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Sabato pomeriggio

28 feb

VICE speciale sul cancro

28 feb

Ho visto lo speciale di VICE  sul cancro. Tante buone notizie. Forza, amici miei.

La musica dei film italiani in prime time sulla PBS

28 feb

La New York Philarmonic Orchestra diretta da Alan Gilbert ci accompagna attraverso le musiche de La Dolce Vita, Il Postino, C’era una Volta il West, Cinema Paradiso, Amarcord e altri. Le clips dei film curate da Giampiero Solari.

 

Fine settimana con House of Cards. Ma forse e’ meglio la nuova serie di domenica

27 feb

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Cartelloni pubblicitari ovunque, paginone comprato sui maggiori quotidiani, The New York Times compreso, spot televisivi. Un lancio senza precedenti per House of Cards.
Stamattina alle 6.00 mi e’ arrivata un’email di Netflix, come a milioni di abbonati. C’e’ l’annuncio della terza stagione gia’ online. Sappiamo cosa fare nelle prossime due sere-notti.
La prima stagione e’ stata piena di linee di racconto che correvano parallele, diminuite seccamente nella seconda. Temo una riduzione alle dinamiche di coppia all’interno della Casa Bianca, potendo contare su due straordinari attori protagonisti.
Vediamo se, come tanti, avro’ concluso la visione per domenica dei 13 episodi. Perche’ domenica sera parte la nuova serie poliziesca della CBS, di cui sono autori Vince Gilligan ( di Breaking Bad ) e David Shore ( di Dr.House ). La serie e’ titolata Battle Creek e si dice sia bella davvero.

“Being mortal”, sul morire. Il libro primo in classifica e il documentario della PBS

27 feb

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E’ il libro primo in classifica per la saggistica, secondo il New York Times.  Lo sto leggendo.
E’ scritto da un chirurgo, che e’ anche professore ad Harvard e collabora con The New Yorker. Atul Gawande parla di suo padre quando scopri’ di avere un tumore e parla di noi.
La PBS ci ha fatto un documentario. Oggi in metropolitana ho visto tre copie del libro in mano a lettori. Forse rimozione e dolore privato non funzionano piu’.

Mio padre, mia madre

27 feb

Quando si dice avere culo nella vita

26 feb

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Come strilla in prima pagina oggi “l’autorevole” New York Post un ” grande culo di contratto” sarebbe stato siglato dalla famiglia Kardashian.
Il clan dei Kardashian comprende tre sorelle di cui Kim e’ la piu’ nota ma si e’ allargato e ormai c’e un’intera tribu’. Kim e’ nota soprattutto per il suo grande culo su cui e’ nata una letteratura e presto si studiera’ nelle università’, credo.
Il contratto da 100 milioni assicurera’ alla rete E! la prosecuzione del reality show “Keeping up with the Kardashians”, arrivato alla sua decima stagione. Saranno realizzati nuovi spinoffs della fortunata serie, da cui rimane fuori quello su Bruce Jenner, il campione olimpico in corso di trasformazione di sesso, che e’ parte della famiglia e che avrà il suo show.
La notizia e’ oro per i battutari ma provo a prenderla seriamente ( e’ difficile ).
La fenomenologia Kardashian si poggia su una solida base di ascolto tra i 18-34 anni in tv, attivata sui social media. Non c’e’ programma tv che piu’ specchia la fase. E’ un selfie del paradosso in cui ci siamo ficcati con l’esposizione social. La tv  fa solo da megafono. E’ lo show che giustifica ( uno dei pochi ) la connessione tv social.
Tra molti anni quando si studieranno comportamenti e stili di vita di questo secolo si partira’ dalle Kardashian.  Saranno analizzate e storicizzate. Altroche’ le serie tv. Sono loro, le Kardashian, il romanzo della contemporaneita’.

Dakota Johnson ( 50 sfumature di… ) nel Saturday Night Live di sabato

26 feb

Ed ecco il piatto con il certificato di nascita di Obama

26 feb

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American Sniper apre i TG del mattino

25 feb

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Dopo il verdetto ( carcere a vita ) nel processo che chiamiamo “American Sniper” parla la famiglia dell’amico di Chris Kyle, Chad Littlefield, ucciso anche lui quel giorno.
E’ l’apertura di tutti i TG.

Quelli che vanno al cinema e quelli che decidono gli Oscar. Due mondi lontani

25 feb

Arrivati i dati definitivi sul crollo degli ascolti della serata degli Oscar, e’ esploso il mare di critiche a Neal Patrick Harris che ha condotto. Non agli autori del programma tv, non a chi ha scelto i film arrivati alle nominations.
Il peggiore risultato dal 2009. Solo alcuni dicono di una scaletta assurda con due ore di premi tecnici e minori in partenza per consumare nella mezz’ora finale quelli maggiori ai famosi. Molti accennano alla nota composizione del corpo dei votanti dell’Academy ( 96% bianchi, 76% maschi, eta’ media 62 anni ). Altri alla mancanza di nominations per gli afroamericani. Ma il problema vero sta, come dice il New York Times, nel divorzio che si e’ consumato tra chi va alla cassa dei cinema e chi candida i film agli Oscar. E’ vero che negli anni scorsi hanno vinto The Artist e The King’s Speech ma mai come quest’anno l’intero pool di nominati per miglior film ( che e’ lo scheletro del programma tv ) era stato cosi’ elitario.
Solo American Sniper specchiava la volonta’ popolare ed e’ stato ignorato, a parte un premio tecnico. Se un film incassa 317 milioni ai botteghini domestici ( quello di Clint Eastwood ) e, nello stesso periodo, quello che vince ( Birdman ) ne porta a casa 11, qualcosa vorra’ dire. Poi possiamo raccontarci che il programma tv doveva funzionare comunque e dare tutta la colpa al bravo Neal Patrick Harris. Rimane il fatto che il pubblico del Superbowl e di Nascar ad un certo punto se ne e’ andato. La serata dei famosi era diventata una cena ad inviti della gente del cinema e a casa, nell’Iowa, si sono chiesti ” ma questo chi cazzo e’?” e “perche’ non premiano l’unico film che ho visto quest’anno, American Sniper ?”.

PS Jon Stewart ( grande ) ando’ molto peggio di Neal Patrick Harris e il film che vinse allora fu No country for old men dei fratelli Coen, che ci e’ piaciuto tanto ma ha incassato 74 milioni in America e nella classifica domestica dell’anno arrivo’ al numero 36.

HBO ha mandato in onda il documentario su Snowden che ha vinto l’Oscar

24 feb

Dopo la vittoria agli Oscar di Citizenfour, il documentario di Laura Poitras sul caso Snowden, Neal Patrick Harris ( il conduttore della serata tv ) ha scherzato sull’assenza di Edward Snowden alla cerimonia.
Poche ore prima avevo ricevuto dal provider dell’assicurazione sulla salute mia e della mia famiglia una email, finita nello spam, che mi dice che tutti i miei dati personali sarebbero stati succhiati da cyber attackers. La notizia riguarda qualche milione di cittadini americani.
Non metto in una relazione diretta il documentario con l’email ricevuta ma segnalo il furto d’identita’ ( e la coincidenza ) che di questi tempi puo’ accadere, in diverse circostanze e diversi attori, a chiunque.
HBO e Channel 4 sono tra i produttori del documentario Citizenfour, che ha vinto l’Oscar e che ho visto stasera in onda in prime time su HBO. Steven Soderbergh tra gli executive producers.
La critica ha acclamato l’opera ( dal Wall Street Journal al New York Times, da Variety al Christian Science Monitor, ecc. ). Il documentario e’ il racconto di una intervista di due reporters del Guardian ( ma soprattutto uno ) a Snowden, filmata a Hong Kong nel 2013, nel corso di una settimana.
Quello che Snowden ha rivelato sulla National Security Agency e’ diventato caso mondiale, andando molto oltre quella camera d’albergo di Hong Kong.
La storia e’ nota e la vittoria all’Oscar era data per sicura da tempo. Quello che mi chiedo e’ come si fa a misurare un documentario come questo, e piu’ in generale cosa chiediamo ai documentari. Di rivelarci cose che non sappiamo ? Di esprimere un punto di vista ? Di essere altro da un reportage ?
Ci sono scuole di pensiero sulla questione che non affronto in questo caso. Dico solo che al di la’ di quello che Snowden ci ha detto, il documentario non va oltre. Per i cultori “del primato del punto di vista” questo basta. Come a molti bastano i punti di vista di Michael Moore.
Il documentario diventa, come nel caso di Moore, un lavoro sull’autore dell’inchiesta ( Glenn Greenwald ). Un selfie. La storia e’ l’autore. Laura Poitras, l’autrice del documentario, e’ il ventriloquo. Un ventriloquo cinematograficamente potente. Il documentario e’ una strada a senso unico.
Io coltivo il dubbio, come punto di vista.

La cerimonia degli Oscar e’ un grande programma televisivo, prima di tutto. Spiegazione

23 feb

Come succede con il Superbowl, la cerimonia degli Academy Awards si spalma dal pomeriggio alla notte, per una decina di ore, a cominciare da un’infinito red carpet. Dopo lo sport, la domenica degli Oscar e’ il piu’ grande ascolto televisivo dell’anno. Un grande programma tv che incrocia due industrie, piccolo e grande schermo, che esportano in tutto il mondo.
21st Century Fox ( Rupert Murdoch ) ha avuto il maggior numero di nominations ( 24 ) ma non va benissimo nel suo ramo tv. Invece Time Warner e Warner Bros, con meno nominations ( 11 ) hanno pero’ portato a casa il successo American Sniper e si godono con HBO il primato delle serie tv. La “piccola” AMC, piu’ celebre per Breaking Bad, Mad Men e The Walking Dead, ha realizzato Boyhood. Gli incroci negli studios di produzioni tv e e cinematografiche sono ormai frutto di una inestricabile connessione.

Noi pensiamo al cinema ma ci dimentichiamo che e’ un evento televisivo live, senza il quale gli Oscar non starebbero in piedi. Una verità’ tautologica che spiega perche’ il conduttore e’ importante. Con Ellen DeGeneres lo scorso anno si e’ arrivati ai 43 milioni di telespettatori domestici. Quest’anno la scelta di far presentare la serata a Neal Patrick Harris rende piu’ difficile la scalata degli ascolti ma e’ piu’ Hollywood classica e celebra cinema e tv insieme. Harris ha attraversato i due schermi anche se i suoi 13.5 milioni di followers su Twitter non sono i 39 milioni di Ellen ( dedicato a chi crede, ahi ahi, nel primato e nell’amorosa corrispondenza di tv e uccellino ).
All’ascolto di quest’anno si dice potrebbe mancare una fetta importante di pubblico, quello afroamericano. E’ sempre successo cosi’ quando nessun attore nero e’ stato incluso nelle nominations ( come nel 2011 ). ABC, la rete che produce lo show degli Oscar ha provato nei giorni scorsi a promuovere la serata nelle sue “serie black”, Scandal e How to get away with murder. L’errore, gia’ si dice, potrebbe essere quello di non avere affiancato ad Harris proprio la star di Scandal, Kerry Washington.
La chimica degli ascolti e’ studiata nei laboratori di Hollywood nei dettagli.
Ad esempio si calcola che la media del percorso impiegato dai vincitori per salire sul palco sia di 40 secondi e per questo i favoriti sono piazzati il piu’ possibile davanti. E che, contrariamente a quello che si pensa, i numeri di attrazione teatrale ( monologhi, balletti, canzoni ) fanno piu’ ascolto dei ringraziamenti commossi alla moglie, al marito, ecc, dopo la vittoria.

La visione di film e serie tv si e’ omologata, spegnendo gradualmente le sale che resistono solo per i blockbusters. Vediamo tutto, troppo sui computers e nulla e’ piu’ magico. Consumiamo puntate di serie e opere cinematografiche con una bulimia che non lascia sedimenti nella memoria. E’ la grande confusione sotto il cielo che ha chiuso i libri, con l’alibi che i racconti in video sarebbero la letteratura della contemporaneità. Gli Oscar sono esattamente al culmine di questa confusione, sono la messa cantata del cinema officiata dalla televisione. Per dire del primato conquistato dal piccolo schermo.
Boyhood, il film che piu’ mi e’ piaciuto, e’ lo sviluppo di un’idea televisiva, prodotta da Granada Television. Ogni sette anni Michael Apted e’ andato a trovare 14 cittadini inglesi di diverse classi sociali cha avevano, nel primo episodio, 7 anni. Nell’ultimo l’eta’ dei protagonisti era 56 ed era il 2013. Due di loro non ci sono piu’. L’idea di raccontare la vita, seguendo il corso del tempo reale, e’ propria della televisione. Il fatto che sia diventata un film spiega tutto.

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PS Neal Patrick Harris ha condotto in modo perfetto. Non avra’ fatto sganasciare dalle risate ma ha rotto quella stucchevole tradizione degli standing comedians che fanno finta di trattare male i famosi seduti in sala.
Patricia Arquette ha scatenato un’ovazione quando ha chesto “equal pay for women” e non credo dicesse solo per chi lavora nell’industria cinematografica.
Tra i documentari ha vinto Citizenfour, la storia di Snowden, che va in onda su HBO.
Pianti, applausi, tutti in piedi per la vittoria di Glory, la canzone ( bella ) di Selma.
Altro momento di delirio in sala con lo “Stay weird, stay different” del vincitore della sceneggiatura adattata da un libro, Graham Moore. A 16 anni, ha detto, voleva suicidarsi.
Vince Birdman, migliore film, e mi dispiace per Richard Linklater, regista straordinario di Boyhood e non solo.

“NOT THE KNICKS”. La squadra fa schifo e il New York Times manda il cronista altrove

22 feb

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I Knicks sono ultimi nel campionato di basket della NBA.
The New York Times ha un cronista che segue sempre la squadra. L’interesse e’ crollato e anche quello del cronista stesso. E cosi’ sempre meno spazio ai Knicks e Scott Cacciola ( il cronista ) si e’ preso una pausa che e’ stata chiamata dal giornale “Not the Knicks”. Cacciola oggi scrive un lungo articolo di pallacanestro addirittura dalla Nuova Zelanda.
Meraviglie di un grande giornale.

Gli Oscar piu’ telefonati di sempre ? Se contasse il pubblico vincerebbe American Sniper

22 feb

Vi riassumo la situazione con tre previsioni. Quelle di The New Yorker, The Atlantic e The New York Magazine. 
Molto simili, come potete vedere. Ci sono premi gia’ assegnati e altri ridotti ad una gara a due. Miglior film Boyhood o Birdman ( e a cascata miglior regista e migliore attore ) ?
Birdman e’ piu’ classic Hollywood, Boyhood e’ nettamente migliore.
Fuori gara per tutti American Sniper, premiato pero’ dal botteghino. La sorpresa, se ci sara’.

Cancellato il programma di Ronan Farrow, figlio di Mia. Twitter e TV non si incrociano

22 feb

Vi avevo detto di Ronan Farrow , il figlio di Mia Farrow, di cui si e’ parlato molto per la sua somiglianza con Frank Sinatra. Gli era stato dato un programma quotidiano di informazione politica su MSNBC all’una con l’idea di catturare un pubblico piu’ giovane per la rete. Il suo seguito su Twitter ( 276mila ) non si e’ tradotto in telespettatori (  record in basso di 11mila nel gruppo demografico chiave dai 25 ai 54 anni ).

THE NEW YORK TIMES MAGAZINE e’ nuovo ( 119 anni dopo )

21 feb

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La rivista della domenica del New York Times e’ stata ridisegnata. Agli abbonati arriva, come sempre, il giorno prima e l’ho sfogliata e letta. Pesa un accidente, piena di pubblicita’ ( che e’ un buon segno, in generale ). Quattro copertine ( tre all’interno ) per questa “global issue”, con tanti mappamondi.
Il contenuto non cambia, anche se c’e’ una lunga storia in piu’. Quello che e’ importante e’ che il giornale piu’ bello del mondo rilancia. In passato sono state chiuse sezioni del grande quotidiano e ogni volta il timore e’ quello dei tagli.
In attesa del definitivo passaggio online.

THE AMERICAN. Ed e’ subito Obama sovietizzato

21 feb

Le dichiarazioni di Giuliani su Obama ( “non ama l’America”, ecc ) sono declinate dalla stampa popolare in versione The Americans. La serie televisiva sulle spie sovietiche. Tanto per minimizzare.

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ROMA, CITTA’ APERTA, a Los Angeles nella settimana degli Oscar

21 feb

La versione restaurata per una settimana a Los Angeles, 70 anni dopo.

Birdman, l’originale

21 feb

Il Big Bird di Sesame Street. Per quelli, come me, che pensano che Birdman non sia quel capolavoro di cui si parla.

Allison Williams ( GIRLS e PETER PAN ) in difesa di suo padre Brian. Il caso e’ una montagna

20 feb

Allison Williams e’ attrice emergente. La storia della sospensione per sei mesi di suo padre Brian dalla conduzione del TG numero uno ( NBC ) d’America e’ passata in Italia come un venticello. Invece e’ roba grossa, non solo per lui, Brian, ma per tutto il sistema dell’informazione televisiva. Ci torno presto sopra. Inutile dire che e’ fondamentale per capire come vanno le cose in quest’epoca di “riproducibilità” delle informazioni.

Che tempo che fa a New York. Fa freddo, e’ inverno

20 feb

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Arrivano gli anni 70 con il finale di MAD MEN. Meraviglia

20 feb

Finalmente il trailer del finale di Mad Men ( domenica 5 aprile ).

Giuliani : “Obama non ama l’America” . E’ partita ( male ) la nuova campagna elettorale

20 feb

Tornato a New York riprendo a guardare i TG del mattino. E sembra di essere tornati agli anni Cinquanta. Rudy Giuliani ovunque per le dichiarazioni su “Obama non e’ uno di noi”. Obama non ci ama. Non capisce la minaccia dell’Islam terrorista. E arrivano le accuse di razzismo. C’e’ anche John McCain. Ma lascio perdere. Obama risponde indirettamente su Twitter.
La nuova campagna elettorale dei repubblicani riparte dai due vecchietti e non e’ un bel vedere.

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Miniserie di ABC su Bernie Madoff

19 feb

Richard Dreyfuss sara’ Madoff.

La felpa, che sta dentro la tv

18 feb

In questo breve viaggio italiano, quando ho acceso la televisione, c’era sempre lui. Cambiavano le scritte sulla felpa ma lui era li, che sorrideva sprezzante, ammiccante, sorridente.
Una densita’ di Salvini pari forse solo a quella di Landini, di qualche mese fa. Intendiamoci, Landini c’e’ sempre ma ora e’ oscurato dall’indossatore di felpe. Cambiano le scritte su torace-pancia ma sempre felpa e’.
La creazione della felpa viene attribuita da varie fonti ad un giocatore di football della University of Alabama, Benjamin Russell jr. nel 1920. L’idea fu quella di produrre un indumento sportivo di cotone con interno felpato ( sweatshirt ) per assorbire il sudore. L’evoluzione dell’archetipo nella versione con cappuccio ( hoodie ) e’ stata in seguito anche piu’ venduta dell’originale.
L’uso che se ne fa in America e’ da tempo libero. L’uso che si fa invece della felpa con cappuccio ha assunto , a volte, dimensioni metaforiche fuori dal suo specifico. Ma in genere, prima che venissero loghizzate, le felpe hanno raccontato ( e continuano a farlo ) un pezzo di vita dell’indossatore. La citta’, lo stato di nascita ma molto di piu’ la scuola, l’universita’ che si sono frequentate. Insomma un indumento identitario.
La variabile del politico padano e’ che cambia luogo o slogan sulla felpa ( con cui presumo faccia poco sport ). Una felpa programma politico. Tanto che si potrebbe anche togliere il volume quando si materializza ( ogni giorno ) in tv perche’ c’e’ gia’ scritto quello che si accinge a dire. Una felpa che raccoglie poco sudore ma che parla da sola. Una felpa che tira su gli ascolti, finche’ dura. Una felpa che ha oscurato i maglioncini di Landini.
In America la sweatshirt e’ indumento egualitario e il miliardario Mark Zuckerberg ( Facebook ) la indossa ( senza logo ) perche’ ha un chiaro significato di comunicazione orizzontale, egualitaria, che e’ il fondamento dei social networks. Lui dice che lo fa perche’ non vuole sprecare tempo a pensare cosa mettersi addosso.
Per Salvini la felpa invece e’ il tutto. E’ un tatuaggio variabile che ha spalmato un’identita’. Quando il padano ci scrive Sicilia si e’ compiuto il viaggio. Non sappiamo piu’ chi c’e’ dentro quelle felpe.
Il messaggio ha ucciso il messaggero ( per non parlare della tv ). Vecchia storia.

L’Oriana

17 feb

La strada maestra della fiction italiana, biografica/agiografica, ha aggiunto un nuovo ritratto alla galleria dei santini di casa nostra. Ieri sera e’ andata in onda la prima parte ( di due ) de L’Oriana ( Fallaci ).
La buona regia di Marco Turco e l’impegno della Puccini non sono aiutati dalla scrittura ( Rulli e Petraglia e lo stesso Marco Turco). Che e’ il nodo irrisolto di tutta, o quasi, la serialita’ italiana.
Perche’ deve essere sempre tutto cosi’ dominato dalla retorica, dalla artificiosita’ dei dialoghi, perche’, perche’ ?
In questo caso poi e’ mancata anche quella cura didascalica che almeno di solito c’e’ e che ci facesse capire meglio chi era questa signora che e’ stata la piu’ celebre tra i giornalisti italiani nel mondo. Si e’ proceduto per salti temporali e geografici come se tutti dovessero sapere chi e’ stata Oriana Fallaci. Andate a guardarvi le biografie della BBC e della PBS e vedrete se vi buttano dal Vietnam in Toscana senza un ponticello nel mezzo che vi aiuti ad attraversare la storia e capire perche’, come, quando.
Quello che la Fallaci ha scritto sull’Islam e’ oggi attualita’ politica. Solo per questo la biografia ci stava. Anche la sua “scelta americana” e’ roba parecchio interessante. E anche se forse sarebbe stata meglio una docufiction. Peccato.

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Mia madre ( cappotto scuro ) e Oriana Fallaci a New York. Anni Cinquanta.

Roma nord. Abbigliamento

17 feb

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Grandi vecchi ( Lucas e Redford )

16 feb

Nuova semiotica tv. Dalla complessita’ alla medieta’

15 feb

Sono andato a vedere quanti corsi universitari e paratali si sono accesi in Italia sulle serie tv americane. Beh, sono parecchi.
Che dire ? Chissa’ cosa insegnano dopo avere scandito il vocabolo magico “complessita’ “.
Dopo questo Sanremo non ci poniamo piu’ la domanda. Ha vinto la “medieta’ “, dicono tutti.
L’uomo qualunque ha sotterrato i professori ?
Non c’e’ in America uno show di quattro, cinque ore spalmato su cinque serate. Messe insieme fanno 24 ore. L’eccezionalita’ televisiva italiana sta in questo. Bisognerebbe studiare Sanremo nei corsi universitari, non True Detective. Raccontare Sanremo, anche attraverso le sue conduzioni, significa raccontare questo paese. Analizzare le ragioni di un ritorno in grande, dopo una crisi. Andare a vedere chi governava ogni anno, cosa succedeva fuori dall’Ariston, nel mondo, nelle fabbriche, nelle scuole, quanto erano lunghe le gonne, come si portavano i capelli, ecc. Grande storia, piccole storie. Lasciate perdere la serialita’ americana.
Questa e’ la complessita’ italiana, una autentica meraviglia. Un tesoretto da custodire nelle teche ma anche da spolverare e illuminare. Si, anche in tivu’.

PS Leggo che l’attivita’ social e’ stata “lo 0,6% del pubblico complessivo del Festival”.