Archive | febbraio, 2015

Roma nord

14 feb

Sono a Roma per qualche giorno. Stamattina sono andato alla solita edicola a comprare i giornali ( Roma nord ). Ormai, come sappiamo, le rivendite di cose a stampa sono bazar di qualsiasi cosa.
Un rappresentante dialogava con l’esercente. “Ma che strano. Non hai venduto ” Il gioco della polizia” che va bene ovunque…”
Il giornalaio ha prontamente risposto ” Beh, provamo co’ quello dei ladri…”

Bisognerebbe cominciare a dire che Twitter non c’entra con la TV

13 feb

Da tempo dico che Girls ha stufato e il rumore attorno a Lena Dunham e’ superiore al suo specifico televisivo.
Domenica scorsa, la congiunzione di due shows andati molto forte nel gruppo demografico 18-49 ( i Grammys e The Walking Dead ) ha spogliato definitivamente la regina Lena ( 406mila telespettatori con un terribile 0.2 tra i “giovani”, 18-49 ).
Qualsiasi cosa dica e faccia Lena Dunham finisce da qualche parte. Ma dov’erano i suoi due milioni e passa di seguaci su Twitter domenica scorsa ?
PS L’ascolto di Girls in settimane di controprogrammazione piu’ semplice oscilla comunque tra i 600 e gli 800mila. Molto meno della meta’ “dell’ascolto Twitter”.

Chi era David Carr

13 feb

E’ scomparso nella notte David Carr, esperto di media del New York Times.
Non ci sara’ piu’ un altro David Carr. E basterebbe questa ovvieta’( e quello che ne scrive il New York Times ) per dire chi era David. Non tanto per il suo essere personaggio oltre il mestiere. Lo stesso New York Times ricorda la dipendenza in passato da crack e cocaina.
Carr e’ stato la voce, il megafono dei new media non solo per il suo giornale.
E’stato protagonista del documentario Page One.
Spero siano raccolti i suoi scritti. Curioso, onnivoro, autorevole, David sembrava a tutti quelli che lo hanno conosciuto una rock star. Ci manchera’. David aveva 58 anni. Ora, al suo posto, arrivera’ magari un maestrino che ci dira’ anche cose interessanti. Ma senza la sua biografia. David era piu’ nativo digitale di quelli 30 anni piu’ giovani. Era l’Internet del New York Times.

Chi sono gli orfani di Jon Stewart

12 feb

Jon Stewart va ancora in onda ma proviamo a immaginare quella sedia riempita da altri.
Suoi sostituti nel passato, Stephen Colbert e John Oliver, hanno il loro show e quando hanno condotto il Daily Show questo non ha perso molto ascolto. Il brand ha resistito e potrebbe accadere lo stesso quando Jon Stewart non ci sara’ piu’.
Quello che manchera’, a parte lo share, sara’ l’autorevolezza di Stewart, che non significa essere sopra le parti. Quel suo essere di parte ma di una parte tutta sua. Certo non la parte dei repubblicani ma nemmeno quella di Obama ( basta andare a rivedere alcune puntate ). Manchera’ un’identità al programma che gli Oliver, i Colbert e tutti gli altri che ha allevato hanno coltivato solo in parte.
Negli anni Stewart ha costruito la sua concezione del mondo ed e’ uno dei pochi televisivi ( l’unico ? ) che e’ intergenerazionale. Merito del suo squadrone di autori ma soprattutto della sua arte nel porgere e modificare i copioni.
E’ stato autore di memorabili scontri ( con il numero uno di Fox News, Bill O’Reilly ) e di innamoramenti repentini ( Malala, premio Nobel ). Ha fatto salire vendite di libri come solo Oprah sa fare. Ha distrutto e valorizzato candidati in elezioni come pochi altri. Ha dato a vita ai collegamenti piu’ apparentementi idioti della tv, da cui abbiamo ricavato cose che non sapevamo e non rifritture di notizie gia’ consumate. Ha condotto due serate Oscar, arrivando da Comedy Central. Soprattutto ha tenuto in piedi la satira politica in tempi di omologazione pesante. Non facile con Obama presidente fare gli spiritosi, come succedeva al contrario con Bush.
Quindi, siamo tutti orfani. Come e’ stato detto, prima c’e’ stato Walter Cronkite, poi c’e’ stato Jon Stewart, “the most trusted man in news”, quello piu’ credibile, piu’ rispettato nel mondo dell’informazione.
Solo che Cronkite era un giornalista e Stewart un comico.

Jon Stewart lascia. L’amico Bruce Springsteen, la tv che non sara’ piu’ la stessa

11 feb

Dal 1999 a Comedy Central, dopo 19 Emmy Awards, Jon Stewart lascia il Daily Show a fine stagione.
Sembra impossibile. Ci si era abituati al suo telegiornale satirico piu’ vero di tanti veri, alle undici di sera. Stewart ha lanciato ( come inviati ) comici che ora occupano poltrone piu’ importanti della sua. Si dice sia rimasto male per non essere stato scelto a sostituire Letterman che, pure lui, chiude tra qualche mese.
Il suo primo film da regista ( Rosewater ) uscito recentemente, non e’ pienamente riuscito e potrebbe avere voglia riprovarci. Certo alla vigilia di un nuovo ciclo elettorale, che si aprira’ con le primarie, manchera’ il suo show, da sempre numero uno negli ascolti delle universita’ americane.
Per me un lutto maggiore della perdita di Letterman, che da tempo non guardo piu’.
Il 16 settembre del 2010 in piu’ di 200mila arrivarono a Washington per il “Rally to restore sanity and/or fear”, manifestazione promossa da Stewart con Colbert. La piu’ bella degli ultimi anni, convocata da due televisivi, con un’eta’ media sotto i 25 anni.
Ha detto Stewart sulla decisione di lasciare : ” Saro’ a cena con la mia famiglia, durante la settimana, quando i figli vanno a scuola. Ho sentito da molte fonti che loro ( la mia famiglia ) sono belle persone”.

Guardate Jon Stewart tenere il discorso con cui il Kennedy Center onoro’ Bruce Springsteen. I due sono amici, ragazzi del New Jersey. Da brividi.

BETTER CALL SAUL, che potrebbe anche vivere senza Breaking Bad

11 feb

Le prime due puntate di Better Call Saul sono andate in onda domenica e lunedì su AMC, la rete di Mad Men, The Walking Dead e Breaking Bad. Di quest’ultima serie Better Call Saul e’ lo spin-off, opera di Vince Gilligan e Peter Gould.
Domenica i Grammys in onda sulla CBS hanno perso tre milioni di telespettatori rispetto allo scorso anno e non poco c’entra pure la programmazione di AMC.
La prima puntata della nuova stagione di The Walking Dead ha fatto 15.6 milioni, con il solito botto nel gruppo demografico chiave tra i 18 e i 49 anni ( 10.1 milioni). Ma ancora piu’ impressionante e’ stata la performance di Better Call Saul, che ha portato a casa il record per la prima di una serie tv nello stesso gruppo demografico ( esclusi i grandi networks NBC, CBS, FOX, ABC ). Quindi la partenza piu’ vista da quelli sotto i 50 anni nella storia delle tv cable ( 4.4 milioni tra i 18-49 ). Ora vedremo come si comporta la visione ritardata sulla settimana, che la Nielsen conta e broadcasters e pubblicitari valutano ormai piu’ della prima.
I dieci episodi di Better Call Saul sono gia’ stati rinnovati, senza attendere i risultati, per una seconda stagione da tredici. Netflix si e’ presa i diritti di distribuzione in molti paesi.

Insomma, sembrerebbe, attesa ripagata per la costola di Breaking Bad. E la nuova serie ci va vicino, come racconto. Siamo sempre dalle parti della fenomenologia del perdente che e’ ormai declinata dalle serie tv americane in infiniti modi, non solo serial killers. In America c’e’ una parola,”loser”, per dire dello sconfitto, perdente che viene usata con una accezione larga. Talmente diffusa che ogni volta mi chiedo perche’, rispetto a cosa, come, quando. Partita persa.
Il mondo diviso in vincenti e perdenti e’ una precondizione della scrittura seriale ma il salto e’ stato realizzato con la trasformazione dei losers in eroi moderni, riformati. E’ questa una delle chiavi dell’eta’ d’oro della televisione americana che stiamo vivendo.
In Better Call Saul siamo sempre ad Albuquerque e il nostro antieroe ( Bob Odenkirk) e’ un “piccolo” avvocato che si occupa di penale. Il piccolo diventera’ grande, come Walter White di Breaking Bad, di una grandezza che non conosciamo ovviamente ancora ma che certamente disintegrera’ il sistema della giustizia americana come ce lo hanno consegnato i Perry Mason prima di lui. Questo si capisce da subito e questo e’ il filo delle storie di Gilligan. In un quadro generale mutuato da una rilettura dei fratelli Coen e di Elmore Leonard, Gilligan ci porta dentro le sicurezze date per scontate, dentro la superficie manichea del buono e giusto per muoversi con la grazia di un apriscatole in un’operazione a cuore aperto. E’ la demolizione della scrittura banale e consolatoria.
Jimmy McGill che diventa Saul Goodman ci ributta dentro Breaking Bad. Con un inizio in bianco e nero. Rimandi, citazioni si addensano gia’ in queste prime due puntate ma Better Call Saul potrebbe benissimo vivere senza il suo seguito, che e’ venuto prima.
Non siamo chiamati a tifare ( se lo abbiamo fatto per Walter White e’ stata una adesione da riflesso condizionato ). Questa volta la prima impressione e’ che il racconto sia potenzialmente perfino meglio dell’altro. Ma forse e’ solo il desiderio di rimuovere quella fine di Breaking Bad.

Giornalisti di guerra e di cazzeggio. Ancora su Brian Williams

10 feb

Il caso Brian Williams riempie stampa e tv in America.
Dicevo che e’ rilevante perche’ non riguarda solo il giornalista in questione. E’ indice di una tendenza che ha trovato in Williams un’articolazione esemplare.
Ci vuole tempo per costruire TRUST, la rispettabilita’ di un conduttore unico dei telegiornali, dell’informazione televisiva. E’ l’ospite nelle cene delle case americane, quello che ti porta il mondo a tavola, tra una zuppa e un burger. Non ci si mette a tavola un bugiardo, un fessacchiotto. E’ proprio l’opera di costruzione della star televisiva che ha mostrato in Williams un segno della possibile deriva del sistema.
Sono lontani i tempi di Cronkite, il conduttore che significava autorevolezza con il suo solo apparire in tv. Oggi non basta. Williams lo abbiamo visto embedded in guerre con giubbotto antiproiettile e poi da Letterman a fare il battutaro. In genere il giornalista televisivo ( e non ) si spende poi su Twitter, che Cronkite si e’ potuto risparmiare.
Il passaggio dal cazzeggio all’elicottero in Iraq avviene orizzontalmente, dentro quel perimetro televisivo che rimanda una storia depurata delle difficolta’ della vita. Seduto da Letterman o sull’elicottero noi vediamo Williams che si espande ma che perde credibilita’. E’ quello che avviene con i giornalisti che si accomodano frequentemente sulle poltrone dei talk shows, in altri mondi piu’ vicini a noi.
Non e’ detto, naturalmente, che parabole come quella di Williams siano inevitabili, segnate. Ma e’ molto possibile accadono. Williams rimane persona seria. Ma la sua vita e’ uscita da lui. Senza che se ne rendesse conto.

Facevo le news. Ora le news sono io. Non va bene

8 feb

Brian Williams a riposo da domani, sostituito alla conduzione del TG principale di NBC.
La televisione ha aperto un’inchiesta.
Cosi’ ha dichiarato Williams, prendendosi la vacanza:
“In the midst of a career spent covering and consuming news, it has become painfully apparent to me that I am presently too much a part of the news, due to my actions.
As Managing Editor of NBC Nightly News, I have decided to take myself off of my daily broadcast for the next several days, and Lester Holt has kindly agreed to sit in for me to allow us to adequately deal with this issue. Upon my return, I will continue my career-long effort to be worthy of the trust of those who place their trust in us.”

E’ importante, dicevo, la storia di Williams. In molti attribuiscono la caduta alla tendenza del conduttore ad allargarsi agli shows di intrattenimento in cui e’ stato frequente e abile ospite. Ne sarebbe determinata una confusione di ruoli, nella testa di Williams. Non so.
E’ la fabbrica delle news, i suoi operai, le sue macchine che sono in discussione. E la televisione rischia di implodere perche’ e’ la figura stessa della star delle news che non regge piu’ ai tempi.

 

EXPO Italia. Arrivarci, mica facile

8 feb

Ho provato dall’America a fare un biglietto per un Frecciarossa con le due carte di credito americane che uso normalmente. Error.
Ho provato con la carta di un amico, sempre americana. Error.
Ci ho rinunciato.
Non e’ la prima volta che succede ma pensavo ” vedrai che con l’EXPO, i milioni di viaggiatori attesi…”. Arrivederci.

I cinque trailers dei candidati all’Oscar per miglior film straniero

8 feb

Scienziati

7 feb

TRUST. Perche’ la storia di Brian Williams e’ importante

6 feb

Brian Williams e’ il numero uno dell’informazione americana. Io ho scelto ogni sera per anni NBC alle 18.30, l’ora dei TG, perche’ c’e’ lui alla conduzione.
Il suo Tg e’ il primo per ascolti. L’impalcatura si regge sulla credibilita’. Tutta l’architettura delle news dei telegiornali televisivi sta nella reiterazione di notizie che in genere gia’ conosciamo, abbiamo appreso dai nostri supporti elettronici ma che attendono una validazione generalista, un’eco autorevole.
Se lo ha detto Brian Williams, allora e’ vero.
Non a caso i dieci anni di Williams al TG sono stati celebrati dalla NBC con dei video interpretati da Michael Douglas e titolati Trust. Tutto questo rischia di non esserci piu’.
Brian Williams ha raccontato in due, tre occasioni pubbliche ( e in tv ) la storia dell’elicottero in Iraq nel 2003 su cui si sarebbe trovato e che sarebbe scampato al fuoco nemico grazie ad un eroico veterano che ha ringraziato. Il problema e’ che pare Williams non fosse sull’elicottero attaccato.
The New York Times e’ andato in prima pagina con la notizia e con due pezzi all’interno.
E’ capitato a molti politici di esagerare, addirittura inventare cose che li riguardano ma il falso per un giornalista, per chi racconta quello che accade, ha a che fare con la natura profonda del mestiere. In una fase in cui le notizie sono “opinionate” continuamente ( e “stagionate” dalla concorrenza online ) alla televisione ( quella che non e’ talk show ) e’ rimasto solo un potere di asseverazione, di certificazione della verita’. Per questo Williams e’ pagato 10 milioni all’anno. Non per altro.

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Harvard tells profs not to sleep with undergrads. Niente sesso studenti-professori

6 feb

Siamo arrivati al divieto ufficiale. Ad Harvard niente relazioni amorose tra professori, assistenti e studenti dei primi quattro anni di universita’. Era successo a Yale nel 2010 e a UConn nel 2013.
In genere esiste un divieto non scritto. Da quando pero’ molte universita’ delegano compiti dei professori di ruolo ai graduate students ( gli studenti che studiano per diventare professori, specializzarsi ) c’e’ stata un’esplosione.
Cinema, televisione, letteratura ci hanno raccontato storie che ora, con i divieti, non diminuiranno certo. Il pericolo fa parte dell’intrigo amoroso, o no ?

Ballando con le stelle ( da un regista di GIRLS )

6 feb

In uscita oggi a New York il documentario sul New York City Ballet. Di Jody Lee Lipes, che ha diretto anche sette episodi di Girls nel 2012, quando la serie ha vinto ai Golden Globes.

House of Cards atterra il 27 febbraio

6 feb

In attesa del nuovo Air Force One di Obama, Frank Underwood scende dal suo. Atterraggio previsto su Netflix ,per la terza serie di House of Cards, il 27 febbraio.

Il football in TV cresce perche’ lo guardano le donne

5 feb

Torno sull’ascolto record di domenica scorsa.
Per la prima volta nella scorsa stagione del campionato di football le donne dai 18-49 anni hanno scelto di guardare una partita la domenica e non altro. E’ stata una lenta scalata, salutata dalla NFL, la lega, come una benedizione, un allargamento fondamentale della base degli ascolti. Si e’ calcolato che il 45% del pubblico televisivo della palla ovale sia oggi femminile. Un segmento in crescita mentre quello maschile e’ stagnante, anzi in lieve declino del 2% nell’ultima stagione.
Dal 2000, 77 giocatori di 27 squadre ( su 32 ) sono stati accusati di violenze domestiche nei confronti delle loro compagne e dei figli. Problema.
C’e’ chi ha scritto che la scelta di Katy Perry per lo show di meta’ partita sia stata non casuale.
Per l’attenta regia della NFL ( e della Pepsi che ha pagato lo show ) Bruce Springsteen o Madonna ( per dire di due che si sono esibiti in passato ) sarebbero stati fuori luogo quest’anno.
Katy Perry e’ la prima al mondo su Twitter che non guasta. Ma quello che conta e’ che e’ “camp” per famiglie. Un tentativo di riportare la palla al centro, di rimettere insieme i cocci.

Il gigante degli ascolti tv ( il football ) con la testa fasciata e le mani sporche

4 feb

Scrivevo , parlando del Super Bowl, che sarei tornato su due cose relative al football, che sono fuori dalla crescita spaventosa degli ascolti televisivi. Due cose che dovrebbero minare la solidità, l’equilibrio del gigante dello share ma non sembrano inclinarlo. Perche’ tenere in piedi il football vuol dire ormai assicurare lunga vita alla televisione generalista.
Il campionato e’ breve. Solo 17 settimane piu’ playoff e Super Bowl, da settembre a fine gennaio. Non si potrebbe, dovrebbe giocare di piu’ perche’ il football e’ uno sport in cui ci si puo’ fare male, molto male. Alla testa non solo alle gambe.
La NFL, la lega che tiene insieme le 32 squadre, e’ una strana non profit che redistribuisce i profitti ai suoi iscritti e paga il suo “commissioner”, capo, 3.5 milioni nel 2014 a cui si sono aggiunti altri 40 milioni di bonus legati alla crescita del business. Per fare sempre piu’ soldi la televisione e’ il contenitore designato. Andare in onda tutti i giorni con almeno una partita sarebbe il sogno proibito. Esportare nel mondo il campionato sarebbe il sogno piu’ realizzabile.
Per giocare di piu’ e spalmare il football sulla settimana si corrono pero’ rischi incalcolabili. Ed ecco il primo dei due problemi che ha la NFL. Quelle che si chiamano “concussions”, colpi, traumi, commozioni cerebrali in molti casi.
Prendiamo solo il Super Bowl di domenica scorsa. Due casi acclarati, trattati in maniera diversa e decine di altre testate ricevute, procurate, non viste nelle mischie. Cliff Avril dei Seattle Seahawks e’ stato costretto dai medici a non continuare la partita mentre Julian Edelman dei New England Patriots ha barcollato, si e’ piegato sulle ginocchia ma non e’ stato fermato. Il protocollo della NFL in questi casi sarebbe chiaro ma non sempre viene applicato.
La NFL si vanta di avere diminuito in un anno gli scontri ( vietati ) casco contro casco del 28% ma nelle statistiche non entrano i casi Edelman e sono in molti a sostenere che semplicemente si sia abbassata la soglia del pericolo.
123 sono i casi di “concussions” registrati nel 2014.
Un terzo dei giocatori che hanno lasciato il campo da gioco denuncia problemi cognitivi, ha scritto il New York Times. 4.500 di loro stanno trattando con la NFL una liquidazione per complessivi 765 milioni, a seconda della loro eta’ e della gravita’ dei danni permanenti ricevuti. La class-action non pare soddisfare tutti i familiari di ex atleti che si devono prendere cura di loro.
Senza dire di quella strage silenziosa che avviene nelle high schools d’America, dove infortuni gravi continuano a colpire ragazzi che sperano di entrare in un college con una borsa di studio e poi nella NFL.
Di tutto questo non e’ che non si parli sulla stampa ( il New York Times ha dedicato paginate e infinite inchieste alla questione ) e anche in tv Frontline della PBS lo tratta come un caso aperto. Ma il grande pubblico che ha fatto il record di ascolti di domenica scorsa non ha visto in onda uno spot come quello sulla violenza domestica dei giocatori, la seconda grande rimozione del gigante football. Giocatori che picchiano le loro mogli. Non e’ un problema solo della NFL ma in questa lega ha assunto dimensioni e visibilita’ enormi.
Lo sport, il business che illumina d’immenso la tv generalista, e’ una storia ancora in gran parte da scrivere. Il problema e’ che in pochi tra i 114 milioni che domenica hanno visto il Super Bowl sono interessati a leggerla.

Elezioni in Israele. Lo spot creativo BIBI-SITTER

3 feb

Passato sulle allnews tv americane lo spot creativo di Netanyahu.

Quante ore dovremmo dormire a notte

3 feb

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E’ una delle prime notizie dei TG di stamattina. Per me e’ lo shock della giornata.

Ufficiale. Il Super Bowl di domenica e’ stato il programma piu’ visto nella storia della tv americana

3 feb

114.4 milioni di telespettatori per la NBC domenica. Con una punta di 120.8 milioni incatenati all’ultimo quarto d’ora della partita, dalle 21.45 alle 22.00.
Anche lo show di Katy Perry ha fatto il record con 118.5 milioni, tra gli spettacoli di meta’ partita.
Ai primi sei posti nella storia della tv americana sono solo Super Bowls. Al settimo resiste il finale di M.A.S.H. sulla CBS, febbraio 1983, con 106 milioni di telespettatori.

THE HONORABLE WOMAN

2 feb

Leggo Francesco Costa su The Honourable Woman, la serie della BBC ( e il Sundance Channel ) che non solo per lui evoca Homeland , facendo pero’ la cosa giusta. Io l’ho vista su Netflix, dove hanno cambiato “honourable” in “honorable”, all’americana.
Siamo tutti commissari tecnici sulle serie tv come e’ giusto che sia. Siamo una varia umanita’ globale che guarda, scrive, si divide, parla con gli amici. Quando vogliamo dire che una cosa ci piace, tiriamo in ballo “la complessità” ( lo faccio anch’io ). Siamo cosi’ assolti da ogni ulteriore spiegazione, lasciando intendere intrecci di trame e sottotrame, personaggi scavati nella loro duplicita’, triplicita’. E invece ci ritroviamo in ruoli secondari israeliani e palestinesi macchiette ( in The Honorable Woman ) e simil Osama bin Laden da fumetto ( in Homeland ).
The Honorable Woman e’ implausibile come e piu’ di Homeland. A me e’ sembrata una fiction italiana ma fatta bene. Quindi dalla BBC. Con pause, soggettive, inquadrature anni 60. E’ slow fiction.
Le serie televisive veramente riuscite hanno un ritmo, una musica interna, una scultura dei caratteri che ti rapiscono. Corrono, lasciandoti lo spazio di immaginare, di aggiungere, di sbagliare, di amare un personaggio odioso, di cambiare giudizio nel corso della serie. Senza dividere il mondo in buoni e cattivi. Con il rischio di farci appassionare ad assassini seriali e criminali. Con il rischio della semplificazione, che e’ quello che la televisione dovrebbe sempre fare. Con il rischio della verbosita’ alla Aaron Sorkin, senza orge di primi piani muti e pensosi. E’ una misura difficile da raggiungere. Nella prima stagione di Homeland questa soglia era stata raggiunta, mi pare.

Spot del Super Bowl e Katy Perry. Come e’ andata, il giorno dopo

2 feb

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Stamattina nei TG americani si tirano le somme sugli spot del Super Bowl. E dello show di Katy Perry. Di questo si dice che ormai siamo al livello di una cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi. Le coreografie sono nello stesso tempo vintage e proiettate nel futuro. Si pesca nella storia per fare uno spettacolo da stadio virtuale. Per una platea che e’ globale.
La partita e’ stata tirata fino all’ultimo secondo e questo e’ un bene e un male per Madison Avenue e chi ha investito milioni nei 30 secondi ( a volte 60 secondi ). Lo scorso anno si parlava piu’ degli spot perche’ non ci fu storia nel game, deciso molto presto. Questa volta, nonostante gli sforzi delle corporations e il grande impiego di “famosi” superiore al solito, meno eco. Stamattina si parla solo dell’ultima scelta infelice dell’allenatore di Seattle che e’ costata loro la partita.
Altra considerazione e’ che ormai in molti scelgono di andare online con lo spot giorni prima e accumulano views ma non giocano piu’ sulla sorpresa. Le industrie dell’auto, in genere, preferiscono ancora attendere il giorno del Super Bowl.
Lo spot che vince la classifica del gradimento e’ quello Budweiser. Un classico con animali. Giocato sul sicuro. Quando e’ andato sul maxischermo dello stadio di Phoenix dove si giocava e’ partita un’ovazione.

Ai cinefili e’ piaciuto vedere il Dude, Jeff Bridges, che stamattina fa il giro dei TG chiarendo che la sua e’ una campagna filantropica.

Lo spot piu’ controverso e’ quello di Nationwide ( compagnia di assicurazioni ). L’azienda e’ stata costretta a rilasciare un comunicato  sugli incidenti domestici . Bambini vittime non piacciono, comunque se ne parli.

E infine la Fiat 500. Vecchia Italietta. Stamattina si dice “grande Italia”. Noi piacciamo cosi’ e quindi ci hanno beccato.

Super Bowl

2 feb

Il football in televisione e’ la ragione per cui esiste ancora la televisione in diretta. Gli ascolti hanno drogato la televisione generalista che e’ passata dal mettere in onda partite non solo la domenica ma il lunedì e poi il sabato e il giovedì. Oltre 30 prime serate televisive su 33 sono in genere i massimi ascolti televisivi degli ultimi anni.
Sara’ sempre cosi ? Ci sono indicatori tra i millennials, le nuove generazioni, che vanno in altre direzioni. Gia’ oggi il calcio e’ lo sport praticato numero uno nelle high schools, le scuole secondarie. Quello che regge e’ la grande metafora americana del football che e’ scuola di violenza, coraggio, integrazione, competizione piu’ di ogni altro sport. Una guerra domestica, legale, “scuola di vita”, come abbiamo visto in una delle piu’ belle serie televisive di sempre che racconta l’America come nessuna altra, Friday Night Lights.
La televisione e’ arrivata perfettamente a contenere questo gioco, questo business. Le pause sono perfette per la pubblicità in una misura che il calcio sogna. E il gigante ipertrofico e’ arrivato quest’anno a vendere tutti gli spot al prezzo record di 4.5 milioni per i 30 secondi ( aumento di 500mila dollari all’anno e per chi non ci arriva si vendono i 15 secondi alla meta’ ).
100, 120 milioni di americani davanti alla tv. Noi facciamo questo pieno con Sanremo. Si anche qua ci sono le canzonette a meta’ tempo ma tra i due shows c’e’ una differenza storica, antropologica. Che vedi quando gli aerei della US Force passano sullo stadio durante l’inno.

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Tom Brady e Marshawn Lynch sono le due stars. Brady cerca la quarta vittoria, a 37 anni. Marshawn Lynch ha vinto l’anno scorso. Il football e’ un gioco complesso, raffinato, perfetto per gli slow motion televisivi, a dispetto di una apparente semplicita’. Anche per gli spot  che si susseguono a mitraglia. Il primo touchdown dei Patriots arriva seguito da quattro commercials. E capisci perche’ si dice che il vero format tv e’ la pubblicita’, con qualche intermezzo di football.  La tv inquadra Travolta, Paul McCartney e altri tra il pubblico.

Lynch pareggia per Seattle . E’ un camion lanciato a cento all’ora. Dopo il pareggio arriva il commercial alla Breaking Bad e non ci sta male.

Poi, il nuovo touchdown di Boston. E il nuovo pareggio di Seattle arriva all’ultimo secondo. E’ una partita bella, anche per chi non ama il football.
Arriviamo allo show di Katy Perry di meta’ partita. Con Lenny Kravitz. Difficile il paragone con quelli passati. Grandioso come altri ma piu’ di altri sta meglio dentro una partita di football. Non e’ una presenza altra, lei, sexy come la ragazza della porta accanto ( certo, dipende sempre di che porta si parla ). Non uno show che distrae dalla partita ma fa da intervallo. Come dovrebbe essere.

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L’anno scorso Seattle stravinse e non ci fu partita. Stasera e’ combattuta e dovrebbe significare piu’ ascolto tv. Nella seconda meta’ continua cosi’.
Il proprietario dei Seattle Hawks e’ Paul Allen, cofondatore di Microsoft, che lascio’ prestissimo la corporation con un mucchio di soldi che gli hanno permesso di fare filantropia e giocare, come un bambino. Ogni tanto fa capolino sugli spalti, beccato da una telecamera.
Alla fine, succede come in uno spot che abbiamo visto stasera. Che Dio e’ nero. E si chiama Marshawn Lynch. Ma non gli hanno passato l’ultima palla e ha vinto Boston e quel fighetto di Tom Brady. Con rissa finale.
In attesa del verdetto finale sui palloni sgonfiati ma ormai il Super Bowl e’ andato a Boston. Purtroppo.

PS Ad un’altra volta quello di cui bisognerebbe veramente discutere a proposito del football. La violenza domestica di alcuni giocatori e quanti tra loro finiscono la loro carriera con danni cerebrali.

Prima del Super Bowl, l’intervista a Obama. Nella cucina della Casa Bianca. Birra per tutti

2 feb

Meno di due ore prima dell’inizio del Super Bowl e’ andata in onda un’anteprima live dell’intervista ad Obama che si vedra’ domattina nel Today Show di NBC. Poche domande oggi, nella cucina della Casa Bianca. Economia e football.
Sulla palla sgonfiata dei Patriots Obama ha detto che la NFL dovrebbe cambiare la regola per cui i palloni sono forniti dalla squadra di casa e non dalla federazione. Ma ad Obama premeva soprattutto parlare della birra prodotta all’interno della Casa Bianca, con prodotti dell’orto di Michelle.
La giornata del Super Bowl e’ quella del massimo consumo di birra in America. Ha cominciato il presidente.

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Ma allora Marshawn Lynch parla

1 feb

The Newsroom, oltre gli ascolti

1 feb

Causa febbre sono intrappolato in casa e sto recuperando serie non viste. Mi sono mangiato i sei episodi della stagione piu’ bella di The Newsroom, quella finale. Tra un pianterello e l’altro. Causa febbre.