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Come votare. In America

20 Set

Semplice. Anche da casa.
Poi non è proprio così ma basta seguire le istruzioni per l’uso.

Woodward (77 anni) e Trump (74 anni)

14 Set

60MINUTES, il pezzo di ieri.
Segue libro.

L’Italia che perde

13 Set

Non ho visto i film passati per la mostra veneziana. Ho letto cronache e critiche.
Con la comunicazione dei verdetti si è levato il grido indignato per i premi non assegnati al cinema italiano.
Accade spesso. La squadra di casa non vince e non ci si chiede se è debole. Se debole è stata la selezione anche perchè questo offriva il mercato in una fase molto difficile.
Il solo fatto che il festival abbia avuto luogo mi sembra un fatto positivo. Entrare e prendere posto in un una sala cinematografica richiede un pensiero positivo che ci stacchi dalla poltrona e Netflix. Quindi non è una sconfitta.

Soldati d’Italia, in Libano, una domenica

6 Set

Non ricordavo la messa in onda delle repliche.
Ci sono capitato dentro Soldati d’Italia, la puntata in Libano, su RAI Tre, oggi, domenica.
Due anni fa, in un’altra era geologica, ho lavorato alla serie di RAI Italia sulle missioni all’estero. Anche in Afghanistan, Iraq, Kosovo.
In questi giorni sarei dovuto partire per una seconda serie di Solidali d’Italia, sempre RAI Italia. Ancora Libano e poi Niger, Somalia.
Io e Vasi (operatore e compagno d’avventura) abbiamo lo zaino pronto. Per partire e fare il lavoro più bello che ci sia. Quello di raccontare storie.

Mr. Netflix

5 Set

Non avevo subito realizzato (fermato sui titoli) perchè la copertina di Sette e il pezzo di Maureen Dowd sul New York Times (imperdibile, sempre) nella stessa settimana. C’è un libro fuori, tra poco.
Reed Hastings di Netflix è un signore interessante perchè sembra fare di tutto per non esserlo. Come tanti, in California, guida una Tesla e come Jonathan Franzen vive a Santa Cruz.

L’Italia con me

31 Ago

È una storia strana quella di lavorare ad un canale, un programma che parla agli italiani (italici dicono quelli che ci capiscono e allargano la platea) all’estero.
Una cosa che ho imparato in tanti anni d’America e viaggi in Asia e Africa è che l’idea stessa di estero è una faccenda mobile. Mi sono spesso sentito all’estero a Roma. Meno a Milano ma questa, come si dice sempre, è un’altra storia.
Estero per me è un’altra cosa. Faccio un esempio per capirci.
Parlo con mio figlio lontano e dico una cosa qualsiasi sulle manifestazioni di protesta in America (Black lives matter). Lui mi tronca e mi dice “ma che ne sappiamo noi cosa vuol dire avere la pelle nera. Siamo dei fottuti bianchi.”
Ecco cosa è per me l’estero. Entrare nelle scarpe, nella pelle dell’altro.

PS Il canale è RAI Italia. Il programma è L’Italia con voi, che vive e lotta insieme a noi su RAI Play.

La televisiun cancellata

30 Ago

La televisiun la g’ha na forsa de leun
la televisiun la g’ha paura de nisun
la televisiun la t’endormenta cume un cuiun

Più l’ultima strofa della canzone di Jannacci che le altre due, almeno in America.
La Nielsen ci ha detto che l’ascolto televisivo delle quattro sere di convention repubblicana è sceso del 21% rispetto al 2016. E del 17% quella democratica.
Probabilmente si è verificata una crescita esponenziale dello streaming, che poi è come anch’io ho seguito quelle recite scontate.

Quella che però oggi è la notizia che fa storia è un’altra.
The New York Times ha cancellato, dopo 81 anni, la pagina che ci diceva cosa c’è oggi in televisione. La pagina con le reti e gli orari dei programmi!
Basta, chissenefrega. Cercateli sul computer se proprio li volete sapere.
La pagina era rimasta solo nell’edizione di New York. Era già stata abolita nel resto del paese e quindi ci sono ragioni di ottimizzazione del prodotto.
Non è comunque un segnale da poco. E non saranno contenti in tanti, tra gli anziani telespettatori. Ma così va il mondo da quelle parti. E ora che le televisioni sono rimaste senza pubblico sugli spalti degli avvenimenti sportivi la platea si è ristretta anche a casa. Vanno forte i canali che una volta si chiamavano di nicchia. Compreso quelli che dispensano informazione, schierata.
La televisiun è smart, caro Jannacci.

Estate del 1970

30 Ago

Per chi tiene agli anniversari. Estate del 1970.
Liceo Parini, Milano, maturità. Il giorno dopo l’orale sono andato a New York.
Ho cominciato così la traversata dell’America, meta finale San Francisco. Ci ho messo un mese. Con autostop (eh si) e gli autobus Greyhound. Da solo, niente di eroico. Lo facevano in tanti, magari meno dall’Italia. Avevo telefoni di scorta di amici dei miei genitori. Mi piazzai a Berkeley per due settimane e poi il ritorno a Milano.
C’era un appuntamento. In cinque dentro un maggiolino Volkswagen arrivammo all’isola di Wight. Ho un ricordo umido, zozzo e sbiadito di quei giorni.
Il laghetto gelato dove si andava ad immergerci. Il cartoccio di fish and chips, i corpi scavalcati e qualche volta calpestati.
Con alcuni degli inquilini di quel maggiolino non ci siamo più visti. Con la memoria di quell’estate convivo. Senza immagini e chat sul telefono di quei giorni.

New York andata per sempre

29 Ago

Non può essere, non ci voglio credere.
Come dire che non c’è più vita.
Ecco l’annuncio funebre.

Un, due, tre, stella!

25 Ago

Vaccini elettorali, titola il Foglio. Putin e Trump in lotta per il primato come nella corsa alla Luna.
Il business del secolo alle porte, forse.
Mancava nell’articolo la partenza della sperimentazione allo Spallanzani di Roma. Con annessa dichiarazione del presidente della regione Lazio, Zingaretti.
È partito il campionato del mondo del vaccino. 165 pare siano in gara. Cina compresa, of course.
Premiazione finale in una discoteca, a piacere.

Indian matchmaking (d’America)

21 Ago

Mi sono bevuto qualche settimana fa la serie Indian matchmaking su Netflix.
Si, ho letto le critiche più o meno politicamente corrette.
Potrei fare un elenco ma chi ha visto la serie sa bene di cosa parliamo. L’idea stessa del matrimonio combinato ci pare lontana. Anche se potremmo parlarne. Più fastidiosa, data per scontata, la richiesta di un partner di pelle chiara ma chi conosce l’India è consapevole di questa profonda divisione che è di classe, connessa alle caste. Basta uscire da Mumbai e Delhi per scontrarsi con il pregiudizio.
Il sessismo attraversa le puntate ma è chiaro il tentativo dell’autrice (pluripremiata) di fare emergere figure di donne consapevoli, forti. Casomai la serie è piena di uomini fessi, che poi la realtà è proprio questa, oltre i confini dell’India.
Oltre i confini viaggia la stessa Indian matchmaking, nella diaspora americana. Accenno a questo perché ho letto dei nonni di Kamala Harris (neo candidata con Biden alla Casa Bianca) emigrati dall’India agli Stati Uniti d’America. Il loro fu un matrimonio combinato (casta alta). La madre di Kamala, professoressa universitaria come il padre (naturalizzato americano dalla Giamaica) sono dunque di “colore” ma non piattamente afroamericani, come tanti hanno scritto in Italia. A meno di scavare nella storia giamaicana.
Il college scelto poi da Kamala è stato Howard, uno dei centri universitari storici afroamericani.
Kamala è andata varie volte in India con la madre, morta nel 2009, a 70 anni.
Di questi viaggi in India vorrei sapere.

Io voto lui

20 Ago

Odore di scuola

19 Ago

Poco importa che i suoi bisnonni fossero emigranti italiani, come sottolineato oggi da tutta la stampa italiana. Negli Stati Uniti d’America tutti, ad un certo punto, sono arrivati (e arrivano) da altri paesi. E’ la ragione di essere del paese. 
Jill Biden ha parlato dal liceo dove ha insegnato. Mi è piaciuta più di Michelle Obama, se vogliamo seguire queste tonte classifiche che si fanno sempre alle conventions. Ho respirato scuola. A New York riapriranno come da noi. Tante università solo online. Il grande test globale di settembre è alle porte.
L’età media dei contagiati continua ad abbassarsi.
Il vecchio Joe Biden è candidato ufficiale alla Casa Bianca. Quell’altro che la occupa ora, vecchio pure lui, ha la sua sorte appesa parecchio a quei banchi, quelle aule.
Mai il primo giorno di scuola è stato così determinante per le sorti del mondo.

Empatia canaglia

18 Ago

Ero alle ultime tre conventions nei due cicli elettorali di Obama e l’ultimo di Trump.
Questa volta ci sono come ci siamo tutti. Da casa.
I discorsi della prima giornata dei democratici si sono materializzati preregistrati come in una serie televisiva di quelle che abbandoniamo al primo episodio.
Ho faticato a seguirli tutti. Sono arrivato alla fine di Michelle Obama. Perfetta e interpretazione da Emmy. Ha puntato su una parola. Empatia. La mancanza di empatia di questa Casa Bianca. No empatia per chi soffre, “di salute e di economia”.
In altri tempi forse mi sarei pure commosso.
Oggi non riesco più a separare le parole (e le interpretazioni) dai fatti, dalle dichiarazioni delle tasse “amiche”. Questa meravigliosa signora diventata ricchissima è empatica. Ci ha pure detto nei giorni scorsi di essere stata male di testa in questi mesi di pandemia. Come tutti. Ce la siamo sentita un poco più vicina di chi negava la realtà. Ma non basta. Contano gli stili di vita. I conti in banca servono se messi in una “causa comune”. Lo fanno in tanti in America, mantenendo per se stessi una qualità di vita sopra tutte le norme.
La ricchezza accumulata con la politica non è empatica. C’è bisogno di altro.
Non so se continuerò a vedere questa Convention in playback.

Staycation

11 Ago

Staycation è traducibile con “vacanza a casa”. In senso stretto, il perimetro delle mura in cui siamo rimasti chiusi nel lockdown o, in senso più largo, il nostro paese che non include Ibiza, isole greche, ecc.
Io con la staycation in senso stretto ci convivo da una vita. Di quella più larga mi mancano gli aeroporti, quelle attese dei voli in cui sei già in un limbo meraviglioso, un tempo sospeso in cui addirittura ti trovi a sperare nel ritardo della partenza.
Quest’anno non riesco a muovermi. L’idea di mettere in valigia più mascherine che calzini mi intristisce.

Ieri sono stato in un centro commerciale di Roma in cui non ero mai stato. Dovevo cambiare la batteria del Mac. Ho atteso un’ora, dopo avere consegnato il compagno della mia vita. Avevo pensato di occupare il tempo affacciandomi in qualche negozio. Ho desistito subito. Non me ne fregava niente. Eppure un tempo non lontano mi divertivo a farlo. Mi sono seduto fuori dall’Apple store aspettando la chiamata. Passavano gruppi di giovani in divisa (ragazze in shorts e stivali, ragazzi in bermuda e sneakers ). Tutti con calzature che bollivano come uova lasciate nel pentolino oltre i dieci minuti canonici.
È stata un’uscita giustificata dall’emergenza. Pronto a tornare alla NBA, le coppe di calcio, i libri, le serie. Il solo disturbo, l’eco della caccia ai parlamentari con i 600 denari mentre nessuno si occupa della cassa integrazione frodata a pioggia dalle imprese più grandicelle.

Intanto la Johns Hopkins University, quella che ci ha tenuto aggiornati sui dati del virus nel mondo, ha annunciato che il semestre prossimo, da settembre, sarà online per i suoi studenti. Il governatore Cuomo ha, invece, dato il permesso al sistema scolastico più grande d’America (New York) di riaprire le aule, sempre da settembre. In molti casi in cui questo è avvenuto abbiamo assistito a nuove chiusure dovute all’esplodere di contagi.

Uno ogni quattro, in America, non starebbe pagando i conti di luce, telefoni, televisione, le bollette alla base del “modello americano” costruito sulla carta di credito e il mutuo.
A Chicago, la più bella e americana città degli Stati Uniti, le sparatorie e distruzioni dei negozi si sono spostate dalla terra di nessuno della South Side al Magnificent Mile, il centro. Lo stesso Trump ha dovuto ripararsi in un rifugio della Casa Bianca mentre volavano pallottole all’esterno.
Joe Biden ci è abituato al bunker. Ha condotto tutta la sua non campagna elettorale da casa sua. Una staycation attiva, per modo di dire.

Chiudo con Foggia e l’assalto fallito ai portavalori in seguito al quale è stata chiusa l’autostrada A14. Non è in una serie di Netflix. E chissà quante buste da 600 euro c’erano in quel furgone blindato.

La televisione che parla di cooperazione

9 Ago

C’è un programma che racconta gli italiani all’estero e va in onda su RAI Italia, la televisione che vedono gli italiani all’estero e non solo loro. Ora anche su RAI Play.
Racconta storie dell’altra metà di noi che vive fuori da una, due, tre generazioni.
Non sono tutti pizzaioli anche se siano benedetti tutti i pizzaioli del mondo che ci aiutano a campare ovunque.
Negli ultimi anni ho scoperto la cooperazione italiana nel mondo. Avevo un’idea emergenziale e ideologica di una storia che coinvolge decine di migliaia di italiani nel mondo. Mi sono appassionato. Ne trovate brevi cenni in questa puntata in onda su RAI UNO il sabato mattina.

Continua

7 Ago

Continuo, con esempi vicini a me, il post sull’uso a piacere delle mascherine.
Due giorni fa era previsto l’arrivo di un paio di familiari (su voli diversi) dagli Stati Uniti, paese che corre verso il primato nella pandemia.
Un volo è stato cancellato secondo prassi consolidata in questa fase.
Si mettono in cassa i soldi (che non si restituiscono) e si dice che si può volare entro un anno. Ma non alle stesse condizioni. Decideranno il mercato e il virus. In molti casi non si usa più il biglietto.
L’altro volo che doveva essere un New York-Roma è partito da Detroit per Amsterdam. Cambio con altra compagnia (che in Europa non tiene le distanze) e arrivo a Roma, dove si passa scialli ai controlli (effettuati ad Amsterdam).
Chi è ora in Italia mi dice di essere confortato dall’uso delle mascherine nei negozi e ristoranti, cosa che in America non era tale.
Solo per la cronaca. Familiare.

Un caldo ballo in maschera

5 Ago

Grande tristezza questa storia della mascherina indossata a piacere. Calata sul collo. Pendente da un orecchio.
La mascherina negata. Poi indossata. Poi regalata ad un selfista.
Agli inizi la chiamavamo chirurgica. Ora la preferiamo in tinta con la cravatta, le scarpe, la camicetta. I governi fanno le loro con il colore della bandiera, i tifosi con quelli della squadra del cuore, le aziende con i loro loghi.
Mattarella con quella bianca, semplice.
La mascherina forse si è politicizzata, a sua insaputa. Negli Stati Uniti ci si è richiamati alla Costituzione per non usarla, in Italia si è evocato (debolmente) un complotto, un altro, dei poteri forti.
Di forte c’è solo il virus e di debole l’idea di fare comunità, che funziona virtualmente solo su Zoom quando domina la paura e ci si chiude in casa, ci si affaccia dalla finestra per cantare. Si fa materiale per Propaganda Live, che è cosa buona ma poi ognuno per cazzi suoi.
L’altro è fonte di sospetto e così si è potenziato l’io ipertrofico che non ne aveva bisogno in questi anni di manutenzione continua del proprio specchio.
Ognuno parla di se stesso. Solo a volte, con se stesso. Questa malattia della socialità sembra arrivata a rimettere in piedi una cerimonia della prudenza, della conoscenza, della relazione che era andata ad avvitarsi nell’io espanso sui social.

Non c’erano i social nel 1918 quando l’epidemia di influenza fece milioni di vittime. Negli Stati Uniti ci fu la galera per chi non portava la mascherina. Lo stesso, nacque una organizzazione “anti-mask”.
Oggi sembra che siano gli uomini a portare meno le mascherine, in America.
C’è una sottile linea machista a determinarne l’uso.
E poi c’è una linea meno sottile di classe che contagia e fa morti nelle comunità svantaggiate, affollate, private di reddito. In questo caso nemmeno la mascherina regge all’urto del virus.
Bernie Sanders può gridare “mascherine per tutti” ma la povertà non si abbatte coprendosi naso e bocca. Magari coprendo orecchie e occhi non si sente e vede, la povertà.
“Se le nostre mascherine potessero parlare” ha scritto Thomas Friedman sul New York Times e così forse ha dato un’idea a quelli della Silicon Valley.
Se potessero parlare ci direbbero come è potuto accadere che nel paese “più ricco e scientificamente avanzato al mondo” la mascherina sia diventata un tale elemento di divisione – dice Friedman. Da noi non ci si spara in un grande supermercato discutendo sull’obbligo di metterla. Semplicemente si lascia penzolare, senza appelli alla Costituzione.

Sono spariti i virologi. In televisione più Lampedusa che Wuhan. Prove di ritorno ai fantasmi antichi. Di quelli nuovi non ci abbiamo capito niente. Siamo intontiti sotto un sole caldo d’agosto a togliere e mettere mascherine. Non tutti.
I giovani non le mettono, gli anziani si. Quelli in mezzo dipende, a seconda se si sentono più o meno giovani. Almeno non è una questione di sinistra e destra, di diritto alla libertà. Si chiama chissenefrega, modello italiano.

Paragoni

24 Lug

Paul Krugman è premio Nobel per l’economia. Scrive regolarmente sul New York Times.
Nel suo ultimo pezzo corre il paragone tra “il modello italiano” di trattamento del virus e quello americano.
Dice Krugman che se il confronto fosse tra Germania e Stati Uniti capiremmo che non ci sarebbe gara. Ma lui paragona la nazione europea più afflitta da burocrazia, età media altissima ed economia stagnante (siamo noi) con la nazione prima al mondo (gli americani se lo dicono da soli da sempre senza eccezioni, da Obama a Trump passando per tutti gli inquilini della Casa Bianca).
Nella sfida l’America esce disastrata.
Noi abbiamo sentito molto parlare di modello italiano in questi mesi. Riassumendo io citerei scuole chiuse, industrie che non si sono mai fermate al nord, frontiere bucate e chiusi in casa ad ascoltare i bollettini della Protezione Civile.
Le mascherine però le abbiamo messe sempre e le mani ce le siamo lavate.
In America, in molti stati e all’interno della Casa Bianca, nemmeno questo hanno fatto.

Arriva il PODCAST di Michelle Obama

20 Lug

Ci siamo quasi. Il 29 luglio.
Orecchie aperte.

Bianco privilegio

19 Lug

Con il tempo ho stoccato una grande quantità di Brooks Brothers. Sono fermo alla misura 15 e mezzo-34 da una trentina d’anni. Mi piacciono larghe, vecchio stile. La rincorsa alle slim ha disorientato la clientela anziana ed eveidentemente non ha conquistato una platea più giovane. Recente la bancarotta dichiarata da Brooks Brothers. Fondamentale premessa per arrivare alla camicia bianca.
Questo post, della serie chissenefrega, dice dello stato d’animo che uno attraversa in questi tempi così instabili. Poche certezze. La camicia bianca, con la squadra del cuore, rimangono ferme.
È stato storicizzato l’uso di questa pezza di cotone, prima il pesante Oxford e poi il leggero Supima. Da Kennedy a Renzi (vabbè). Si è scavato nei secoli precedenti. Senza dimenticare l’opposizione white collar (la classe media) e blue collar (la classe operaia) che per qualche anno mi ha fatto sposare lo scuro contro il chiaro.
Oggi i recenti avvenimenti (Black Lives Matter) sembrerebbero avere sfornato una rilettura della camicia bianca. L’indossa Ivanka Trump e allora diventa “privilegio bianco”.
Me la cavo pensando che la storia del bianco per le donne ha radici diverse.
E stavolta non ci casco. Camicia bianca la trionferà per tutta l’estate.

Va male

14 Lug

La risposta americana al COVID-19 in Texas raccontata dal New York Times Magazine. Non buona.

Benvenuti nel magico mondo

13 Lug

Nel giorno del massimo di positivi ufficialmente registrati in Florida arriva il video della riapertura a Disneyworld. Viene voglia di andarci dopo averlo visto?
Pare di si per migliaia di americani.
Poi quando si dice che l’America è un luogo complesso e le elezioni di novembre non sono già decise, si capisce che non sono parole a caso.

Masks, idioti

11 Lug

Bill Nye è il più celebre divulgatore scientifico americano. In televisione ha vinto 19 Emmy Awards. In America questa storia della mascherina è diventata elemento di divisione politica. Beh, meno da noi ma non ci siamo fatti mancare gruppi di idioti che non la mettono. Daje Bill, che è andato pure su TikTok per dire che la mascherina protegge noi ma soprattutto gli altri.

La Cina è più vicina con un libro e un podcast

9 Lug

Un podcast e un libro.

L’Italia con voi

4 Lug

L’Italia con voi, il programma quotidiano di RAI Italia che sconfina all’estero, in onda su RAI Uno. La prima puntata.su Rai Play.

Oh, Mrs. Robinson

3 Lug

Insisto su Charles Webb.
Scopro che una delle rare conversazioni di Webb con qualcuno che lo cerca risale al 2006 ed è leggibile su un blog. L’autore del post scriveva di vani tentativi fatti di interessare al suo pezzo la stampa di varie specie. A nessuno è fregato niente.
Insomma Salinger lo hanno cercato tutti e lui non ne ha voluto sapere per tutta la vita.
Webb invece è stato da subito scaricato in un magazzino della memoria da cui è riemerso solo per dire è morto. Certo, lui si è nascosto parecchio.
Ho cercato su Amazon il seguito del Laureato (Home School). Da quello che leggo nel post del blog si capisce che la scrittura, per nulla sistematica, è stata generata dalla biografia dello stesso Webb. E questo, anche se quasi tutti gli autori dicono di fare il contrario, accade spesso. C’è pure una suggestione a cui siamo rimasti appiccicati in tanti, a lungo. L’incontro, reale, con Mrs Robinson.

Una storia di rifiuto del denaro. Vi sembra da pazzi ?

1 Lug

È scomparso a 81 anni l’autore del libro Il Laureato da cui è stato tratto il film, del 1967.
La colonna sonora, con Simon & Garfunkel, è tra le più belle di sempre.
Charles Webb scrive Il Laureato a 24 anni. Famiglia borghese (si può dire ancora?) successo, incontro con l’amore e due figli.
Una vita spesa rifiutando il denaro e donando sempre ad organizzazioni umanitarie quello che riteneva fosse superfluo. Eredità, royalties.
Scrive poco Webb, parla poco e vive con pochissimo. Fa il commesso, bracciante, pulizie in un motel, manager in una colonia di nudisti in New Jersey. Divorzia perchè contrario all’istituzione del matrimonio ma poi lui e Fred si risposano per ottenere un visto e la residenza in Inghilterra. Fred muore nel 2019. Per Charles il denaro sarà fino alla fine “sterco del demonio”.
In una rara conversazione del 2008 Webb dice cosa pensa della vita, comunque riassunta dai lavori che si è scelto. Al giornalista del Los Angeles Times era sembrato a posto con se stesso.
Dopo avere letto la storia di Charles Webb ho pensato (vecchia idea) che, per cominciare, sarebbe cosa giusta abolire le eredità. E noi stiamo ancora a parlare di vitalizi. Oplà.

Una risata vi seppellirà

29 Giu

Nel giorno in cui Trump scrive e cancella un tweet razzista ci pensa Borat a scrivere una pagina meglio di cento editoriali.
L’attore Sacha Baron Cohen, che ha costruito programmi tv e film sulle impersonificazioni, si è infiltrato in una manifestazione di bianchi suprematisti e ha cantato ritornelli country su Obama, e il dottor Fauci (virologo capo).

Questa è una notizia che cambia il corso della storia. In TV

28 Giu

Allora leggo su Hollywood Reporter che cambiano, dopo decenni, alcune voci di attori a cui ci eravamo affezionati dei cartoni animati storici, in America.
I protagosti di colore (afroamericani e asiatici) parleranno da ora in poi con la voce di attori di colore, nei SIMPSONS e in FAMILY GUY.
Gli stessi impersonificatori di pelle bianca che saranno sostituiti (alcuni dopo venti anni) hanno dichiarato che è giusto così.
Immagino che una notizia del genere possa fare sbudellare dalle risate in Italia, dove l’industria del doppiaggio ha un peso diverso. Quello che va colto è che negli Stati Uniti si sta finalmente vivendo, non senza opposizione, una svolta storica.
Il melting pot, l’assimilazione delle radici in un solo albero non ha funzionato.
È bello camminare per le strade di New York ed incrociare il mondo. Ascoltare pezzi delle 150 lingue che si dice siano parlate nella città. Poi, di sera, la metropolitana riconsegna ognuno ai suoi ghetti.
La televisione (e i suoi autori più intelligenti) non poteva rimanere impermeabile a quello che sta accadendo. Cadono le statue. Può pure cambiare Hollywood, che sulle statuine ci ha campato una vita.