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VAR de noantri

26 ago

E’ iniziata la Premier League, con il VAR.
E naturalmente è tutto chiaro, anche per chi non sa di calcio. Il cartellone elettronico annuncia VAR in corso e l’azione in corso di revisione. L’arbitro in campo registra la decisione presa e spettatori e telespettatori insieme a lui.
Non ci sono scenette alla Totò e Peppino nella “banda degli onesti”, con l’arbitro che disegna nell’aria un rettangolo e poi corre a vedere uno schermo. A volte, come in Fiorentina-Napoli, nemmeno corre ai lati del campo perchè ha deciso tutto lui. E male.
Non lo dico io, che avrei motivi da class action dopo che mi è andata di traverso la prima giornata di campionato. Oggi lo dicono tutti, compreso il designatore degli arbitri stesso, come mi è parso di capire.
Ci vorrebbe un VAR del VAR. Oppure facciamo come gli inglesi, scrivendolo nel contratto di governo. Al primo punto, però.

Mi manca il vitello tonnato

24 ago

Oggi, giorno di di pensierini. Un amico mi chiama e dice “facciamo un gioco”.
Cosa ci manca. Io senza dubbi. Varie cose ma in testa il vitello tonnato di mia madre.

Obama e Netflix. Operai e capitale

23 ago

Si è letto del contratto milionario degli Obama con Netflix. Una sorta di patrocinio, tutoraggio di storie. Anche, in altri casi,  una partecipazione più concreta all’ideazione, scrittura, produzione. Viene in mente il documentario di Al Gore che vinse l’Oscar. Il primo parto , American Factory, appena entrato nel grande magazzino Netflix,  già si candida ad entrare nella cinquina degli Academy Awards. Il lavoro arriva da un premio al Sundance e Obama (Higher Ground productions) e Netflix hanno assicurato la distribuzione.
Il documentario è da manuale. Non solo del politicamente corretto. Ma anche del timing. Sovranismo e globalizzazione in campo, se vogliamo dare una lettura che potrebbe interessare anche a chi dell’Ohio si accorge che esiste una volta ogni quattro anni, quando si vota.
Obama racconta la storia di un imprenditore cinese che apre una fabbrica di vetri per automobili in America, a Dayton, Ohio, sulle ceneri di una della General Motors.
Ci sono operai trapiantati per uno o due anni che arrivano dalle campagne cinesi al Midwest americano, disposti a lavorare anche dodici ore al giorno per sei giorni alla settimana. E operai americani neoassunti che arrivano dalla fabbrica automobilistica sindacalizzata che aveva garantito una “vita da classe media” e ora proletarizzati ( il salario orario ridotto di un terzo ). È lo scontro.
Uno sguardo cosi’ interno ad una fabbrica si è visto raramente. C’è anche l’omologa casa madre in Cina. Visivamente, i massicci operai americani e gli esili operai cinesi. Due modi di produzione a confronto. Due mondi che non si integrano.
Il finale incrociato delle uscite dalla fabbrica cinese e quella americana è volutamente lungo. Parla solo la colonna sonora. Camminano, insieme, verso un futuro in cui solo le macchine saranno la forza lavoro.

Il documentario è preceduto da una conversazione degli Obama con i due autori.
Otto minuti in un diner in cui si dice del bisogno di raccontare storie senza tesi premasticate. Senza voce narrante. Parlano i protagonisti. Non è un’inchiesta. Non c’è velleità da scoop. Non c’è selfie-intervista, di quelle in cui il primo piano di chi fa le domande è più presente di quello di chi risponde. C’è curiosità. E “amore” per chi ti mette in mano un pezzo della sua vita. Queste sono di solito operazioni di lungo periodo, che non hanno largo pubblico.
C’è una scuola di documentaristi che lavora in questo modo. Il contrario di quello che fa Michael Moore, per capirci.
Questa volta il progetto è visibile, nel mondo, perché sono entrati gli Obama e Netflix.
Si raccontano operai, che nel mondo della televisione si dice da sempre non facciano ascolto, insieme alla scuola.
Cose come questa dovrebbero fare quelli che dalla politica passano alla televisione.

Educazione civica

21 ago

Sto montando i Maestri ( delle scuole elementari ) programma di TV2000, per settembre.
Abbiamo appreso che la mancata pubblicazione della legge 1264 (approvata dal Senato il 1 agosto) sulla Gazzetta Ufficiale entro il 16 agosto fa slittare di un anno la reintroduzione dell’Educazione Civica (con le maiuscole) nelle scuole del primo e secondo ciclo.
Sarebbero dovute essere 33 ore all’anno. Per raccontare quella cosa che chiamiamo cittadinanza. A partire dalla Costituzione.
C’erano state critiche e plausi. Le critiche centrate su chi avrebbe dovuto insegnare la nuova materia e con che preparazione, sul monte ore sottratto alle altre materie, eccetera.
Si attendevano lumi. Ora c’è un anno per sciogliere i dubbi.
Nel frattempo si potrebbe far vedere nelle aule scolastiche la giornata di ieri, 20 agosto, al Senato, nella sua versione integrale. C’è tutto, in sintesi, a rivederla.  Storia della bandiera, inno nazionale e dell’Unione europea, elementi di educazione ambientale,  legalità e contrasto delle mafie, diritto al lavoro, protezione civile e valorizzazione del patrimonio culturale.
Insomma un compendio di educazione civica, declinata dai Maestri rappresentanti del Popolo (maiuscole).

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Forever young

19 ago

Il weekend passato, 50 anni fa Woodstock. Per chi non c’era, non era nato, non ricorda una radio ha replicato l’intero avvenimento, con pause, pioggia, annunci dal palco eccetera.
La memoria coltivata. Anche attivata dalle notifiche che ti rimbalzano random le fotografie che hai nel telefono, come ha fatto il mio iPhone oggi (You have a new memory). Ho pensato di togliere la funzione ma poi l’ho lasciata perché mi sono ricordato di quel finale del piccolo libro di Marc Augé sulla vecchiaia e sono andato a ripescarlo.
Parla anche di Woodstock e della memoria dell’iPhone. O della mamma dell’ispettrice della serie di Netflix, la Casa de Papel.
Eccolo. “Il morbo di Alzheimer è solo l’accelerazione di un processo naturale di selezione operato dall’oblio, al termine del quale risulta che le immagini più tenaci, se non le più fedeli, sono comunque spesso quelle che risalgono all’infanzia. Che ce ne si rallegri o che lo si deplori – questa constatazione ha un lato crudele – bisogna ben ammetterlo. Tutti muoiono giovani”.

La vita, a calci

17 ago

La Premier League, il più bel campionato del mondo, ci droga di calcio nel weekend.
Giocano, in Inghilterra due, tre volte a settimana e corrono sempre, il doppio dei nostri. Forse meno l’ultima Atalanta (lo dico per chi ci capisce).
Poi pero’ capita di leggere Lukaku appena atterrato all’Inter dalla League che parla di allenamenti molto piu’ duri in Italia ( ??? ). E allora ti ricordi che i calci ad una palla per cui perdiamo la testa (lo dico a quelli del club) sono una cosa meravigliosa perche’ appartengono ad un mondo bambino, interpretato da ragazzi, consumato da fanciulli dentro.
E lo capisci leggendo un bel pezzo sul Foglio sportivo di oggi. Marco Pettenello racconta di una giornata a Buenos Aires alla ricerca di una tv per vedere la Fiorentina in coppa, nel 2009. Quando ancora nelle coppe c’eravamo. La trova in un barrio, a casa di un bambino di nove anni tifoso della viola come lui, in memoria del padre.
Perche’, perche’ tifo Fiorentina ? Senza senso, una scelta bambina, fatta a quatto anni.

Eroi del lavoro

15 ago

Oggi ho letto i giornali a Villa Balestra, come faccio spesso nei giorni di festa.
Unica differenza, ero solo.
Sono anni che mi capita di lavorare ad agosto a Roma. Nulla di eroico.
Se hai un programma che va in onda a settembre devi montarlo. E devo dire che apprezzo ogni minuto in questa città svuotata. Poi, forse, capiterà di stare fermo a novembre. Questo lavoro è fatto cosi’.
La grande maggioranza dei salariati ha vacanze obbligate. Con scuole e asili chiusi poi poca scelta. In questi giorni pero’ abbiamo assistito ad una commedia umana meravigliosa.
I nostri rappresentanti del popolo ci hanno ripetuto di essere disposti a lavorare ad agosto. Ci hanno fatto sentire in colpa. Hanno provato a far passare una narrazione da eroi del lavoro. Roba da statue al valore delle repubbliche sovietiche.
Questo ho letto oggi su una panchina, ai giardinetti.

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Storie di sopravvissuti

10 ago

Un fotografo, Joe Quint, racconta, documenta da anni storie di scampati ai massacri che avvengono negli Stati Uniti. Anche violenze domestiche, suicidi. Familiari , chi si trovava a passare per il luogo di una sparatoria. Dove c’entrano le armi. Una fotografia, una storia. C’e’ un paese.

1992

5 ago

Ho imparato il mestiere che faccio guardando e riguardando mille volte un documentario del 1992 e la prima edizione di un programma di MTV, The Real World, sempre del 1992.
L’anno in cui pensai di mollare il lavoro di bibliotecario alla Braidense di Milano per provare a fare quello che sognavo da bambino, televisione.
The Real World, reality show, è andato avanti per 32 stagioni su MTV. L’adattamento del format in Italia si chiamo’ Davvero e ando’ in onda su Rai Due. Lo girammo a Bologna. Agli albori del Grande Fratello.
Il documentario fu The War Room e raccontava la prima campagna elettorale di Clinton, dall’interno. Autore D.A.Pennebaker, che ieri è scomparso e per questo ne parlo.
The New York Times scrive “inventore del cinema verita’ “. Diciamo “del racconto della realtà’ “.
C’è una frase dell’articolo che contiene tutto. “Mr. Pennebaker believed that the best documentary films were those in which the filmmaker’s presence is least felt.” Il documentario migliore e’ quello in cui si sente di meno  la presenza di chi gira, dell’autore. Amen.

Isole diverse

4 ago

Temptation Island è l’unico programma televisivo estivo, prima del definitivo blackout ferragostano, che ha tenuto gli ascolti della stagione canonica, che finisce e ricomincia con le scuole. Non proprio l’unico, a dire il vero, perche’ il fenomeno delle teche RAI declinate in programmi andrebbe sottolineato, studiato e rimodellato all’infinito. È la bellezza di un magazzino che è storia condivisa.
Dei due successi estivi, in termini di ascolto, ne parla la rubrica settimanale di Scaglioni sul Corriere. L’analisi dei dati del programma ricavato dalle teche specchia una platea over 65, che poi è lo zoccolo duro delle generaliste. La conservazione. L’altro, l’isola dell’amore, è il prodotto del corto circuito social-tv. La contemporaneità.
L’estate è importante perche’ mette a nudo questa polarità e apre la forbice fino quasi a romperla.

Ho visto questa stagione di Love Island (ITV inglese). Un format diverso dalla Temptation nostrana. Ma assimilabile. Coppie che si formano e si sfasciano, eliminazioni e nuovi ingressi, per poi arrivare alle formazioni finali su cui si esprime il pubblico da casa.
La coppia che vince porta a casa 50mila sterline. La conduttrice arriva quasi sui titoli di coda con due buste. In una c’è l’assegno con il premio finale, nell’altra c’è scritto zero. A quello/a che capita il malloppo deve decidere se tenerlo o dividerlo con il compagno/a. Tanto per vedere se la recita è “vera”. Ovviamente passa la divisione. Le attrazioni transitorie si cementano per qualche istante nella realta’ televisiva.
Ai partecipanti è inibito l’uso dei social, gestiti dalla produzione. All’uscita dall’isola i loro profili si ritrovano gonfi di followers e alcuni iniziano carriere a partire da questi sacchi pieni di likes che vengono loro consegnati.

I social sono il motore di questa televisione dell’isola inglese. I narcisisti sono per definizione (Alexander Lowen) portatori di “sentimenti inautentici e rapporti manipolatori”. Per stare in quella villa alle Baleari tutto il giorno in costume devi avere come minimo un grado di autostima che passa il test Invalsi. Utile leggere/rileggere Bauman. La fragilità dei legami, delle relazioni fra umani e la ricerca della connessione agli altri.
I format televisivi di articolazione di questa umanità, collezioni di individui che si specchiano, possono essere diversi. Il montaggio indirizza la stessa scena in modi radicalmente difformi.
Da noi si usa andare dentro i conflitti, costruendoli. E si usa andare dentro con le telecamere, ci siamo capiti. Soprattutto nelle isole.
Nella versione inglese che ho visto prevale un gusto da sitcom. Si prova sempre a sorridere del culto del fisico, già ridicolo perche’ i modelli ispiratori sono globali e trasversali. Si tende a far emergere “i sentimenti”, sapendo che le coppie non dureranno fino a quando morte non le separi.

Ma la Satta dov’è ?

1 ago

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Qua si parla di televisione.
Primo giorno di allenamento di Boateng con la Fiorentina. E i tifosi della mia squadra hanno tirato fuori la prima lenzuolata. Per i pochi che ignorano, Melissa Satta è la moglie di Boateng.

La postinformazione

30 lug

Lasciamo perdere le fake news, altra storia.
Quello che lascia basiti è il vuoto di informazione su due accadimenti di cui faccio fatica a scrivere due righe. Non comparabili, bisogna sempre dirlo, anche se ovvietà.
Il delitto del carabiniere a Roma. I due americani. Uno con un Rolex (letto il primo giorno). Sono più le cose che non ho capito di quelle che ho afferrato. Potrei elencarle. E’ stato fatto e anche bene.
L’altra storia è quella dei 150 morti annegati in mare tra la Libia e noi. Sparita completamente, dopo averci raccontato di 62 corpi ritrovati. Non si sa chi siano, da dove provenissero, se le ricerche continuano. Sono occupato da altro ma ho l’impressione di una rimozione collettiva. Destre, sinistre, stampa e web.
La sera, in coma, mi butto su Love Island, versione inglese, arrivata in questa stagione alle ultime due puntate. Il piu’ grande successo dell’anno. Serve a capire i tempi. Di questa so tutto.

La non-campagna del non-candidato

25 lug

Sai quelli che dicono “lo avevo detto”. Insopportabili.
Che Sherrod Brown, il non-candidato alla Casa Bianca tra i venti in campo, sia quello che potrebbe vincere è chiaro a chi conosce anche poco gli Stati Uniti.
“Centrista-populista”, pragmatico, non ideologico, senatore del decisivo stato dell’Ohio.
Ora lo dice The New York Times. Ma era un’ovvietà.

Caos calmo

22 lug

Non solo il blackout della scorsa settimana. Stamattina il sindaco di New York accusa Con Edison, fornitrice dell’energia alla città, per un nuovo collasso nel Queens. Poche proteste. Abitudine.
Ieri la linea della metropolitana che porta da Manhattan a Williamsburg e Bushwick (Brooklyn) era ferma. Come capita in molti weekends.
Ho usato Via, che è la app di carpooling piu’ economica e affidabile, per quello che so. Un viaggio di 45 minuti (una specie di Roma-Fiumicino) per andare in fondo a Bushwick è costato 14.21 dollari. Piu’ 3 dollari di mancia (non obbligatoria). Con taxi o Uber sarebbe stata un’altra storia.
A Manhattan Via ti porta da una parte all’altra dell’isola con 5 dollari.
Sulla strada il nero SUV raccoglie altri passeggeri. Viaggi con altri. Pochi parlano, la maggioranza guarda il telefono. Prove di sopravvivenza al caos calmo.

AMAZONia

21 lug

Il mondo amazonizzato comincia a fare paura.
Il negozio onnicomprensivo, da quando ha incamerato Whole Foods, ti porta a casa la spesa in tempo reale. Puoi dire che due pomodori erano schiacciati o troppo maturi e ti credono sulla parola, inviandone altri.
E poi c’è tutto il resto. Tutto.
Per fare questo ho visto da un paio di giorni, nelle due strade attorno a casa, che si attrezzano con un magazzino mobile. Stamattina era parcheggiato un camion davanti al portone. Erano una decina a scaricare e dirigersi verso luoghi vicini.
Il palazzo si e’ dotato, da qualche anno ormai, di un pannello all’ingresso con tutti i numeri degli appartamenti. Quelli illuminati hanno un pacco da prelevare.
Hanno dovuto ingrandire la stanza dedicata.
Nell’anniversario dello sbarco sulla Luna Mr.Bezos-Amazon pare pensi di tornarci, sulla via per Marte.
Su questa terra non ha più niente da fare.

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Manhattan, a piedi

20 lug

New York (Manhattan) è unica al mondo perche’ la puoi attraversare da nord a sud a piedi in una giornata. Magari non in una giornata con una temperatura come quella di oggi. Ogni tanto una boccata di aria condizionata, la più grande invenzione dopo la penicillina (scusa, Greta).
C’era una volta la Manhattan degli odori, dei colori che cambiavano ogni mezz’ora di cammino. C’era il mondo diviso in blocchi che specchiavano le provenienze.
Oggi c’è un solo confine virtuale. Quello tra poveri e ricchi. Generano qualche confusione le decine di migliaia di giovani che arrivano a New York dall’Asia ma anche dal resto dell’America per frequentare quelle industrie universitarie che vomitano diplomi costati ai genitori come una Lamborghini. Ma la sostanza è sinteticamente questa. Calpestare i marciapiedi di New York rimane una grande esperienza antropologica, culturale, eccetera ridotta pero’ alla più attuale fotografia dell’ineguaglianza.
La concentrazione di billionaires e senzatetto è la lezione americana che ricavi se il tuo sguardo non è rivolto solo a cercare Uniqlo o Shake Shack.
C’è sempre stata in città questa forbice aperta ma oggi questa distanza fa impressione.
Non devi prendere la macchina o la metropolitana per andare nelle periferie.
Basta non solo guardare ma anche ascoltare. Ho incrociato una quantità di umani che parlavano da soli nelle strade. Anche questi sempre incontrati nel passato a New York e c’è pure chi teorizza che sia un segno di intelligenza (lo faceva Einstein no? ). Ma mai cosi’ tanti. Un concentrato forse di malessere diffuso, forse solitudine, forse disperazione.
Questo ho visto oggi mentre scorreva negli occhi il sempre nuovo film di una città capace di raccontare non solo la contemporaneità ma anche il futuro.
Un uomo da marciapiede, il film, compie cinquanta anni. Cercasi aggiornamento.

Chi e’ americano ?

18 lug

Sono per qualche giorno a New York.
Apro la tv sui telegiornali delle 6 del mattino e trovo che….molto di quello che ho letto in Italia dell’ultimo Trump contro le quattro giovani democratiche (di colore) non racconta quello che sta realmente accadendo da queste parti.
Trump ha fatto partire la sua nuova campagna elettorale con un comizio in North Carolina.
I presenti lo hanno interrotto più volte gridando “Send her back”, rimandala o rimandiamola a casa.
Lei sarebbe Ilhan Omar, eletta nel 2019, nata in Somalia e naturalizzata americana. Accusata di essere simpatizzante di Al-Quaeda.
Le altre tre deputate della banda delle quattro sono nate in America.
Circa 700.000 nuovi americani ogni anno prestano giuramento e ottengono un nuovo passaporto. Come ho fatto io. Non possiamo diventare presidente degli Stati Uniti ma per il resto uguali agli altri, di tutti i colori e paesi del mondo. Tutti qua arrivano da un altrove.
E’ sempre stata la ricchezza del paese. Se togli gli ingegneri di origine asiatica dalla Silicon Valley torniamo al pallottoliere, ecc.
E’ vietato dalla legge discriminare sulla base della provenienza del lavoratore con regolare permesso di lavoro, residenza, carta verde e cittadinanza.
Il nuovo canto elettorale con cui dovremo confrontarci in queste elezioni sara’ quindi questo “rimandiamo la deputata Omar in Somalia” dopo quello che voleva la Clinton in prigione ?
L’America bianca chiamata a raccolta da Trump si sta stringendo demograficamente come ricordava stamattina Mike Allen di Axios.
Come mettere una camicia bianca in lavatrice a 100 gradi con altre colorate.
Eviterei paragoni con situazioni italiane. Non c’entrano niente. Sarebbe utile conoscere la storia americana e basta.

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Le isole estive dell’ascolto

18 lug

Finita Chernobyl sono riuscito a chiudere When They See Us. Poi le due stagioni di Society (una sorpresa) e ora dentro Stranger Things. E questa è una tele-visione.
Poi c’è quella di cui scrive Aldo Grasso a proposito di Temptation Island e della declinazione anglo-americana Love Island.
La versione dell’isola americana che ho visto in passato e stasera sulla CBS è più “radicale” di quella che va in onda in Italia. In onda, cinque giorni alla settimana, da cinque stagioni, a luglio. Gli autori accoppiano e scoppiano coppie di giovani depilati, con scioltezza.
A parte Twitter e Snapchat lo sviluppo delle isole in lingua inglese vive su Instagram, gestito sempre dalla produzione.
Grandi ascolti, followers, una conversazione che intreccia televisione e telefoni sul segmento giovane che interessa chi paga la pubblicità e mantiene tutti.
Quello che ho scoperto dal mio campione statistico estivo fatto da mio figlio e tutti i suoi amici (stessa eta’ dei protagonisti di Love Island) e’ che non parliamo di pubblici diversi.
Le serie e le isole vanno più insieme di quanto molti di noi con la puzza sotto il naso siamo capaci di odorare.

Perche’ “il serbo” e mai “lo svizzero” ?

14 lug

Ho visto le quasi cinque ore della finale di Wimbledon.
Bella, bellissima, va bene.
Una domanda sulla telecronaca Sky, comunque ottima. Ma chiede mio figlio: perche’ Djokovic è spesso appellato “il serbo” e Federer mai “lo svizzero” ?
A Wimbledon tifavano Federer, in grande maggioranza.
A casa nostra Djokovic.

Una serie difficile da ingoiare

13 lug

Sono solo quattro episodi ma ci ho messo un mese per vederli.
Ho cliccato pausa non so quante volte. Perche’ non ce la facevo ad andare avanti. Eppure la serie è imperdibile.
When they see us di Ava DuVernay su Netflix racconta una storia realmente accaduta, di cui si parlo’ molto all’epoca, nel 1989. E oltre.
Una donna bianca di 28 anni che correva a Central Park venne violentata e colpita con pietre fino a ridurla in fin di vita. Si salvo’.
Furono accusati cinque giovani neri, minorenni, che si trovavano nel parco.
Trenta anni fa. O ieri. Le serie tv (quelle buone) hanno la capacita’ di essere senza tempo.

La fine della tv lineare. Rai Play e compagnia

11 lug

Basta leggere questo lungo pezzo del New York Times appena uscito.
Basta leggere dell’impegno prossimo su Rai Play.
Basta non accendere la televisione d’estate, tanto…
Basta vedere lo sport in streaming su Sky Go e DAZN.
L’orologio dei palinsesti puo’ pure fermarsi.

Megan Rapinoe, la non candidata alla Casa Bianca

11 lug

Se li mangerebbe tutti. I candidati democratici alla Casa Bianca.
Basta vederla e ascoltarla. A New York, con la squadra di calcio americana che ha vinto i mondiali.

Che meraviglia il calcio femminile

7 lug

A differenza dei maschietti mai una protesta, una sceneggiata, un reclamo insistito.
Vedere il calcio giocato dalle donne riconcilia con lo sport di cui, purtroppo, siamo tossici, in tanti.
Sfatate anche le idiozie sulla lentezza, poca tecnica, resistenza.
Ho visto molte delle partite di questo mondiale. E la bellissima finale vinta dagli Stati Uniti, la squadra più forte, con piu’ praticanti al mondo. In ogni scuola americana le ragazze giocano a soccer, lo sport piu’ popolare. I maschi in recupero con i latinos ma molto sotto.
Brave le ragazze italiane. Ho sentito la capitana Sara Gama dire sempre cose intelligenti e non banali. Insomma, una meraviglia.
E adesso mi tocca tornare a sperare che la Fiorentina compri uno buono. Malinconia.

Fotografia

5 lug

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Francesco Malavolta è l’autore di questa fotografia.
Conservo la copia che mi ha dato dopo una conversazione televisiva di un paio di anni fa, avvenuta a Palermo. Sul retro Francesco ha scritto di avere scattato la fotografia nel novembre del 2016. Tutti salvi.
L’immagine è uscita fuori da una dimensione temporale. Potrebbe essere stata presa oggi.
Ma non è cosi’. Sono fissati volti e storie. Non sono le stesse persone della Sea Watch o della Mediterranea. Sono pero’ parte di una migrazione epocale.
Io coltivo la memoria orgogliosa della migrazione di milioni di italiani negli Stati Uniti d’America. Quella che ho studiato, amato.

Netflix ma che fai ?

3 lug

Ho sentito spesso dire in questi mesi di lavoro con i maestri della scuole elementari “ma che vogliono, loro che fanno tre mesi di vacanza…”.
A parte il fatto che non è vero (di questi tempi conta poco) perche’ non si dice la stessa cosa dei conduttori di talk shows televisivi che tre mesi al mare li fanno veramente ? Sorvolo sulla differenza di compensi.
Sulla televisione d’estate in Italia si potrebbe resuscitare quella copertina che agli albori dell’elettrodomestico si faceva calare sullo schermo per non rovinarlo, quando era spento.
Leggo del flop dei talk shows di Netflix. Ma chi li guarda ?
L’unico senso dei programmi di parole è cavalcare l’attualità. Netflix è cresciuta sulla visione fuori dal tempo reale. Ci piace sfogliarla di notte. I talk shows puzzano di muffa già un’ora dopo la messa in onda.
L’idea di fare di Netflix una cosa generalista, in attesa dello sport live, è un ossimoro.

Il lungo sonno

30 giu

La Lettura del Corriere spende alcune pagine sul sonno. E l’insonnia.
Sono esperto. Tre ore a notte. Qualcosa in più con “sogni” guidati, provando pero’ a non vivere la notte per sognare la vita del giorno dopo.
Ho da sempre usato il resto della notte per leggere. Da qualche anno per vedere serie tv.
Alle 6 del mattino ho di solito sbrigato la pratica dei quotidiani a cui sono abbonato.
Il materasso in lattice funziona come quello di un albergaccio a caso dove capita di posarmi. Per non dire di aiuti di ogni varietà e potenza.
Quando qualcuno mi dice “ieri, domenica, ho dormito fino a mezzogiorno” non dico cosa penso del lungodormiente. Anzi, si lo dico. Una volta pensavo “un idiota”. Oggi sono piu’ laico. Come in ogni cosa.

Padri e figli

29 giu

La linea di comunicazione che ricordo mai interrotta con mio padre è stata sempre quella dello sport. Lui ne aveva fatto. Scherma e tennis. Anche a livelli niente male. E poi era tifoso, tanto, della Roma. Io meno sport praticato. Pallacanestro, meglio del calcio in cui ero una mezza pippa, lento e con un piede solo.
La prima partita che mi porto’ a vedere all’Olimpico fu un Roma-Fiorentina nell’anno dello scudetto viola. Andavo appena all’asilo e da allora sono tifoso, tanto, della squadra di Firenze, città in cui mi sono fermato forse dieci giorni nella mia vita.
Per il secondo scudetto viola ero con mio padre a Firenze, nell’ultima di campionato. Andavo al liceo a Milano e fu una sua sorpresa.
Ma prima ho un’altra fotografia in testa. Ero allo stadio il giorno della finale dei 200 metri delle Olimpiadi di Roma. Bimbetto tra le braccia di mio padre, grida di gioia alla vittoria di Berruti.
E poi tanti “Tutto il calcio minuto per minuto” vissuti insieme. Non mancavo mai una domenica fino a quando ha vissuto mio padre e io ero a Milano e i miei sul lago di Como.
Ricordi. Belli. Non so perche’ oggi. Forse perche’ il segnale di Sky è sparito. E sono andato sulla Rai per vedere la partita in cui ha giocato quella meraviglia che è l’Italia del calcio femminile. Ed è arrivata una telefonata di mio figlio.

Venti candidati e non c’è quello che avrebbe portato a casa l’Ohio

26 giu

I primi due dibattiti tra i candidati democratici alla Casa Bianca vanno in onda stasera e domani in America sulla NBC, MSNBC. Sono venti, dieci alla volta. Volendo fare una terza serata ce ne sarebbero stati altri. Anche indipendenti dai due grandi partiti.
Parte cosi’ ufficialmente la lunga carica dei democratici alla Casa Bianca abitata da Trump.
Manca un senatore che avrei visto volentieri in questa ammucchiata. Sherrod Brown dell’Ohio. Lo stato a cui si riduce alla fine la sfida (con la solita Florida).
Brown ci aveva pensato.
Chissa’ se Obama vedra’ i dibattiti. Le ultime notizie lo davano a casa Clooney sul lago di Como. E anche a mangiare nell’albergo dove mia madre ha lavorato e vissuto per quaranta anni, a Cernobbio.
Non esattamente un bed and breakfast dell’Ohio.

Figli, scuola, regole

22 giu

Sto montando il viaggio in Mozambico per Rai Italia e il viaggio tra i Maestri elementari per TV2000.
Non riesco, come sempre, a separare il lavoro dal resto. La fortuna di fare cose che intrecciano tutto. Molte ore in due salette ma questo non mi è mai sembrato un lavoro. Vabbe’.
Ieri stavo ascoltando l’intervista fatta alla maestra Raffaella di Bologna che ha detto “poche regole ma…”. Avevo appena letto Annalena Benini sul Foglio che, a proposito di figli, scrive di una regola, almeno.
Mi sono accorto cosi’ di non avere mai dato una regola, ai figli. E nemmeno di averne ricevute dai miei genitori. Sono di quelli che crede che la regola sia il tuo comportamento, quello che fai e come lo fai. Anche e soprattutto quando sbagli. Poi tanto i figli, che sono altro da noi, faranno come crederanno.
Negli ultimi tempi in tanti si sono esercitati a scrivere libri sul rapporto genitori-figli. Ormai occupano un intero angolo delle librerie. Ne ho letti parecchi senza ricavarne molto. Perche’ anche noi lettori siamo altro da quelli che scrivono di noi, genitori.

Mozambico, the end

18 giu

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Sono stato due settimane in Mozambico. C’è chi scrive un libro su quindici giorni africani.
Mi sono preparato leggendo prima di partire. Poi, arrivato, ho seguito un fitto programma di incontri e spostamenti che si è aperto ogni volta all’alba e chiuso alla cinque del pomeriggio quando calava la notte. Ecco, di notte non sono andato in giro a camminare perche’ ampiamente sconsigliato (alcune ONG lo vietano ai propri appartenenti).
Ho raccolto, in tante conversazioni senza la camera, racconti di un’Africa che non ho visto. Droga, traffico di organi, tanta violenza sulle donne. Cose che succedono pare molto anche a Maputo, che a me invece è sembrata una bolla prima di entrare nella povertà assoluta.
Questo per dire che quelle che giriamo e portiamo a casa sono spesso storie positive di nascita e rinascita di opportunità. Poi ci sono le altre storie che ci vengono riferite da chi vive in questo pezzo di Africa da tanti anni.
La nostra cooperazione, le nostre ONG che ho incrociato sono rappresentate da italiani (soprattutto donne, italiane) che mi sono sembrati reificati nel loro lavoro (“missione” non lo vogliono sentir dire). Poi ci saranno altri, meno coinvolti. Questi non li ho visti. Ci saranno perche’ la cooperazione è specchio del paese.

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Ho visto tante buone pratiche e ne ho parlato poco, più attento in questo blog alle curiosità. Di queste si occuperà il programma tv realizzato per Rai Italia.
Ho fatto incontri sorprendenti con un’attivista sieropositiva in un nuovo centro di Sant’Egidio, con un sacerdote veneto in un campo di sfollati a causa del recente ciclone, con un piccolo gruppo di nostri giovani che vivono in un paese cosi remoto che sembra fermo a secoli fa e che hanno creato una cooperativa di piccoli agricoltori, con altri che hanno promosso costruzioni di asili, di scuole professionali dove c’è il deserto educativo e poi medici, ingegneri, economisti, urbanisti, professori universitari. Tanti italiani che si sono immersi nell’Africa.
Provero’ a raccontare loro.
Io per principio li rispetto. Io ieri ero felice di essere tornato a Roma. Per raccontare l’Africa bisogna conoscerla, esserci stati a lungo e più volte in una vita. E non solo nei resorts sul mare.

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Nella bandiera del Mozambico c’è un kalashnikov (unico paese la mondo?). Le armi girano parecchio ma io le ho viste solo stampate.
La mia (breve) Africa, quella che ho attraversato, è stata dolce.

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