoe, la non candidata alla Casa Bianca

11 lug

Se li mangerebbe tutti. I candidati democratici alla Casa Bianca.
Basta vederla e ascoltarla. A New York, con la squadra di calcio americana che ha vinto i mondiali.

Che meraviglia il calcio femminile

7 lug

A differenza dei maschietti mai una protesta, una sceneggiata, un reclamo insistito.
Vedere il calcio giocato dalle donne riconcilia con lo sport di cui, purtroppo, siamo tossici, in tanti.
Sfatate anche le idiozie sulla lentezza, poca tecnica, resistenza.
Ho visto molte delle partite di questo mondiale. E la bellissima finale vinta dagli Stati Uniti, la squadra più forte, con piu’ praticanti al mondo. In ogni scuola americana le ragazze giocano a soccer, lo sport piu’ popolare. I maschi in recupero con i latinos ma molto sotto.
Brave le ragazze italiane. Ho sentito la capitana Sara Gama dire sempre cose intelligenti e non banali. Insomma, una meraviglia.
E adesso mi tocca tornare a sperare che la Fiorentina compri uno buono. Malinconia.

Fotografia

5 lug

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Francesco Malavolta è l’autore di questa fotografia.
Conservo la copia che mi ha dato dopo una conversazione televisiva di un paio di anni fa, avvenuta a Palermo. Sul retro Francesco ha scritto di avere scattato la fotografia nel novembre del 2016. Tutti salvi.
L’immagine è uscita fuori da una dimensione temporale. Potrebbe essere stata presa oggi.
Ma non è cosi’. Sono fissati volti e storie. Non sono le stesse persone della Sea Watch o della Mediterranea. Sono pero’ parte di una migrazione epocale.
Io coltivo la memoria orgogliosa della migrazione di milioni di italiani negli Stati Uniti d’America. Quella che ho studiato,coltivato.

Netflix ma che fai ?

3 lug

Ho sentito spesso dire in questi mesi di lavoro con i maestri della scuole elementari “ma che vogliono, loro che fanno tre mesi di vacanza…”.
A parte il fatto che non è vero (di questi tempi conta poco) perche’ non si dice la stessa cosa dei conduttori di talk shows televisivi che tre mesi al mare li fanno veramente ? Sorvolo sulla differenza di compensi.
Sulla televisione d’estate in Italia si potrebbe resuscitare quella copertina che agli albori dell’elettrodomestico si faceva calare sullo schermo per non rovinarlo, quando era spento.
Leggo del flop dei talk shows di Netflix. Ma chi li guarda ?
L’unico senso dei programmi di parole è cavalcare l’attualità. Netflix è cresciuta sulla visione fuori dal tempo reale. Ci piace sfogliarla di notte. I talk shows puzzano di muffa già un’ora dopo la messa in onda.
L’idea di fare di Netflix una cosa generalista, in attesa dello sport live, è un ossimoro.

Il lungo sonno

30 giu

La Lettura del Corriere spende alcune pagine sul sonno. E l’insonnia.
Sono esperto. Tre ore a notte. Qualcosa in più con “sogni” guidati, provando pero’ a non vivere la notte per sognare la vita del giorno dopo.
Ho da sempre usato il resto della notte per leggere. Da qualche anno per vedere serie tv.
Alle 6 del mattino ho di solito sbrigato la pratica dei quotidiani a cui sono abbonato.
Il materasso in lattice funziona come quello di un albergaccio a caso dove capita di posarmi. Per non dire di aiuti di ogni varietà e potenza.
Quando qualcuno mi dice “ieri, domenica, ho dormito fino a mezzogiorno” non dico cosa penso del lungodormiente. Anzi, si lo dico. Una volta pensavo “un idiota”. Oggi sono piu’ laico. Come in ogni cosa.

Padri e figli

29 giu

La linea di comunicazione che ricordo mai interrotta con mio padre è stata sempre quella dello sport. Lui ne aveva fatto. Scherma e tennis. Anche a livelli niente male. E poi era tifoso, tanto, della Roma. Io meno sport praticato. Pallacanestro, meglio del calcio in cui ero una mezza pippa, lento e con un piede solo.
La prima partita che mi porto’ a vedere all’Olimpico fu un Roma-Fiorentina nell’anno dello scudetto viola. Andavo appena all’asilo e da allora sono tifoso, tanto, della squadra di Firenze, città in cui mi sono fermato forse dieci giorni nella mia vita.
Per il secondo scudetto viola ero con mio padre a Firenze, nell’ultima di campionato. Andavo al liceo a Milano e fu una sua sorpresa.
Ma prima ho un’altra fotografia in testa. Ero allo stadio il giorno della finale dei 200 metri delle Olimpiadi di Roma. Bimbetto tra le braccia di mio padre, grida di gioia alla vittoria di Berruti.
E poi tanti “Tutto il calcio minuto per minuto” vissuti insieme. Non mancavo mai una domenica fino a quando ha vissuto mio padre e io ero a Milano e i miei sul lago di Como.
Ricordi. Belli. Non so perche’ oggi. Forse perche’ il segnale di Sky è sparito. E sono andato sulla Rai per vedere la partita in cui ha giocato quella meraviglia che è l’Italia del calcio femminile. Ed è arrivata una telefonata di mio figlio.

Venti candidati e non c’è quello che avrebbe portato a casa l’Ohio

26 giu

I primi due dibattiti tra i candidati democratici alla Casa Bianca vanno in onda stasera e domani in America sulla NBC, MSNBC. Sono venti, dieci alla volta. Volendo fare una terza serata ce ne sarebbero stati altri. Anche indipendenti dai due grandi partiti.
Parte cosi’ ufficialmente la lunga carica dei democratici alla Casa Bianca abitata da Trump.
Manca un senatore che avrei visto volentieri in questa ammucchiata. Sherrod Brown dell’Ohio. Lo stato a cui si riduce alla fine la sfida (con la solita Florida).
Brown ci aveva pensato.
Chissa’ se Obama vedra’ i dibattiti. Le ultime notizie lo davano a casa Clooney sul lago di Como. E anche a mangiare nell’albergo dove mia madre ha lavorato e vissuto per quaranta anni, a Cernobbio.
Non esattamente un bed and breakfast dell’Ohio.

Figli, scuola, regole

22 giu

Sto montando il viaggio in Mozambico per Rai Italia e il viaggio tra i Maestri elementari per TV2000.
Non riesco, come sempre, a separare il lavoro dal resto. La fortuna di fare cose che intrecciano tutto. Molte ore in due salette ma questo non mi è mai sembrato un lavoro. Vabbe’.
Ieri stavo ascoltando l’intervista fatta alla maestra Raffaella di Bologna che ha detto “poche regole ma…”. Avevo appena letto Annalena Benini sul Foglio che, a proposito di figli, scrive di una regola, almeno.
Mi sono accorto cosi’ di non avere mai dato una regola, ai figli. E nemmeno di averne ricevute dai miei genitori. Sono di quelli che crede che la regola sia il tuo comportamento, quello che fai e come lo fai. Anche e soprattutto quando sbagli. Poi tanto i figli, che sono altro da noi, faranno come crederanno.
Negli ultimi tempi in tanti si sono esercitati a scrivere libri sul rapporto genitori-figli. Ormai occupano un intero angolo delle librerie. Ne ho letti parecchi senza ricavarne molto. Perche’ anche noi lettori siamo altro da quelli che scrivono di noi, genitori.

Mozambico, the end

18 giu

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Sono stato due settimane in Mozambico. C’è chi scrive un libro su quindici giorni africani.
Mi sono preparato leggendo prima di partire. Poi, arrivato, ho seguito un fitto programma di incontri e spostamenti che si è aperto ogni volta all’alba e chiuso alla cinque del pomeriggio quando calava la notte. Ecco, di notte non sono andato in giro a camminare perche’ ampiamente sconsigliato (alcune ONG lo vietano ai propri appartenenti).
Ho raccolto, in tante conversazioni senza la camera, racconti di un’Africa che non ho visto. Droga, traffico di organi, tanta violenza sulle donne. Cose che succedono pare molto anche a Maputo, che a me invece è sembrata una bolla prima di entrare nella povertà assoluta.
Questo per dire che quelle che giriamo e portiamo a casa sono spesso storie positive di nascita e rinascita di opportunità. Poi ci sono le altre storie che ci vengono riferite da chi vive in questo pezzo di Africa da tanti anni.
La nostra cooperazione, le nostre ONG che ho incrociato sono rappresentate da italiani (soprattutto donne, italiane) che mi sono sembrati reificati nel loro lavoro (“missione” non lo vogliono sentir dire). Poi ci saranno altri, meno coinvolti. Questi non li ho visti. Ci saranno perche’ la cooperazione è specchio del paese.

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Ho visto tante buone pratiche e ne ho parlato poco, più attento in questo blog alle curiosità. Di queste si occuperà il programma tv realizzato per Rai Italia.
Ho fatto incontri sorprendenti con un’attivista sieropositiva in un nuovo centro di Sant’Egidio, con un sacerdote veneto in un campo di sfollati a causa del recente ciclone, con un piccolo gruppo di nostri giovani che vivono in un paese cosi remoto che sembra fermo a secoli fa e che hanno creato una cooperativa di piccoli agricoltori, con altri che hanno promosso costruzioni di asili, di scuole professionali dove c’è il deserto educativo e poi medici, ingegneri, economisti, urbanisti, professori universitari. Tanti italiani che si sono immersi nell’Africa.
Provero’ a raccontare loro.
Io per principio li rispetto. Io ieri ero felice di essere tornato a Roma. Per raccontare l’Africa bisogna conoscerla, esserci stati a lungo e più volte in una vita. E non solo nei resorts sul mare.

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Nella bandiera del Mozambico c’è un kalashnikov (unico paese la mondo?). Le armi girano parecchio ma io le ho viste solo stampate.
La mia (breve) Africa, quella che ho attraversato, è stata dolce.

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Il ponte cinese sull’Africa

14 giu

Abbiamo percorso i tre chilometri del ponte sospeso più lungo dell’Africa. A Maputo.
Costruito da una corporation cinese. Costato circa 785 milioni di dollari. I vecchi ferry boats sono arenati sulla spiaggia. Prima del ponte ci volevano ore per passare da una riva all’altra. Tanta Cina in Africa.
In Mozambico vedi tanta cooperazione internazionale. Poi vai su una strada nuova e ti dicono che è cinese.

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Sala riunioni, Mozambico style

13 giu

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Alla fine degli anni Settanta, all’epoca della costruzione della diga di Pequenos Limbobos ad un’ora circa da Maputo, venne preso un piccolo coccodrillo. Ora lo si puo’ trovare al centro del tavolo nella sala riunioni in cui ci ha ricevuto il direttore della diga stessa, opera di una società italiana che ha lavorato per la nostra cooperazione.
Il direttore AICS ci ha ricordato che i lavori della grande opera che contribuisce a dare acqua alla capitale Maputo avvennero in tempi in cui ancora il paese non era pacificato.

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Il pieno

12 giu

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In questi giorni abbiamo passato ore in macchina su piste di terra, strade con buche e anche senza, come a Maputo.
Nella capitale pochi semafori e zero strisce pedonali. Si attraversa di corsa. Si crepa parecchio. Trasporti pubblici informali. La benzina, quando la trovi, costa meno di un euro a litro. Automobili giapponesi, sempre di quella marca.
Ai bordi delle strade un pieno di umanità che avanza, spesso a piedi nudi. Un paese a due velocità.

Sullo Zambesi

12 giu

Dopo una lunga trattativa con l’esercito a guardia del ponte sullo Zambesi, nelle remote (per me) province di Sofala e Zambezia, il drone ha svolazzato in cielo per una mezz’ora al tramonto.
Impronte di ippopotami sulla riva.
Il ponte , costruito, una decina di anni fa con fondi europei, della Banca Mondiale e della cooperazione italiana, è solo uno dei sei sull’intero corso dello Zambesi, il quarto fiume dell’Africa per lunghezza, che attraversa Zambia, Angola, Namibia, Botswana, Zimbabwe e Mozambico.
Si paga un pedaggio sul ponte che ha aperto una via di collegamento vitale per lo sviluppo del paese. Se le strade fossero in condizioni buone. Il governo ha promesso (elezioni alle porte) che ci lavorera’. Intanto alla manutenzione di una parte della strada ci pensa una ditta cinese, ci hanno raccontato.
Dopo il tramonto, per non farci mancare niente, qualcuno tra di noi si è cibato di spiedini di coccodrillo.

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Baobab che fai tanto bene

10 giu

Nel cortile di un asilo costruito da una ONG trentina (CAM) in un villaggio abbiamo trovato due baobab centenari. Si dicono cose straordinarie delle proprietà dei suoi succo e polvere, qua in Mozambico.
Paolo ci ha raccontato la leggenda per cui un dio trovo’ il baobab talmente bello che per gelosia lo rivolto’. E cosi’ ora le radici sono in alto. Metafora a piacere.

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Bosco verticale, Mozambico style

9 giu

Mica ce l’hanno solo a Milano il bosco verticale.
Anzi quello di Beira, Mozambico, è cresciuto prima ed è venuto su naturalmente.
Ci siamo passati questa mattina da quello che è stato il Grand Hotel di Beira, sul mare.
Ha una storia meravigliosa . E’ stato un resort di lusso e oggi ospita circa 3000 occupanti .
Si specchia sull’oceano e racconta della decadenza struggente di questa che è una delle tre grandi città del paese. Il ciclone di due mesi fa ha dato la botta finale.
Andando via ho visto le piante cresciute spontaneamente. Ho detto a Davide, milanese, che mi ricordava un grattacielo di moda dalle sue parti. Il “bosco verticale” mi ha detto lui.

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CUAMM c’è

8 giu

Martina di Sondrio e Serena veneta come Giovanna (responsabile CUAMM nel Mozambico) le ho incontrate a Beira dove sono arrivato oggi. E’ la città sul mare in cui è passato il ciclone Idai poco più di due mesi fa.
Si vedono ovunque alberi abbattuti e tetti scoperchiati, come quello dell’ospedale della città. L’antica sede è compromessa e il reparto neonatologia è spostato temporaneamente nella nuova ala costruita dalla Cina. Come tanta Africa.
E’ tra i bambini appena nati, molti prematuri, che ho trovato Martina e Serena.
Che dire senza affogare nella retorica ? Le vedrete nella serie televisiva di Rai Italia sulla cooperazione AICS (l’agenzia italiana ufficiale).
Sono un bel pezzo d’Italia. Sono Medici con l’Africa (e non per l’Africa). Al CUAMM ci tengono molto alla preposizione, con. Serena segue Martina che sta facendosi le ossa e tutte e due seguono giovani medici mozambicani.
Mi sono commosso ma ormai mi capita spesso. Invecchio.

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A casa loro

7 giu

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Girando per qualche settimana in Italia classi di scuole elementari ho dovuto fare molta attenzione ai volti dei bambini.
Obbligatoria la liberatoria dei genitori per andare in onda. E quindi lunga preparazione. O riparazione, dopo. O lavoro al montaggio di sfocamento.
Arrivato in Africa, liberi tutti. Bambini ovunque. Camminano ai bordi delle strade, anche da soli, per chilometri, con la divisa azzurra della scuola pubblica.
Sono sulle spalle delle madri, avvolti nei teli colorati. Emergono solo con gli occhi che si interrogano, forse, su chi siano quegli strani, brutti esseri dalla pelle cosi’ bianca.
A casa loro, in Mozambico, ci riempiamo i telefoni e le telecamere (nel nostro caso) di immagini di bambini. Cinque o sei a famiglia, in media.
I cooperanti italiani lavorano, soprattutto, a progetti per queste generazioni.
I cooperanti italiani che sto conoscendo hanno imparato il portoghese.
Si muovono come pesci nell’acqua e non lo dico per citare il presidente Mao, che da queste parti resiste nei nomi delle strade, come Karl Marx e compagnia revolucionaria di altre ere geologoche.
I cooperanti sono il nostro paese fuori dall’Italia. Come la pizza e la Juventus di Ronaldo, che in quanto portoghese strabatte il piu’ forte Messi (da quest’anno si vede il campionato italiano a queste latitudini, non a caso).
In Mozambico, almeno a Maputo, capiscono l’italiano piu’ dell’inglese. Per quel poco che ho visto. La cooperazione è piantata dall’indipendenza in Mozambico.
Poi c’è l’ENI, mi hanno detto all’ambasciata italiana. Come c’è in Myanmar dove sono stato un mese fa sempre a fare storie di cooperazione italiana ufficiale (AICS).
Quelli dell’ENI chi sono ? Cooperanti ? Italiani di serie A ? Guadagnano e stanno in Mozambico come Davide, Martina, Giulia, Paolo, Federica con cui sto scoprendo il paese ?
Siamo tutti a casa loro. Che poi è anche casa nostra, come mi diceva ieri Davide.

HIV, il test

7 giu

Ci siamo inoltrati nel “mato” ieri. Nella giungla, strada sterrata per 40 chilometri, oltre Tofo, sull’oceano.
Abbiamo incontrato un laboratorio itinerante, implementato dalla cooperazione italiana.
Si fanno test preventivi sull’AIDS. Molto presente in Mozambico. Un milione e mezzo di sieropositivi, più donne che uomini. Ma le cifre dipendono, appunto dai test.
Risultato immediato. Consegna dei profilattici. E, nel caso, di accertata positività, vengono dati i farmaci retrovirali.
Al comando delle operazioni un’attivista sociale che tutti chiamano Mama Laura.

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Latte. E birretta

5 giu

Niente latte fresco in Mozambico. Solo a lunga conservazione.
Oggi, nel lungo viaggio in macchina da Maputo a Tofo, sosta al baretto che ha dietro un’azienda agricola. Si vendeva latte. Bene prezioso.
La birra, invece, scorre a fiumi. Ma questo è un altro discorso.

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MAESTRI, in Mozambico

5 giu

Si fanno molti figli in Mozambico. Famiglie molto allargate.
Nella scuola elementare dello slum in cui sono stato ieri aule nuove, grazie alla cooperazione italiana.
2800 bambini e 40 maestri. Su due turni, che prima del “nostro” intervento erano tre.
Nella classe che ho visitato i bambini presenti erano 52, contati.
Piu’ del doppio delle classi in cui sono stato a girare MAESTRI che andrà in onda a settembre, su TV2000.
Oltre i numeri, gli sguardi.

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Mozambico, Italia

4 giu

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Ieri mattina sono entrato nello studio di Reinata, celebrata ceramista al Museo di Storia Naturale di Maputo. C’era questa figura di donna, tra le altre, su uno scaffale. Mi è piaciuta da pazzi.
Quella testa aperta a meta’, dopo tre giorni in Mozambico, mi pare una figura che racconta quello che sto vedendo.
La capitale del Mozambico è una bella città. Ville meravigliose in centro, lascito dell’impero portoghese.
Il supermercato dove ho fatto la spesa meglio di quello sotto casa a Roma. E poi tutto digitalmente avanzato, connessione ottima. Che queste due cose già ti farebbero dire che sei in un paradiso anche perche’ il clima è perfetto. Caldo asciutto con fresco alla mattina e alla sera.
Le giornate iniziano alle sei del mattino con il sole e si chiudono alle cinque del pomeriggio quando cala il buio. Alle sette si inizia a lavorare negli uffici pubblici, che per un insonne come me e’ il giusto.
Poi siamo andati a girare in uno slum, che in Mozambico chiamano “quartiere informale”. Non molto diverso da quelli che ho visto in India, Kenia, Filippine. Il politicamente corretto troverebbe una ragione nell’organizzazione comunitaria della baraccopoli. Discorso lungo. Ma la testa divisa dice delle due citta’.
Nel campo di calcio con il fondo di terra si muovevano autentici assi. Che me ne sarei presi almeno due per portarli alla Fiorentina. E’ lo slum da cui è emerso il grande Eusebio.
Maputo, che tutti gli italiani che ho incontrato alla Festa della Repubblica all’ambasciata italiana non lascerebbero più. Mozambico, Italia.

Vado in Mozambico

28 mag

A fine settimana vado in Mozambico. A girare la cooperazione italiana. Per Rai Italia. Con il “mio” solito operatore, Vasi.
Maputo, Inhambane, Beira, dove andremo nell’ospedale del CUAMM e nel centro accoglienza di Sant’Egidio.
In Mozambico si sono recentemente abbattuti i cicloni Idai e Kenneth. Ho letto di villaggi distrutti, tante vittime, tanti sfollati. Colera.
Ho rivisto il documentario che fece Carlo Mazzacurati in quei luoghi. Uno dei suoi ultimi lavori. Commovente e asciutto, allo stesso tempo. Una lezione.
Spero di fare un bel lavoro. Andiamo con grande entusiasmo. Privilegiati.