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Una risata vi seppellirà

29 Giu

Nel giorno in cui Trump scrive e cancella un tweet razzista ci pensa Borat a scrivere una pagina meglio di cento editoriali.
L’attore Sacha Baron Cohen, che ha costruito programmi tv e film sulle impersonificazioni, si è infiltrato in una manifestazione di bianchi suprematisti e ha cantato ritornelli country su Obama, e il dottor Fauci (virologo capo).

Questa è una notizia che cambia il corso della storia. In TV

28 Giu

Allora leggo su Hollywood Reporter che cambiano, dopo decenni, alcune voci di attori a cui ci eravamo affezionati dei cartoni animati storici, in America.
I protagosti di colore (afroamericani e asiatici) parleranno da ora in poi con la voce di attori di colore, nei SIMPSONS e in FAMILY GUY.
Gli stessi impersonificatori di pelle bianca che saranno sostituiti (alcuni dopo venti anni) hanno dichiarato che è giusto così.
Immagino che una notizia del genere possa fare sbudellare dalle risate in Italia, dove l’industria del doppiaggio ha un peso diverso. Quello che va colto è che negli Stati Uniti si sta finalmente vivendo, non senza opposizione, una svolta storica.
Il melting pot, l’assimilazione delle radici in un solo albero non ha funzionato.
È bello camminare per le strade di New York ed incrociare il mondo. Ascoltare pezzi delle 150 lingue che si dice siano parlate nella città. Poi, di sera, la metropolitana riconsegna ognuno ai suoi ghetti.
La televisione (e i suoi autori più intelligenti) non poteva rimanere impermeabile a quello che sta accadendo. Cadono le statue. Può pure cambiare Hollywood, che sulle statuine ci ha campato una vita.

I love New York

27 Giu

Morto Milton Glaser.
Storia.

Roba da matti

25 Giu

Ecco la task force di Washington per il Covid-19.
Sono in 27. Due donne. La fotografia di gruppo dello scorso marzo fa impressione.
Il 70% della forza lavoro globale nella sanità è fatto da donne.
Sul prato della Casa Bianca non è così. E non mi sembra ci sia qualcuno di colore. Uomini, visi pallidi.

L’ultimo spettacolo

21 Giu

Ci arrivano scene da una maturità senza precedenti dall’America. C’è tutta una filmografia che ci ha illustrato negli anni un rito, con il ballo finale, degli studenti americani alla fine della scuola secondaria. Se devo trovare un paragone con questi tempi, torno al grande film della mia maturità che scavava ancora molto prima, negli anni Cinquanta. The Last Picture Show (L’ultimo spettacolo) di Bogdanovich, il racconto di una generazione smarrita, in fondo ad un Texas immaginario.
Il 15% in meno dei giovani usciti dalle high schools americane (rispetto allo scorso anno) si iscriverà alle università, abbiamo letto. I costi straordinari, in tempi di scuola online, allentano la corsa ai campi verdi dei colleges. Non solo. Le grandi città si starebbero svuotando di giovani che le riempivano di speranze, ambizioni, sogni.
Intanto le movide, più delle manifestazioni di protesta per Black Lives Matter (faccio “un assembramento”, per sintesi) stanno riproducendo il virus.
Una generazione di immortali, senza chiamate alle armi (Corea, Vietnam) con un futuro in stand by, si beve una birretta, smarrita. Anche Greta e sardine riflettono.

Il colore della pelle

20 Giu

Accadono cose, ci si fanno domande in questi giorni.
Ci si chiede se cambierà (per alcuni) il criterio di selezione dei donatori di sperma.
Più semplicemente non si commerceranno più quei prodotti che vendevano proprietà schiarenti della pelle scura.

 

Instagram, dove comincia tanta roba

19 Giu

La storia delle sei teenagers (15 e 16 anni ) che attraverso Instagram convocano diecimila manifestanti. A Nashville, Tennessee.

 

 

Jon Stewart ha fatto un film. Ma da leggere su polizia, elezioni ecc

16 Giu

Jon Stewart era per me quello da vedere ogni sera (Comedy Central) quando faceva televisione. Poi è diventato quello da ascoltare quando ha smesso di farla.

Lavoro che non c’è più, che c’è sempre e che boh

15 Giu

C’è una bella differenza tra lo stare a casa e continuare a ricevere denaro e starci perché licenziati. Lascio perdere storie familiari. Dico solo che se eri assunto a tempo indeterminato, a New York, ricevi un’indennità uguale allo stipendio perso per sei mesi. Il problema, doppio, colossale, è che con la perdita del posto di lavoro si perde l’assicurazione sanitaria che in America è legata in grandissima parte all’occupazione.
Lo dico sempre perché mi accorgo ogni giorno di quanto nel paese del “socialismo reale” (l’Italia) non si abbia un’idea di cosa voglia dire precipitare sulla strada.
Non ha senso fare paragoni se peggio la pandemia o la perdita del lavoro. Eppure è un dibattito partito non solo da noi. Un dibattito che assume forza quando la paura del virus sembra attenuarsi e quella di non farcela cresce.

Leggiamo delle meraviglie produttive del lavoro da remoto. E prima avevamo appreso  delle centinaia di migliaia che sono andati a lavorare senza mai fermarsi nelle aree industriali lombarde in piena scalata del virus.
Questa dicotomia paura-denaro è alla radice del lavoro e della rivoluzione in atto. Non per tutti è possibile farlo smart il lavoro.
Il secolo fordista della manifattura, rimosso, mantiene una base solida. E, contraddittoriamente, chiede di rimanere in vita quando si esalta il made in Italy, fino a ieri made in Cina.

Detto tutto questo, ci sono gli Hamptons, assunto a luogo metaforico (mica tanto) globale di chi può lavorare da lontano o anche non lavorare per niente. Serve anche a capire questi giorni di Black Lives Matter. Gli Hamptons bianchissimi, con le spiagge bianchissime ospitano dall’inizio del lockdown gli scappati di casa (da New York).
Ora quello che succede è che molti di questi occupano poltrone da dirigenti in organizzazioni di news e altro. E tanti altri,invece, di quelle organizzazioni ci hanno raccontato le manifestazioni di protesta nel paese, mischiandosi ai dimostranti in tutta l’America. Solo per fare un esempio. Questa cosa comincia a stare sulle palle a tanti. Tanti di più che ai tempi di Occupy Wall Street.
Leggo nello stesso pezzo del New York Times che alcune scuole private starebbero pensando di aprire succursali inseguendo i pargoli degli scappati.
Estate calda, autunno caldo, diversamente caldi nelle città e in campagna, al mare.
Poi si voterà per posta a novembre per la Casa Bianca. E si potrà farlo anche dagli Hamptons.

Chi sono

14 Giu

La copertina del New Yorker di questa settimana. Chi sono, i loro nomi.

E calcio sia

14 Giu

L’attesa sarebbe terminata. Ho provato a rivedere il calcio su Rai Uno nelle due serate di Coppa Italia. Ho mollato nel secondo tempo. Sento che come me hanno fatto circa un milione di telespettatori durante Juve-Milan. Parliamo comunque sempre di grandi ascolti da otto, sette milioni.
Non so, a me lo stadio vuoto e l’agonismo edulcorato fanno una grande tristezza.
Il test sarà la prima partita della Fiorentina. Se mollo con la maglia viola allora vuol dire proprio che non è andato tutto bene.

TikTok, il museo è aperto

12 Giu

Non so se quelli di Tik Tok avevano parlato con Bob Dylan quando si sono messi a giocare con i musei. Dylan nella sua ultima e rara intervista ha detto “We have a tendency to live in the past, but that’s only us. Youngsters don’t have that tendency.” (noi abbiamo una tendenza a vivere nel passato ma questo riguarda solo noi-quelli anziani-I giovani non hanno questa tendenza).
Come fare a intercettare “i giovani” ? Non è solo un’ossessione dei televisivi.
Sembra essere anche quella di chi si occupa di gestire patrimoni storici, museali.
La questione allora, ripescando Dylan, è come fare ad aprire lo sguardo al passato per chi vive nel presente, nel futuro.
Questa acrobazia citazionista serve a dire dell’operazione di cui ho letto oggi degli Uffizi, Pitti e Boboli a Firenze, in occasione della prima diretta da un museo italiano di TikTok. Il social network cinese ha organizzato una “Settimana dei musei” allargando la partecipazione al Prado di Madrid, il Naturkundemuseum di Berlino e il Rijksmuseum di Amsterdam.
In America i musei stentano a riaprire, pur avendo il permesso di farlo, come accade a Los Angeles.
Portare i musei a casa è stata una utile missione in tempi di clausura.
Ora, direi, che si può uscire mascherati e con tutte le precauzioni entrare di nuovo nei musei quando possibile (la mostra di Raffaello a Roma è  sold out per molte date ma gli ingressi contingentati sono una mazzata per chi aveva pianificato altri incassi).
E così un paio di giorni fa, grazie ad un’amica che ha cautamente prenotato, sono finalmente entrato di nuovo nella meravigliosa Galleria Borghese a Roma, da cui mancavo da secoli perché quando ci provavo ero chiuso da folle di americani, cinesi e di altri mondi, visitatori non a km zero. Tutti giovani, quei pochissimi entrati con noi.
Termoscanner, mascherina a cui siamo ormai abituati e poi Apriti Sesamo.
Una bella mattina, con lo sguardo rivolto al passato.

Oprah, cosa fare

11 Giu


La conversazione di Oprah con leaders afroamericani ( la regista Ava DuVernay, l’editorialista del New York Times Charles M.Blow, le esponenti democratiche Keisha Lance Bottoms, Stacey Abrams e tanti altri). Il dopo George Floyd.
L’evento è importante. Da OWN, la televisione fondata da Oprah a You Tube.
In questo primo speciale parlano solo neri americani. Atteso un secondo capitolo ma la storia non finisce.
“L’America costruita con il ginocchio sul collo dei nativi americani e poi degli schiavi neri”. Il paese ad un bivio, oltre gli accadimenti degli ultimi giorni.

Cluster de che ?

9 Giu

Cluster, parola entrata nel frasario televisivo spesso a capocchia.
Un “grappolo, un gruppo”, con declinazioni scientifiche, ormai assimilato a movide, residenze per anziani, manifestazioni, quattro amici al bar.
Luoghi chiusi e aperti, tutti clusterizzati in una pandemia etimologica, semantica, probabilmente psichiatrica.
Eravamo in un cluster, inconsapevoli.
Oggi, riaperta anche New York, i clusters sono (non ufficialmente) tollerati.
A scardinare il divieto di fare grappolo sono state le manifestazioni che hanno fatto seguito al video della morte di George Floyd. Ho letto di incarcerazioni di dimostranti ammassati in celle senza mascherine (sequestrate in quanto “effetti personali”) poi schedati e liberati dopo qualche ora. Supercluster.
E ora si legge pure che Trump sta per partire con i rallies a cui parteciperanno in migliaia.
Siamo in attesa di verificare se possiamo dichiarare concluso il terrore del corpo altrui. Non sembrerebbe, a leggere quello che accade nel mondo.
Stamattina però la farmacista a cui ho chiesto di misurarmi la pressione ha detto che purtroppo non poteva ancora farlo. Il dentista però ti prende.
Abbiamo rimosso che il virus in America sarebbe entrato con otto passeggeri a gennaio (così si legge) e ha mandato all’altro mondo più di centomila infettati. Gli aeroporti riaprono.
Quella che è stata definita una pandemia patchwork lavora in grandi città ma non in altre, non solo in America. In regioni, stati, perfino continenti e non in altri.
I guanti farebbero addirittura male, gli asintomatici non contagiarebbero. Per dire solo delle ultime “novità”. Subito corrette, smentite.
In questi mesi abbiamo misurato che non sappiamo una cippa. Non solo io, che è ok. Anche tutti quelli che studiano pipistrelli e derivati da una vita.
E non sappiamo nemmeno se tornerà l’unica trasmissione televisiva di cui non mi sono perso una puntata nella stagione che si sta chiudendo. Quella del dottore commercialista Borrelli.

Ellen con possibili vice Biden

8 Giu

Ellen DeGeneres a colloquio con due possibili candidate alla vicepresidenza con Biden. Non ci sono solo loro. Quello che sembra probabile è che sarà una donna afroamericana.
Ellen è la numero uno della televisione americana. A parte Oprah, fuori concorso. Che sarebbe stata una buona candidata.


Da Washington. Manuela, che c’era

7 Giu

Ho conosciuto Manuela Cavalieri anni fa. Vive a Washington.
Lavora spesso con Donatella Mulvoni, che vive a New York.
Scrivono di America da tanto. E soprattutto di afroamericani. Pochi sanno come Manuela di storia dei neri americani. Quando ne parla comunica una passione straordinaria. Lei, bianchissima con i capelli rossissimi, è nera dentro.
Ho chiesto a Manuela se avesse partecipato alla manifestazione di ieri.
Vabbè, ero sicuro di si. E allora ecco parole e immagini.

Caro Andrea,
mi ci è voluta qualche ora per raccogliere i pensieri maturati in questo lungo weekend.
È una bellissima domenica di sole. Washington D.C. pare quasi rinata dopo la manifestazione di ieri.

Il primo bagno di folla dopo settimane di cautela esasperata, attenta a rispettare le distanze di sicurezza, a lavare angosciosamente le mani.
Che strana sensazione immergersi di nuovo in un corteo, sentire gli odori della gente, avvertire il calore dei corpi. Migliaia le persone (quasi tutte in mascherina) per cui la voglia di esserci ha prevalso sul il timore del contagio.

Nelle strade della capitale ieri ho incontrato rabbia e amore. Paura e speranza. Una linea melodica a tratti cacofonica, a tratti miracolosamente armoniosa. È la musica che io e Donatella abbiamo imparato ad amare più di ogni altra cosa in questi anni americani, scrivendo spesso di minoranze, di diritti civili.

Tutti hanno descritto la protesta con tre inequivocabili aggettivi: pacifica, diversa e bellissima. E lo è stata davvero.
Una decina le manifestazioni, senza capi, senza programma ufficiale, senza palchi. Lafayette Park, la piazzetta che dà sul lato nord della Casa Bianca, il punto focale. Attivisti, associazioni, chiese. Afroamericani, latini e tanti bianchi. Molte famiglie, anche. A ribadire che le vite dei neri contano, a ricordare che aveva valore anche la vita di George Floyd, ammazzato da un poliziotto Minneapolis (Minnesota) lo scorso 25 maggio. Black lives matter, lo slogan scandito. Ma anche i nomi delle vittime, come un mantra.

“Sono qui per insegnare a mia figlia che la sua voce conta” mi ha detto Ann, con la bimbetta di 5 anni a cavalcioni. Sulla maglietta aveva le donne che hanno fatto la storia nera, da Rosa Parks a Michelle Obama.
Sui cartelli di tante ragazze c’era il sorriso di Breonna Taylor, vittima innocente, uccisa durante una perquisizione finita male a casa sua, in Kentucky. Ieri avrebbe compiuto 27 anni. Cinthia, coetanea, aveva un palloncino di buon compleanno dedicato a Breonna. “Non muoiono solo i maschi neri, della strage delle afroamericane si parla sempre troppo poco”.

Limitate le forze della polizia. Ma c’era la guardia nazionale con i soldati in mimetica e camionette. Nessuna tensione. Il flusso della folla si strozzava solo all’angolo più fotografato, la nuovissima insegna “Black Lives Matter Plaza”, che la sindaca di Washington Muriel Bowser aveva appena fatto in tempo ad inaugurare il giorno prima. Di fronte alla storica chiesa episcopale St. John – la “cappella dei presidenti” – danneggiata durante le proteste dei giorni scorsi e poi “difesa” da Donald Trump con una discutibile passerella con la Bibbia brandita come un fendente. Dopo aver fatto sgombrare l’area con l’aiuto di gas lacrimogeni. Nel cortile, uno dei reverendi della diocesi aveva allestito un piccolo punto di ristoro. Mi ha detto che “la chiesa è dalla parte della giustizia e dell’uguaglianza, offesa dalle strumentalizzazioni del presidente”.

Ho partecipato a tante manifestazioni in questi anni, ma non mi era mai capitato di vedere tante “stazioni” di assistenza allestite lungo il percorso. Acqua, certo, ma anche bevande rigeneranti, succhi, frutta, panini d’ogni sorta, insalate, biscotti, snack per tutti i palati. C’erano anche una decina di postazioni grill, con hot-dog fumanti. I ragazzi intenti ad arrostire la carne a poche decine di metri dal giardino della Casa Bianca, mi hanno raccontato di aver comprato tutto da soli, di aver fatto una colletta tra amici.

I militari lasceranno la città oggi. Non ci sono stati disordini.
Ci voleva una giornata così bella, anche per svincolarsi in qualche modo dal ricordo delle vetrine sfondate, dei negozi svuotati e delle violenze che invece avevano ferito la capitale nei giorni scorsi. Li ho visti, sai? Sono arrivati anche a Georgetown, il quartiere dove lavoro. Il salottino buono dell’élite. Erano ragazzini. Non avevano alcuna voglia di far male ad una mosca. Puntavano ai negozi di scarpe sportive, ai magazzini Nike, Apple. Razzie etichettate frettolosamente come “atti criminali”, ma forse – forse – partorite in una ferita. Scaturite dalla voglia di impossessarsi a casaccio, senza criterio, compulsivamente di beni in fondo negati dalla classe dominante bianca. Almeno così ci raccontava un imprenditore afroamericano, quando con Donatella lo interrogavamo sulla ratio dei saccheggi. Lo sfregio di chi è sistematicamente escluso.





Questa volta è differente

7 Giu

Gli afroamericani e la polizia.
La differenza la stanno facendo i video dei telefoni.
Dal lockdown alle piazze.
Prima ci hanno legato al mondo degli affetti, amici. Eravamo al chiuso ma uscivamo con i telefoni.
Poi ci hanno raccontato omicidi razzisti in America (e selfies in Italia…).
Sul New York Times sono in tanti a dirci quale arma di distruzione di massa delle menzogne siano diventati i telefoni.
“The revolution will not be televised”, forse. Ma telefonata, sicuramente.

Teach your children

6 Giu

Lezioni americane. Ai figli.
È di tre anni fa. Buona oggi.

La rete di Propaganda Live

5 Giu

Quello che funziona in Propaganda Live è la rete informale di corrispondenti che costruisce, a partire da sti cazzo di social.
Così abbiamo visto le manifestazioni di protesta americane e oltre.
La community della tv si è alzata dal divano e si è fatta filmmaker.

Americana

4 Giu

In questi giorni leggo un’esplosione di Americana.
C’è stato chi era sul luogo del delitto (in senso lato, magari a New York, non a Minneapolis) chi ci ha ricordato che l’America è complessa (ce la caviamo sempre così) e altri da lontano (come capita a tanta stampa italiana) hanno scavato nel loro magazzino. Per dire che Trump è Trump.
Michele Serra ha scritto “Per uno della mia generazione, cresciuto a Fragole e sangue, Easy Rider , Bob Dylan e Woody Guthrie, Furore di Steinbeck, la beat generation, Woody Allen, il Linus di Oreste Del Buono che importava la geniale satira newyorkese e californiana del periodo (Feiffer, Crumb, Al Capp), Trump è una specie di remake. Come se l’avessimo già visto, anzi previsto.”
Non so cosa avevamo visto, previsto sulla scorta di quel popò di background, che pure condivido. Mi è venuta voglia di aggiungere a quel magazzino di Americana una celebre intervista di Oriana Fallaci su L’Europeo (che titolo di storica testata, a ricordarlo oggi) a Pasolini del 1966.
Se arrivate alla fine del pezzo c’è il racconto di quei tre giovani ai lati della manifestazione che chiedeva di bombardare Hanoi. Racconta oggi. E ci fa buttare lì una previsione. Che è anche una speranza.

E poi arrivò Obama

4 Giu

Ieri , verso le cinque del pomeriggio, sulle televisioni si è affacciato Obama, in versione casual. Improvvisamente un altro paese.

America, televisione. Suggerisco visione

3 Giu

I late night talk shows in questi giorni. Sui tre maggiori canali generalisti.
I conduttori non vanno ancora in onda dagli studios, causa pandemia.
Sarebbero dei comici, in altri tempi.
Suggerisco la visione.
Jimmy Fallon (NBC)
Stephen Colbert (CBS).
Seth Meyers (CBS)
Jimmy Kimmel (ABC)

Una sola voce. Tanti corpi

3 Giu

Una sola voce. “I can’t breathe”. Non posso respirare. Che fare, ora ?
E come raccontare questi giorni.
Poi penso alla pandemia.

Dedicato a chi dice che ” sport e politica non si dovrebbero mischiare”

2 Giu

Tutta la NBA si sta mobilitando. Non solo. Tutte le squadre, tutto lo sport in America si è espresso. Fino a ieri il problema era “quando riprendono le partite che ci sono mancate tanto”.
Oggi ci interessa di meno. L’Instagram domestico di LeBron ha cambiato faccia.
C’è un video di più di un anno fa che andrebbe rivisto e riletto oggi.
Il programma televisivo e la conduttrice più popolari di ESPN dicono tutto.

Coprifuoco dalle 8 di stasera a New York

2 Giu

Mi sono svegliato con messaggi, immagini, tweets inviati da mio figlio.
Ne trovate ovunque. Nella notte appena trascorsa il fuoco è arrivato da Macy’s, poco lontano da casa nostra. Nei giorni scorsi le manifestazioni partivano da Union Square e andavano verso Soho, East Village. Ora sono nel centro di Manhattan.
La pandemia non è stata bruciata via. Fino a qualche giorno fa era un caos calmo.
Adesso l’America è ad un bivio storico. La guerra domestica.

Servizio Sanitario Nazionale, il racconto

31 Mag

Ho recuperato su Rai Play il viaggio dentro il Servizio Sanitario Nazionale (“Quello che serve”) di Massimo Cirri andato in onda venerdi sera su Rai Tre (regia Chiara D’Ambros).
Non conosco Cirri. Riconosco la sua voce, dall’ascolto di Caterpillar, Radio Due.
Cirri parte dalla sua esperienza di sopravvissuto ad un tumore e dalle dottoresse che si sono prese cura di lui. A costo zero, sottolinea più volte. E scava nella storia di questa cosa che in Italia diamo per scontata, la salute per tutti e gratuita.
Parlano in tanti forse troppi (tra gli altri Galimberti, Strada, Gabanelli) e la più incisiva mi è sembrata la mamma della regista.
Ci sono elementi visivi simbolici nel racconto forse superflui.
Quella che rimane è la sottotrama biografica di Cirri, che ha una grazia straordinaria nel porgere il racconto.

Partire dal proprio vissuto è un limite e un vantaggio nella narrazione.
Conservo qualche pezzo della mia storia per fare un paragone tra la sanità italiana e quella americana, che si paga e parecchio, almeno fino ai 65 anni.
Ho avuto un episodio di un tumore (sicuramente meno grave di di Cirri da quello che ho capito).
Ho trovato, in America dove ero, un’assistenza perfetta. Pagata dall’assicurazione che allora avevo.
E potrei dire di altre cose accadute alla mia famiglia sempre assistita a meraviglia, negli Stati Uniti. Non solo “tecnicamente”. Anche con “amore”, da medici e infermieri di tanti paesi, come accade a New York.
La differenza la fanno i soldi. Fino a quando li hai o sei coperto dall’azienda, va tutto bene.
Non starei a fare classifiche “eroiche” tra medici, infermieri italiani e americani.
E aggiungerei che la stessa medicina generica che prendo regolarmente per il cuore costa dieci volte di più in America che in Italia e in questo caso c’entrano le lobbies farmaceutiche.
Per questo ed altro sono importanti le prossime elezioni per la Casa Bianca.

Non respiro

29 Mag

Negli ultimi tre mesi abbiamo misurato il nostro respiro. Qualcuno di noi ha acquistato un saturimetro, piccolo oggetto di cui non conoscevamo l’esistenza.
Abbiamo letto quello che accade a chi è stato ricoverato in una terapia intensiva.
Abbiamo fatto scale, evitando ascensori. Abbiamo tirato il fiato ad ogni piano. Abbiamo visto tanti correre nelle città deserte ed è stata la prima volta, in molti casi, che li abbiamo notati. Avevano fiato da vendere.

I decessi dei neri per il virus, in America, sono tre volte più di quelli dei bianchi.
Poi arriva Minneapolis. Il poliziotto bianco (ora formalmente accusato dal procuratore di stato, dopo essere stato licenziato) soffoca l’uomo di colore che dice “non respiro”, prima di morire.
Altri poliziotti senza mascherina sono in uno dei video che circola. C’è un movimento di pericolosi idioti NO MASK in America con radici nella storia.

Caro, meraviglioso Liam, con la pelle nera, che hai solo un anno e mezzo e vivi a Brooklyn, ti auguro di crescere in un paese in cui respirare libero.

Dal Senegal, la serie instant

27 Mag

L’Africa che racconta il virus. Storie
Televisione che alfabetizza.

Da leggere. Non sulla carta

25 Mag

Serena Danna su Open, parla con Mark Thompson del New York Times.
Quando ci si chiede come andrà, questo è un pezzo di futuro.

Scrive Daniele. Che sanifica Singapore

24 Mag






“È ancora notte ma dobbiamo essere i primi ad entrare e quindi, in silenzio, usciamo dal furgone. Accendiamo la prima sigaretta e la fiamma dell’accendino ci illumina il viso, che nasconde la preoccupazione. Ci fermiamo un attimo, al cancello, soffiandogli contro il fumo, come per stemperare la tensione. Guardo i miei compagni, sorrido e sono ricambiato: questo basta per riportarci al rituale della nostra professione. Ci allacciamo le scarpe, poggiandole sul paraurti del furgone, entriamo nella tuta dityvek, come bianchi fantasmi, ci allacciamo a vicenda le maschere (stringendole anche troppo) guanti blu e copriscarpe. Infine alziamo gli ULV: la vestizione è stata completata. Ci aprono le porte a distanza, in sicurezza, ed entriamo.”

Così scrive Daniele, 35 anni, nato a Como e cresciuto a San Giuliano Milanese.
Lavora nella sanificazione a Singapore dal gennaio di quest’anno, dopo esperienze in Italia e in Myanmar. Carlotta, cooperante italiana oggi in Tunisia, ha incontrato Daniele a Yangon, in Myanmar e mi ha dato il suo contatto.

Continua Daniele.
“Un giorno mentre mi si scaricava la batteria del lettore CD partecipai ad un gioco investigativo di patologia vegetale applicata. Mi divertiva. Da sintomatologie e stagioni diverse, dovevo capire quale fungo, insetto o batterio avesse infettato la pianta e agire in tempo prima che la situazione diventasse irreversibile. È lì che è iniziato il gioco di approfondire non tanto le piante quanto i patogeni, capire come funzionavano e come influivano sui processi della pianta. E più studiavo, più capivo e più mi piaceva.
Una volta diplomato mi sono ritrovato tra le mani uno strano corso di laurea titolato “Protezione delle piante”. Venti iscritti al primo anno. Cinque rimasti alla fine. Più che un corso di laurea erano lezioni private.
Di mattino seguivo i corsi e la sera lavoravo al McDonalds.
Il giorno dopo la laurea ho cominciato a lavorare per una multinazionale della disinfestazione e disinfezione come stagista dell’ufficio tecnico.
All’epoca il settore era in fase di espansione e serviva inserire laureati per dare una parvenza scientifica a quelli che fino a qualche tempo prima erano chiamati “Ciaparat”.
Assunto a tempo indeterminato dopo 3 anni ero il piu’ giovane Area Manager della storia dell’azienda. A soli 28 anni gestivo 5 milioni di euro di fatturato e più di 50 persone, tutte più grandi di me. Un lavoro infernale, 24 ore su 24 per cercare di essere all’altezza delle aspettative. E uno stipendio da fame. Ma era l’estero il mio obiettivo, specialmente il terzo mondo. E cosi inviai un curriculum ad una azienda australiana che cercava un Service Manager da piazzare nella loro filiale in Myanmar.
Io non sapevo neanche dove fosse il Myanmar. Dopo un mese ero Operation Manager e dopo tre mesi Country Manager, responsabile di tutto il paese. E così sono entrato in tutte le “dark sides” del Myanmar, e più erano dark e più mi incuriosivano. Dal retro degli alberghi a 5 stelle infestati da scarafaggi a supportare la costruzione di villaggi turistici in isole vergini dove è normale che gli operai vengano attaccati da serpenti volanti o sciami di zanzare oppure negli slums che circondano i quartieri dei ricchi, dove i bambini vengono partoriti in casa e le case sono palafitte costruite sopra tappeti di rifiuti e ancora zanzare.
Dopo un paio di anni avevo capito che il mio tempo in Myanmar era esaurito. E cosi ho cercato ancora.
Tornare a casa sarebbe stata una buona idea ma ho ricevuto tante offerte con progetti incredibili e poi quando si andava a parlare dello stipendio finiva sempre con “tranquillo che tanto poi si vedrà”. E cosi’ i giochi si decisero su tre fronti.
Una multinazionale a Trinidad e Tobago, un progetto come Pest Control Division Manager in Cambogia o Operation Manager a Singapore.
Ero seduto sulla navetta Orio al Serio – Milano piazza Duomo e ad un tratto il cellulare si illuminò. Mail – da Winston Baptista – Singapore – “si e’ liberato il posto per cui lei ha inviato l’application”. Nell’esatto momento in cui stavo leggendo il messaggio e il mio cuore incominciava a palpitare, tra paura ed eccitazione, dalle casse della radio centralizzata dell’autobus è partita una vecchia canzone degli anni 70, che non avevo mai sentito prima, “Singapore vado a Singapore, vi saluto care Signore”. I Nuovi Angeli. Passai il doppio colloquio e il primo di gennaio ero su un aereo Milano-Singapore. Dopo 15 giorni e’ arrivato il Coronavirus  ed è partita questa guerra in prima linea.
Dopo una prima ondata , che sembrava completamente domata, ad aprile è arrivata la seconda a Singapore e ha colpito i dormitori dei lavoratori stranieri. Immense strutture localizzate nelle periferie di Singapore dove indiani, bengalesi e cingalesi sono “alloggiati” dalle aziende dell’industria delle costruzioni di Singapore, che lavorano ad esempio per la metropolitana. Nei dormitori sono ammassati in 290.000.
L’infezione pare sia partita al Mustafa Center nella Little India, centro di ritrovo per la comunità indiana, le domeniche. Da lì la trasmissione all’interno dei dormitori dove si condividono stanze, bagni e cucine e’ stato un attimo, arrivando ad oggi alla stima di circa 31.000 casi, in aumento di 800 al giorno.
Il governo di Singapore ha messo in quarantena i dormitori (divisione personale sano da quello malato e controllo degli accessi per evitare eventuali fughe) obbligato i datori di lavoro a verificare lo stato igienico sanitario dei luoghi in cui abitano e fatto partire le campagne di disinfezione delle aree in quarantena.
Noi siamo stati chiamati ad operare in queste zone rosse.
Entriamo giornalmente con circa 7-12 uomini su 4/5 dormitori/giorno, e in ogni dormitorio rimaniamo dalle 2 alle 3 ore con break ogni ora e un quarto per respirare e bere acqua in aree “sicure” (l’area sicura la creiamo al momento dell’arrivo sanificando una zona dove nessuno può accedere). Ad ogni ingresso seguiamo i protocolli da guerra batteriologica (vestizione, maschera facciale, guanti, copriscarpe – trattamento come ULV e pulizia delle zone ad alto rischio -decontaminazione prima di uscire e ancora decontaminazione del
veicolo mentre tutto il materiale “usa e getta” viene smaltito).”

Ho chiesto poi a Daniele del costo della vita a Singapore e come se la cava. Mi ha detto che se si vive come un local va bene, cioè mangiando indiano, cinese, malesiano, prendendo mezzi pubblici (“efficienti e convenienti, circa 90 centesimi”) e affittando una stanza in un “bel condo di Little India per circa 850 euro al mese”. C’è poi il lusso “birretta (alcolici cari) che costa 7 dollari locali”.
Scrive altro Daniele, che dice di “essere impacciato con le parole scritte”. A me non sembra. Il suo racconto, da San Giuliano Milanese a Singapore, allarga lo sguardo su questo virus viaggiatore. Ci dice come colpisce, in misura maggiore, le comunità più fragili. Quelle che convivono nelle metropoli che erano, per tutti noi, proiettate nel futuro. Una storia globale.