Archive | gennaio, 2017

Silvia, al confine

29 gen

Silvia, con uno zainetto sulle spalle con disegnati tanti orsetti, guardava il fiume che in molti attraversavano, pagando un dollaro e salendo sulle zattere. Pochi metri, tra il Messico e il Guatemala.
Non ci eravamo accorti di lei, nella confusione. Dopo una mezz’ora era sempre li. Immobile.
Pensavo aspettasse la madre o altri.
Allora le abbiamo chiesto dove fosse diretta, con chi stava viaggiando. A monosillabi Silvia del Carmen ( è il nome ) ci ha detto di essere sola. Una bambina di dodici anni.
La sua storia è venuta fuori, a pezzi, quando l’abbiamo portata via con noi.
Era partita quattro giorni fa dal Salvador, attraversando il Guatemala con un bus. Le aveva detto di venire con lei una sua “amica” di 19 anni. Sono arrivate in Messico, dove al confine, poco lontano dalla riva del fiume in cui l’abbiamo trovata, ci sono alberghi che sono bordelli.
Silvia ci ha dato il numero di telefono di suo nonno che abbiamo chiamato. Non ha voluto parlarci. Ha solo detto “si, si” quando lui le ha chiesto se era lei. Il nonno ci ha detto che era sparita da quattro giorni con una ragazza che si prostituisce in Messico.
Un amico messicano che era con noi e fa l’avvocato da queste parti ci ha accompagnato allora con Silvia alla “Fiscalia de migrantes” che e’ l’ufficio governativo che si occupa dei delitti ai danni dei migranti, non solo minori. Nel viaggio Silvia ha mangiato. Ci ha detto di non avere toccato cibo in quattro giorni e di non essersi mossa dalla stanza dell’albergo in cui era. Non aveva un peso in tasca. Poi è fuggita e arrivata dove l’abbiamo trovata. L’amico avvocato conosce il console del Salvador che è arrivato all’ufficio governativo.
Ora Silvia è nelle loro mani, dopo aver visto due donne, medico e psicologa. Nell’attesa tra una visita e l’altra Silvia ci ha detto di avere fatto solo la prima elementare, di volere tornare a scuola, di non sapere quando è il suo compleanno e chi sia suo padre. Sua madre esce tutte le mattine a ‘lavare panni nelle case”. Un suo fratello è stato ucciso dalla “mara” ( gangs criminali ).
Alla fine della giornata abbiamo lasciato Silvia e ci hanno detto che non possiamo rivederla perche’ non siamo parenti. Sara’ rimpatriata. O deportata come si dice ora. Silvia diceva grazie e sorrideva.
Ce la saremmo impacchettata e portata via, Silvia.

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Mango, avocado e nuvole

29 gen

Mango e avocado. I due prodotti migliori che la pesante cucina messicana offre.
E’ appena iniziata la stagione del mango. Un sacchetto con cinque grandi frutti, 50 centesimi di dollaro.
Li vendono per la strada in Messico e mi sto abboffando.
A New York il mango è prodotto da oreficeria. Ora, con gli annunciati dazi di Trump sui prodotti messicani, ci vorrà la carta platino.
Il New York Times parla di un possibile caro-guacamole.
Sono piccole tragedie che riguardano noi, “elite”.

Trump visto dal Messico

26 gen

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Trump visto dal Messico è un’altra storia. Soprattutto dalla frontiera al sud da cui arrivano i migranti dal Salvador, Honduras e Guatemala. Dove non esiste frontiera. O meglio esiste perche’ c’è un fiume.
Ho visto ieri guardie di frontiera guardare dall’altra parte, dall’alto di un ponte, mentre a decine, centinaia attraversavano il fiume su zattere. Non sono tutti migranti. Passano trafficanti di piccolo e basso taglio. O semplicemente famiglie che fanno una spesa. Come una volta si faceva a Chiasso, al confine con la Svizzera. Solo con meno controlli.

La televisione in Messico rimbalza indignazione, rabbia, incredulità. Lo stesso presidente Enrique Peña Nieto, in caduta libera nei sondaggi, ha dovuto affacciarsi allo schermo per mettere in dubbio un incontro con Trump gia’ fissato. Le opposizioni lo hanno messo al muro, tanto per usare una parola che centra il problema. Ci manca che il Messico chieda indietro il Texas agli Stati Uniti, in un crescendo di orgoglio nazionale.
In televisione passano le cifre iperboliche delle rimesse dei messicani d’America, degli accordi commerciali da rifare, delle manifatture che producono per le corporazioni degli Stati Uniti. Per finire con gli inviti minacciosi a Trump (vox populi) di pagarsi un “muretto” davanti alla sua Tower di New York.

Quello che importa, nel giorno del via “ufficiale” al muro, è dire della sua inutilità, della impossibilita’ materiale dei mattoncini di arrestare le centinaia di migliaia di richiedenti asilo che premono alle porte degli Stati Uniti, come a quelle dell’Europa.
In 450.000 sono entrati in Messico lo scorso anno e 180.000 sono stati deportati dallo stesso stato messicano, che ha alzato una rete di controlli piu’ a nord della frontiera con il Guatemala, che non si capisce perche’ rimanga un formaggio a buchi. Nulla al confronto dei due milioni e mezzo deportati da Obama nei suoi otto anni (quello che secondo Trump ha aperto le frontiere americane agli “stupratori messicani”).
E ancora nulla in rapporto al miliardo di migranti che si calcola siano in movimento o in procinto di muoversi in questo secolo, il secolo del migrante. La figura del migrante trasforma le società che attraversa, sposta confini non solo territoriali, riscrive i canoni della lotta politica, spostandola fuori dai bisogni reali, per farla entrare in una dimensione che è al tempo stesso globale e dentro la nostra coscienza. E anche ideologica, roba che si pensava sepolta.
Perfino le cifre ufficiali che ci danno i benemeriti dell’UNHCR sui rifugiati nel mondo sono poca cosa perche’ il terrore assume non solo la forma dell’intolleranza religiosa ma piu’ spesso quella criminale della violenza che si esprime in piccole aree, in quartieri che sono come staterelli che non hanno bisogno di muri per definirsi. Basta vedere il controllo territoriale esercitato dalle gangs nel Salvador, Honduras che si estende a macchia d’olio oltre il Centro America.

Il deportato stesso è una nuova figura sociale che andrebbe studiata come il proletario marxiano.
Ho incontrato migranti che ci provano piu’ volte, correndo il rischio di finire in galera negli Stati Uniti per molti anni. E il deportato va a formare un nuovo tipo di forza lavoro quando torna dove era partito. Un bel pezzo recente del New Yorker ci ha raccontato dei call centers aperti nel Salvador dalle multinazionali americane grazie ai rimpatriati dagli Stati Uniti. Si è creata un’industria a basso costo con questi moderni schiavi, che dal loro sogno americano sono tornati indietro con il solo uso della lingua.

I confini sono mobili, come ha scritto in un bel libro che ho appena letto Thomas Nail ( Theory of the border ). Ma Trump non lo sa. In Messico forse lo sanno pero’ a vedere la frontiera appena segnata dal Rio Suchiate a sud. Ora si annuncia una nuova guerra, dopo quella della meta’ del 1800. Ma non solo con il Messico. E non è detto che la vincerà il nuovo inquilino della Casa Bianca. Perche’ uno che chiude gli Stati Uniti d’America ai rifugiati appartiene al secolo scorso e una volta si diceva che quelli cosi’ li spazza via la storia.

Ragazzi

25 gen

Sono di nuovo in Messico. A girare un documentario.
Oggi ho parlato con ragazzi arrivati da Honduras e Salvador. Nei loro paesi hanno visto morire fratelli poco piu’ grandi di loro. Sono fuggiti prima che le gangs (pandillas) arrivassero a loro.
Due ragazzi di 13 e 14 anni parlavano del fratello di 16, “matato” un mese fa perche’ si era rifiutato di vendere droga.
Tante storie, una dopo l’altra. Di ragazze di 14 e 15 anni scampate alla violenza. Alla promessa di diventare la “novia” della banda, ovvero di essere violentata da tutti.
Una di loro, poco piu’ grande, ci ha mostrato la foto sul telefonino di un cugino a terra, in un mare di sangue.
Le madri, poco lontano ascoltano. In lacrime.
I ragazzi raccontano, asciutti.

Il cafone americano

22 gen

La prima cosa che leggo su La Repubblica è la rubrica di Michele Serra, ora piu’ facile da trovare in prima. L’uso sciolto del vocabolario italiano mi rallegra ogni giorno, anche per la distanza da una scrittura omologata, stereotipata.
Oggi meno.
“Il miliardario americano sembrava un miliardario americano…”, “il cow-boy bisavolo di Trump, quando entrava nel saloon con lo stuzzicadenti in bocca”…per dire della distanza che separa Trump da Obama.
Centinaia di migliaia di donne in piazza ieri, infatti. Paese complicato l’America.

In piazza, piu di ieri

21 gen

Stamattina a New York ho incrociato decine di donne con cappellini rosa che andavano a manifestare contro il nuovo presidente. Stessa cosa in centinaia di citta’ degli Stati Uniti.
Poi apro la televisione e vedo la marea a Washington.
Dicono piu’ di ieri.

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SNEAKY PETE, la serie migliore di inizio anno. Tra Fargo e Breaking Bad

21 gen

Ho finito i dieci episodi della nuova serie, Sneaky Pete, di Amazon.
La sera tornavo a casa felice di riprendere a sfogliarla, come ormai mi accadeva raramente.
Da tempo ormai mollavo le visioni delle infinite robe nuove che ci arrivano ogni venerdì da Netflix, Amazon e compagnia dopo il primo episodio. Anche il tanto strombazzato OA l’ho mollato, senza nemmeno finire la prima puntata. Sono allergico al soprannaturale. Meno all’implausibile.
Tutte le serie sono implausibili. Fargo e Breaking Bad erano forse documentari naturalistici ?
La scrittura migliore deve correre su quel confine tra paradosso e realta’, provando a tirare fuori elementi di verosimile che ci portano dalle parti della nostra “coscienza”, del nostro non detto, nemmeno a noi stessi. In questo Sneaky Pete supera l’inimmaginabile perche’ il protagonista è un “con man”, un truffatore, un bugiardo, un impersonificatore. Uno che assume diverse identità , che vediamo continuamente sul punto di crollare e che invece riesce a cavarsela con una nuova geniale invenzione.
Lo scambio di identità è alla radice della scrittura piu’ affascinante. Anche in letteratura. Giovanni Ribisi, il protagonista Pete, è perfetto in questo sdoppiamento. Leggo della sua militanza in Scientology. Sara’ per quello…
L’executive producer, cocreatore e attore è Bryan Cranston, il Walter White di Breaking Bad, straordinario impersonificatore di presidenti ( da Johnson a Nixon ) e che ha detto di aspettarci un suo prossimo Trump. Con Cranston sono dietro la macchina David Shore (“House,” “Battle Creek”) e Graham Yost (“Justified,” “The Americans”).
Il cast è strepitoso e ci illumina, volendo, su quell’America rurale su cui ci hanno fatto due palle tante con l’elezione di Trump. Con Sneaky Pete siamo in Connecticut e New York appare lontana e quando ci si arriva è vista attraverso gli occhi di chi vive in un paese, tra mutui che vanno a rotoli e debiti accumulati sulle carte di credito.
La CBS, che aveva la serie in mano, la mollo’ e Amazon ci è saltata sopra. Meglio per noi che cosi’ ce la siamo bevuta senza pubblicità e in un sorso.
Saturi di serie tv, ecco la riconciliazione con un piccolo gioiello. E una bella pausa dalle soprannaturali vaccate che siamo costretti ad ingurgitare in questi giorni di cambio di inquilino alla Casa Bianca.

Trumpology da Bill Maher. Con Jane Fonda and friends

21 gen

Ha ripreso il comedy-talk show meglio che c’è. Nel giorno dell’inaugurazione che sappiamo.. Dateci un’occhiata. C’è Jane Fonda che parla dei famosi contro Trump.

House of Cards salta sull’inaugurazione

21 gen

Un’ immigrata alla Casa Bianca

20 gen

Trump ha finito di parlare da poco. Un discorso cupo. Tutto dentro i confini degli Stati Uniti d’America.
Per noi immigrati rimane solo la fotografia di una come noi ( ? ) Melania che, nata in un altro paese, entra alla Casa Bianca non da turista.
Obama è andato via con l’elicottero. Le telecamere lo seguono a lungo, in silenzio.

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PS Melania e Hillary rivestite da Ralph Lauren, il vincitore della giornata.

Melania è arrivata con una scatola di Tiffany. E gli Obama non sapevano che farci

20 gen

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La Casa Bianca sta cambiando inquilini. Seguo il rito.
Melania Trump si presenta con una scatola di Tiffany.
Il negozietto all’angolo, a pochi metri dalla Trump Tower.

Eccolo. Obama.org

20 gen

Ci si chiedeva cosa faranno gli Obama. Intanto, la fondazione.

Breaking News. A futura memoria

20 gen

E ora stiamo a vedere quello che ha detto che Obama è uno dei fondatori dell’Isis.

Ma che ascolto ha fatto The Young Pope su HBO ?

19 gen

Ci chiedevamo ieri con un amico “ma che ascolto ha fatto The Young Pope su HBO” ?
Leggo sulla stampa italiana di un grande successo e di Homeland strapazzata (nuova stagione sulla concorrenza, Showtime). Boh. A leggere invece altro e altro ancora, non sembrerebbe sia stato un trionfo.
La storia di Homeland battuta mi sembra poi una bufala. Il primo episodio è stato offerto in anticipo online e io, come altri un milione e 250mila, l’ho visto prima della prima.
I numeri di The Young Pope si saranno gonfiati con la postvisione on demand e le repliche ma non li conosco. Questo accade sempre per le serie. Anche mentre scrivo i primi due episodi rivanno in onda su uno dei canali di HBO. Il secondo episodio in onda lunedi, dopo il primo di domenica, era sceso.
La matematica, un’opinione.

Pronti, via. Inaugurazione con bufala

19 gen

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Trump invita da Facebook a prenotare il biglietto free per l’inaugurazione. Se vai avanti ti viene chiesto di lasciare il contatto e, se vuoi, comprare una targa ricordo.
Il merchandising politico in America è la norma, a tutte le latitudini. In questo caso pero’ vale la pena ricordare che non c’è bisogno di biglietto. Basta andare.
Il cast del concerto gratuito sembra poi messo insieme dall’Onion, dal Vernacoliere, dal vostro compagno di banco, a scelta. Roba che manco alla festa di Ferragosto di Marciana Marina, che ho tante volte frequentato con grande gioia.

Perche’ in Italia non c’è un Mike Allen ?

18 gen

Stamattina su MSNBC Mike Allen ha appena detto che la criptica parola scelta per la sua nuova avventura online , AXIOS, è stata scelta perche’ significa “quello che vale la pena sapere all’inizio della nostra giornata”.
Per anni abbiamo ricevuto nella nostra casella di posta al mattino la newsletter di Mike Allen quando era a Politico. Ora in tanti lo abbiamo seguito su Axios. Primi numeri impressionanti.
Perche’ non c’è una cosa simile in Italia ? Risposta semplice : perche’ che ci frega di sapere ancora della nostra politica quando i talk shows morenti ci inondano di parole ogni giorno e lo stesso fa la carta stampata ?
Basta prendere atto che la politica in televisione è morta, se mal-trattata come accade.
La politica online come la tratta Mike Allen invece è sexy (tanto per dire, sinteticamente).
Poi certo bisogna saperla fare una cosa cosi’. Ed essere insiders senza essere inginocchiati.
Un buon esempio di quello che ci vorrebbe è stata la newsletter di Francesco Costa sul Post per le elezioni americane. Perche’ non farla anche domestica ? Meno sexy ma utile.

E per fortuna che Bernie c’è

18 gen

La famiglia di Betsy DeVos ( entrante Ministra della Pubblica Istruzione ) avrebbe un patrimonio calcolato intorno ai cinque miliardi di dollari. Ha donato decine ( forse centinaia ) di milioni, nel corso degli anni, a vari rappresentanti del popolo repubblicani che oggi dovrebbero passare al vaglio la sua nomina.
Una nuova responsabile della scuola pubblica che ha passato la vita a depotenziarla, in Michigan.
Scuole charter, vouchers e fondamentalismo religioso, nella biografia della DeVos.
Questo, piu’ o meno, le ha detto Bernie Sanders, nella seduta di conferma della nomina della DeVos, al Senato.
Facile previsione è che scuola e sanità saranno presto i due principali terreni di scontro nel paese. Il film sta per cominciare.

“I lost my narrative”. La miniserie PBS su Obama. DIVIDED STATES OF AMERICA

17 gen

Stasera e domani in prima serata sulla PBS, il docufilm di quattro ore che racconta l’America da Obama a Trump.
“Divided States of America” va in onda per Frontline, il programma di inchieste migliore della televisione americana. E’ la Grande Storia nel suo divenire. Imperdibile.

L’inaugurazione lunga due giorni

17 gen

Venerdi prossimo Donald J.Trump fara’ il suo ingresso ufficiale alla Casa Bianca.
La mattina dopo è convocata la Marcia delle donne in opposizione a Trump, non lontano dalla Casa Bianca stessa. Le televisioni si preparano al raddoppio.
C’è addirittura chi si prepara a paragonare i numeri delle due giornate ma non dovrebbe esserci storia al riguardo. Non saranno i due milioni per Obama ma si parla di 800mila per Trump.
La pagina Facebook delle adesioni alla Women’s March ha superato le 200mila adesioni.

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Tom Barrack, da Neverland di Michael Jackson alla Sardegna. All’inaugurazione di Trump

16 gen

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Stamattina apro la televisione e trovo Tom Barrack.
L’uomo e’ a capo del comitato che organizza l’inaugurazione del suo amico di vecchia data, Trump.
Lo ha sostenuto nella campagna elettorale e, come lui, è diventato molto ricco con il real estate, l’immobiliare. E’stato avvocato di Nixon.
Un lungo pezzo del New York Magazine del 2010 ci ha raccontato la sua storia, che allora fece molto parlare anche perche’ c’era dentro Neverland, il celebre ranch di Michael Jackson.
Da noi Barrack è forse piu’ noto per la sua residenza in Sardegna che leggo ha avuto recenti sviluppi.
In televisione oggi è apparso abile, ragionevole, conciliante, simpatico.
Oltre la superficie del Trump populista, si sta per insediare a Washington una  superclasse dirigente che dovremmo imparare a conoscere meglio.  Serve andare oltre il tweet quotidiano di Trump per capirci di piu’.
Con “spirito laico”, si sarebbe detto una volta.

 

C’era una volta

16 gen

Una volta i giornali italiani atterravano a New York con l’aereo Alitalia intorno alle due del pomeriggio.
Verso le sei del pomeriggio andavo alla Rizzoli sulla 57. Percorrevo la libreria, scortato dagli scaffali di legno scuro, fino in fondo dove sulla destra c’era la carta, di giornata. Ormai non piu’ fresca.
Di solito leggevo la Gazzetta sul posto, approfittando della distrazione della cassiera. Quando ci riuscivo. Davo un’occhiata ai titoli e compravo un quotidiano solo, di solito il Corriere. Il budget era quello che era.
Piu’ tardi, a casa, la lettura di quello che ormai era accaduto secoli prima.
Non so perche’ oggi mi è tornato in testa quel rito.
Anzi si. Dopo anni ho disdetto l’abbonamento cartaceo al New York Times e sono passato al digitale. Un lutto.

Unknown

A noi basta poco

16 gen

Battuta la Juve. Il campionato è finito oggi.
Noi viola ci accontentiamo di poco. Siamo gente semplice.

Michelle Obama 2020

14 gen

Modern Love, podcast del New York Times

13 gen

Sono appassionato ai podcasts. Butti giornali, fai ordine, ecc ed esci dalla schiavitù seriale televisiva. Ti accompagnano soavemente alla notte.
Modern Love, uno dei preferiti.
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Onnipresente

13 gen

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Lancio massiccio per The Young Pope, su HBO domenica.
Per il New York Times quello che si è letto altrove. Grande forma, narrazione meno forte.

C’era una volta la televisione che ci univa

12 gen

Un bel pezzo sul New York Times ci fa riflettere su quanto è cambiato il consumo televisivo in questi anni.
Dalla lunga coda delle nicchie a Netflix, ci siamo confezionati delle visioni su misura, con tempi e modi che ognuno sceglie come crede.
Gli ascolti non sono piu’ quelli di una volta ma si parla di serie tv come al bar sport, dove ognuno è il massimo esperto dell’ultimo format che arriva da Israele.
Cosi’ va il mondo. Ma poi arriva Sanremo e allora come non detto.

Trump, l’inaugurazione c’e’ gia’ stata con la conferenza stampa

12 gen

La storia del certificato di nascita del musulmano Barack Hussein Obama è stata la prima delle fake news che ha lanciato la candidatura del neo presidente Trump. Il resto della storia la conosciamo.
Ormai parliamo piu’ di fake news che di real news.
Andrebbe studiata questa fenomenologia dei derivati di notizie che ha prodotto una crisi che ricorda quella dei derivati subprime. Sono stati incartati dei pacchi e alla fine ci siamo andati di mezzo tutti o quasi.
Per stare alla triste attualità Trump ha tolto la parola alla CNN definendola titolare di fake news, nella prima conferenza stampa dalla sua vittoria. Quello che era accaduto è materia che rimbalzerà ancora parecchio.
Senza precedenti è pero’ l’accusa ad un intero network di essere megafono, propagatore di bugie.
La guerra ai media è stata la strategia vincente di Trump. Il suo elettorato va pazzo per scenette come quella con il giornalista di CNN che ha provato a fare una domanda.
La cerimonia di inaugurazione del prossimo 20 gennaio possiamo pure saltarla. La presidenza Trump è partita con questa conferenza stampa.

Hello Chicago ( 2008-2017)

11 gen

Di nuovo a Chicago. Mi sono “preparato” rivedendo il discorso della vittoria di Obama del 2008.
Impossibile non provare la stessa emozione di allora. E non ho antenati (che io sappia) arrivati in catene dall’Africa. Ho pero’ un’amica afroamericana che mi ha detto stasera che le accade di piangere solo a sentire “Hello Chicago…”, le prime due parole del pop speech del 2008.
A vedere l’esito dell’ultimo ciclo elettorale si capisce che abbiamo assistito ad un miracolo, poco piu’ di otto anni fa. Una di quelle cose che questo amato, odiato paese ci regala e che poi a noi sembrano cose normali. Questo non è un paese normale. Non so se “exceptional”, come i miei figli hanno imparato a scuola e come anche stasera Obama ha ripetuto.
Certo gli Stati Uniti d’America continuano ad essere un esperimento in divenire.

Barack Obama ha messo insieme un’altro fiume di parole che ci fanno pesare il valore delle parole stesse. Ha ricordato i traguardi raggiunti dalla sua amministrazione. Ha ammesso che le relazioni tra le componenti di colore diverse del mosaico americano non sono dove dovrebbero essere, nonostante la sua elezione. Ha detto che quello che si diceva dell’invasione di irlandesi, italiani, polacchi oggi si dice dei migranti. Ha poi zittito chi ha accennato ad una contestazione nei confronti del prossimo inquilino della Casa Bianca.
Stasera allora mi sono chiesto : se Donald Trump avesse vinto il voto popolare con quasi tre milioni di suffragi in piu’ di Hillary e perso con i collegi elettorali, questa transizione sarebbe cosi’ pacifica ? E chiuderei qua.
Tra poche ore la prima conferenza stampa di Donald Trump dalla sua vittoria. Verosimilmente ascolteremo molte domande su Putin, Russia. Un altro film.

PS Si, ho pianto quando Barack si è rivolto a Michelle

Let’s make America SANE again

10 gen

Nuova stagione di Bill Maher su HBO.

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Beh , una volta tanto l’America arriva dopo l’Italia

10 gen

Da domenica The Young Pope su HBO.