Archive | settembre, 2017

Gazebo c’è

30 set

A me piaceva il riassunto quotidiano della giornata filtrato da Gazebo.
Quella su Rai Tre era la collocazione perfetta per chi evita le infinite prime serate italiane. Il cancro della televisione. Ma Gazebo visto ieri sera c’è, ancora. Anche se ha cambiato nome. E canale.
Io farei una striscia anche solo per l’online, oltre alla prima serata. Cosi’ la corrispondenza di amorosi sensi con la rete sarebbe chiusa.

Gli applausi anche alle domande

29 set

Ieri parlavo con un mio amico di questa storia degli applausi nei talk shows italiani.
Scatenati credo dagli assistenti di studio per “riscaldare l’ambiente”.
“Gli applausi anche alle domande”, mi ha detto.
Quello che manca sono gli ascolti. Ma su questo, silenzio.

La nuova stagione tv fuori dalla tv

28 set

Televisioni crescono. I grandi networks sono attaccati da Netflix e soci e sembrano elefanti che vanno a morire dove sono nati. Le idee sono sempre più fuori.

Lo sport fa girare l’ America

26 set

Quando si dice “la politica non deve entrare nello sport” si ripete una storica scemenza.
C’è una lunga storia in America di atleti di colore che hanno protestato, dimostrato, detto la loro in tempi di grandi conflitti, domestici e fuori dai confini del paese. Meno da noi perché per trovare la ferita della schiavitù bisogna scavare con più impegno nel passato remoto.
Si certo nel calcio ci sono stati i due opposti Paoli ( Solier e Di Canio ) ed ex transumati sui banchi del Parlamento. Dimentico sicuramente tanti ma non mi sembra che la storia patria sia stata segnata da questi passaggi.

È ormai noto quello che sta accadendo in America con Trump che ha dato dei “figli di puttana” a quei giocatori di football che non mettono la mano sul cuore e non stanno diritti in piedi nel corso dell’esecuzione dell’inno che precede ogni evento sportivo nel paese. Inno che risuona continuamente, come se ogni partita fosse una sfida tra squadre nazionali. La bandiera a stelle e strisce onnipresente. Non solo come da noi ( rieccoci ) se vinciamo il Mundial.
Non è questione da poco, anche parlando di televisione. Infatti Trump ha detto che gli ascolti del football sono in discesa, come fosse un dato su cui si giocano le sorti del paese. In realta’ almeno le fortune delle televisioni generaliste che hanno i contratti di esclusiva e quelle dei canali sportivi dipendono in buona parte dalla platea che guarda in tempo reale gli incontri. È  l’arma principale contro Netflix, Amazon e quelli che ci vendono la televisione all’ora che vogliamo noi.
LeBron James ( 32.8 milioni di followers su Instagram, 38.6 milioni su Twitter ) ha risposto a Trump. Prima chiamandolo bum ( barbone ) e non nominandolo poi ma difendendo il diritto ad inginocchiarsi per protesta degli atleti nei tre minuti in cui negli stadi viene eseguito l’inno nazionale. E’ seguito un diluvio su Twitter.
La protesta divenuta virale ha coinvolto anche presidenti e proprietari delle squadre di football, grandi elettori ed elemosinieri di Trump.
Jerry Jones, “padrone” della squadra più ricca al mondo in ogni sport, i Dallas Cowboys, si è inginocchiato con i suoi giocatori, in maggioranza di pelle nera. Si giocava in trasferta ed il pubblico dell’Arizona ha fischiato, in maggioranza.
Alejandro Villanueva invece, reduce medagliato dall’Afghanistan, giocatore dei Pittsburgh Steelers, è uscito dallo spogliatoio in cui era rimasta la sua squadra per protesta e si è messo la mano sul cuore. Il giorno dopo la vendita della sua maglia è esplosa.

Questa storia non è destinata ad evaporare in un tweet. L’America che ha votato Trump ha trovato finalmente un terreno di gioco in cui riconoscersi. Non è casuale questo attacco del presidente che sposta le promesse elettorali non mantenute su inno e bandiera.  I tifosi del circuito automobilistico Nascar, popolare nel sud e nell’America di mezzo, sono sicuramente schierati con Trump. Come probabilmente anche la maggioranza degli stessi appassionati di football.
La NBA, la lega del basket, è un’altra cosa. I suoi giocatori più celebri fanno opinione, fanno mercato.
Non molleranno l’osso Trump. La loro rischia di essere la vera opposizione a Trump. Almeno sui social. Che, probabilmente, è quello che voleva l’inquilino della Casa Bianca.
Trump è pericoloso e tante altre cose. Ma non un idiota.

Steve Martin, il concerto da camera

25 set

Contro i concertoni, eccone uno da camera.
Con Steve Martin. Ma tutti quelli di NPR ( la radio ) sono piccole perle.

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Critica di Fazio su Rai 1

24 set

Il secondo bottone della giacca (striminzita ) non si allaccia.
Sulla trasmissione nulla da dire. Sempre quella.

È tutta fuori onda, la televisione

24 set

La televisione rubata ha fatto la fortuna di tanti programmi televisivi.
Dai fuori onda alle telecamere nascoste, declinazioni di inchieste e scherzi.
Recentemente il caso Insinna ha riportato il fuori onda in onda.
Succede tutti i giorni e non solo da noi.
La politica in genere ha usato massicciamente nelle ultime campagne elettorali americane i fuori onda e i furti di parole registrate. I social media li hanno amplificati fino a farli diventare la norma. Se ci sono grandi fratelli che entrano nella nostra posta e nelle nostre conversazioni allora tutto sembra lecito.
Non è ( solo ) una questione legale di liberatorie di immagini e parole.
È in corso una mutazione del nostro rapporto con il mezzo televisivo, per stare solo a questo. Non solo della fruizione.
Ora la televisione come era una volta la vediamo nelle serie fuori dall’elettrodomestico o dentro ma non in tempo reale. Quell’altra, su cui ragionano gli ingegneri dei palinsesti, ha perso non solo ascolti.
Ma, cosa più letale, ha perso autorevolezza.

FianoTV

22 set

Torno ieri sera a casa alle 11 e trovo Fiano (PD ) in TV.
Accendo stamattina Rai Tre e ritrovo Fiano.
Sara’ andato a dormire ?
Esco con questo angoscioso dilemma in testa.
Fiano insultato per le sue radici. Radici familiari, per me. E quindi diritto di replica.
Stamattina si parlava di riforma elettorale. Quindi il pane quotidiano di Fiano.
Se torno stasera e me lo ritrovo seduto in televisione, pero’, urlo.

Gli applausi nei talk shows

19 set

Vorrei un referendum sugli applausi nei talk shows.
Veramente il referendum lo vorrei sui talk shows politici in prima serata, in genere.
Ma lotto per un obiettivo minimo. No agli applausi in studio. Una specialità made in Italy.
Applausi per chiunque e la qualunque. Fate giudicare a noi, a casa.
E voi, pubblico in studio, rimanete pure a casa.
Succede, il miracolo, negli speciali di Mentana. Allora è possibile. Si capisce perfino cosa dicono i dialoganti.

Lorenzo è un uomo libero. Guardate la sua storia andata in onda un anno fa

18 set

Un paio di settimane fa sono andato a cena a Padova con Lorenzo, uomo liberato. E redattore di Ristretti Orizzonti, il giornale compilato dai detenuti del carcere, ideato da Ornella Favero. La donna che ai detenuti nelle nostre prigioni ha dedicato la vita.
C’era anche Paola, organizzatrice inseparabile, alla cena. E Don Marco, cappellano del carcere. Insieme abbiamo lavorato al documentario in due puntate su storie di detenuti andato in onda un anno fa su TV2000.
Le parole di allora di Lorenzo, oggi, suonano alla fine quasi profetiche.
E’ accaduto l’impensabile.

Emmy Awards. Vince lo streaming. E poi Trump

18 set

Si aspettavano Netflix e Amazon ma il premio più importante è andato ad Hulu.
Comunque uno streaming service, uscito dalla televisione, consumabile sulle nuove tv ma soprattutto su computers, telefoni, ecc.
Il palazzo d’Inverno è caduto, la rivoluzione ha vinto. Mai tanti tv shows nella storia, fuori e dentro la tv. Come ha detto Colbert nella introduzione, ci vorrebbero diverse vite per vederli tutti.
La tv generalista è morta, almeno in America.
Resiste con Trump e lotta insieme a Saturday Night Live e a tutti i programmi satirici-comici che hanno fatto il pieno di premi.
Il racconto della realta’ si e’ fatto più’ complesso, come gli aggeggi su cui fruirla. Evviva Rai Replay.
La lezione americana è questa. Naturalmente si puo’ tranquillamente continuare a non leggerla. E vomitare NoemiTV e talk shows.

Da oggi, il Vietnam

17 set

Ken Burns è una specie di documentarista di stato, In America.
I suoi lavori sono messi in onda dalla PBS, la televisione “pubblica”.
Ci ha raccontato il paese, ora esce. E ci racconta la guerra americana con cui siamo cresciuti in tanti.

Il Capitale, umano. In televisione

16 set

Visto Mafia Capitale su Rai Tre e oggi lette tre critiche sul Foglio, Corriere, Repubblica.
Come salire, in ascensore, dalla cantina all’attico, con vista. Dalla boiata all’imperdibile.
Inutile dire a che piano sto io. La storia va oltre questa miniserie.
Tutto si riduce a “se ti piace questo modo di raccontare la criminalità”.

Forse c’entra poco ma recentemente sono stato a girare nel carcere minorile di Nisida. Nemmeno tanto minorile perche’ ora ci sono giovani detenuti che arrivano fino ai 25 anni.
Un operatore del luogo mi diceva che i ragazzi dei clan, ospiti nella struttura, ripetono frasi della serie Gomorra, come versetti della Bibbia per un credente. E che per alcuni di loro si potrebbe aprire la possibilità di fare gli attori in una prossima serie tv.
E’ quello che abbiamo letto, da Baudrillard in poi. Ma anche abbiamo imparato con i reality shows. Piu’ o meno farlocchi. Che la realta’ è quella che mette in scena la televisione. Anche se sono fake news.

NoemiTV

15 set

Stagione tv ripartita. Ascolti sotto le medie. Meno il caso Noemi.
Via Poma, Cogne, Yara, ecc, ci risiamo. Inquietanti dettagli e ricostruzioni fiction.
Non è televisione del dolore. È televisione imbarazzante.

Morire di streaming

14 set

In America, guardo più basket che calcio. Tifo Knicks, la squadra di New York. Che va malissimo da anni.
Non mi perdo una partita. Al Madison o in televisione.
Leggo che lo streaming sta dando seri colpi agli ascolti di ESPN e MSG a cui sono abbonato, appunto per vedere i Knicks. Oltre tre punti di share in meno in un anno e perdita secca di fedeli.
La conta degli spettatori online è vitale per l’industria televisiva in generale ma soprattutto per lo sport, che vive di live e diritti venduti ai networks.
Il segmento demografico 18-49 anni è quello che più utilizza lo streaming ed è quello che determina il costo della pubblicità in tv.
La partita va oltre la sfida tra tv generaliste e non, come in Italia.
L’ascolto è uscito dalla televisione e il tentativo disperato è quello di tenerlo in piedi, vendendolo insieme a quello degli sdraiati sui divani.
È la sfida della contemporaneita’, per dirla con alcuni fresconi che fanno tv da noi e usano la parola magica ( contemporaneita’ ) senza sapere come declinarla. Come se bastasse un drone a capocchia.

Italians

13 set

Recentemente ho incontrato nella sala d’attesa del consolato italiano di New York cittadini americani che non parlavano una parola della nostra lingua ma erano titolari di un cognome italiano. Erano in fila per fare la domanda per un passaporto italiano-europeo.
Piu’ lontano nel tempo ricordo gli oriundi del calcio, nati in Argentina, che parlavano due parole della nostra lingua e indossavano la maglia azzurra.

Il “dibattito” sul diritto alla cittadinanza per chi e’ nato in Italia è imbarazzante. Umiliante per chi parla la nostra lingua meglio dei calciatori oriundi e degli americani in fila nel consolato di New York.

I nostri figli in giro per il mondo non sono turisti per caso. Sono andati a cercare lavoro e spesso hanno trovato un nuovo passaporto. Cosi’ va il mondo. Cosi’ andava il mondo agli inizi del secolo scorso quando gli italiani riempivano le navi in partenza per l’America.
Che pena aprire la televisione in questi giorni in cui riparte la stagione dei talk shows.

Dronati

12 set

Il drone nella televisione è il nuovo standard.
Utilissimo in casi come quello degli uragani in America.
Non c’è pero’ programma nella tv di casa nostra, in uscita dagli studi, che faccia a meno di dronarsi.
E’la contemporaneita’….
Il colmo si raggiunge con l’autore, intervistatore, che cammina e il drone che lo segue.
Dall’alto dei cieli.

PS Lo uso anch’io. Con parsimonia. E vergognandomene.

Ecco il video. Il nuovo capitolo. Le bambine di Calcutta crescono

4 set

Girlhood, l’idea è quella di seguire le 40 bambine di Calcutta per dieci anni.
Ecco il nuovo, terzo capitolo.

Guerra con la Corea del Nord

3 set

Ricorda lo storico.

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Le bambine di Calcutta crescono. Oggi in onda su Tv2000

3 set

Per il terzo anno in India.
Prosegue il racconto delle 40 bambine raccolte nelle strade di Calcutta.
E’ una storia che spero di continuare a seguire per anni ancora.
Oggi in onda alle 15.20 e 23.00 su TV2000, il nuovo capitolo.

Si riaccende la televisione a colori, forse. Dopo un’estate schifosa, in bianco e nero

2 set

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Non so quale e quanta sia stata la platea televisiva di questa estate, in Italia.
Ogni tanto, per abitudine, ho preso in mano il telecomando. A canali unificati il tema è stato quello dei migranti ( la stampa, peggio ). Sul finire di agosto il migrante stupratore ha vinto su quello nullafacente, per chiudere la stagione.
La televisione, che ormai conta meno del telefonino, distilla un racconto altro da quello che mi è capitato di ascoltare e girare negli ultimi tre mesi.

In America sono andato solo per una settimana e ci tornerò in autunno.
Dopo i fatti di Charlottesville è partita la brocca del revisionismo storico che ha tirato giu’ anche Cristoforo Colombo. Non potendo per il momento tirare fuori dalla Casa Bianca il suo attuale inquilino si fa la guerra al passato non sapendo come farla al presente.
La televisione, come ci ha raccontato il New York Times, non è rimasta indifferente “all’umore del paese”.
Per quel poco che ho visto e continuo a vedere da lontano c’è pero’una complessità, ricchezza e pluralità di voci tali che il panorama non è quello nostro. Le nicchie, che non sono più tali, di Netflix, Amazon, Hulu ecc ( ma anche Vice ) hanno portato la televisione fuori dalla televisione riducendone da tempo il peso specifico.
Gli stessi conduttori, padroni di una volta, sono ampiamente ridimensionati.
La prossima sarà una stagione fondamentale per la televisione. Per capire se rimarrà solo lo sport in tv o varrà la pena vedere altro.