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Dedicato a chi dice che ” sport e politica non si dovrebbero mischiare”

2 Giu

Tutta la NBA si sta mobilitando. Non solo. Tutte le squadre, tutto lo sport in America si è espresso. Fino a ieri il problema era “quando riprendono le partite che ci sono mancate tanto”.
Oggi ci interessa di meno. L’Instagram domestico di LeBron ha cambiato faccia.
C’è un video di più di un anno fa che andrebbe rivisto e riletto oggi.
Il programma televisivo e la conduttrice più popolari di ESPN dicono tutto.

Coprifuoco dalle 8 di stasera a New York

2 Giu

Mi sono svegliato con messaggi, immagini, tweets inviati da mio figlio.
Ne trovate ovunque. Nella notte appena trascorsa il fuoco è arrivato da Macy’s, poco lontano da casa nostra. Nei giorni scorsi le manifestazioni partivano da Union Square e andavano verso Soho, East Village. Ora sono nel centro di Manhattan.
La pandemia non è stata bruciata via. Fino a qualche giorno fa era un caos calmo.
Adesso l’America è ad un bivio storico. La guerra domestica.

Servizio Sanitario Nazionale, il racconto

31 Mag

Ho recuperato su Rai Play il viaggio dentro il Servizio Sanitario Nazionale (“Quello che serve”) di Massimo Cirri andato in onda venerdi sera su Rai Tre (regia Chiara D’Ambros).
Non conosco Cirri. Riconosco la sua voce, dall’ascolto di Caterpillar, Radio Due.
Cirri parte dalla sua esperienza di sopravvissuto ad un tumore e dalle dottoresse che si sono prese cura di lui. A costo zero, sottolinea più volte. E scava nella storia di questa cosa che in Italia diamo per scontata, la salute per tutti e gratuita.
Parlano in tanti forse troppi (tra gli altri Galimberti, Strada, Gabanelli) e la più incisiva mi è sembrata la mamma della regista.
Ci sono elementi visivi simbolici nel racconto forse superflui.
Quella che rimane è la sottotrama biografica di Cirri, che ha una grazia straordinaria nel porgere il racconto.

Partire dal proprio vissuto è un limite e un vantaggio nella narrazione.
Conservo qualche pezzo della mia storia per fare un paragone tra la sanità italiana e quella americana, che si paga e parecchio, almeno fino ai 65 anni.
Ho avuto un episodio di un tumore (sicuramente meno grave di di Cirri da quello che ho capito).
Ho trovato, in America dove ero, un’assistenza perfetta. Pagata dall’assicurazione che allora avevo.
E potrei dire di altre cose accadute alla mia famiglia sempre assistita a meraviglia, negli Stati Uniti. Non solo “tecnicamente”. Anche con “amore”, da medici e infermieri di tanti paesi, come accade a New York.
La differenza la fanno i soldi. Fino a quando li hai o sei coperto dall’azienda, va tutto bene.
Non starei a fare classifiche “eroiche” tra medici, infermieri italiani e americani.
E aggiungerei che la stessa medicina generica che prendo regolarmente per il cuore costa dieci volte di più in America che in Italia e in questo caso c’entrano le lobbies farmaceutiche.
Per questo ed altro sono importanti le prossime elezioni per la Casa Bianca.

Non respiro

29 Mag

Negli ultimi tre mesi abbiamo misurato il nostro respiro. Qualcuno di noi ha acquistato un saturimetro, piccolo oggetto di cui non conoscevamo l’esistenza.
Abbiamo letto quello che accade a chi è stato ricoverato in una terapia intensiva.
Abbiamo fatto scale, evitando ascensori. Abbiamo tirato il fiato ad ogni piano. Abbiamo visto tanti correre nelle città deserte ed è stata la prima volta, in molti casi, che li abbiamo notati. Avevano fiato da vendere.

I decessi dei neri per il virus, in America, sono tre volte più di quelli dei bianchi.
Poi arriva Minneapolis. Il poliziotto bianco (ora formalmente accusato dal procuratore di stato, dopo essere stato licenziato) soffoca l’uomo di colore che dice “non respiro”, prima di morire.
Altri poliziotti senza mascherina sono in uno dei video che circola. C’è un movimento di pericolosi idioti NO MASK in America con radici nella storia.

Caro, meraviglioso Liam, con la pelle nera, che hai solo un anno e mezzo e vivi a Brooklyn, ti auguro di crescere in un paese in cui respirare libero.

Dal Senegal, la serie instant

27 Mag

L’Africa che racconta il virus. Storie
Televisione che alfabetizza.

Da leggere. Non sulla carta

25 Mag

Serena Danna su Open, parla con Mark Thompson del New York Times.
Quando ci si chiede come andrà, questo è un pezzo di futuro.

Scrive Daniele. Che sanifica Singapore

24 Mag






“È ancora notte ma dobbiamo essere i primi ad entrare e quindi, in silenzio, usciamo dal furgone. Accendiamo la prima sigaretta e la fiamma dell’accendino ci illumina il viso, che nasconde la preoccupazione. Ci fermiamo un attimo, al cancello, soffiandogli contro il fumo, come per stemperare la tensione. Guardo i miei compagni, sorrido e sono ricambiato: questo basta per riportarci al rituale della nostra professione. Ci allacciamo le scarpe, poggiandole sul paraurti del furgone, entriamo nella tuta dityvek, come bianchi fantasmi, ci allacciamo a vicenda le maschere (stringendole anche troppo) guanti blu e copriscarpe. Infine alziamo gli ULV: la vestizione è stata completata. Ci aprono le porte a distanza, in sicurezza, ed entriamo.”

Così scrive Daniele, 35 anni, nato a Como e cresciuto a San Giuliano Milanese.
Lavora nella sanificazione a Singapore dal gennaio di quest’anno, dopo esperienze in Italia e in Myanmar. Carlotta, cooperante italiana oggi in Tunisia, ha incontrato Daniele a Yangon, in Myanmar e mi ha dato il suo contatto.

Continua Daniele.
“Un giorno mentre mi si scaricava la batteria del lettore CD partecipai ad un gioco investigativo di patologia vegetale applicata. Mi divertiva. Da sintomatologie e stagioni diverse, dovevo capire quale fungo, insetto o batterio avesse infettato la pianta e agire in tempo prima che la situazione diventasse irreversibile. È lì che è iniziato il gioco di approfondire non tanto le piante quanto i patogeni, capire come funzionavano e come influivano sui processi della pianta. E più studiavo, più capivo e più mi piaceva.
Una volta diplomato mi sono ritrovato tra le mani uno strano corso di laurea titolato “Protezione delle piante”. Venti iscritti al primo anno. Cinque rimasti alla fine. Più che un corso di laurea erano lezioni private.
Di mattino seguivo i corsi e la sera lavoravo al McDonalds.
Il giorno dopo la laurea ho cominciato a lavorare per una multinazionale della disinfestazione e disinfezione come stagista dell’ufficio tecnico.
All’epoca il settore era in fase di espansione e serviva inserire laureati per dare una parvenza scientifica a quelli che fino a qualche tempo prima erano chiamati “Ciaparat”.
Assunto a tempo indeterminato dopo 3 anni ero il piu’ giovane Area Manager della storia dell’azienda. A soli 28 anni gestivo 5 milioni di euro di fatturato e più di 50 persone, tutte più grandi di me. Un lavoro infernale, 24 ore su 24 per cercare di essere all’altezza delle aspettative. E uno stipendio da fame. Ma era l’estero il mio obiettivo, specialmente il terzo mondo. E cosi inviai un curriculum ad una azienda australiana che cercava un Service Manager da piazzare nella loro filiale in Myanmar.
Io non sapevo neanche dove fosse il Myanmar. Dopo un mese ero Operation Manager e dopo tre mesi Country Manager, responsabile di tutto il paese. E così sono entrato in tutte le “dark sides” del Myanmar, e più erano dark e più mi incuriosivano. Dal retro degli alberghi a 5 stelle infestati da scarafaggi a supportare la costruzione di villaggi turistici in isole vergini dove è normale che gli operai vengano attaccati da serpenti volanti o sciami di zanzare oppure negli slums che circondano i quartieri dei ricchi, dove i bambini vengono partoriti in casa e le case sono palafitte costruite sopra tappeti di rifiuti e ancora zanzare.
Dopo un paio di anni avevo capito che il mio tempo in Myanmar era esaurito. E cosi ho cercato ancora.
Tornare a casa sarebbe stata una buona idea ma ho ricevuto tante offerte con progetti incredibili e poi quando si andava a parlare dello stipendio finiva sempre con “tranquillo che tanto poi si vedrà”. E cosi’ i giochi si decisero su tre fronti.
Una multinazionale a Trinidad e Tobago, un progetto come Pest Control Division Manager in Cambogia o Operation Manager a Singapore.
Ero seduto sulla navetta Orio al Serio – Milano piazza Duomo e ad un tratto il cellulare si illuminò. Mail – da Winston Baptista – Singapore – “si e’ liberato il posto per cui lei ha inviato l’application”. Nell’esatto momento in cui stavo leggendo il messaggio e il mio cuore incominciava a palpitare, tra paura ed eccitazione, dalle casse della radio centralizzata dell’autobus è partita una vecchia canzone degli anni 70, che non avevo mai sentito prima, “Singapore vado a Singapore, vi saluto care Signore”. I Nuovi Angeli. Passai il doppio colloquio e il primo di gennaio ero su un aereo Milano-Singapore. Dopo 15 giorni e’ arrivato il Coronavirus  ed è partita questa guerra in prima linea.
Dopo una prima ondata , che sembrava completamente domata, ad aprile è arrivata la seconda a Singapore e ha colpito i dormitori dei lavoratori stranieri. Immense strutture localizzate nelle periferie di Singapore dove indiani, bengalesi e cingalesi sono “alloggiati” dalle aziende dell’industria delle costruzioni di Singapore, che lavorano ad esempio per la metropolitana. Nei dormitori sono ammassati in 290.000.
L’infezione pare sia partita al Mustafa Center nella Little India, centro di ritrovo per la comunità indiana, le domeniche. Da lì la trasmissione all’interno dei dormitori dove si condividono stanze, bagni e cucine e’ stato un attimo, arrivando ad oggi alla stima di circa 31.000 casi, in aumento di 800 al giorno.
Il governo di Singapore ha messo in quarantena i dormitori (divisione personale sano da quello malato e controllo degli accessi per evitare eventuali fughe) obbligato i datori di lavoro a verificare lo stato igienico sanitario dei luoghi in cui abitano e fatto partire le campagne di disinfezione delle aree in quarantena.
Noi siamo stati chiamati ad operare in queste zone rosse.
Entriamo giornalmente con circa 7-12 uomini su 4/5 dormitori/giorno, e in ogni dormitorio rimaniamo dalle 2 alle 3 ore con break ogni ora e un quarto per respirare e bere acqua in aree “sicure” (l’area sicura la creiamo al momento dell’arrivo sanificando una zona dove nessuno può accedere). Ad ogni ingresso seguiamo i protocolli da guerra batteriologica (vestizione, maschera facciale, guanti, copriscarpe – trattamento come ULV e pulizia delle zone ad alto rischio -decontaminazione prima di uscire e ancora decontaminazione del
veicolo mentre tutto il materiale “usa e getta” viene smaltito).”

Ho chiesto poi a Daniele del costo della vita a Singapore e come se la cava. Mi ha detto che se si vive come un local va bene, cioè mangiando indiano, cinese, malesiano, prendendo mezzi pubblici (“efficienti e convenienti, circa 90 centesimi”) e affittando una stanza in un “bel condo di Little India per circa 850 euro al mese”. C’è poi il lusso “birretta (alcolici cari) che costa 7 dollari locali”.
Scrive altro Daniele, che dice di “essere impacciato con le parole scritte”. A me non sembra. Il suo racconto, da San Giuliano Milanese a Singapore, allarga lo sguardo su questo virus viaggiatore. Ci dice come colpisce, in misura maggiore, le comunità più fragili. Quelle che convivono nelle metropoli che erano, per tutti noi, proiettate nel futuro. Una storia globale.

Non solo numeri

24 Mag

Questo fine settimana in America segna il tradizionale inizio dell’estate. È il Memorial Weekend. Si ricordano, lunedi, i caduti americani di tutte le guerre.
The New York Times pubblica una prima pagina che mette in fila, con nomi e cognomi, un migliaio dei 97mila morti ad oggi per il coronavirus.

Forza CUAMM

22 Mag

Ogni giorno sta arrivando un video come questo. Daje.

Calcutta, perché

21 Mag

Un ciclone di proporzioni straordinarie si è abbattuto su Calcutta, nello stato del West Bengal, dopo avere devastato il Bangladesh.  Ho chiesto notizie a chi conosco nella città in cui sono andato tante volte e in cui vorrei tornare presto.
Mi dicono di una tragedia nella tragedia. Ospedali normalmente stracolmi. Distanziamento sociale impossibile. Chi vive nelle strade è stato ricoverato in scuole vicine e ora trascorre la notte in una situazione di “assembramento” che fa male a vederla.
Leggo poi di casi di razzismo  legati al coronavirus (ma sempre latenti) che hanno costretto 350 infermiere a lasciare Calcutta e a fare ritorno nel Manipur, lo stato a nord da cui provenivano.
L’India è estrema, sempre. E Calcutta è la rappresentazione di una condizione umana che oggi mi sembra più prossima.

Usa e GETTA. Se le trovi

21 Mag

Oggi ho cercato mascherine chirurgiche in sei farmacie di Roma. Zero.
Se ne trovano tante in strada.

New York New York

20 Mag

Chiude il più vecchio negozio di armi di New York.
Una storia partita da un italoamericano e continuata da un cineseamericano. Con tanto cinema in mezzo.

La televisione della cameretta

19 Mag

Nelle prossime settimane capiremo se e quando ci sarà una fase due della televisione.
Stiamo vedendo molte serie editate in fretta per colmare il vuoto di questi mesi in cui non si può girare, andare in giro, che poi è la stessa cosa. Non solo Netflix.
A me è capitato di vedere meno televisione in queste settimane. Non ero abituato ad avere tanto tempo e ho sempre vissuto il consumo delle serie come un rito notturno.
Il sorpasso della streaming tv su quella cable (quella tradizionale) è datato due anni fa. Il tempo reale della visione appartiene alla generazione falcidiata dal COVID-19.

Nella tv italiana grandi ascolti per serie mediche e repliche di Harry Potter, Montalbano, Ciao Darwin. E poi tanta televisione virologa riassumibile in “distanziatevi”. Anche dalla televisione stessa.
Nella tv americana i grandi shows American Idol e The Voice si sono autoridotti allo studio-cameretta. Come tutti i talk shows satirici della sera.
In generale la televisione vecchio stile ha svuotato gli scaffali del supermercato e ha risparmiato un sacco di soldi, senza perdere ascolto. Ha compensato nel breve periodo la perdita della pubblicità.

Ci ha ricordato il New York Times che quello che accade nel mondo modifica storicamente la televisione. La guerra del Golfo del 2001 promosse CNN. Le elezioni per la Casa Bianca del 2016 lo fecero con Twitter e gli altri social.
Questa crisi ha resuscitato Skype ed elevato Zoom e piattaforme varie.
Ci siamo abituati ad una qualità che di solito ci arrivava dalle zone di guerra o nei disastri atmosferici, scrive sempre il New York Times. E questo è successo proprio quando l’industria ci stava vendendo televisori sempre più grandi, con una definizione sempre maggiore, alla vigilia delle Olimpiadi.
Cosi siamo entrati nelle camerette, come dei guardoni a 50 pollici.

Ha ripreso il calcio in Germania sabato scorso, facendo registrare gli ascolti più alti della storia per un campionato che non ho mai guardato anche se Sky lo offriva.
C’era la Premier League inglese, la Liga spagnola e il calcio di casa nostra.
Si è giocato senza abbracci dopo il gol. Spariti e di questi, come gli applausi dai talk shows, non si è sentita la mancanza. Nel chiuso delle nostre camerette abbiamo guardato, noi maniaci, il Borussia Dortmund come fosse la squadra del cuore.
La pluralità delle camerette non fa però una platea. Non fa un effetto sardine, anche se fa share. Somma solitudini, dilata ego bulimici, dispensa superficialità domestica. Non racconta quello che realmente accade nelle camerette perché manca la relazione.

Anni fa, agli albori dei realities, ne proposi un paio, dopo Davvero, il format di MTV Real World, realizzato dalla Palomar e andato in onda sulla RaiDue di Minoli.
Uno, Compagni di Banco dentro Mixer Giovani, raccontò un viaggio italiano in una classe, a puntata, alla vigilia della maturità. L’altro, titolato La mia cameretta, non andò in onda. Doveva essere un viaggio dentro le stanze dei giovani che vivevano con i genitori. Ritratti da un interno.
I due programmi di 24 anni fa specchiano queste settimane. Sono ora diversamente declinati in televisione, chiudendo la forbice tra i due. Con una differenza. Non c’è relazione. Non solo. Il cosiddetto digital divide tra chi ha gli strumenti e la connessione con chi non ce li ha rivelato un baratro nella didattica a distanza. Leggo che a Roma il 61% dei bambini non si sarebbe collegato con i loro maestri.
Un altro programma, Maestri, è andato in onda quest’anno su TV2000 e ha raccontato un viaggio nelle classi elementari. Non c’era l’hashtag prima dei Maestri, come quelli ora in onda. Ma c’era la relazione tra alunni, studenti e docenti. C’erano le storie.

La televisione del maestro Manzi, quella che ha alfabetizzato il paese, aveva una missione. Quella contemporanea ha testato l’analfabetismo digitale di larghe parti del paese. Siamo ai primi posti nel mondo per il possesso di cellulari ma evidentemente li usiamo per fare altro.
SMS amiche per caso è stato un altro reality a cui ho lavorato nel 2001 e andò in onda sempre su RaiDue ma quella di Freccero. Ascolti bassi. Attraverso i telefoni il tentativo di accendere relazioni perché il nodo da sciogliere è quello.
La serie Skam (format norvegese ora su Netflix) ha messo a sistema quella tesi primitiva. Non a caso con TIM nelle prime stagioni. Ci racconta della possibilità di un racconto che rompe la gerarchia della relazione. I maestri sono quelli giovani. Davvero.

App Spoon River

16 Mag

Ogni giorno su Sky Tg24 alle 18 parte I Numeri della Pandemia.
È un appuntamento quotidiano fatto bene. I quattro dati della giornata si materializzano con cartelli ed interviene qualcuno che dovrebbe saperne più di me e che dice di mettere la mascherina e stare lontano dal prossimo.
L’illustrazione statistica è srotolata bene. Ora che le terapie intensive e i morti calano, scivoliamo con il freno tirato lungo la curva calante fino alle 19.
Alla fine rimangono i numeri.
Nessuno, in generale, fa più nemmeno un tentativo di raccontarci chi sono quei cento, duecento che se ne vanno ogni giorno. Per settimane abbiamo letto piccoli ritratti ora scomparsi. Chissenefrega, non è uno che conosco.
Nei bollettini, se li vai a cercare, compaiono solo l’età e il sesso.
In attesa della app che ci mapperà, mi piacerebbe andare su una che sia una Spoon River di questi mesi. Chi erano questi numeri.

New York, New York

15 Mag

Da Jeremiah Moss e il suo blog che racconta la New York che scompare. Da anni.

Andrà tutto male

15 Mag

Sto lavorando nuovamente sulla cooperazione ufficiale italiana nel mondo, Rai Italia.
La storia Silvia Romano, dal suo ritorno, ci dice una cosa. Che sarà tutto come prima. Solo un poco peggio, dopo la dieta COVID-19.

Il weekend è morto

15 Mag

Le ore non scorrono più come  una volta.

Streaming Ibiza

15 Mag

Ci sono passato una volta sola alle Baleari, con i miei, quando andavo alle medie. Netflix, per colmare il vuoto. Dall’autore di Casa di Carta.

Cooperanti scrivono

12 Mag

Avrei voglia di scrivere di Silvia Romano. Vedo e ascolto in televisione, leggo tante cose. Nessuno la conosceva prima di un paio di giorni fa. E, mi sembra, nemmeno oggi.
Mi stupiscono alcuni più di altri che hanno frequentato Africa e Asia per mestiere, non da turisti nei resorts. L’ho fatto anch’io (sia nei resorts che nei non resorts) e spesso embedded, facendo incontri con donne, uomini e luoghi indimenticabili ma correndo meno rischi che nel traffico di Roma.
Preferisco ricevere e pubblicare storie che raccolgo da cooperanti italiani. Dopo quelle africane di Martina, Chiara e Michele ecco quella di Carlotta.
Coronavirus e Myanmar. Carlotta ama scrivere. Il suo racconto affonda in un paese che ama, quasi disperatamente. Ci vediamo Carlotta, su Skype.

Non è tempo di baci. Come in Myanmar.
di Carlotta Comparetti

Era la pentola più profonda che avessi mai visto. Una specie di cilindro: la base stretta poco più di un palmo e i bordi alti metà del mio braccio, dato che la prima cosa che ho fatto è stata infilarcelo dentro. Chissà a che cosa serve una pentola così. L’acciaio lucido rifletteva la mia stupida faccia con la precisione di uno specchio: è stata usata ben poco, per ovvie ragioni. Il secondo pensiero è andato al mestolo, di cui non c’era traccia, ma che se ci fosse stato sarebbe stato gigantesco. Il terzo pensiero è diventato un messaggio. Ho sfilato il cellulare dalla tasca, scattato una foto all’oggetto marziano e ho chiesto spiegazioni all’unica persona che, se una risposta c’era, l’avrebbe saputa. La mia amica Milena di Piana di Monte Verna, in provincia di Caserta: amorevole, prosperosa, dolce come una mozzarella. Senza di lei, a Yangon, sarei morta di fame. E non solo io. La sua era la cucina più equipaggiata del cosiddetto “Italian building”, una palazzina di otto piani in cui cinque appartamenti erano occupati dagli italiani di Sanchaung, il quartiere più in voga tra gli expat di Yangon. Uno dei pochi palazzi ad avere l’ascensore, tra l’altro, anche se avevamo paura di usarlo dato il rischio che mancasse la corrente durante il tragitto. Comunque la cucina di Milena custodiva una collezione di oggetti rari e misteriosi che lei si divertiva a illustrare con estrema precisione e un certo orgoglio, tra cui: il frullino, la grattugia per la noce moscata, la macchinetta del caffè con le cialde, il lievito di birra, l’alcool puro («Cosa te ne fai?» – «Il limoncello»), lo zucchero in zollette.

«Hai mai visto una roba del genere Milena?», le scrivo. Poco dopo aver visualizzato la foto della misteriosa pentola, Milena risponde:
«A dire il vero no. A cosa ti serve?»
«A niente credo. L’ho trovata nella casa nuova. La butto nell’aliga?»
«Aliga? Cos’è Aliga?»
«In Sardegna è la spazzatura. Se non l’hai mai vista neanche tu una pentola cosi, mi sa che la butto nell’aliga»
«Mi onora che mi consideri la tua consulente di pentole. Non saprei che farmene neanche io di una pentola così. Forse quando avrai una famiglia e molto numerosa… quindi campa-cavallo! Ma dimmi, come stai? Com’è la nuova vita lontano dall’Asia?»
«Sto bene grazie, Tunisi è bellissima. Tutto a meraviglia».

Quante bugie si possono dire in meno di dieci parole. La verità è che lasciare la Birmania è stato come lasciare un fidanzato che ami ancora, perché è la cosa giusta da fare e perché certi difetti non li cambierai. Ma anche se tutti dicono che è meglio così, che è così che doveva andare, tu hai il cuore a pezzi ed è troppo presto per amare la vita che inizia dopo di lui. Semplicemente non è possibile. Tutto questo non l’ho detto Milena, ancora convalescente dal secondo episodio di dengue spaccaossa che l’ha costretta al letto per un mese con febbre alta e sfoghi cutanei che le hanno colorato il corpo di rosso e giallo.
Dopo quasi tre anni a Yangon, la città più grande e polo economico del Myanmar, mi trovavo catapultata in un’altra vita, distantissima dall’Asia e vicina all’Europa. Infatti la cosa più insolita che avessi visto nelle prime settimane dall’arrivo, era stata proprio quella pentola. E comunque non è vero che l’ho buttata, l’ho rimessa al suo posto: nella credenza di legno di una casa nuova, casa mia, a La Marsa, un quartiere di Tunisi vicino al mare. Vivo qui da dieci mesi, scivolati così rapidamente che ho perso il conto. A portarmici è stato un nuovo lavoro: responsabile della comunicazione per un programma di rafforzamento dei servizi di base in Libia, finanziato dall’Unione Europea e preso in carico dal Ministero degli Esteri italiano per il tramite dalla sede di Tunisi dell’AICS.
A differenza di altre volte, affatto rare nella mia vita, Tunisi non è stata una questione di istinto, passioni o prove di coraggio, ma una scelta ragionata e pianificata: un nuova sfida professionale, non ero mai stata in Africa e per di più vicino a casa. Per l’esattezza, appena 270 chilometri a sud di casa, sull’altra sponda del Mediterraneo. Quello che non avevo contemplato nei miei piani praticamente perfetti era l’ipotesi di una pandemia: un virus sconosciuto e letale che all’alba del 2020 avrebbe messo in ginocchio il mondo a cominciare dai paesi cosiddetti “sviluppati”, primo fra tutti il mio, avverando il fatto inimmaginabile che a “casa” ci sarei tornata ancora più raramente di quando vivevo dall’altra parte del mondo. 

Mentre il COVID-19, che a dicembre è scappato veloce e inarrestabile dalla settima città più grande della Cina, comincia a fare rumore in oltre duecento paesi, in Myanmar tutto tace. I primi casi di contagio vengono resi noti solo il 23 marzo, facendo del Paese uno degli ultimi a parlare del Coronavirus. Un fatto paradossale, se si pensa che il Myanmar e la Cina si congiungono lungo una striscia di terra di circa duemila chilometri: un confine poroso varcato ogni giorno da circa 10.000 lavoratori transfrontalieri . Ancora più curioso se si aggiunge che la Birmania è collegata alla città di Wuhan, punto d’origine della pandemia, da un volo diretto che ha continuato a coprire la tratta fino al 23 gennaio, quando nella città cinese gli ospedali erano ormai già al collasso  Ciliegina sulla torta, il rimpatrio di decine di migliaia di migranti economici birmani dalla Thailandia quando, a marzo, il governo di Bangkok ha annunciato la chiusura delle frontiere. In quell’occasione, masse umane hanno viaggiato su bus sovraffollati prima di disperdersi in ogni angolo del paese. 

Sull’onda dell’ottimismo, che alcuni hanno letto più verosimilmente come un misto di reticenza e orgoglio nazionalista tutt’altro che nuovi al Paese, a metà marzo il ministro della salute Myint Htwe diffonde rosee previsioni di “zero contagi e zero morti”. Una teoria rafforzata dal portavoce del governo Zaw Htay, per cui “lo stile di vita e la dieta dei birmani” sarebbero di per sé “un rimedio naturale contro il virus”, così come prassi e consuetudini sociali. Perché “in Myanmar, a differenza dei paesi occidentali, non ci si stringe la mano, niente baci e abbracci quando ci si saluta e sono ancora in pochi a usare le carte di credito” .
E in effetti in Myanmar si utilizzano quasi esclusivamente banconote. Si usano fino alla consunzione, scolorite, raggrinzite e spesso macchiate di rosso-betel, la noce di areca di cui i birmani masticano le foglie disperdendo i residui per le strade, sotto forma di colate laviche di DNA.

È il primo aprile quando la Consigliera di Stato e Ministro degli Esteri Aung San Suu Kyi fa la sua prima comparsa sul medium preferito dai birmani: Facebook , che conta oltre 21 milioni di utenti in un paese di circa 53 milioni di abitanti, superando il raggio dei media tradizionali e qualunque altra piattaforma social. Non che morisse dalla voglia di resuscitare quel profilo nato nel 2016 e mai utilizzato, chiarisce la Lady, ma lo ritiene il sistema più efficace per diffondere le iniziative del governo nella lotta al virus. Tra queste, la progressiva chiusura del traffico aereo, la disinfezione dei luoghi più frequentati, tra cui la maestosa Swedagon Padoga, che ha continuato a scintillare sotto il getto delle idropulitrici caricate di perossimonosolfato di potassio , quarantena per i viaggiatori e la cancellazione di tutti gli eventi pubblici. Tra i sacrifici più sofferti, il primo è il Thingyan: il capodanno buddista tradizionalmente celebrato tra marzo e aprile con parate di migliaia di persone che dall’alba al tramonto si tramortiscono con secchiate d’acqua per “sciacquarsi di dosso” i peccati dell’anno appena trascorso. Acqua, musica e festa per giorni, una delle tante sorprese che la Birmania rivela a chi, come me, non l’avrebbe mai immaginato.  Eppure quest’anno, come una profezia, a lavare i panni sporchi dei birmani ci ha pensato il cielo: a chiusura di un Tingyan mai celebrato, su Yangon è caduta una pioggia violenta e inaspettata, troppo in anticipo rispetto al monsone che a giugno aprirà la rainy season.
Ovattata dal suono di una pioggia scrosciante, negli stati Arakhan (o Rakhine) e Chin in piena pandemia, ha continuato a consumarsi la guerra tra l’esercito birmano (Tatmadaw) e il gruppo etnico armato dell’Arakan Army (mosso da istanze indipendentiste). Un conflitto che dal 23 marzo, giorno in cui il Myanmar ha reso noto il primo caso di COVID 19, avrebbe causato almeno 32 morti, perlopiù donne e bambini (incluso un operatore umanitario dell’agenzia ONU World Health Organization , oltre il doppio dei feriti e 150.000 sfollati a cui il governo ha tagliato la connessione a internet, privandoli così dell’accesso a informazioni vitali sullo stato della pandemia e delle sue misure di contenimento. Sono proprio loro i bersagli più facili del COVID 19, due volte vittime: i profughi degli stati del Myanmar dilaniati dalla guerra, che Human Rights Watch conta sull’ordine dei 350.000 tra Rakhine, Shan, Chin e Karen. Costretti in campi o accampamenti sovraffollati, in condizioni igieniche precarissime, senza libertà di movimento e con sempre più ridotti aiuti umanitari . 

Alla fine di marzo, mentre la maggior parte delle organizzazioni internazionali e le agenzie delle Nazioni Unite rimpatriavano il loro personale, i miei amici ed ex colleghi dell’AICS di Yangon hanno scelto di restare. Penserete che sono matti o che potevano trovarsi qualcosa di meglio da fare. Ma il fatto è che qualcuno doveva pur rimanere. Perché ce n’è ancora più bisogno e perché ci si aiuta a vicenda, che poi è il senso del nostro lavoro: cooperare. Così questo lockdown lo trascorrono da soli, lontani dalla famiglia, lavorando dalle loro case umide nella meravigliosa giungla urbana di Yangon. Le rare volte che si incontrano, stanno a debita distanza. Senza stringersi la mano e senza effusioni. Proprio come ci insegnano i birmani. Dopotutto non è tempo di baci.

New York, New York

10 Mag

Ogni giorno apro il livestream del governatore Cuomo verso le 17. Tarda sempre un poco.
Salto quello del sindaco Bill de Blasio che arriva poco prima.
Meglio di quello del dottor Borrelli a cui mi ero affezionato. Più eloquente Cuomo.
Racconta storie, ci introduce a spaccati della sua famiglia, si porta dietro esperti e risponde a domande. Cresce la sua popolarità ma non mi dice quando posso tornare a New York. Anzi ci sono giorni che sembra fare apposta a terrorizzarmi. Ma non mollo.
Il mantra è che di questo virus sappiamo zero. Come si diceva al tavolo del dottor Borrelli.

Silvia

10 Mag

Silvia, 24 anni, torna a casa dopo 536 giorni di sequestro.
Torna a Milano, al Casoretto, il suo quartiere popolare, operaio si sarebbe detto una volta. Che non è il quadrilatero della moda e cosi’ almeno abbiamo evitato l’etichetta ‘pariolina”. L’altra etichetta (“ingenua”) non se la toglierà di dosso.
Convivono con le etichette i diecimila cooperanti italiani nel mondo.
Ne ho conosciuti tanti in anni di viaggi. Motivazioni e storie diverse.
Una cosa mi hanno ossessivamente ripetuto. Siamo professioniste, professionisti. Abbiamo studiato per fare questo. Come i medici, gli ingegneri, eccetera. Con una idea in testa. Quella di un mondo senza muri. Ingenui.

Cosa ho visto oggi. Elon Musk

9 Mag

Beh, ascoltare Elon Musk. Il sabato pomeriggio.
Ci distanzia dalla pandemia. E dalla realtà.

Elezioni, con il virus

9 Mag

Che succederà a novembre quando si dovrebbe votare per la Casa Bianca ?

Michelle

9 Mag

“Everything Michelle Obama does will always be of interest, even if it isn’t interesting.”.
Una riga e mezzo, all’inizio della recensione del New York Times dice tutto quello che c’è da dire sul documentario di Netflix, tratto dall’omonimo libro (Becoming).
“Tutto quello che Michelle Obama fa sarà sempre interessante, anche se non è interessante”.

I LAVORI IN CORSO, nuova puntata

9 Mag

Nuova puntata andata in onda su TV2000.

C’è posta per tanti

5 Mag

Una precisazione, sempre da familiari. “Congiunti” diremmo noi.
Sul conto i 1200 dollari sono arrivati a chi fa le tasse da solo. Se passi attraverso un accountant (commercialista, diremmo noi) ti arriva l’assegno a casa. Posta.
A tutti. Quelli che stanno entro il limite di reddito dichiarato di 75mila dollari lordi all’anno di reddito che sale a 150mila se coppia. In quest’ultimo caso l’assegno è di 2400 dollari. Per ogni figlio sotto i 17 anni 500 dollari in piu’.
Lo so, sembra tanta roba. A Manhattan non è tanta roba. In Mississippi magari si. Ma in Mississippi non sono tanti a fare quei soldi.
Comunque il Tesoro americano ha detto di avere spedito 88 milioni di assegni.
La differenza con l’Italia è che non si passa attraverso banche, moduli da riempire, INPS ecc. Non devi fare niente.
Poi ci sarebbe da dire della cassa integrazione, ammortizzatori sociali in genere. E sanità. Ma allora si aprono altri capitoli di una brutta storia.

I soldi sono sul conto. 1200 dollari, firmato Trump

2 Mag

Ecco la lettera che segue l’accredito diretto sul conto. Ricevuta da miei familiari.
La firma, in campagna elettorale, ha un suo perché.

Eccolo. I LAVORI IN CORSO

1 Mag

Quattro storie. Questi giorni. Su TV2000.

L’intervista. Lezioni americane

1 Mag

MSNBC è la televisione di news e talk shows che sveglia gli americani ogni mattina e li accompagna nel corso della giornata, con CNN e FoxNews.
FoxNews ha un telespettatore fedele nella Casa Bianca, Trump.
MSNBC è la televisione che guardano quelli che tifano per Biden, candidato democratico nelle prossime elezioni di novembre. In estrema e rozza sintesi.
Il programma che apre le mattine di MSNBC è Morning Joe, dal nome del conduttore Joe Scarborough, con un passato repubblicano. Con lui conduce Mika Brzezinski, figlia di Zbigniew, che ha lavorato nelle amministrazioni Johnson e Carter.
Lo show parte ogni mattina alle 6 e termina alle 9. Per me appuntamento fisso, quando possibile.


Oggi, l’annunciata intervista a Joe Biden, 77 anni, sul caso Tara Reade, la donna che accusa il candidato democratico di molestia sessuale. La storia risalirebbe al 1993, quando lei lavorava per lui al Senato ed aveva 27 anni.
L’intervista di oggi è stata fatta precedere dalle immagini di tutte le donne che hanno accusato Trump di molestie. Non è stata fatta menzione (potrei essermi distratto) alla vicenda Clinton-Monica Levinski. Roba che se provi a Google ancora oggi Monica Le…salta subito fuori.
Come è andata ?
Beh, prima cosa da dire è che l’intervista sull’accusa della Reade è stata condotta da una donna e basta, Mika Brzezinski. E questa scelta me la segnerei.
La Brzezinski, democratica e potenziale elettrice di Biden, è stata molto dura. Ha ripetuto le domande quando la risposta le è sembrata non esauriente. L’ha riformulata in un altro modo.


Biden ha detto all’infinito “Non è mai accaduto”. E la Brzezinski “Lei ha dichiarato in passato che le donne devono essere sempre credute quando denunciano molestie. Ora ?”. “Ha mai cercato una mediazione con un avvocato?”. “Ha mai provato lei o qualcuno del suo staff a parlare con la Reade?”. ” La cerchera’?”. “È d’accordo con la visione dei materiali contenuti negli archivi nazionali e quelli dell’università del Delaware per rintracciare una denuncia della Reade di cui potrebbe esserci traccia”.
Biden ha ripetuto “Non so cosa ci sia dietro a lei. Ma irrilevante perché nulla è accaduto”.
Molto tesa la conversazione che si è trasformata in un dialogo più rilassato quando è entrato il conduttore Joe Scarborough (marito della Brzezinski) a parlare di pandemia e provvedimenti da prendere.
Conclusione, stiamo a vedere. Certamente la storia non finisce oggi.
È annunciata un’intervista alla Reade che potrebbe andare in onda su una televisione nazionale già domenica. Ventisette anni dopo.
Una storia che potrebbe rimanere nel ciclo elettorale o chiudersi rapidamente ?
Una storia che potrebbe minare la candidatura Biden fino a farla cadere ?
Una storia arma di distrazione di massa dalla pandemia ?

In Germania si può andare allo stadio

1 Mag

Siamo nel pieno del dibattito sulla riapertura del calcio. In Francia hanno deciso per il no. Nel resto d’Europa si saprà tra breve. Intanto idee crescono, nella pandemia.
Il pubblico cartonato non è solo un’idea televisiva.
Se sei tifoso del Borussia Mönchengladbach potrai esserci, allo stadio. E anche in trasferta. Ordini una tua foto cartonata (costo 19 euro) per lo stadio ora virtuale e lo hanno già fatto in oltre diecimila.  Ti metti la maglia della squadra. Ti fotografi con la sciarpa. E sei sugli spalti. Geniale.