Archive | Agosto, 2011

2012

10 Ago

La NBC e’ partita.
In attesa che dal mucchio selvaggio repubblicano esca uno/a sfidante, le televisioni scaldano i motori.
La partita per la Casa Bianca che sembrava scontata e’ riaperta. Ad Obama possono fare piu’ male nel lungo periodo i 22 Navy Seal commandos caduti in Afghanistan e glorificati per mesi che non la perdita di una A e il rollercoaster di Wall Street.
Da quando e’ aperto questo blog, gennaio scorso, ripeto che la disoccupazione (drammatica quella giovanile) e’ il problema della Casa Bianca.
Tutti concentrati su Obama in discesa ma non e’ che i sondaggi sul partito repubblicano siano fantastici. La fiducia nel Congresso e’ ai minimi storici. Si aprono possibilita’ per una terza via, populista.
Comunque una manna dal cielo per gli ascolti televisivi.

Jersey Shore. Florence, Italy

9 Ago

E’ andato in onda su MTV il primo episodio della quarta serie di Jersey Shore, girato a Florence, Italy. Grande risultato di ascolto
Gli otto tatuati, palestrati, abbronzati sono stati parcheggiati in un grande appartamento e messi a lavorare in una pizzeria. Hanno collezionato multe, si sono lamentati di non trovare saloni per unghie e lettini solari ad ogni metro, hanno evitato con cura musei e monumenti. Insomma si sono comportati come richiede lo script (non scritto) del reality che non e’ piu’ un reality gia’ dalla prima serie.
L’idea (forte…) degli autori era quella di trapiantare i ragazzotti, ormai non piu’ tanto ragazzotti, in una citta’ d’arte italiana per accendere il contrasto tra radici italiane degli otto e la loro comprensione di queste.
Mike The Situation, Nicole Snooki Polizzi e compagni non sono tanto diversi dai loro analoghi Italians, sirenetti e sirenette, che in questi giorni ho visto fotografarsi sulla riva del mare in cui sono, per pubblicare su Facebook il risultato dei mesi passati in palestra o dal tatuatore all’angolo. E, come ha scritto il New York Times, non e’ che i vari grandi fratelli e isole allegate, non abbiano mostrato una “meglio gioventu’ “.
Inutile, noioso, ovvio stare a pesare ogni frase, mossa degli italoamericani del New Jersey. Per dire che? Che sono bori? E poi?
Un esercizio piu’ utile per capire il successo della serie e’ vedere qual’e’ il format e il genere che Jersey Shore ha abbracciato dopo la prima serie.
In genere i reality cambiano cast ogni stagione. In questo caso, tranne qualche sostituzione, innesto, il corpo centrale rimane immutato. Perche’ non e’ un reality, e’ una sitcom.
Una sitcom perfetta, in cui le marionette si muovono eterodirette e, se si decide di entrarci dentro, si puo’ ridere senza complessi di colpa.
Le organizzazioni italoamericane che si sono offese non hanno riso me e’ un problema loro. Che avrebbero dovuto dire gli afroamericani delle tante sitcoms costruite su luoghi comuni che li riguardano?
I ragazzotti di Jersey Shore non sono quelli di Friends, solo perche’ sono passati alcuni anni e l’America, oltre ad avere perso una A, e’ diventata globale.
Sirenetti e sirenette di tutto il mondo unitevi.

Copioni al Drive In

7 Ago

ll Foglio di ieri ha scritto che la Fiat “forse sbaglia” a vendere gli anni Cinquanta per raccontare agli americani la 500, in pista in America.
L’effetto vintage, happy days non funzionerebbe in quel paese. Meglio sarebbe stato vendergli la modernita’, la rivoluzione della piccola contro i grandi. Puo’ essere.
Certo dai primi dati non e’ che le 500 vadano a ruba in America. Vanno molto meglio i conti della Chrysler in generale, che nello scorso giugno ha venduto il 30% in piu’ dell’anno prima ed ha accresciuto la sua quota di mercato interno dal 6 al 10, 6%.
Una resurrezione, senza dubbio. Ma il commercial di 30 secondi buttato fuori da poco che vende un Italian Dream in chiave Drive in non so, come dicono al Foglio, se sia la cosa giusta.
Comunque e’ copiato…
Poco piu’ di un anno fa il documentario (Benvenuti a Detroit) che ho fatto per RaiCinema si apriva con un fantastico, funzionante DRIVE IN, che pero’ si chiamava FORD, in omaggio al vicino storico stabilimento di Dearborn, dove tutto comincio’.
Ci siamo entrati, con il prode Alberto, varie volte a girare. Era come entrare in una macchina del tempo. Ci hanno detto che ormai apriva solo nei fine settimana. Ma resisteva nella Detroit archeologica che emerge dall’abbandono, dalla fuga che l’ha sinistrata negli ultimi venti anni.
Agli americani sempre meglio vendere il futuro, comunque. Oppure, per stare sul sicuro, buttarsi sulla solita Toscana. Il Drive In, a loro, puzza di poverta’. E cosi’ e difficile vendere quattroruote. Magari un profumo, si.

Vent’anni dopo

7 Ago

Se siamo qua e’ perche’ vent’anni fa, il 6 agosto 1991, e’ stato messo online il primo sito. Nasceva il World Wide Web.
Mio figlio, che ci vive dentro, non conosce il mondo avanti Web. Ha solo vissuto nel dopo Web. E fa la differenza.

Italian shore

6 Ago

Sono arrivato ad un mare italiano, vicino a Roma, dove mi fermo qualche giorno. Poi torno a lavorare e a chiudere il lavoro sull’undici settembre, dieci anni dopo.
L’idea e’ di Paolo Ruffini, il direttore di Rai3 fino a poche ore fa. Una persona per bene, con un’idea di cosa e’ la televisione, di cosa farci, di cosa e’ questa cosa di cui cianciano tutti, facendone scempio quotidiano. Il servizio pubblico. Un’idea forse pedagogica ma non furbetta, non spregiudicata, non grassa.
Mai un’interferenza, solo consigli in questi anni. E un’attenzione agli ascolti riflessa non primaria. Che tanto poi, se l’idea c’e’ (Ballaro’) quelli arrivano comunque. Tutti genietti dell’auditel, concentrati sul cortile italiano, molti di quelli che ho incrociato.
A Paolo piace, interessa l’America . E quindi di questo abbiamo parlato spesso. Che nel mondo della televisione italiana e’ una rarita’. Good bye.
ps il tramonto e’ del mare in cui mi trovo che e’ bello ma cosi’ ci sono anche in America. La mozzarella di bufala come quella che ho davanti invece no, me la posso scordare.

Il candidato Ralph Lauren

5 Ago

Un lungo pezzo di Politico ha raccontato delle liti interne alla campagna di John Huntsman, candidato repubblicano alla Casa Bianca. L’ex ambasciatore in Cina, nominato da Obama, mormone, billionaire e’ il piu’ esportabile nell’ammucchiata in corsa per le primarie che selezioneranno lo sfidante del presidente per l’anno prossimo.
Il piu’ esportabile ma anche un bel tipo ancora piu’ detached di Obama dal mondo reale. Si e’ stato un (buon) governatore dello Utah ma li correva in casa e non conta.
Nelle scorse settimane di campagna silenziosa, quasi invisibile di Huntsman, Esquire e il Wall Street Journal gli hanno dedicato due ritratti. Formidabile quello del WSJ che ha scritto quello che pensavo di John, il perfettino. Sembra un modello della campagna autunnale di Ralph Lauren, non della campagna per la Casa Bianca. E nessuno si azzardi a dire che ricorda Kennedy.
Qua siamo alla famiglia, moto, fucile, rock band,camicia a quadretti mixati per offrire un brand, un prodotto studiato per svegliare una generazione H, nelle intenzioni simile a quella generazione O che ha trainato Obama nel 2008. Come la vendita di un iPad, dice il WSJ.
Si ma senza capacita’ di creare non dico un’emozione ma nemmeno un soffio di curiosita’. Messaggi evocativi, allusivi, patinati che duplicano quello che Huntsman gia’ e’. Un fighetto.
Probabilmente anche il migliore del mazzo ma che andava spettinato, buttato nella mischia, impiastricciato. Il tentativo e’ stato quello di vendere una coolness che probabilmente funziona in tempi di vacche grasse ma che nella recessione buca poco.
Un candidato e’ un prodotto da vendere e la prima campagna e’ andata storta. Ora per John Huntsman si tratta di riciclarsi piu’ discount, piu’ low cost. Non e’ tardi. E’ la stagione dei saldi.

Happy birthday (detached) Mr. President!

4 Ago

Cinquanta. 50. Tondi, tondi.

Detached

3 Ago

Le analisi, le pagelle del dopovoto che ha evitato la catastrofe americana suonano come la cronaca di una morte annunciata per il presidente.
Almeno a leggere i commentatori piu’ autorevoli, conservatori e progressisti, da David Brooks a Andrew Sullivan, da Katrina Vanden Heuvel a Paul Krugman (che come dice Joe Scarborough non si capisce perche’ il New York Times lo paghi per scrivere sempre lo stesso pezzo).
Tutti, in diversa misura, affascinati dall’audacita’ obamiana del 2008. Si, con riserve, ma interessati al nuovo fenomeno che ci ha reso tutti orgogliosi di vivere in quel grande paese che ha consentito un’impresa simile.
Il problema del ragazzo di Honolulu e’ che ha perso il tocco magico. Clinton fu sconfitto in battaglie decisive e fu ridotto all’immobilita’ ma sapeva sempre parlare alla pancia del paese.
Uno ascoltato da Obama nella campagna del 2008, il professore Drew Westen, ha raccontato (“Alla conquista degli stati d’animo”) come la sedimentazione delle emozioni, due anni fa, si fosse riprodotta come spam, saltando gli schemi canonici costruiti per colpire pancia e testa. Tu chiamale se vuoi emozioni… Si piangeva ai comizi-teleprompter di Obama, specchiandoci in una America migliore e sentendoci migliori noi che spingevamo in cielo il sogno.
Ora siamo tornati a pancia e testa, ai tetragoni, inflessibili alfieri del Tea Party e ai progressisti lasciati liberi di tornare alla loro purezza originaria, temporaneamente compromessa dall’abbraccio al centrista, moderato Obama, scambiato per altro.
Obama, come capita a tutti i presidenti, e’ stato contagiato da quella malattia che attacca tutti gli inquilini della Casa Bianca, compreso Clinton. Il golf. Che in America non e’ come da noi. E’ anche sport popolare ma pur sempre fonte di materiale iconografico non segnalabile per andare direttamente alla pancia della middle class impoverita.
Aveva cominciato bene Obama, giocando a basket. Ora la sua figurina super partes (e sopra le razze) si e’ ridotta alla solita poco emozionante replica di tutti i suoi predecessori.
Detached, lontano politicante. Preso dalla sua nuova parte di statista ma non piu quello del 2008.
Facce sogna’ ancora Barack.

Viaggio in America

2 Ago

Arrivato in Italia sento amici che partono per l’America.
Molti sanno tutto, piu’ di me. Altri chiedono consigli. Per loro, per i figli che hanno l’eta’ in cui io dopo la maturita’ l’attraversai da est a ovest. Quaranta anni fa.
L’America e’ il luogo perfetto per non fare piani. Basta affittare una macchina e partire.
Con la famiglia negli ultimi anni ho cercato il mare, i canyons, le strade blu e i diners uguali ad allora, gli anni subito dopo Woodstock con le cameriere che hanno la mia eta’ e mi chiedono con lo sguardo perso altrove, cosa vuoi “honey”?
Ma a me piacciono le citta’. A parte New York, fuori classifica, tornerei sempre a Chicago e Detroit. Io sono per il Midwest.
Invece voi, lo so, state andando in California.
Chicago e’ la piu’ bella citta’ americana, quella in cui si capisce di piu’ cosa e’ questo paese, quella che meglio ha conservato il secolo passato.
Detroit e’ tutto quello che l’America era e non e’ piu’. Qua ci sono il Palatino, il Colosseo, il Foro Romano degli Stati Uniti, le fabbriche del ciclo dell’auto dismesse, i luoghi piu’ luoghi, i santuari di un paese manifatturiero che ha traslocato.
Se andate, a Detroit, a mangiarvi un beef brisket o le baby back ribs da Slows Bar BQ (il mio preferito) sarete di fronte a quella Michigan Central Station abbandonata in cui Eminem ha girato un suo famoso video. E mandatemi una cartolina.

Da aggiungere (ai 14 trillions)

1 Ago

Oltre due milioni di veterani delle guerre in Afghanistan e Iraq sono da aggiungere al debito USA. La spesa per la cura dei feriti, dei disabili e’ quella che piĆ¹ crescera’ nei prossimi dieci anni. One trillion nei prossimi quaranta anni. Cosi’, a futura memoria.
Della “spesa umana” sono cazzi di ognuno. Il resto e’ solo matematica.