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Oprah ? La trumpizzazione della politica che conosciamo bene

9 gen

La televisione si è riempita di Oprah, come fosse una novità.
La signora della televisione americana è cresciuta dentro l’elettrodomestico fino a quando è diventata imprenditrice, ricca, saggia, icona.
Il suo discorso nella serata dei Golden Globes è stato letto come il lancio di una candidatura. L’ho fatto anch’io in tempo reale su questo blog. Non ci voleva uno scienziato (della politica).
Si, no, è partito il balletto delle interpretazioni, smentite, ecc.
Viene da tessere l’elogio dei “professionisti della politica”. Di chi la fa di mestiere. Da quando giovane, molto giovane si appassiono’ all’idea di partecipare (addirittura cambiare) lo stato delle cose, il mondo.
La nostra storia recente ci ha regalato una trivializzazione del mestiere della politica.
I “professionisti della politica” hanno cominciato a negare di esserlo.
La televisione ha a che fare parecchio con questa invasione di campo. Inutile ripercorrere ora quello che è accaduto, accade da noi in Italia e in America.
Probabilmente Oprah sarebbe una grande presidente degli Stati Uniti. Prima donna. Nata povera da una madre adolescente nel Mississippi. Abusata quando aveva 14 anni. E poi quello che sappiamo. Una storia unica. Una storia americana.
Credo nella possibilita’ di vivere piu’ vite dentro quella limitata nel tempo e dal caso.
Ma possiamo restituire alla politica una “dignità” superiore a quella nostra che facciamo altre cose ? Possiamo dire che la televisione è complice (di piu’, produttrice) della perdita di senso comune, civico, di cui la politica dovrebbe essere espressione ?

Wolff, l’autore del libro che ha “infuriato” la Casa Bianca, fa il giro delle tv

8 gen

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Stamattina mi sono svegliato con Michael Wolff in tv. Era atteso. Senza pietà quello che esce fuori dal libro sulla Casa Bianca.
C’è chi dice che era tutto ampiamente noto.

Rimarra’ solo Oprah

8 gen

Questa mattina leggo della serata dei Golden Globes. Si parla solo di lei. Oprah.
Era chiaro ieri sera, per chi ha visto.

GOLDEN GLOBES, serata nera. Con lampo Oprah

8 gen

Lettura introduttiva ai Golden Globes di quest’anno. Consigliata a chi minimizza. Sono parecchi in Italia.
Difficile dire qualcosa di questa serata in cui si celebrano cinema e televisione prescindendo da quanto è accaduto lo scorso anno.

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Nel red carpet, prologo della cerimonia, si è parlato solo di molestie sessuali. Tutti in nero. Intervistatori e intervistati. Seth Meyers, il conduttore designato, ha salutato, dicendo “chissa’ come andrà con tutti questi mostri in sala”.
Debole poi il monologo iniziale, che non ha risparmiato una battuta a Trump, una a Weinstein e un paio a Kevin Spacey. Non so, mi sono sentito a disagio. Anche da casa.
La situazione che si è creata ha fatto dimenticare i premi. Che comunque avrei dimenticato. Per me The Crown meglio di Big Little Lies che ha raccolto molto, troppo. Ma era l’anno per una serie al femminile. Anche se non sono le donne della Ford di Chicago.
Lady Bird ha goduto dello stessa congiuntura. La regista Greta Gerwig è straordinaria, il film meno.
Stessa cosa per il film che ha vinto di piu’. La stampa estera, padrona dei Golden Globes, non ha scelto di premiare The Post di Spielberg e ha fatto male. Hanno fatto i fighetti.
Puo’ darsi che l’ascolto della sera sia buono perche’ l’attesa era alta (fattore Weinstein) ma non ci becco mai sulla platea tv.

L’omaggio alla carriera di Oprah potrebbe essere stato per il lancio di una carriera diversa per la numero uno della tv americana. Oprah for President 2020.

La cosa migliore della serata, lo spot di 30 secondi del New York Times che e’ andato in onda nella prima ora. Una sintesi di questi Golden Globes.

Televisione che parla di televisione e vabbe’

6 gen

Sinceramente non me ne frega niente. Ma ci stanno due parole a proposito di una puntata del talk della Gruber che ho appena recuperato. A proposito di “americanizzazione della tv italiana”. A proposito di tv del dolore.
Le generaliste italiane e quelle americane sono profondamente diverse.
Pesa meno la politica in quella americana. Il racconto del dolore, quello del lamento non allagano i palinsesti che restano solidamente ottimisti, sempre.
La South Side di Chicago che continua ad essere teatro di omicidi di gangs (anche se leggermente meno) e Porto Rico ancora senza luce per un terzo dopo l’uragano Maria di settembre sarebbero per esempio terreno fertile per le due cose (dolore e lamento) ma sono fantasmi in televisione.
Nulla rompe il perfetto svolgersi delle serie, dei talks allegrotti del day time, delle prime serate non fiume, all’italiana.
La politica (detto mille volte) confinata ai minoritari canali all news. E la cronaca nera si impenna (relativamente) solo se riguarda qualche famoso. La strage di Las Vegas del primo ottobre (58 morti e 500 feriti) presto archiviata.
Non vedo in America “giornalisti” inseguire, ad ogni ora del giorno, responsabili della cosa pubblica che sgommano via. Non vedo, ascolto, domande buttate nei citofoni delle case, ad ogni ora del giorno.
Certo accade ma non fanno sistema televisivo, scheletro della programmazione, lancio per il talk di tre ore.
Quindi parliamo di due mondi diversi che globalizzazione e Netflix non hanno avvicinato. Punto.
Quando poi vedo sorrisetti ( nella puntata a cui accennavo ) ad un accenno al caso molestie che ha decapitato molte teste nella tv e nel cinema in America, capisco definitivamente che siamo in due mondi molto ma molto lontani.

The comeback kid

5 gen

Eccolo di nuovo. Con barba. Non hipster.

L’anno che verra’

4 gen

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L’anno che verra’ segnerà il definitivo trionfo di Netflix e i suoi compagni di merende ( Amazon, ecc. ) che governano la visione differita.
I dati finali del 2017 ci danno alcune indicazioni.
Nel 2016 c’era solo la serata degli Oscars tra le prime dieci per ascolti. Nove prime serate di sport.
Nel 2017 a quella degli Oscars si è aggiunta quella dei Grammy Awards.
Nello sport cresce il basket e perde il football. Ma solo un trend che non tocca le prime posizioni.
Tra i programmi sempre primo The Big Bang Theory. Crescono i medical shows, con la platea dei baby boomers che si allarga ed ha raggiunto l’eta’ in cui si pensa piu’ all’ospedale che al lavoro. The Good Doctor di David Shore ( House, Law and Order ) raddoppia su ABC l’eterno successo di Grey’s Anatomy.
Game of Thrones è al primo posto delle serie che hanno avuto piu’ “interazioni social” nel 2017.
Better Call Saul di AMC è prima tra le serie consumate non in tempo reale tra le tv non-Netflix.
Vedere serie in un tempo scelto diverso da quello della rituale messa in onda è ormai il dato incontrovertibile. Piu’ del 280% di crescita rispetto al 2016.
L’anno che verra’ ci dice che la televisione non è morta. Si accende di piu’ quando una volta arrivava il monoscopio.

I tempi cambiano. Coppia di donne per il TG della NBC del mattino. Ufficiale.

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Primo risultato della rivoluzione anti-molestie.

In questi giorni, THE CROWN

2 gen

Mi ero tenuto le due stagioni di The Crown ( Netflix ) per tempi in cui avere tempo. Questi sono.
Ho fatto bene. C’è molto che ha a che fare con le feste.
Avevo pensato di aspettare le sei stagioni annunciate per non vedere solo i primi due capitoli ma poi non ho saputo resistere.
È una visione che scorre bene con il cibo e il bere. Tra un episodio e l’altro ci sta il fact-cheking. Continuamente frughi nella memoria. E poi ti rimane il segno di una storia che è Brexit per noi non da un anno o due. La nostra monarchia difficile da raccontare ai giovani, ai figli. La rimozione non ha generato serie televisive.

2017, alle spalle

1 gen

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Brrrrr

30 dic

Camminando ieri, per Tribeca.

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C’era una volta New York ( 3 )

30 dic

Sempre New York al primo posto nel mondo tra le citta’ piu’ colpite dal virus Instagram. Ahime’.

C’era una volta New York ( 2 )

29 dic

La lista ufficiale di quello che e’ scomparso nel 2017.
Tra gli altri, The Village Voice, lo storico settimanale che ci diceva cosa fare. Ora, senza bussola, vaghiamo a tentoni. Si c’e’ online, vabbe’.

Dirsi grazie

28 dic

Oggi gira nelle televisioni questo spot.

THE POST, il mestiere, la storia e l’Oscar

28 dic

Si puo’ vedere The Post, il film, senza sapere alcune cose.  E funziona alla grande lo stesso.
Ma se sai chi è stata Katharine Meyer “Kay” Graham, la signora del Washington Post. Se sai chi è stato Robert McNamara, Secretary of Defense con Johnson e Kennedy dal 1961 al 1968 e hai visto la sua lunga intervista in Fog of War ( il documentario che ha vinto l’Oscar). Se sai qualcosa dei Pentagon Papers e la guerra in Vietnam, durata venti anni.. Se hai poi da poco appreso che qualche giorno prima dell’uscita del film William, figlio di Katharine, si è suicidato, sparandosi, come suo padre, gia’ proprietario del Post, allora entri al cinema di Union Square con qualche grado di separazione in meno.

Se non sai, dicevo, va bene lo stesso. Il film è costruito alla perfezione da Spielberg e gli sceneggiatori di Spotlight per confezionare un monumento al mestiere di chi indaga, scrive e non si piega. C’è tutto per arrivare all’Oscar. Inutile dire di Meryl Streep ( Kay Graham ). Sembra di essere tornati a Tutti gli uomini del presidente, di cui sarebbe il prequel.

Spielberg non sara’ il piu’ introspettivo dei registi in giro. A 71 anni, uno dei trailers passati sul grande schermo prima del film è stato il suo prossimo racconto di supereroi di cui non se ne puo’ piu’.
The Post è cinema della realta’ ripassato in salsa Hollywood. I giornalisti sembrano giornalisti. I giornali contano. Internet non c’è. Che meraviglia.

Al New Yorker è piaciuto molto AMERICAN VANDAL

28 dic

Emily Nussbaum lo aveva gia’ piazzato nella lista della televisione dell’anno. Ora arriva un altro pezzo.
Una cosa intelligente, apparentemente scema.

PHANTOM THREAD, una love story anni 50 per questi tempi

27 dic

La certificazione dei tre Oscar ricevuti come migliore attore protagonista è unica nella storia del cinema. Possiamo fregarcene dei premi ( tanti altri ) ma è palese che Daniel Day Lewis sia il piu’ grande attore vivente. E autopensionato a 60 anni. Dopo questo Phantom Thread, che ho appena visto.
Ancora con la regia di Paul Thomas Anderson, che come Day Lewis gira poco e fa bene.
Siamo negli anni Cinquanta a Londra, nella casa-lavoro di un sarto ( non credo si chiamassero stilisti allora, boh ). C’è la sorella del sarto e le silenziose signore in camice bianco che cuciono meravigliosi abiti, pezzi unici, generati dalla mano del maestro. Poi ci sono le donne, compagne, muse che si alternano nella casa e che la sorella sorveglia, limita, giudica. Fino a quando arriva Alma, l’ignota a me attrice del Lussemburgo Vicky Krieps. Formidabile.

Daniel Day Lewis, il sarto Reynolds, è chiuso nel suo mondo fatto di lavoro e abitudini. Capita a molti.
Alma, la nuova arrivata, non ci sta. Prova ad entrare in questo fortino. Lo fa anche rumorosamente, a colazione. Al mattino, silenzio, vuole Reynolds. Ma in generale meno si parla meglio è, in casa dell’artista-sarto.
Questa volta pero’ la dinamica del rapporto uomo padrone e donna al suo servizio non si sviluppa come da convenzione. Accadono cose che aprono crepe nella vita degli abitanti della casa fortino.
La vita è imperfetta. Le storie d’amore pure. E il resto è grande cinema da camera.
Che poi il film funzioni parecchio, alla fine di quest’anno #metoo, è una lettura telefonata che puo’ fare comodo.

Bicchiere mezzo pieno

26 dic

Cose che sono andate bene nell’anno che finisce.

Buon Natale al rifugiato, sindaco in Montana

25 dic

Dal 2 gennaio sindaco di Helena, Montana, capitale dello stato.
31mila abitanti, 93,3% bianchi.

Che fa Obama ?

25 dic

Qualche vaga notizia. Penso calpesti anche molto i campi di golf.

Bagaglio della vita

24 dic

La valigia del rifugiato ricostruita in un’installazione a New York, UNICEF.

Applausi

24 dic

Fenomenologia dell’applauso nei talk shows italiani. Sul Foglio del sabato ne scrive Andrea Minuz.
Battaglia persa.

VICEversa

23 dic

The New York Times su VICE.

AMERICAN VANDAL, la serie “piu’ nuova” del 2017

23 dic

Evito di fare la lista delle dieci serie migliori dell’anno. Ce ne sono tante. Una serie sola. La piu’ innovativa.

Non sono tra quelli a cui era piaciuto tanto Making a Murderer. E non voglio riaprire il giudizio sulla serie. Condivido quanto scritto sul  New Yorker.
Le serie investigative hanno in genere il problema di non farsi giuria ma di cercare comunque la verità. È una misura difficile da sostenere anche perche’ senza un punto di vista il documentario cade.

Sono arrivato ad American Vandal di Netflix solo da poco, a fine anno ( era stato messo in circolo lo scorso 15 settembre ). Gli otto, brevi episodi hanno un punto di vista, anche se continuamente messo in discussione. È quello del giovane filmmaker del liceo che lavora al documentario nel documentario con un amico. È la voce narrante e l’infaticabile investigatore.
Gli ideatori arrivano da Funny or Die, canale You Tube popolare nelle high schools e nei colleges. Non sono dentro il cerchio magico della televisione o del cinema. Vengono dal mondo degli You Tubers. E la critica alta li ha guardati, appunto, dall’alto in basso.

L’obiettivo è quello di fare una parodia delle serie true crime, da Making a Murderer a The Jinx, a Serial. Per arrivare , tanto per capirci, alle ricostruzioni con i plastici in televisione.
Il genere, si è detto, mockumentary. Una cosa che sembra vera ma è satira, comedy. Proprio questo geniale intreccio ti tiene incollato fino alla fine. Non ricordi piu’ che, a differenza di Making a Murderer, i personaggi recitano e recitano da dio.
L’indagine è indirizzata a scoprire chi ha tracciato con una vernice spray dei falli su 27 macchine nel parcheggio del corpo docente. E l’altro intreccio, quello con i social media, ha fatto fare il boom ad American Vandal. Anche in questo caso, i social dentro la serie stessa, combinando cosi’ un frullato da cui non si esce.
Il colpevole designato dal primo minuto potrebbe esserlo ma anche no.

L’altro sguardo è quello sul mondo di una scuola secondaria superiore americana talmente verosimile da non lasciare, in questo caso, spazio alla satira. Siamo al documentario puro. Senza la morale incorporata. Documentari dichiaratamente seri non ci avevano fatto penetrare cosi’ in questa fine dell’adolescenza, prima della dispersione nelle universita’.

La seconda stagione è stata annunciata un mese dopo l’uscita su Netflix e il teaser immediatamente buttato fuori.

Che torni a dondolare in prima pagina

21 dic

Mi sono accorto di dimenticare spesso l’esistenza dell’Amaca di Michele Serra.
Era la prima cosa che leggevo, sfogliando digitalmente Repubblica.
Come quando aggiorno il sistema operativo sul Mac e penso “era meglio prima”.

Della tristezza di Twitter

21 dic

Il blog Classic Pics regala spesso fotografie come questa.
Germania, 1936, un uomo a braccia conserte.
Si sente il bisogno dei commenti su Twitter ?

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Tornera’ a lavorare il giornalista del New York Times accusato di molestie. È il primo

21 dic

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Sospeso fino a gennaio senza stipendio e poi lavorerà altrove.
Glenn Thrush, ex di Politico, non è stato licenziato.
Dopo un’indagine interna The New York Times scrive la sentenza. Terapia e Glenn Thrush puo’ tornare.
Non è un’assoluzione ma viene data la possibilità di ricominciare.

C’era una volta New York

20 dic

Gli italiani che arrivano in questi giorni a New York non possono fare a meno di paragonare l’albero di Natale di Rockefeller Center a quello di Piazza Venezia a Roma. E in genere rimangono poi nel perimetro dell’isola di Manhattan. alternando visite ai musei a quelle alle cattedrali delle grandi catene dello shopping che ormai si trovano ovunque ma che qua saldano tutto molto prima, anche tutto l’anno.
New York non è ancora Dubai ma la strada è quella. Chi arriva per pochi giorni (e non ha memoria di cos’era trenta, quaranta anni fa) sgambetta felice per il parco giochi.

Ho letto delle grida di dolore per la chiusura prossima di un cinema storico della Upper West Side, l’area di Manhattan in cui, come molti, atterrai per la prima volta in citta’. Avevo cinque anni, era Natale. Eravamo ospiti di amici dei miei genitori al Beresford, uno storico palazzo che guarda Central Park da un lato e dall’altro il Museo di Storia Naturale. Ci sono tornato per molti anni, ogni Natale.
Ieri sono andato da quelle parti e ho visto non solo il cinema che sta per chiudere. Non esiste piu’ nulla di quello che faceva di quel quartiere un luogo speciale, incrocio di tradizioni ebraiche e differenze di classe asfaltate dalla gentrificazione. Le vie laterali di Amsterdam Avenue che ospitavano l’altra faccia degli inquilini del Beresford (da Seinfeld a John McEnroe) sono territorio “liberato” dagli emigranti latinoamericani ed europei dell’est, mischiati.
Rimane solo Zabar’s, l’alimentari ebraico, a testimoniare la storia di quei blocchi in cui ancora oggi vive ostaggio un’umanita’ che sta sparendo, come racconta l’imperdibile blog sulla New York-Spoon River che ogni giorno strazia il cuore a leggere. Quelli che ieri ho visto, appunto, fare la fila alle due del pomeriggio nel cinema di cui parlavo. Tutti oltre i sessanta, settanta anni.

La New York com’era si trova ancora solo a macchie nella Lower East Side, pure ormai centrifugata dalla movida degli studenti della NYU e dei piu’ grandicelli impiegati a Wall Street. Poi non resta che saltare il fiume ed entrare nella libera repubblica di Brooklyn, dimenticando alcuni territori ormai globalizzati. Quelli in cui gli immobiliaristi e gli hipsters si sono alleati. Quindi niente Dumbo, Williamsburg, Park Slope e, quasi quasi, Greenpoint. Bisogna andare piu’ lontano, ad una quarantina di minuti di metropolitana da Manhattan. Ma allora ti chiedi, ne vale la pena ?
Risposta sintetica. Si. Per ragioni che ci diciamo un’altra volta.

Ora parlano le donne operaie (alla Ford di Chicago). Altroché Hollywood

20 dic

Era ora. The New York Times è andato sulle linee di montaggio della Ford a Chicago.
Un’inchiesta vi assicuro straordinaria. Altroché Weinstein e divani dei produttori.
Il pezzo ci racconta una cultura diffusa che coinvolge tutti, dalla proprietà ai sindacati, ai compagni di linea. Finalmente si capisce cosa significa la rivoluzione in corso.
Inutile ripetere che una storia cosi’ su un giornale italiano ce la possiamo sognare. E non perché, credo, le condizioni siano diverse.

Oggi la cerimonia del ritiro della maglia di Kobe. Volete un biglietto in prima fila ? 27mila e 400 dollari

18 dic

Oggi a Los Angeles partita di basket tra i Lakers e Golden State, di San Francisco.
Non un match decisivo per la classifica della NBA. I Lakers navigano per il momento fuori dalla zona play off.
La serata ha pero’ un carattere commemorativo importante per i tifosi di Kobe Bryant. Verra’ ufficialmente ritirata la sua jersey, la maglia , anzi due maglie.

Sono andato a controllare il costo dei biglietti rimasti, come faccio sempre quando all’ultimo minuto decido di andare con mio figlio ad un game, a New York. Mentre scrivo 467 ancora disponibili. A partire da 317 dollari (il minimo)  a 27.409 l’uno, in prima fila ( due rimasti).
Avete capito bene. 27mila e 400 dollari per un seggiolino sul campo.
C’entra la Silicon Valley, il mito di Kobe, ecc. E la follia.
La partita in diretta tv, comunque, in California e per gli abbonati alla NBA.