Archive | marzo, 2011

ON THE GROUND

31 mar

La CIA e servizi segreti britannici sono sul terreno in Libia. E non da oggi. Per aiutare i ribelli libici. Lungo articolo in prima pagina sul New York Times. L’inviato della NBC on the ground, sul terreno, intervista uno dei ribelli che dice di essere arrivato dal Canada (dove stava studiando) e di avere comprato il fucile che possiede con i suoi soldi, per difendere la sua patria. Siam pronti alla morte, ha detto.

Zainetti

31 mar

Riaperte le scuole in Giappone, ci ha informato la NBC, nell’area colpita dallo tsunami. Queste foto arrivano dal luogo della scuola in cui l’ottanta per cento dei bambini non si siedera’ piu’ sui banchi.

Zainetti e terremoto sono uniti in una installazione realizzata dal piu’ celebre artista cinese vivente, AI WEIWEI, conosciuto come “l’Andy Warhol cinese” per chi, come me, ne sa poco. Novemila zainetti hanno formato la frase “Lei ha vissuto per sette anni felicemente nel mondo”, che e’ una citazione di una mamma che perse la figlia nel teremoto di Sichuan, in Cina, nel 2008.
Gli zainetti sono stati appesi sulla facciata di un edificio fatto costruire da Hitler, a Monaco, in Germania. L’opera e’ stata descritta da Ai Weiwei come protesta contro il governo cinese per avere soppresso i nomi dei bambini morti nel terremoto. Allora scomparvero piu’ di 70mila abitanti della regione, molte scuole e migliaia di bambini.
Zainetti e terremoto, Giappone e Cina. Ci sono incappato nella stessa giornata, cambiando canale ad ore diverse, ma sempre con la testa a Fukushima.

E per fortuna che Steven c’e’

31 mar

STEPHEN COLBERT e’ il comico che viene dopo JON STEWART ogni sera su COMEDY CENTRAL . Dal lunedi al venerdi, Jon Stewart alle undici di sera e Steven Colbert mezz’ora dopo,  raccontano l’America nel format classico di due (finti) telegiornali.
Con una divisione dei ruoli per cui il telegiornale di Jon Stewart e’ progressista e quello di Colbert conservatore.
Lunedi Steven Colbert ha ricostruito la storia del MURALE del Maine, richiamando l’eccidio della TRIANGLE SHIRTWAIST FACTORY. Lo ha fatto nella sua impersonificazione di sdegnato conservatore per le accuse al governatore del Maine, attaccando MICHAEL MOORE. Viva il telegiornale comico, quando gli altri sono distratti.

Africa on my mind

30 mar

Questa mattina su MSNBC una dichiarazione di George Clooney. Clonney dice di avere incontrato Berlusconi una sola volta. E per chiedere aiuti per il Darfur.

Mildred, storia di una donna (e di tutte le donne). Bella televisione

30 mar

MILDRED PIERCE, la miniserie partita domenica su HBO, e’ bella televisione. Anche di piu’ dello stralodato BOARDWALK EMPIRE.
E’ “period television”, televisione in costume, quella che costa produrre e che in questo caso e’ ambientata negli anni Trenta, nella Grande Depressione.
La regia e’ di TODD HAYNES, grande specialista di “period movies” (nei marroni, gialli, begie dei tempi), di film di genere, di perfette ricostruzioni e di femminile, storie di donne in crisi matrimoniale.
Haynes ha dichiarato che a lui interessava far emergere la lotta di una donna, Mildred, per mantenere la sua collocazione di classe, il suo benessere da classe media, una volta abbandonata dal marito. Molto differente dal film originale con JOAN CRAWFORD protagonista e premio Oscar, del 1945. Il miracolo e’ stato mettere insieme cinque ore e mezza di televisione in 71 giorni di riprese. E decisiva e’ stata la scelta di KATE WINSLET, anche lei gia’ vincitrice di Oscar, come pure la neopremiata per THE FIGHTER, MELISSA LEO. La critica ha gia’ richiamato IL CONFORMISTA di Bertolucci e CHINATOWN di Polansky per la miniserie.

Io ho trovato fantastiche le scene nel ristorante in cui va a lavorare Mildred/Kate Winslet, che ci portano dentro i rapporti uomo-donna in quegli anni con i clienti che appoggiano le mani sul fondoschiena delle cameriere, con le dinamiche economiche, materiali, amicali che si aprono in quel microcosmo che racconta benissimo la crisi economica. E il difficile rapporto con la figlia di Mildred mi ha riportato nell’universo familiare di MAD MEN, di cui sento una enorme mancanza. Ma la riuscita dell’operazione sta nella capacita’ di Haynes di avere saputo tenere insieme la soap con il racconto realista, estraendo dal vecchio testo una assoluta contemporaneita’. E’ il racconto della difficolta’ di vivere nella crisi. E quello ancora piu’ complesso di essere donna con due figlie, nella crisi. Provando anche a cercare uno straccio di storia d’amore. Kate Winslet ha gia’ prenotato il prossimo EMMY.

Obama, lezione di geografia e storia a reti unificate

29 mar

Alle 19.30, a reti unificate, il presidente Obama ha parlato ieri sera alla nazione sulla Libia, nove giorni dopo l’inizio della missione aerea.
Obama, ha cominciato spiegando agli americani dove si trova la LIBIA (“tra Tunisia ed Egitto”, paesi che la grande maggioranza di americani aveva imparato a conoscere negli ultimi mesi). Poi ha detto che “BENGASI e’ una citta’ grande come CHARLOTTE”, sempre per spiegarsi. E ha proseguito dicendo che l’intervento e’ stato deciso perche’ si e’ formata una coalizione internazionale. Non ci sara’ intervento da terra, non proseguira’ fino alla cacciata di Gheddafi e non sara’ come in Iraq. Un intervento umanitario per prevenire un massacro, a sostegno delle giovani rivoluzioni africane. Ventotto minuti precisi perche’ poi partiva il prime time della serata con sitcoms, serie e pubblicita’.

Le cose per cui vale la pena vivere

29 mar

Domenica sera ho visto le prime due parti, di seguito, di MILDRED PIERCE (HBO), la nuova bella miniserie (in cinque parti) con KATE WINSLET e regia di TODD HAYNES. Di questo volevo parlare oggi. E anche dell’ultima puntata di SHAMELESS (Showtime), la piu’ bella serie che ho visto finora in questa stagione (ma chi l’ha presa in Italia ?).
Ma alle sette di sera, come tutte le domeniche, e’ andato in onda 60 minutes. La solita lezione di (vecchio ma buono) giornalismo. Una delle tre storie narrate era da togliere il fiato e quindi rimando a domani Mildred.
Quella che ho visto e’ la storia di una signora, ELISSA MONTANTI, che vive a Staten Island, New York e faceva l’assistente di laboratorio. Elissa vide una foto di un bambino, 17 anni fa, che rincorrendo una palla inciampo’ su una mina in Bosnia. Senza braccia, senza una gamba, il volto lacerato, Kenan e’ diventato la prima missione di Elissa, che ha cominciato ad invocare aiuti per cure mediche da chiunque volesse e potesse darlo, gratuitamente. Kenan aveva allora 11 anni ed oggi, che ha 28 anni, aiuta Elissa nella sua infaticabile opera di riparazione ai danni delle guerre procurati ai bambini. Piu’ di 100 sono stati i bambini aiutati da Elissa, che si prende a cuore un piccolo alla volta, li ospita nella sua casa modesta, li accompagna in giri della speranza attraverso sale chirurgiche, ospedali, laboratori del network di medici che operano gratis e che negli anni e’ riuscita a costruire.

60 MINUTES ha seguito Elissa per quattro mesi (per realizzare un segmento di 15 minuti!!!) e cosi’ abbiamo conosciuto Wa’ad che, anche lui rincorrendo una bottiglia usata come palla, ha dato un calcio ad una mina in Iraq ed ha perso la gamba sinistra, il braccio destro, l’uso di un occhio ed avuto il volto devastato. Wa’ad era stato segnalato ad Elissa da un soldato americano ed e’ arrivato con la madre che lo ha seguito nel calvario di operazioni che ha affrontato. Prove durissime al cui confronto il nostro disagio di spettatori e’ evidentemente zero. Basterebbero questi quindici minuti per sbarazzare il campo dai decaloghi sulle ragioni per cui vale la pena vivere. Si, certo, la vita poi e’ altro, soprattutto rimozione. Ma Wa’ad ha spazzato via tutto.
A riportarci alla guerra, in un altro modo, ci hanno pensato le notizie che in queste ore si accavallano in America sul cosiddetto KILL TEAM, quel gruppo di soldati americani in Afghanistan che si divertivano a colpire, mutilare e poi fotografare civili a caso. Immagini che la stampa ha subito definito “disturbanti”. Sono storie di guerra, che non cambiano i giudizi piu’ generali sul perche’ e sul come degli interventi militari. Sono gli orrori che stanno dentro le guerre.
Ma io sono rimasto a Wa’ad. E ai bambini che Elissa Montanti ha aiutato a ricostruire, come parti di un Lego, di un Meccano, i giochi che facevo da bambino prima che arrivassero i videogiochi. Elissa aiuta a ricomporre le parti e fa un’opera straordinaria. Tutto il resto rimane appeso alla nostra voglia di occuparcene e alla televisione (buona) di darcene l’occasione. Almeno, proviamo a non rimuovere.

Un murale. Small e big picture

28 mar

La notizia, settimana scorsa, dell’annuncio del governatore del Maine LEPAGE (repubblicano) di una prossima cancellazione (o meglio trasloco) di un murale dedicato alla lotta dei lavoratori dall’interno del Department of Labor, ha fatto il giro del mondo. Veicolata da televisioni, stampa e web. Pesci all’amo tutti. Me compreso (che ho provato a passare oltre ma poi non ce l’ho fatta). Allora vediamo di che si tratta. E se si tratta di infame insulto alla memoria dei lavoratori del Maine, di un gesto futurista, una provocazione geniale, un calcolato disegno politico.
Intanto chi e’ LePage. Ha vinto le elezioni a governatore nel 2010 con il 38% dei voti contro il 37% del suo sfidante, dopo un sorprendente successo nelle primarie repubblicane su sei competitori, alcuni molto piu’ noti (e ricchi). La sua campagna era centrata sulla riforma del welfare, dell’istruzione, delle tasse, contro la corruzione. Sospinto dal vento populista che ha condito la sconfitta democratica nelle elezioni dello scorso novembre (“A Obama ci penso io…”). Una volta eletto, pare che LePage sia stato beccato in storie di favori a familiari, stile parentopoli. Ma questi sono dettagli, impressionante e’ la sua biografia che, se tutta vera, non e’ da romanzo, e’ da epopea dickensiana. Primo di diciotto figli, fuggito di casa all’eta’ di undici anni per maltrattamenti del padre, LePage vago’ per due anni senza fissa dimora, mantenendosi lucidando scarpe e poi, dopo essere passato attraverso ogni tipo di occupazione, e’ riuscito a laurearsi e ad ottenere un master. E poi a fare una grande carriera nel business. Insomma uno che ha preso a calci la vita partendo con una forte penalizzazione ed ha vinto il campionato. Uno tosto.
In politica (in quella tutta massmediologica di oggi), non devo raccontarvelo, i proclami, le dichiarazioni ad effetto, le battaglie simboliche pesano. E LePage ha trovato il dipinto realista (“comunista nordcoreano” lo ha chiamato) con cui prendersela. Non con uomini in carne ed ossa ma con la loro storia (scioperi del 1937 e 1986 e riferimenti alle lotte dei lavoratori dello stato ), raffigurata in un murale (che a me non piace ma questo conta niente).
Allora perche’ il murale. Intanto alloggia nella sala d’aspetto, all’ingresso, di quello che noi chiameremmo il Ministero del Lavoro (dello stato del Maine). In un interno. Roba che potrebbe non dare noia per la sua collocazione. E realizzata dopo che l’artista Judy Taylor vinse una regolare gara bandita dalla Maine Arts Commission nel 2007. Una portavoce del governatore ha dichiarato che il problema sarebbe nato in seguito a proteste di imprenditori che avrebbero sostenuto che il Department of Labor non dovrebbe essere la sede di un sindacato ma un luogo neutrale. Artista e sindacati hanno replicato che il murale racconta la storia, che non e’ di una parte o dell’altra. Anche sette sale conferenze saranno rinominate all’interno dell’edificio, ora intitolate a leaders del movimento dei lavoratori. Insomma, dice LePage, intanto mi sbarazzo dell’iconografia (e la grafia) e poi provero’ a passare al programma su cui sono stato eletto (alzare l’eta’ pensionabile del pubblico impiego, tagliare “benefit” sulla salute, frantumare la contrattazione collettiva, ecc). E’ l’onda lunga che arriva dal Wisconsin e poi dall’Indiana, dall’Illinois. I vincitori repubblicani nelle elezioni di Midterm stanno presentando il conto. Questa e’ la big picture, che se non la inquadriamo andiamo fuori fuoco raccontando le gesta di un governatore uscito di senno. Paul LePage sa perfettamente quello che vuole. E questa strategia e’ l’unica che i repubblicani possono mettere in campo per sperare di sconfiggere Obama tra un anno. Le elezioni si perdono o si vincono a casa, non sui cieli della Libia.

E tornando alla big picture, al contesto piu’ largo, osservando il murale del Maine non puo’ non essere richiamato quello di Detroit, dipinto da DIEGO RIVERA. Ci ho passato ore ad osservarlo, con una guida sonora. Quello per me e’ bellissimo ed e’ collocato in una sala all’interno del DETROIT INSTITUTE OF ARTS. Il lavoro fu commissionato dal museo e da EDSEL FORD (il figlio di HENRY FORD) nel 1932. Fu molto criticato per riferimenti giudicati offensivi alla nativita’, perche’ fu scelto un artista messicano e non americano e perche’ Rivera era marxista. Edsel Ford dichiaro’ “Io ammiro lo spirito di Rivera. E credo che lui abbia espresso lo spirito reale di Detroit”.
La storia si puo’ anche depositare nei musei (come peraltro sembra voglia fare il governatore LePage con il murale del Maine) ma l’importante per noi e’ non perdere di vista su che campo realmente si gioca la partita, cari commissari tecnici de Lamerica, il paese che tutti conosciamo come le nostre tasche. Anche se in pochi hanno ricordato il centenario dell’eccidio della TRIANGLE SHIRTWAIST FACTORY del 25 marzo (data fondamentale per il movimento operaio americano), forse perche’ gli anni passati erano solo cento e non centocinquanta.

POTERE

28 mar

Venerdi scorso ero in un paese della North Carolina (Hillsborough, circa 10mila abitanti) e ho visto che in una galleria era ospitata una selezione della celebre raccolta PORTRAITS OF POWER (Ritratti del potere) di Richard Avedon.
L’ho visitata. Di Gheddafi c’era quello che questa settimana e’ sulla copertina di Time. Sono fotografie notissime. Carletto e Katia, amici qua a New York, mi avevano tempo fa introdotto agli affascinanti studi del professore TODOROV (Universita’ di Princeton), teorico delle espressioni facciali da cui si ricaverebbe tutto o quasi, dalla credibilita’, al carisma, alle probabilita’ di successo dei politici.
Naturalmente la cosa e’ piu’ complessa di come appare. Materia per riflettere dall’America profonda, dove non stanno tanto piu indietro di New York.

Piccola Tokyo nel New Jersey

28 mar

E’ arrivata da Tokyo la famiglia giapponese di Tommaso Chan. Prima cena americana di benvenuto. Ma chi misura le radiazioni nel New Jersey?

Cercasi piccolo grande amore

27 mar

La 500 sul New York Times di questa mattina

Pazienza

27 mar

Ho conosciuto Tommaso qualche anno fa alla Rai Corporation di New York. Abbiamo ogni tanto lavorato insieme. Lui fa l’operatore e montatore freelance. Tommaso ha sposato una ragazza giapponese e ha vissuto nel paese della sua nuova famiglia. L’ho incontrato e ci siamo detti che ci piacerebbe andare in Giappone a girare un documentario tra un paio di mesi. Intanto gli ho chiesto di scrivermi una email su quello che voleva. Eccola. E’ di un paio di giorni fa.

Il mattino dell’undici marzo mi sono svegliato e come sempre ho fatto colazione con mia figlia Luna e mia moglie Junko. Le ho salutate con un bacione alla loro uscita e sedutomi al computer per continuare la mia routine mattutina sono stato colpito da un’insolita e-mail: ”Tomma-chan and Jun-chan (Chan è il vezzeggiativo del più’ conosciuto San o “onorevole”), volevo solo farvi sapere che stiamo bene. Reiko sta prendendo Relli a casa di amici a Roppongi. Nonna e Gota sono qui. Io sono tornato a piedi dall’ufficio. Stiamo qui aspettando che Reiko e Relli ritornino.” Una lettera insolita e criptica soprattutto perché’ scritta da mio cognato Taro, giapponese di poche ed essenziali parole e di ancora meno e-mail. Che cosa poteva spingerlo a scrivermi? E perché’ era così’ importante alle 4:43 del mattino ora di NY? Agitato, chiamai senza ricevere risposta e riprovai per circa dodici ore.Nel frattempo mia cognata era arrivata a casa, dopo tre ore di traffico fitto, per percorrere una distanza che in normali occasioni avrebbe richiesto trenta minuti al massimo, ricongiungendosi con il marito che aveva camminato un’ora per tornare a casa dall’ufficio a tre miglia di distanza e la mamma e il figlio di tre mesi.Quando, dopo le mancate risposte telefoniche, ho acceso la tv, lo spettacolo che avevo davanti mi stordì. Sembrava uno di quei film di Godzilla, dove il mare partorisce i più’ terrificanti mostri o le animazioni come Akira nel quale una Tokyo distrutta è polverizzata ancora e ancora.
Quella sensazione la provai vedendo la famigerata onda marrone colpire il Giappone. Per quanto fosse scioccante per la sua furia ciò che mi paralizzò fu la familiarità che avevo con quei luoghi. Il vedere le serre, quei minuscoli campi (per i nostri standard), quelle piccole risaie così minuziosamente curate, venir spazzate via mi spezzarono il cuore.Il Giappone è un territorio disgraziato per l’agricoltura. È difficilissimo ricavare raccolti abbondanti in quella terra vulcanica e rocciosa. È solo la costanza, lo scrupolo e determinazione giapponese, allenata da millenni di lotte contro un clima e una natura ostile, che hanno permesso di raggiungere dei risultati a volte stravolgenti. Mi ricordo i miei primi giorni a Tokyo e ricordo la sorpresa nel vedere in una frutteria, io che ho a Roma l’intera famiglia nell’ortofrutta, fragole enormi impacchettate come Baci Perugina che costavano quasi duemila lire all’epoca. Acini d’uva gemelli su grappoli della grandezza della mia testa. Poi visitai queste vigne spinto dalla curiosità di come si potesse arrivare a tale perfezione produttiva. E quando vidi le viti, con due grappoli ciascuna e i grappoli stessi coperti con ombrellini per ripararli dalla pioggia e umidità, capii. Ecco ora tutti quegli ombrellini, i vigneti, le serre e chi potava instancabilmente quel raccolto esteticamente così perfetto erano annullati da quell’ondona marrone arrabbiata.
Domani arrivano i parenti di Tokyo. Mia cognata oggi al telefono mi ha detto che è appena scoppiato l’allarme acqua potabile. L’acqua ha raggiunto un livello duecento-qualcosa che non è pericoloso per un adulto che deve arrivare a trecento-qualcosa per sentirsi poco bene. Ma dopo quanto? E di che? E quale sono i numeri di norma? Ma perché nessuno ci da statistiche precise e numeri base da usare da cartina di tornasole? Io ormai guardo solo la stampa britannica ufficiale e i bloggers col pedigree. Fatto sta che ora le bottigliette d’acqua a Tokyo sono sparite dagli scaffali e alcuni negozi le razionano e danno la precedenza a famiglie con figli piccoli.
Già era capitato a mia cognata con il latte in polvere. Era andato a comprare i soliti due flaconi di latte in polvere buoni per due tre settimane ma il negozio glie ne ha venduto solo uno. E’ un po’ il Far West, se tu hai un negozio e credi che duecento-qualcosa sia pericoloso allora razioni, se duecento-qualcosa invece per te è normale allora ai tuoi figli gli dai l’acqua del rubinetto. Allora chi ha ragione?
Chi lascia Tokyo perché ha paura o chi continua a lavorare come se niente fosse. Forse bisognerebbe vedere cosa fanno i fisici nucleari e seguirli…Comunque mio cognato resta a lavorare. Gli altri invece arriveranno domani. La bambina più grande Relli (7 anni) non va a scuola. La sua scuola fa parte del food program e rimarrà chiusa per un po’ perché dato che la mensa funziona a corrente elettrica, non possono cucinare il pranzo per i bambini. Questo e’ stato uno dei disagi del dopo terremoto. Ma non causato dal terremoto stesso perché ai terremoti ci sono abituati.Se non ci fosse stato lo tsunami probabilmente ci sarebbero stati solo pochi morti come è sempre successo. I palazzi hanno gli ammortizzatori e la gente è preparata e allenata su come reagire all’evento. Invece ce stato lo tsunami che ha raso al suolo le centrali di ogni tipo. Quindi adesso la griglia elettrica funziona a regime ridotto e gli usi non necessari di elettricità’ sono stati ridotti o interrotti. Quindi le mense delle scuole come quella di mia nipote, alcuni treni, alcune insegne di negozi. L’elettricità è un bel problema. E Tokyo ne usa tanta anche per cucina e riscaldamenti. Nelle case giapponesi il gas non è di norma come da noi, un po’ perché il Giappone non è produttore e un po’ per la paura atavica di una città’ che numerose volte è stata rasa al suolo a causa d’incendi che divoravano le case di carta e legno. E lo sapevano bene gli americani che nella seconda guerra mondiale sganciarono migliaia di bombe incendiarie su quelle casette senza militari dentro. Ma questa è un’altra storia.
Le case ora sono più robuste e antisismiche ma la sfiducia nel gas rimane comunque.Quindi,per appagare questa sete di elettricità’ e far andare i generatori, il Giappone sta ora importando ancora di più gas naturale. Tanto da creare un fenomeno economico che sembra a Wall Street abbia fatto impazzire le quotazioni. Comunque a Tokyo i disagi ci sono ma il dramma vero rimane a Miyagi re Iwate. La bisognerà curare, pulire seppellire e ricostruire. Come andrà non lo sa nessuno, non lo so io, non lo sanno i governi e non lo sa la mia famiglia giapponese che, per cautela, sia economica sia ambientale, se ne vengono a stare per un poco qua. Finché qualcuno gli spiegherà cosa significano quei duecento-qualcosa…

Ti inoltro anche una e-mail del fratello di mio cognato (anche lui in esodo, al sud) che credo significativa dell’ attitudine dei giapponesi  nei confronti delle avversità della vita.

Caro Tommaso, come stai?
Adesso Io e Ana stiamo a Kyoto e osserviamo cosa succede… Comunque stiamo bene.
Tra pochi giorni Reiko e due bambini vengono a NY…
Spero veramente che situazione si calmi presto…
So che ci vogliono anni per risolvere il problema…
Pazienza!

Japan in our mind

27 mar

Il peso della tragedia giapponese nei telegiornali italiani e in quelli americani e’ molto diverso. Per tutta la settimana appena trascorsa ho guardato tutto o quasi. Qua in America c’e’ piu’ attenzione e direi piu’ preoccupazione. A parte proprio il peso specifico all’interno dei tg per cui Libia e Giappone hanno occupato minutaggi simili.
L’allarme acqua e’ stato ad esempio diffuso con grande risalto. Ma l’inviato della NBC, nel momento stesso in cui lo lanciava, ha detto che il livello delle radiazioni presenti nell’acqua “potabile” di molte citta’ europee ed americane sarebbe uguale a quello dell’allarme giapponese… Poi la CNN ha detto che il livello delle radiazioni del principale acquedotto di Tokyo sarebbe ora della meta’ e quindi e’ possibile usare l’acqua. Nello stesso servizio si diceva anche che per i bambini forse e’ meglio non farlo.

Le importazioni di cibo dal Giappone in America sono il 4% di quanto viene consumato qua e per ora e’ stata fermata l’importazione di frutta, verdura e latticini. Insomma c’e’ confusione, paura, notizie contrastanti.
La NBC ha intervistato una radiologa che lavora in un ospedale di Houston che ha detto cose tranquillizzanti. E’ una giapponese-americana scampata alla bomba atomica. Forse c’e’ da crederle. Ma non so, come tutti.

La Cina e’ lontana

26 mar

Preparativi in casa per una gita scolastica di mio figlio Tommaso, che fa la terza media. Parte domani, per dieci giorni, con la sua classe di cinese. Vanno a Pechino.
Vabbe’ che Obama ha detto che 100mila studenti americani all’anno dovrebbero andare in Cina a studiare. Ma io ricordo le gite scolastiche dei miei tempi, con raggi d’azione piu’ miti. E la telefonata con il gettone. Oggi mio figlio sta controllando se funziona il wifi nell’albergo. Scusate ma sono confuso.
E si capisce anche meglio dal post che e’ sotto a questo.

You Viral

26 mar

Si e’ materializzata al TODAY SHOW (NBC) la famiglia fenomeno di You Tube. Collegati dall’Ontario, davano l’idea di non rendersi bene conto di cosa fosse successo.
La storia e’ quella di EMERSON, bambino di cinque mesi e mezzo, che reagisce, spaventato e divertito, al gesto e al rumore della mamma che si soffia il naso. Il video messo su You Tube per amici e parenti e’ stato aspirato e risputato fuori da uno di quei succhiaruote che rendono virali i video e che ha centinaia di migliaia di seguaci su facebook.

Il succhiaruote (e il business che ruota attorno a lui) costruisce fenomeni nell’epoca della riproducibilita’ tecnica. E’ la moderna catena di sant’Antonio che alimenta tutti e che scatena corse al primo della classe in tempi in cui, per definizione, sono saltate le regole della competizione. Emerson e il suo spin doctor alla fine uguali sono, piu’ o meno consapevolmente.
E cosi’ il video del bellissimo Emerson (ma bello come tutti i bambini del mondo) era stato visto da dieci milioni di visitatori di You Tube, quando e’ andato in onda il Today Show, giovedi scorso. E cosi’ chi lo ha diffuso ha aggiunto un nuovo successo alla sua macchina da paura che lo vede tenere i piedi in programmi televisivi, radio e nel web. Quarto, no quinto (triste) potere.

Anniversari americani. Cento anni fa, a New York. 129 donne e 17 uomini muoiono in una fabbrica

25 mar

Cento anni fa, il 25 marzo 1911, nella downtown di New York, a Greene Street, va a fuoco uno di quegli edifici fatto di quelli che oggi chiamiamo lofts ed allora erano laboratori, fabbriche, magazzini.
All’ottavo e al nono piano c’era una fabbrica tessile. Centoquarantasei vittime, 129 donne, ragazze di eta’ tra i ventitre e i quindici anni e 17 uomini che rimasero intrappolati perche’ le porte venivano lasciate chiuse per impedire furti dei lavoranti stessi e visite di sindacalisti. Erano italoamericane ed europee dell’est, di religione ebraica, che abitavano la zona, la vicina Lower East Side. Non c’erano idranti e le scale dei pompieri non arrivavano piu’ in alto del sesto piano. L’edificio brucio’ in 18 minuti e le operaie e gli operai morirono nel fuoco o gettandosi nel vuoto.
Si e’ detto che questo della TRIANGLE SHIRTWAIST FACTORY sia stata la tragedia piu’ grande in un luogo di lavoro a New York prima dell’11 settembre.

I padroni del laboratorio, in cui si lavorava sei giorni alla settimana (60, 70 ore), si salvarono salendo sul tetto. Poi furono assolti ed alle famiglie delle vittime fu riconosciuto un indennizzo uguale a dieci settimane di lavoro, 75 dollari.
Le donne scesero in piazza e i cortei furono assaliti da bande di uomini pagati per farlo. In 100mila andarono a rendere omaggio alle bare esposte sul molo della ventiseiesima strada. Si calcola che a New York fossero piu’ di 20mila le giovani immigrate che lavoravano nel tessile.
SHEILA NEVINS e’ la presidente della HBO per i documentari. La sua prozia, una ragazza russa di 17 anni, fu tra le vittime. Lunedi scorso e’ andato in onda il documentario TRIANGLE: REMEMBERING THE FIRE dei vincitori di Emmy MARC LEVIN e DAPHNE PINKERSON. Ho aspettato oggi, l’anniversario dell’eccidio, per parlarvene. Grazie ad HBO.

Made in America o made in China?

24 mar

Le fabbriche del ciclo dell’auto giapponesi sono ferme in patria. Quelle sul suolo americano vanno a pieno regime. Si e’ rivoltato il cielo.
Fino al giorno prima della tragedia in Giappone, la ABC si era imbarcata in una avventura che ha chiamato MADE IN AMERICA. Sono andati in onda molti segmenti dentro i telegiornali del mattino e della sera, fino a che lo tsunami ha temporaneamente spazzato via tutto. Una specie di campagna autarchica messa in piedi con l’intenzione di fare contente le unions, i sindacati americani e al tempo stesso rispondere ad una domanda populista che sale nel paese.
Le fabbriche in America chiudono e vanno in Sud America, Asia e soprattutto in Cina. La Cina, che’ e’ la banca che tiene in piedi l’America stessa. La prima impresa americana, il gigante del commercio Wal Mart, vende il 70% dei suoi manufatti made in China, secondo il sindacato AFL-CIO. Tutti gli oggetti Apple che uso arrivano sempre dalla Cina. Ideati, progettati, disegnati in America e realizzati altrove. Cominciate a guardare a casa vostra e’ stato detto in critiche e blogs alla ABC. Ai vostri padroni della Disney. Nel 1960, nove su dieci prodotti venduti in America erano prodotti qua. Ora sono meno del 50%. Negli ultimi due anni il trend ha assunto dimensioni spaventose e sono spariti dal suolo americano marchi che hanno fatto la storia del paese. A Wilmington, Ohio, cittadina di 12mila abitanti, ha chiuso la DHL che aveva 3500 addetti. La General Motors ha chiuso le fabbriche di Janesville, Wisconsin, 750 operai, di Pontiac, Michigan, 1100 operai e altre. La Whirlpool ha chiuso Evansville, Indiana, 1100 operai. La Chrysler ha chiuso Twinsburg, Ohio, 1000 operai, in una cittadina di 17.000. E via continuando in una Spoon River di fabbriche chiuse, company-towns ridotte a luoghi spettrali, l’America di mezzo di cui non si parla mai. Otto milioni di posti di lavoro persi in fabbrica dal 1979, quando gli Stati Uniti raggiunsero il massimo della loro espansione manifatturiera. La forza lavoro operaia americana e’ ancora al primo posto nel mondo con il 18% ma la Cina ha raggiunto il 15%.
Ma quella che ormai in molti, araldi della delocalizzazione, discutono e’ la stessa idea del “made in”. Tornando ad Apple, i componenti dell’iPhone arrivano in Cina da tre continenti e 30 diverse societa’ e compongono cosi’ un manufatto il cui prezzo all’ingrosso e’ di 178.96 dollari, su cui la manodopera cinese che assembla incide per il 3,6% (6.50 dollari). In testa tra i paesi che contribuiscono a realizzare il telefono e’ il Giappone con il 34% dei pezzi. Ecco a cosa e’ ridotto il “made in” in questa fase. La Cina poi e’ anche un popolo di consumatori, non solo di produttori e, secondo il vecchio assioma fordiano per cui le due cose viaggiano insieme, nel 2010 il volume delle automobili per famiglia cinese ha superato per la prima volta quello delle omologhe americane. Nello stesso anno le esportazioni di beni made in Usa verso la Cina sono aumentate del 32%.
Su questa complessa fotografia e’ planata la ABC con i suoi segmenti Made in America. Nel primo gli inviati hanno fatto visita ad una famiglia suburbana (padre, madre, due figli e un cane) di Dallas. Dopo una accurata investigazione e’ risultato che tutto il contenuto della casa era Made in China. E cosi’ la casa e’ stata completamente vuotata e riempita di cose Made in America. I producers sono riusciti a trovare quasi tutto. Meno i giocattoli per i bambini, la televisione e lampadine. In un secondo segmento ci troviamo alla Grand Central Station di New York. Agli intervistati viene chiesto di spogliarsi degli indumenti con etichetta non Made in Usa. Devono fermarli prima che lo spogliarello sia completo. Troppo facile. Il 98% dell’abbigliamento venduto in America e’ Made in China, dice la conduttrice del telegiornale dallo studio.
L’americanizzazione dei marchi stranieri e’ la strada percorsa dal marketing delle automobili made in Germany o Japan. Guardate i due spot piu’ recenti della BMW e della Toyota in America. Siamo tutti americani, non importa da dove veniamo. Torino o Detroit? Detroit o Shanghai? Shanghai o Mumbai? Benvenuti nel nuovo mondo delle merci senza luogo.

http://www.youtube.com/watch?v=-zQFXB85dhQ

Viva la rivoluzione!

23 mar

Ci siamo. Non solo le quattro grandi televisioni generaliste hanno imparato a temere i canali a pagamento che hanno alzato la qualita’ del prodotto televisivo. Ora tutti avranno paura di un competitore che addirittura viene da fuori del club dei canali televisivi.
E’ entrato in pista un assoluto marziano che si chiama NETFLIX. Il nuovo e’ rappresentato da questo gigante della distribuzione di home video. Io, come 20 milioni di americani, sono abbonato a Netflix che’ un catalogo online di dvd. Li scegli ed entro due giorni ricevi i film a casa. Li puoi tenere quanto vuoi e quando li rimetti nella busta (senza francobollo) dentro cui ti sono arrivati, sei pronto per ricevere la prossima scelta. In anni non mi e’ mai capitato che sia sparito un dvd e arrivano con precisione chirurgica.
Poi sempre di piu’ Netflix ha allargato il catalogo dei film (e serie televisive andate in onda) che si possono vedere direttamente in streaming sul computer, semplicemente cliccando PLAY. Pochi giorni fa l’annuncio. Per la fine del 2012 sara’ pronta una serie televisiva in 26 puntate (che in America vogliono dire due stagioni tv insieme) tratta da HOUSE OF CARDS, gia’ andata in onda sulla BBC. E’ la storia della fine dell’era Thatcher, scritta da un insider, il conservatore MICHAEL DOBBS. La notizia e’ che a dirigere il pilot del political thriller sara’ DAVID FINCHER (il regista di THE SOCIAL NETWORK), che poi assumera’ il ruolo di executive producer della serie (percorso uguale a quello di SCORSESE per BOARDWALK EMPIRE ed in genere dei registi piu’ noti che lanciano e poi sorvegliano il prodotto). Protagonista KEVIN SPACEY, premio Oscar. Budget, 100 milioni di dollari.
Netflix e’ diventato un veicolo fondamentale per la diffusione di flim indipendenti e documentari ignorati dalla distribuzione ufficiale. Il valore delle sue azioni e’ quadruplicato nell’ultimo anno ed ha ucciso BLOCKBUSTER. Netflix con i film, come AMAZON con i libri. Si fa tutto da casa, dall’ufficio, dal caffe’, dall’aeroporto, dal parco senza piu’ entrare in un punto vendita reale, fisico. Ha vinto il non luogo della distribuzione globale.
La serie sara’ solo per gli abbonati Netflix e quindi la competizione (di qualita’) con HBO, AMC e SHOWTIME e’ lanciata, con una piattaforma piu’ larga di spettatori certi. Non piu’ solo repliche, ma prime visioni, sbracati sul divano, con un bel piatto caldo e un bicchiere di vino. Addio popcorn.

Taylor, una ragazza giapponese

23 mar

Fino a lunedi sera non c’era stata una vittima americana a causa del terremoto in Giappone. Poi i telegiornali hanno dato la notizia del ritrovamento del corpo di una ragazza dispersa.
E’ Taylor Anderson, 24 anni, dello stato della Virginia. Insegnante di inglese a Ishinomaki, 50 miglia dall’epicentro del terremoto. Innamorata del paese in cui aveva scelto di vivere con un incarico di tre anni che sarebbe terminato il prossimo agosto. Quella ultima mattina in cui era stata vista, aveva salutato i genitori venuti a prendere i ragazzi della sua classe elementare. Salita sulla sua bicicletta si era avviata verso casa.

La passione di Taylor per la lingua giapponese era nata da bambina, hanno raccontato papa’ e mamma Anderson. Quando, appena laureata, parti’ per il Giappone, nel 2008, Taylor era veramente felice. Aveva detto piu’ volte ai genitori “di amare questo popolo ospitale e gentile”.
Il pezzo del telegiornale della NBC si e’ chiuso con una frase degli Anderson, che dice parecchio di questa famiglia ma anche di quella gente che la ragazza della Virginia aveva conosciuto. “Vogliamo che Taylor sia ricordata come una giapponese tra i giapponesi”.

IOWA, IOWA. Ecco il primo a scendere in campo contro Obama

22 mar

TIM PAWLENTY, ex governatore del Minnesota, ha lanciato ufficialmente la sua candidatura per la Casa Bianca nel 2012. E’ la partenza ufficiale della campagna elettorale.
Pawlenty e’ gia’ stato dieci volte in Iowa recentemente. Ci attendono mesi di Iowa come sempre, da dove partono le primarie. Pawlenty viene giudicato figura sbiadita nel campo repubblicano ma e’ il primo a lanciarsi nella sfida ad Obama. Obama, criticatissimo per il suo viaggio in corso in Brasile (fuori tempo con gli attacchi in Libia), appare comunque solido inquilino della Casa Bianca. Il primo spot elettorale da 30 secondi di Pawlenty e’ gia fuori. E’ una sintesi di questo piu’ lungo diffuso a fine gennaio.

http://www.youtube.com/watch?v=-B8BKJV6Xyg

Una scuola, 200 studenti, un maestro

22 mar

MATSUSHIMA significa isole dei pini. Al largo di queste verdi isole e’ l’epicentro del terremoto che ha scosso il Giappone.
Domenica sera il popolare e sempre ottimo 60 MINUTES (il newsmagazine della CBS) ha raccontato una storia accaduta in questa isola che, per farci capire quanto fosse bella, ha detto che “era come Cape Cod” (noi potremmo dire come Capri).

Una scuola elementare con 200 bambini e’ stata investita dallo tsunami. Un maestro ha raccontato di essersi aggrappato ad un canestro della palestra e di avere raccolto bambini a grappoli, depositandoli poi su un terrazzino.

Quando l’inviato di 60 Minutes e’ andato nella palestra, cinque giorni dopo, ha trovato decine di corpi ammassati con una coperta sopra. C’erano genitori alla ricerca dei figli che sollevavano le coperte. Alla fine del racconto del maestro, ha detto il giornalista che i bambini sono ancora nella palestra “perche’ sono rimasti pochi vivi per occuparsi dei morti”.

A Chernobyl, 25 anni dopo, in vacanza

22 mar

Da qualche giorno e’ spuntata ” la soluzione CHERNOBIL ” per la centrale di FUKUSHIMA. E cosi’ sono partite le comparazioni tra le due tragedie. Aspetterei per trarre conclusioni ma intanto in televisione ci hanno raccontato che la soluzione “sarcofago” di cementare, dopo avere affossato nella sabbia i reattori, sarebbe impraticabile per Fukushima, anche solo per le dimensioni della centrale e del numero degli stessi reattori investiti dalla calamita’. Senza contare che ancora oggi a Chernobyl rimane una teorica zona off limits di 30 chilometri a causa delle radiazioni e di quanto e’ contaminato nell’area. Si dice anche che a Chernobyl non c’erano strutture di contenimento del reattore e la tragedia fu gestita malamente, tanto per tranquillizzare i telespettatori americani.

Ma quello che ha stupito tutti sono i servizi degli inviati televisivi volati a Chernobyl, da cui ci hanno raccontato dell’apertura massiccia al turismo della centrale, nell’anniversario dei 25 anni della tragedia. Roba da rimanere senza parole ha detto la giornalista della NBC sul luogo. Non si potra’ proprio toccare il reattore ma quasi. Quelli di SCIENTIFIC AMERICAN ci hanno detto che solo lo iodine 131 se ne era andato dopo tre mesi ma gli altri tre elementi radioattivi (cesium 137 e strontium 90 rimangono tali per 30 anni e plutonim 239 per
24mila anni) sono ancora da quelle parti.
Ma in Ucraina pare proprio che sognino di fare di Chernobyl una meta turistica. Non riesco a trovare una chiusa per questo post e mi fermo qui.

http://www.youtube.com/watch?v=b5gZ-WPJO_0

NO BOOTS ON THE GROUND!

21 mar

Telegiornali di questa mattina in America. ROBERT GATES, Segretario alla Difesa, dichiara che gli “Stati Uniti non avranno un ruolo preminente nell’operazione libica.” Continuamente viene detto, usando una nota espressione militare, “No boots on the ground”, niente stivali sul terreno, niente truppe a terra, solo operazioni dal cielo.
Gli stivali a cui si fa riferimento sono comunque con i tacchi perche’ l’origine dell’intervento militare viene fatta risalire alle tre donne dell’amministrazione Obama impegnate nella politica estera, Hillary Clinton, Susan Rice e Samantha Power.

Susan in Wisconsin. La guerra domestica

21 mar

La guerra domestica tra democratici e repubblicani sul budget (e quindi sul debito federale e quello dei singoli stati agonizzanti) e’ la madre di tutte le guerre sul fronte domestico. I tagli proposti dall’amministrazione Obama non vengono giudicati sufficienti dall’opposizione repubblicana. La prossima campagna elettorale per la Casa Bianca, che sta partendo in queste settimane, si giochera’ su questa di guerra, piu’ che sulle altre che l’America ha in piedi nel mondo. Se a Newark si licenziano poliziotti (in una delle citta’ con il piu’ alto tasso di criminalita’), se in California si tagliano pezzi fondamentali dell’assistenza sanitaria agli anziani e se a Madison, Wisconsin, si abolisce la contrattazione collettiva con il pubblico impiego e’ sempre, si dice, perche’ i conti non tornano.
La televisione americana ha raccontato molto nelle scorse settimane la protesta partita, soprattutto dagli insegnanti, contro il governatore repubblicano Walker. Gli iscritti alle unions, ai sindacati, in America sono 16 milioni, un numero in costante calo. Le unions sono una parte fondamentale della macchina elettorale democratica. Fiaccarle, sconfiggerle e’ elemento decisivo della strategia repubblicana per vincere negli “swing states”, gli stati che come il Wisconsin (e l’Ohio e il Michigan) decidono spesso l’inquilino della Casa Bianca. Un insegnante che porta a casa un salario medio nel Wisconsin di 51mila dollari versa automaticamente ogni anno 1000 dollari al suo sindacato. In molti stati e’ questo automatismo delle trattenute che e’ il nodo reale delle lotte in corso. E il pubblico impiego e’ al centro dell’attacco. Nello stato di New York, il piu’ sindacalizzato del paese, i lavoratori statali iscritti al sindacato sono il 70,5% mentre quelli del privato sono il 13,7% (il 7% in tutta l’America). E proprio a New York l’attacco alla scuola pubblica che vede alleati il sindaco Bloomberg, l’amministrazione Obama e le fondazioni filantropiche come quella di Bill e Melinda Gates e’ frontale. Tutti addosso agli insegnanti della scuola pubblica. Ne parlero’ a lungo da ora in poi perche’ penso che questo sia l’errore piu’ grande che, con la totale copertura dei media anche progressisti, stia commettendo Obama.
In Wisconsin il movimento di protesta si e’ allargato e a Madison arrivano in tanti alle manifestazioni degli insegnanti. Settimana scorsa c’era SUSAN SARANDON, l’attrice, in perfetta tenuta da militante. Io sono per Susan, qualsiasi cosa faccia. Certo in questo comizio che vediamo poteva evitare di chiamare il governatore WALKER un “idiota”. Ma forse era una citazione da DOSTOEVSKY.

Il cavolo a merenda

21 mar

Della serie “sondaggi deficienti”, CHARLIE SHEEN batte tra gli elettori indipendenti SARAH PALIN ma perde di parecchio con OBAMA.
Si parla delle elezioni per la Casa Bianca del prossimo anno.

Pistole da borsetta

20 mar

Il NEW YORK TIMES MAGAZINE di oggi ha all’interno la fotografia di queste nove pistole. Il titolo e’ “Pistole da borsetta”. E’ scritto che queste sono armi che i produttori spingono sul mercato ora che aumentano gli stati che consentono di portarsele in giro. Prezzi variabili da 352 dollari a 4000. Una, prodotta solo per una star della country music, e’ senza prezzo.
Bim bum bam.

VITA

20 mar

http://www.youtube.com/watch?v=VwgkT34g61w

Morte, paura, guerra non parliamo d’altro. Questo blog nato per raccontare “quello che passa nella televisione americana” l’ho troppo, inevitabilmente, piegato al racconto di quello che sta accadendo. Volevo parlare di piu’ di serie americane ma ci tornero’ presto. Oggi, domenica, voglia di vita, di aprire le finestre alla bella giornata di primavera a New York. E cosi’ vi segnalo una straordinaria avventura che ho trovato nelle conferenze del TED (in cui vengono invitati leaders mondiali nei campi della tecnologia, del design e dello show business) di due settimane fa.
Chi parla e’ DEB ROY, giovane professore in aspettativa al MEDIA LAB del MIT e venture capitalist, che studia il linguaggio dei bambini e lavora a disegnare macchine e modelli di analisi dei comportamenti sociali. Racconta Deb che 5 anni e mezzo fa ha cominciato un viaggio con sua moglie attorno al loro figlio, riempiendo la casa di videocamere e registrando 90mila ore di vita (otto, nove ore al giorno) del piccolo e della nascita del suo linguaggio. Per capire come si e’ passati da dire “gaaa” a “water” (acqua). “La piu’ grande raccolta di home video della storia” ha detto Deb tra i sorrisi del pubblico. Tutti i dati raccolti sono stati processati dal Media Lab e cosi’ la magia della fioritura delle parole e’ spiegata scientificamente.
Poi Deb dice anche che un simile procedimento si puo’ applicare a tutti contenuti video della comunicazione sociale. Buona domenica.

Yesterday

19 mar

Ieri alla NBC hanno detto che tra le rovine si sentiva YESTERDAY dei Beatles in una versione solo orchestrale, diffusa da qualcuno dei soccorritori. Oggi solo fotografie dal Giappone. Le piu’ belle sono come sempre su THE BIG PICTURE ma queste le ho scelte tra quelle prese dalla televisione, puntando lo schermo. Metteteci sotto Yesterday (che era nell’album HELP!), se credete.
















GENERAL ELECTRIC E NBC, CONFLITTO DI INTERESSI? America e Giappone, conflitti (drammatici) di verita’, eroi (senza volto) e chi sapeva gia’ tutto

18 mar

Riferisco di quello che vedo e sento dalla televisione americana sul Giappone. E capisco che se questo e’ il grado di conoscenza scientifica che abbiamo di quello che sta accadendo allora la crisi e’ di tutti, media, governi e anche centri di ricerca.
Ma procediamo con ordine. Comincio dal caso piu’ eclatante, dal glorioso network NBC, una delle principali quattro reti televisive americane. La NBC e’ di proprieta’ (80%) della GENERAL ELECTRIC, la seconda corporation al mondo per FORBES nel 2010. I telegiornali della rete sono in onda ogni giorno dal grattacielo GE a Rockefeller Center. I sei reattori della centrale nucleare di FUKUSHIMA sono stati progettati dalla General Electric (e tre realizzati dalla stessa multinazionale) nel 1971. Delle 104 centrali nucleari americane (che producono il 20% di energia che il paese consuma) 23 reattori in 16 localita’ sono gli stessi MARK 1 che alimentano Fukushima.

Quindi capite bene come confrontare i telegiornali di tutte le reti con quello della NBC in questa fase non sia un esercizio retorico. E’ un metro fondamentale per misurare lo stato dell’informazione in America. Li ho guardati con attenzione, spostandomi da uno all’altro e recuperando quello che avevo perso sul web. Il servizio piu’ completo (e piu’ aggressivo nei confronti della General Electric) e’ stato quello mandato in onda proprio dalla NBC nel telegiornale della sera, quello piu’ visto alle 18.30 e affidato alla responsabile della squadra investigativa (in America ce l’hanno tutti i TG e magari servirebbe anche dalle nostre parti) che avevo visto fare inchieste mirabili nel caso della BP nel Golfo del Messico. E cosi’ ho appreso la storia dei GE THREE, i tre ingegneri della General Electric che si dimisero cinque anni dopo la messa in funzione dei reattori Mark 1 (nel 1976), denunciando la scelta della compagnia come “la piu’ economica e facile da costruire ma non la piu’ sicura”.

Chi parla in televisione e’ uno dei tre, DALE BRIDENBAUGH, che non appare felice di avere avuto ragione. Quello che risulta chiaro e’ che sul nucleare non esiste cultura emergenziale. Chi opera la centrale di Fukushima e’ la societa’ privata TEPCO, che nel 2002 fu costretta a dimissionare cinque dirigenti (tra cui il presidente) per avere falsificato documenti sulla sicurezza delle centrali.

Nulla si sa invece di quelli che ormai vengono comunemente chiamati i FUKUSHIMA 50 (che per la CNN sarebbero 180 su diversi turni). Sono i tecnici che stanno provando a fermare il disastro a Fukushima. Solo la moglie di uno di loro e’ stata brevemente intervistata ed ha risposto laconica che suo marito stava facendo il suo dovere e lo aspettava a casa. Pensate ai minatori cileni intrappolati e ai loro parenti, pensate a cosa sarebbe successo in America, dicono qua alla televisione in un caso del genere (e aggiungo da noi, in Italia). Sapremmo tutto di loro, mogli, figli, amici, una gara a descriverceli. Dal Giappone, silenzio.

E poi naturalmente e’ scoppiata, dal Senato americano ai media, la polemica sui 37 miliardi di dollari impegnati dalla amministrazione Obama per costruire 20 nuove centrali (nel momento in cui e’ stato annunciato che la Cina ha invece sospeso tutto). Si tratterebbe naturalmente di nuovi reattori comunque, visto che da 15 anni, hanno detto alla NBC, non se ne producono di nuovi. Ma dove lo scontro tra governi, americano e giapponese, e’ piu’ evidente e’ sulla stima del rischio in atto. Per gli americani si va dalla evacuazione fino a 50 miglia al consiglio a tornare a casa. Vengono invece continuamente fatte vedere mappe in cui il governo giapponese ha fermato la zona da evacuare a 12 miglia dalla centrale. E viene mostrata Tokyo desertificata (lontana 160 miglia) per dire che la paura c’e', inutile negarla. Poi si dice anche nei telegiornali americani della centrale del New Jersey armata della stessa tecnologia di Fukushima e non lontana da New York e di quella californiana, che se si applicasse li l’ordine di evacuazione per le 50 miglia dai reattori allora si dovrebbero muovere in sette milioni. E a questo punto il panico non corre piu’ solo nelle strade di Tokyo.

SBARCHI

17 mar

Sbarco di italiani in Libia. Furono 20mila nel 1938 quando era governatore della colonia Italo Balbo.
PS La foto l’ho presa da Foreign Policy.