Archive | aprile, 2012

Fortysomething

30 apr

Judd Apatow, da The-40-year-old virgin a This Is 40, sempre quarantenni, prima un vergine , ora una primipara.

Flash, Fast, Gladwell ( and Obama ) FORWARD

30 apr

Apple, meno tasse di Walmart

30 apr

Sono un fedele della megachiesa di Apple, anche perché sono un analfabeta digitale ( come dice mio figlio ) e grazie al Mac riesco a fare quelle cose che mi servono. Pero’ prima le condizioni di lavoro nelle fabbriche cinesi e ora le tasse che la mela paga sono “cose che non vorremmo vedere sui campi di calcio”. Tutto legale ma non bello a leggersi e a sentirne parlare in televisione questa mattina ci si rimane male. Perfino Walmart, il gigante mondiale della vendita al dettaglio, di cui siamo abituati a sentir parlar male, ci fa una più bella figura. La storia e’ esplosa sul New York Times domenica ( come sempre, come per le fabbriche in Cina ) e la riassume bene oggi il Post.. Ho appena sentito dire in tivù che basta aprire una casella postale in uno stato in cui le corporate taxes sono zero per non pagarle interamente nello stato in cui realmente si produce o si inventa.
Il comunicato di risposta di Apple assomiglia a quelli di Berlusconi quando diceva quante tasse paga al giorno. Una cifra impressionante ma che dice poco se non e’ squadernata nei mille capitoli in cui il libro delle tasse andrebbe aperto per capirci bene dove, come, quando. Mi trovo bene al Genius Bar quando ne ho bisogno pero’ poi non prendiamocela solo con Walmart.



Un libro per capire quello che e’ successo in America, prima di Occupy. Dopo un talk show in TV

30 apr

Il libro più interessante che ho letto ( e riletto per ricavare dati ) negli ultimi mesi e’ quello di Charles Murray, “Coming Apart. The State of White America 1960-2010″. Murray ci racconta che negli ultimi cinquanta anni in America si e’ scavata una voragine tra quelli che secondo le sue ricerche sono parte dell’upper class bianca ( il 20% ) e il resto della popolazione. Questa classe ( più larga per Murray dell’uno per cento ) conserverebbe i valori su cui e’ fondata la società americana. A partire dal matrimonio, la famiglia.
Al contrario la proletarizzazione della middle class avrebbe fatto deviare la grande maggioranza della popolazione produttiva del paese dai principi fondanti dell’esperimento sociale americano. Un muro anche fisico, geografico fra le due Americhe.
Charles Murray aveva gia’ nel 1994 creato dibattito e polemiche, ragionando sulla divisione in classi ( che non chiamava così ) a partire dalla misurazione dell’IQ, generando anche accuse di razzismo.
Quello che trovo nell’ultimo saggio e’ uno studio che non ha uguali dall’altra parte, in estrema sintesi quella che sostiene Occupy Wall Street. Dove ci si e’ accontentati per ora di una lettura sloganistica della realtà, a partire dal sacrosanto orrore per i crimini ( questo sono stati ) dell’aristocrazia finanziaria. Ma oggi non basta più citare i dati ( scioccanti ) sulla diseguaglianza economica. Basta vedere, come Bill Maher che guardo sempre su HBO ( e apprezzo ) ha discusso con Murray la settimana scorsa e non ci ha fatto una grandissima figura. Per questo ne parlo oggi. Studiare, soprattutto, quelli che dicono cose che non si condividono, “a priori”.

http://youtu.be/UHOmdL8K3Rk

Considera le alternative. Oggi shopping

29 apr



Umoristi alla cena dei corrispondenti alla Casa Bianca. Obama meglio di Kimmel ma ci sono stati anni migliori

29 apr

Ho assistito in diretta su CSPAN live alla cena annuale dei corrispondenti alla Casa Bianca. Quella in cui ogni anno il presidente degli Stati Uniti legge una serie di battute in fila, scritte per lui da plotoni di autori. Obama le sa porgere. Ogni tanto potrebbe evitare di ridere alle sue stesse facezie ma più spesso e’ ottimo nel rimanere faccia di bronzo mentre molla parole al vetriolo su Romney, ad esempio. Dico vetriolo perché mi sembra che questo rito della cena dei corrispondenti abbia perso leggerezza. La battuta su Sarah Palin se la poteva risparmiare. Ed anche altre. Quella sottile linea che separa la satira dall’insulto e’ difficile da percorrere senza cadere. E’ quello che ha fatto subito dopo Obama, a fatica, il comico televisivo Jimmy Kimmel, titolare di uno dei quotidiani talk shows della notte ( su ABC ). Lui il volto di marmo lo sa mantenere per mestiere ma i materiali hanno fatto rimpiangere i suoi predecessori degli anni passati.
Forse il rito si e’ consumato negli anni ( quello del potere che ride di se stesso ). Forse sono condizionato dalla fase, che mi sembra ci sia poco da ridere.
O forse, banalmente, e’ andata che il massacro subito dai Knicks nel pomeriggio ad opera degli odiati/odiosi avversari di Miami mi ha rovinato la giornata. E così la cena dei corrispondenti mi e’ sembrata una recita già vista. Dopo cinque minuti anche noiosa.

1 DE MAYO 2012

28 apr

Kim Kardashian, Jon Hamm, 30 Rock e social media. Cosi’ va la vita, non solo in TV

28 apr

1 maggio 2012, in USA

28 apr



Razzismo in Mississippi, al Tribeca

28 apr

Frank DeFelitta giro’ nel 1965 un documentario nel Mississippi. La sua intervista ad un cameriere afroamericano fu al centro del suo lavoro. Il figlio di DeFelitta, Raymond, analizza quella intervista e torna nei luoghi in cui suo padre aveva viaggiato.

Roccacannuccia, New York, la quota tette e il politicamente (s)corretto di Girls

27 apr

Leggo un bel post sul Post a proposito di Girls, la nuova serie che fa parlare ( di HBO ). Ne ho scritto la sera della prima puntata, dopo averla vista.
Scrive Chiara Lino tutte cose condivisibili ( per punti ) che vi invito a leggere.
Tutto gira attorno a Lena Dunham che si e’ costruita addosso una serie su misura. Le sue di misure, che non sono quelle dei concorsi di bellezza.
Aria fresca in televisione, mi e’ sembrato, ancora di più dopo la seconda puntata di domenica scorsa. Che e’ partita a secco con Lena sotto e quel fesso del suo, come chiamarlo ?, boy-friend sopra. Nudi. E allora ? Oltre alla “quota tette” se non ricordo male c’era anche una”quota cazzo”. Avevo scritto che il sesso consumato così come lo vediamo e’ per Lena, ho letto, anche un modo di mostrare come il porno sulla rete ha risistemato tristemente le cose in questo department, come dicono qua in America. Italianizzo, in parte, la polemica, per capirci. Si perché l’altra cosa che leggo sempre sul post di Chiara sarebbe questa onda montata sulla rete contro i mantenuti da papa’ e mamma ( non mi sembra che in Italia sia una rarita’ ) in un loft ( che poi non e’ un loft ) a New York. Ecco questa cosa di vivere a New York invece che a Roccacannuccia o a Des Moines non e’ tutta sta figata, lascetevelo dire da uno che ci ha trascinato ( al buio ) la famiglia. E potrei snocciolarvi una quantità di storie ( si anche italiane ) che vi affogherebbero nella tristezza. Non sono tutti corrispondenti dei quattro giornali italiani o professori ad Harvard gli italiani qua ( tra parentesi e fuori tema ).
Altra cosa criticata, la non presenza di protagonisti/e con pelle colorata. Metterceli per forza sarebbe stato forse peggio. Non ci avevo quasi fatto caso e mi ricorda una cosa accaduta con mio figlio. Quando gli chiesi di che colore fosse un un suo amico a scuola mi rispose dopo averci pensato che non capiva la domanda e comunque non se lo ricordava ( era black ).
E allora, quelli di Friends ?
A me e’ piaciuta la semplice scrittura della serie, per ora. Che funziona meno, per streotipi, quando Lena descrive le tre compagne di casa. E’ una scrittura senza battute fulminanti che procede orizzontalmente, come la vita, che non e’ che siamo tutti degli spiritosoni o nell’anteprima di Ballaro’.
Ho sempre pensato che il politicamente stracorretto all’americana sia una cosa buona ( perché pone argini al razzismo, appunto ) ma che spesso sia veramente oltre ogni ragionevole misura. C’entra la storia di questo paese che e’ cosa lunga per questo post.
PS Si comunque e’ vero che le quattro attrici di Girls sono figlie di qualcuno che ha a che fare con lo show-business ( ne avevo scritto ). Sono proprio amiche di Lena che fanno il suo mestiere. Ma questo e’ tutto un altro discorso.

You Tube, AOL, Hulu, Yahoo, Huff Post. Tutti a caccia di CONTENT

27 apr

Sono andato oggi qua, a New York, ad uno di quegli eventi che stanno riempiendo questo mese di annunci a raffica di nuovi canali digitali sulla rete. Digitas Newfront 2012. La grande agenzia multimediale da cinque anni raccoglie il meglio del suo lavoro, i suoi clienti e soprattutto offre dei talk shows che sono finestre sul futuro. Il business dei prossimi anni, era chiaro oggi, e’ il content, la ciccia con cui riempire la febbre che ha preso tutti i grandi players di entrare nella grande torta televisiva, che non chiamano così ( digital videos ) ma questa e’.
Si sono viste previews di tanti programmi, serie che nulla hanno di diverso da quelle che vediamo a casa sul grande schermo. Si sono sentite previsioni incredibili ( ” andiamo verso i mille canali sulla rete”) , si e’ vista la tivù di Huffington Post, un misto tra talk e breaking news, si e’ sentita un milione di volte la magica parola “storytrelling”, si e’ chiesto alle centinaia di presenti di alzare la mano se non fossero su Twitter e pare lo fossero tutti. Nemmeno uno ha alzato la mano e allora io ho tenuto la mano in tasca, barando. Anche multipli accenni all’user generated journalism, derivazione del citizen journalism, insomma siamo tutti giornalisti e così e’ se vi pare. Se no fa lo stesso.
Ottimismo a palate, odore di start ups ad ogni angolo. Un mondo che a frequentarlo, anche per caso, ti fa voglia di inventarti qualcosa. Perché, sinceramente, per quello che ho visto, di geniale c’era poco.

Bob Dylan alla Casa Bianca

27 apr

Annunciate le 13 Presidential Medals of Freedom 2012, la piu’ alta onoreficenza concessa dalla Casa Bianca. Tra loro Bob Dylan.

http://youtu.be/BBt8qn2ULIA

Desperate housewife per Obama

26 apr

Lo spot che qualcuno aspettava da anni

26 apr

Dal blog di Andrew Sullivan

Due buoni motivi per votarlo, Homeland e Jon Stewart

26 apr

Nella lunga intervista a Rolling Stone Obama parla dei suoi gusti musicali e televisivi.
Sulla musica non tanto ma sulla televisione ci siamo. Homeland e il Daily Show di Jon Stewart le sue cose preferite. Tra i bloggers apprezza Andrew Sullivan ( anch’io ).
Ieri sera Obama era da Jimmy Fallon, il mio preferito della notte. E’ partita l’offensiva mediatica sul fronte giovani. Quelli che lo hanno spinto dentro la Casa Bianca nel 2008.

Materiali per il Festival del Giornalismo

26 apr

La testimonianza di Murdoch, oggi le comiche.
PS Ma dell’abolizione dell’Ordine dei giornalisti si parlera’ nella ridente Perugia ?

La creatura ha perso la paginetta del discorso. Vicepresidente perfetto

26 apr

Marco Rubio non trova l’ultima pagina del discorso che stava tenendo. E cosi’ ripiombiamo nell’era preteleprompter.

Dacci o Signore un nuovo talk show al giorno. Arriva quello del cofondatore di Twitter

25 apr

AOL ha annunciato una serie di programmi che non sappiamo più se chiamare televisivi perche’ costruiti per la rete. Siamo nella fase in cui ogni giorno si registra una discesa in campo ( You Tube, Hulu, Netflix, AOL, ecc ) e i networks perdono fedeli.
Interessante e’ la notizia che sara’ Biz Stone, cofondatore di Twitter, a condurre una serie in 12 parti di interviste sulla rete. Ospiti previsti Bill Clinton e gli amministratori delegati di Nike e Cisco.

Scippo, sessista

25 apr

Motels, Americana

25 apr

Ricevo e pubblico

25 apr

Questa mattina davanti al Consolato italiano, New York. Esodati di Rai Corporation con cartello.



Oggi si vota a New York, ecc. C’e’ chi dice chissenefrega. Ma anche chi dice il contrario

24 apr

Questo cartellone pubblicitario di Kenneth Cole, stilista, dice che delle primarie non ce ne può fregare di meno, a questo punto ( con doppio senso ).
Oggi si vota in Rhode Island, New York, Connecticut, Pennsylvania e Delaware nelle primarie repubblicane ( e anche tra i democratici). Romney deve stravincere non avendo più concorrenti. Se non succedera’ sara’ una brutta cosa da gestire. Ma ormai l’allineamento dietro di lui prosegue ( oggi e’ arrivato l’endorsement di Giuliani ). Non sara’ eccitante ( come dice il cartellone di Kenneth Cole) ma i giochi sono fatti.

Fuga dalla televisione in prime time. Il rigetto della pubblicita’. Se continua così, tutti a casa

24 apr

E’ il mantra di questo blog. Mio figlio e i suoi amici ( anni 14- 15 ) divoratori di serie americane, non guardano la televisione alle ore in cui quelli che lavorano ai palinsesti vorrebbero lo facessero. Loro sono il mio campione Auditel , anzi Nielsen. E’ che non sopportano le interruzioni pubblicitarie, quelle che pagano la televisione che pure ancora vorrebbero guardare. E cosi’ downloadano quello che vogliono, purificato degli spot. Il problema per broadcasters e inserzionisti non e’ solo mio figlio ma, come ha scritto ieri il New York Times, il gruppo demografico dai 18 ai 49 anni che sta disertando la TV in prime time. Nelle ultime quattro settimane NBC ha perso il 3%, CBS l’otto per cento, FOX il 20% e ABC il 21%. E’ un trend che pare inarrestabile in corso ormai da quattro stagioni, mitigato da successi come quello di American Idol che , quando funzionava, aveva un effetto di trascinamento su tutto il resto della merce televisiva. Se come in questa stagione American Idol non fa più i numeri del passato e non e’ sostituito da un altro programma fenomeno, il re e’ improvvisamente nudo. Quelli che lavorano al trapasso online del caro estinto gongolano ma Madison Avenue li segue con molta lentezza. La barca non va più. Ma noi, tutti, cianciamo d’altro.

Land of dreams, spot

24 apr

http://youtu.be/moisgkdejbA

Due minuti di spot che invitano a visitare gli Stati Uniti. Canta Roseanne, figlia di Johnny Cash. Rivolto prima di tutti a inglesi, giapponesi, canadesi. Noi ce lo guardiamo su You Tube.

Quelli che sanno tutto di voi, amici di Facebook e Twitter

24 apr

Buena Chaabi Social Club

24 apr

Al Tribeca il documentario che racconta storie di musicisti algerini ebrei e musulmani. Insieme, 40 anni dopo.

VEEP, la vicepresidente (democratica ) su HBO. E’ la postpolitica

23 apr

Julia Louis-Dreyfus e’ nota al pubblico per le nove stagioni consumate con Seinfeld, senza contare quelle con Saturday Night Live. A 51 anni Julia e’ la vicepresidente degli Stati Uniti in VEEP, su HBO, primo episodio appena andato in onda, nell’affollata domenica sera di cose belle che offre la tivù americana. Una vicepresidente che nella vita e’ attivista democratica.

Veep non e’ The West Wing e non pretende di esserlo. Scritta da Armando Iannucci, inglese, gioca la carta della satira a tutto campo senza ridursi ad affibbiare una casacca di partito alla vicepresidente. Quella che si racconta, provando a far ridere ( e riuscendoci ) e’ la riduzione della politica a pura immagine, lo svuotamento del potere che la sovraesposizione di rete e televisione hanno prodotto negli anni post-The West Wing. Un grande ritmo sostiene il backstage della politica, in cui ogni gaffe finisce ritwittata ma pesa per poche ore perché poi arriva la nuova che la seppellisce. Sono gli anni in cui chi fa politica e’ entrato nell’isola dei famosi come gli altri colleghi pop con cui si mischia. Gli spin doctors sono simili agli agenti degli showmen. E’ la politica che piace sempre di più ai televisivi che stanno mettendo in cantiere uno show dopo l’altro. Su USA vedremo Political Animals ( una First Lady, Secretary of State) e poi in autunno l’atteso 1600 Penn su NBC.
Frank Rich, del New York magazine, gia’ editorialista del New York Times, e’ l’executive producer di Veep. Garante della correttezza politica. Ma anche testimonianza vivente dell’ibridazione dei mestieri e dei destini. E’ la nuova postpolitica bellezza, quella che sa che il potere sta in altre stanze.

http://youtu.be/My8PA7TBqJo

La New York underground. Ben scavata vecchia talpa

22 apr

Oggi sul POST la New York che cresce nel sottosuolo. Quella che non vediamo e quella che , forse, un giorno vedremo.

Documentari ideologici e non, al Tribeca

22 apr

Nella discussione su documentari a tesi e non per cui il documentario dovrebbe sempre sostenere una tesi (non concordo) il Tribeca Film Festival in corso offre una bella panoramica a sostegno delle due tesi. Si vedono anche belle cose ma trovo sempre fastidiose le tesine che incollano, giustappongono pensierini nemmeno espressi così’ compiutamente dai protagonisti. E’ il caso di Let fury have the hour, progetto ambizioso, impreziosito da una cinquantina di interviste a personaggi anche importanti, anche poco visti. Il lavoro di Antonino D’Ambrosio e’ titolato su versi dei Clash e va in giro con la locandina firmata da Shepard Fairey, il massimo illustratore dell’iconografia obamiana.
L’idea di D’Ambrosio e’ quella di documentare la crescita e relazione tra attivisti e artisti nell’era reaganiana. Un documentario ricco, soprattutto di repertorio. Una specie di viaggio alle origini di Occupy Wall Street e di ponte tra gli anni Sessanta e questa stagione di movimenti politici. Tanta carne al fuoco ( anche buona ) ma un grande fumo ideologico copre tutto.

http://youtu.be/dIiYFMWaEZA