Archive | gennaio, 2017

SONO INNOCENTE, ok. Ma il problema è LIBERARE TUTTI

9 gen

Ho recuperato sull’ottima Rai Play Sono Innocente ( Rai Tre ).
Format sperimentato di sicuro impatto ( lancio, interviste e ricostruzioni ) declinato sugli incarcerati che non hanno commesso crimini. Sugli errori giudiziari poco da aggiungere. E sul programma tv pure.

In America hanno addirittura costruito una serie in dodici episodi ( A&E- 60 Days In ) con sette volontari ( quattro uomini, tre donne ) che sono entrati in carcere per due mesi. Innocenti in missione per la gloria di un reality.
La stessa televisione ( roba piu’ seria ) ci ha raccontato di innocenti condannati a morte, senza che la cosa abbia suscitato grande scandalo.

Una lettura, piu’ di altre, mi ha guidato nel lavoro fatto lo scorso anno tra i detenuti di Padova e le detenute della Giudecca, a Venezia. E’ un libro che consiglio a tutti, dopo avere ricevuto il suggerimento dalla mia amica Lucia.
La fine pena mai, l’ergastolo sono orrori da cancellare. Ho incontrato detenuti con venti, trenta anni di carcere, condannati per omicidi commessi quando erano poco piu’ che adolescenti. Oggi sono innocenti. Lo stato forte è quello che libera i colpevoli. E magari su questo ci fa dei programmi televisivi.

GOLDEN GLOBES, “uno dei pochi luoghi in cui ancora conta il voto popolare”

9 gen

L’inizio folgorante con numero musicale old americana è stato puro Jimmy Fallon. Nostalgia con grazia e divertente. Nel breve monologo d’apertura Fallon è poi riuscito a ricordarci che il 20 gennaio, inaugurazione della presidenza congiunta Trump-Putin, sta arrivando.

La cerimonia dei Golden Globes è la versione familiare degli Oscar. Votano una novantina di membri della stampa estera di Hollywood ( presidente l’italiano Lorenzo Soria ). È questa l’allegra combriccola a cui Fallon si e’ riferito come ai titolari del “voto popolare che ancora conta”, mandando in delirio la platea tutta anti-Trump della liberal Hollywood.

Nelle categorie cinematografiche La La Land ha fatto strage di premi.
Viola Davis ha recitato uno strepitoso omaggio a Meryl Streep che si e’ prodotta in un discorso di ringraziamento che VI PREGO DI RECUPERARE. Senza mai nominare Trump ha ricordato alla stampa estera di fare il suo mestiere ma soprattutto ha fatto una lista di attori presenti, citando le “umili origini” di ognuno, tutt’altra cosa dall’elite dipinta dalla campagna populista che ha portato alla Casa Bianca quello che sta per entrarci.
Moonlight ha vinto alla fine il premio per migliore film drammatico ed è giusto cosi’.

Il minimalista Atlanta, per la gioia della critica , ha vinto come migliore serie tv “musical or comedy”e Donald Glover come migliore attore.
The Crown di Netflix vince per la migliore serie drammatica, onorando cosi’ gli oltre 100 milioni di budget per questa prima stagione e grandi performance degli attori. Gli americani vanno pazzi per i reali inglesi. In televisione.
HBO aveva 14 nominations ma la novita’ di quest’anno è che il nuovo arrivato Amazon ne ha collezionate undici mentre Nertflix “solo” cinque.

La televisione non ha raccontato gli anni di Obama. Ma non era facile farlo

8 gen

Siamo alla fine degli otto anni di Obama alla Casa Bianca.
Michelle ha staccato il biglietto con un discorso emozionante e Barack sta per fare lo stesso a Chicago, con un evento costruito per chiudere circolarmente la sua straordinaria residenza nella Casa Bianca, costruita dagli schiavi afroamericani.
Ci siamo sentiti rappresentati da questa famiglia. Ogni apparizione televisiva, anche quelle “leggere” nei talk shows, sono state boccate di aria pura, di quella che una volta si chiamava classe.
Ma la “classe dei neri”, nel suo significato altro e propriamente socio-economico, è rimasta dove era, in fondo alla stratificazione per segmenti della scala che sale al “sogno americano”. E fuori dalla televisione.
Ne parla il New York Times. Ci sono episodi di Atlanta e altre serie che hanno fatto emergere scampoli di quello che è accaduto nelle strade americane (poliziotti bianchi che hanno ucciso giovani neri). Ma anche questa è superficie.
Non c’e’ stata una serie come “The Wire” per i 762 morti quest’anno a Chicago.
Ma soprattutto un racconto della complessità di una condizione radicata oltre l’emergenza delle gangs.

La televisione ci ha dato storicamente black comedies e continua a farlo, anche con elementi di novita’.
Le serie introducono personaggi di colore con il misurino della rappresentanza demografica.
Shonda Rhimes fa quello che ha fatto Oprah in anni passati, alzando il tetto di questa rappresentanza.
Ma l’America di questi anni, quella da cui è emersa Michelle Obama, non c’è.
Gli Obama sono stati raccontati con filmetti agiografici.
Il cinema, invece, lo sta facendo. “Moonlight” è un gran bel film. Non c’è una serie cosi’.
Difficile non cadere negli stereotipi della narrazione del ghetto in televisione. Meglio riderci sopra come fanno le black comedies. Lo stravolgimento del format pero’ ( come nel caso di Atlanta) potrebbe avere aperto una strada.
Usciti dalla bolla degli Obama, probabilmente vedremo delle cose. Anche perche’ l’America di Trump-Putin aprira’ nuove strade al racconto che non sia solo quello dei bianchi impoveriti alla “Manchester by the Sea”.
Gli stessi Obama sono inconsapevoli (?) responsabili di questo vuoto. Ci hanno stordito e ammaliato con il potere delle parole e meno con le azioni, le opere. Ci siamo cullati in una bolla.
Barack è diventato bravino a giocare a golf e noi pensavamo che gli ex schiavi avrebbero potuto diventare tutti come lui. Invece i fratelli afroamericani sono rimasti quelli che portano le mazze, i caddies.

Svacanzando

7 gen

Befana di venerdì e ancora due giorni guadagnati. Dai, che forse da lunedì le mail si riaccendono, nel paese con piu’ vacanze al mondo ( l’Italietta).
Tocca leggere dei poveri a Malindi, dei calciatori alle Maldive, come se quelli che vanno in Trentino, Alto Adige, dove cascasse il mondo tornano da un secolo, siano dei senzacasa.
Qua Obama si e’ fatto al solito il Natale alle Hawaii e ha smazzato nei campi da golf. Intanto a Wall Street brindano ad epici bonus.
E per le strade di New York la lingua ufficiale di questi giorni è come sempre l’italiota, masticato da centinaia di muli con carico di pacchi e pacchetti in saldo.
Il 20 gennaio, primo giorno dell’era Trump-Putin, si avvicina.
Ma che ce frega, che ci sono i costumi da sciacquare e gli sci da mettere in cantina. E Pasqua è dietro l’angolo.

Il tweet su Schwarzenegger. Rob de matt

6 gen

Il prossimo presidente degli Stati Uniti e attuale executive producer del New Celebrity Apprentice di NBC si è prodotto in un tweet che sottolinea il tonfo degli ascolti del programma televisivo da lui condotto per anni.
Siamo oltre il conflitto di interessi.

PS Schwarzenegger non aveva appoggiato Trump nella campagna elettorale.

Informazione TV

5 gen

Leggo del progetto di riforma dell’informazione televisiva in Rai finito come sappiamo.
Inutile ribadire cose note che si scontrano con la realta’ di una corporazione gigante di giornalisti assunti nelle redazioni regionali, in una quantità forse senza precedenti nell’intero globo terrestre.
Inutile dire per l’ennesima volta che i corrispondenti esteri usati come sono potrebbero fare lo stesso lavoro da Corso Sempione (Milano) o Saxa Rubra (Roma).
Non inutile sottolineare che è raro assistere ad un caso di dimissioni nel palazzo dei cavalli.
Per tagliare questo pianto, passo brevemente a dire una cosa che accade dall’altra parte dell’oceano.

L’informazione-flusso è ovviamente il futuro e solo un analfabeta televisivo puo’ negarla (e legare regionale e all news rimane un’ipotesi su cui lavorare).
Questo trend non è in conflitto con l’estrema personalizzazione del telegiornale-appuntamento fisso che si scolla dal flusso, diventando un programma televisivo come altri. Fondato sull’identità di un conduttore solo. Alla Mentana, per capirci. L’unico che fa una cosa all’americana. Compresi gli speciali in occasioni topiche.
I telegiornali con conduzioni “democraticamente” ruotanti sono, questi si, roba dell’altro secolo.
Le notizie ad un’ora fissa, con il tempo e lo sport, hanno senso nelle messe in onda locali. Per il resto l’informazione diventa uno show. Che assume il nome del conduttore.
Cosi’ si capiscono i milioni che in America sono offerti su questo mercato (che è ovviamente altro da quello italiano) ai giornalisti-stars.
Ricaviamo ormai informazione da dovunque, da Facebook in poi. La televisione pero’ deve provare ad offrire un racconto quotidiano dentro il suo specifico, che puo’ essere solo quello dell’autorevolezza, per staccarsi dal mondo delle news (fake or not) che ci arrivano notificate ad ogni secondo.
Il conduttore-unico è autorevole per definizione (se lo è). Quindi Mentana dovrebbe guadagnare dieci volte quello che non so.

MADAME PRESIDENT, nel nuovo Homeland. Una volta le serie ci azzeccavano

5 gen

Ho visto ieri sera la prima puntata della sesta stagione di Homeland.
La data della prima è il 15 gennaio ma per gli abbonati di Showtime è online e on demand prima, come ormai si usa.
Inizio lento e problematico dopo mesi che rafforza il comune sentire della necessita’ della visione “binge”, tutta di seguito. Carrie è tornata a Brooklyn ma mi fermo qui.
Non dico nulla di nuovo se, come largamente anticipato, siamo introdotti nella Casa Bianca al nuovo presidente che è una donna, come si vede anche nel trailer. L’avevamo vista in House of Cards dove provava a diventare la prima donna presidente. In Homeland è cosa fatta e siamo in attesa dell’inaugurazione.
Non a caso l’inizio della nuova serie è stato posizionato nella settimana dell’inaugurazione reale.
Si dava evidentemente per scontata la vittoria di Hillary.
Vatti a fidare delle serie tv che si è detto prefigurerebbero scenari in divenire.
Se toppa Homeland possiamo andare tutti a casa.

Da Trump a Schwarzenegger. Modernariato tv

4 gen

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Partiamo con i dati d’ascolto che in America, anche piu’ che da noi, sono la “critica” che conta. Male, partenza fiacca.
Alla fine l’ho visto il nuovo Celebrity Apprentice. Prima doppia puntata. Visto e sepolto.
Come hanno scritto in tanti, siamo passati dal trumpiano “You are fired” al “You are terminated” del Terminator-Schwarzenegger. Colpo di genio degli autori.
Il nuovo conduttore robotico manca della capacita’ di improvvisare di quello che è arrivato alla Casa Bianca, anche grazie a questo programma televisivo.
Il passaggio del testimone da Donald a Arnold si è prestato ad una lettura in chiave misogina dello show. Piu’ che a questo penso ad un’idea decotta, condita (come un’isola di non famosi qualsiasi) di casi umani.
Quello che visivamente unisce i due (Trump e Schwarzenegger) non è solo la senile attenzione alle loro chiome colorate. Anche la transizione politica è un dato comune ai due. L’ex governatore della California, imparentato in passato ad una signora del clan Kennedy, è pero’ bloccato in una eventuale corsa alla Casa Bianca dalla nascita all’estero. Terminator è un americano naturalizzato e quindi potrebbe al massimo fare il Kissinger…e tutto è possibile in questa nuova fase della Corrida politica.
Il neo presidente rimane nei titoli come executive producer del programma, arrivato cosi’ alla sua quindicesima stagione. Negli ultimi anni gli ascolti erano scesi parecchio. La discesa è ora rovinosa caduta. Non aiuta la presenza tra i concorrenti di Nicole “Snooki” Polizzi, dell’antico Jersey Shore.
Siamo cosi’ passati dal settantenne Trump al sessantanovenne Schwarzenegger.
E’ modernariato televisivo, traslocato parzialmente a Washington.

1930

4 gen

Il Chrysler stava per essere inaugurato. Abito piu’ o meno qua.

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Questo blog compie oggi sei anni. E li dimostra tutti

2 gen

Ho pensato spesso di lasciare perdere. L’ho anche fatto. Poi succede che il blog mi manca.
Non uso Facebook, Twitter, Instagram, ecc. Ognuno sceglie di comunicare come crede. Se proprio ne sente il bisogno o è costretto a farlo.
La molla iniziale di scrivere di televisione da New York è evaporata con il tempo. Sono sempre piu’ spesso fuori e mi piace fare quello che faccio. I progetti per quest’anno mi sembrano belli e mi dovrebbero riportare in giro. E poi la televisione è sempre piu’ globale.
Lontani i tempi in cui riempivo la valigia di cassette VHS registrate e tornavo in Italia come un emigrante con il parmigiano, al contrario.
Esempio. Stasera parte il nuovo Celebrity Apprentice con Swarzenegger, al posto di Trump. E mercoledi parte Star, la ultra strombazzata nuova serie del premio Oscar Lee Daniels, di cui è gia’ andato in onda il pilot. Dovrei vederli. Non ne ho molta voglia.
Il blog ha allora preso, come accade a tutti, una forma diaristica. Questo è l’anno di svolta. Mi pare.

60 MINUTES sugli omicidi di Chicago. Parla Padre Mike, che conosciamo bene

2 gen

L’ ultimo giorno dell’anno che è passato un corteo ha attraversato il centro di Chicago.
In prima fila Padre Mike Pfleger, parroco della chiesa piu’ attiva della South Side, l’area con piu’ omicidi degli Stati Uniti.
I manifestanti hanno camminato portando una croce a testa, ognuna con il nome di un giovane afroamericano ucciso nel 2016. Sono stati centinaia. 
La guerra domestica tra gangs è l’emergenza nazionale, ignorata. Nella citta’ in cui Obama piantera’ la sua biblioteca. La citta’ in cui è sindaco dal 2011 il democratico Rahm Emanuel.
Avevamo incontrato Padre Mike lo scorso giugno ( per TV2000 ) prima delle due Conventions che incoronarono Hillary Clinton e Donald Trump.
Oggi Padre Mike è andato in onda su 60 MINUTES, CBS.