Archive | ottobre, 2017

Il socialgate vaso comunicante della televisione, in America

31 ott

L’ultima campagna elettorale di Obama ci aveva regalato certezze sul futuro social.
Ci eravamo bevuti libri scritti da giovani guru. Tutti a twittare come replicanti, spiritosoni e autopromotori. Ego ipertrofici si sentivano finalmente parte di una comunità più larga.
Ora, tornato in America, dopo mesi in Italia, ho riacceso la televisione su quello che chiamiamo Russiagate. Possiamo spiegarlo bene e attendiamo gli sviluppi ma un paio di cose si possono già dire.
Un collaboratore, “esperto di politica estera”, della campagna elettorale di Trump è stato interrogato mesi fa e collabora con la giustizia. Nessuno lo aveva segnalato. Provate ad immaginare la stessa cosa in Italia, dove il corto circuito informazione-organi investigativi in genere è la norma.
Ma soprattutto interroghiamoci, almeno stavolta, sul ruolo dei social. Non basta dire aveva ragione Morozov o qualche scettico old school. O, ancora, minimizzare, come stanno per fare oggi, Google, Facebook, Twitter chiamati ad una audizione a Washington.
Stamattina le televisioni macinano slides che vi rimando qua di seguito.
Come se niente fosse. Tutto continua come prima perche’ nessuno ha interesse a premere il tasto off del frullatore.

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HOUSE OF CARDS. The end

31 ott

Coincidenze. Arriva l’annuncio che la prossima stagione sara’ l’ultima di House of Cards.

IL LAVORO che vogliamo. “Che fai?” ma soprattutto “Quanto guadagni?”

29 ott

La Chiesa cattolica è entrata a piedi uniti dentro la grande questione del lavoro, oggi.
Ad esempio su alternanza scuola-lavoro e rilancio istituti professionali, che in Germania funzionano alla grande, da sempre.
Non so quanti se ne siano accorti. Sono state fatte richieste precise al governo. Gentiloni è atterrato a Cagliari ( dove erano in corso le giornate conclusive delle”settimane sociali dei cattolici italiani”) per rispondere alle domande concrete emerse dai lavori durati mesi. Il ministro Poletti ha assistito ai lavori.
La Chiesa ha chiesto di farla finita con lavoro nero e precarietà. Ma non ideologicamente. Facendo politica, come andrebbe fatta. Indicando soluzioni, declinate in “buone pratiche” come vengono chiamate.
Noi siamo andati a visitarle queste buone pratiche. E abbiamo trovato storie sorprendenti. In certi casi, commoventi. Abbiamo trovato donne ( di più ) e uomini che amano il loro lavoro, che se lo sono inventato o reinventato. Quasi tutti quelli che abbiamo incontrato hanno citato Adriano Olivetti. Come se ci fossimo fermati a quella storia o da quella si voglia ripartire.
Nel frattempo , dagli anni olivettiani, sono arrivate la robotica, l’automazione, la delocalizzazione, la digitalizzazione.

Il lavoro in fabbrica e il posto fisso non sono spariti, se è vero che siamo ancora il secondo paese manifatturiero in Europa. Il macchinismo 4.0 ha pero’ rivoluzionato il nostro rapporto con il lavoro. Anche se poi la domanda rimane quella antica, identitaria – ha detto Gentiloni nel corso del suo intervento. “Che fai ?”, per dire chi sei. Rimane la vecchia domanda ma ormai si è americanizzata in “quanto guadagni?” perche’ il lavoro liquido produce ricchezze inaudite e povertà imbarazzanti, nell’arco di mezza generazione. Importa meno quello che fai, importa di più quello che porti a casa.
Vi consiglio di vederle queste storie.

Una cosa cosi’ oggi la chiamano docufilm. Per dire che non sarebbe “solo” un documentario e che forse ambisce ad essere cinema. Non so come chiamare il viaggio italiano che ho fatto dentro otto imprese nate da poco o da oltre cento anni.
Un viaggio realizzato in quattro, come una band in tour, con Paola Buonomini che ha organizzato tutto, con Vasile Caplescu che ha fatto la fotografia e Alessandro Muzi che ha curato l’edizione.
Non è un film. Perche’ non si fa un film in quattro, con tempi da Gran Premio di Monza.
“Il lavoro che vogliamo” è pero’ una cosa diversa dalla lamentazione (via talk show) a cui siamo abituati in televisione. Mi è piaciuto da pazzi farlo. E questo c’entra un poco con il lavoro che vorremmo fare.

Eccolo, integrale. Otto storie (piu’ una) per raccontare IL LAVORO

29 ott

Guardatelo. Sono storie di un’Italia che non arriva nella televisione generalista.
Andato in onda su TV2000.

Alla Festa del Cinema di Roma, Auditorium. Domani IL LAVORO CHE VOGLIAMO. Anteprima

26 ott

Ingresso libero domattina alle 11.
Un bel viaggio italiano dentro il lavoro che cambia.
Ho scoperto cose che non sapevo.

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Stasera va in onda una preghiera. Raccontata anche da chi non prega. Padri e figli

25 ott

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Allora, parte il viaggio dentro il Padre Nostro in nove puntate da 50 minuti.
Questa sera alle 21 su TV2000.
Comincia sempre Papa Francesco a colloquio con Don Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova.
Ho conosciuto Don Marco meno di due anni fa. Ad una delle tre messe del fine settimana nella sua parrocchia. Quella del sabato dei detenuti con fine pena mai, con ergastolo ostativo, massima sicurezza. Camorra, mafia, ‘ndrangheta. Le altre sono quella dei “comuni” e dei “protetti”. A quest’ultima partecipano i condannati per stupri, violenze sui minori. Sguardi difficili da incrociare.
Per raccontare questo Padre Nostro siamo andati con Don Marco a Nisida, il carcere minorile sulla collina “più bella del mondo”. Abbiamo cosi’ascoltato Luigi. Uno che ti racconta una Gomorra diversa da quelle seriali televisive.
Tante storie di famosi e non, in questa declinazione televisiva della preghiera. Parole a volte lontane dalla catechesi del Papa. Il Padre Nostro come occasione (anche) per provare a dire dell’essere padre, del mestiere di padre.
Escono libri a raffica in questi giorni di padri che parlano di figli ( Cazzullo, Polito, Battista dopo i vari di Recalcati e quello di Serra ). Perche’ ora? Perche’ tutti insieme?
Un’occasione questa per riandare alla radice di una preghiera antica, la più recitata.
Ci sono puntate riuscite meglio di altre. Rimane sempre, credo, la voglia di capire. Genitori e non. Laici (come me) e credenti. Senza pregiudizi.

Il Sessantotto museificato

22 ott

Sono entrato nel bel palazzo della Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea ( Gnam ) a Roma, accolto dalla frase di Gilles Deleuze “lo abbiamo sempre saputo che sarebbe finita male”.
La citazione è contenuta in uno dei pochi cartelli che trovi nella mostra sul Sessantotto, aperta un anno prima dell’anniversario dei 50 anni che scatenerà “fiumi di parole”. Dei negazionisti e di quelli che pensavano “che mai più i maschi avrebbero messo la cravatta…” ( Tonino De Bernardi ).

La piccola mostra è poco didascalica, non spiegata, non accompagnata ( nel senso che ho dovuto chiedere più volte al personale del museo dove fosse la seconda sala, in assenza di indicazioni ).
Ho cercato un catalogo e ho acquistato quello che c’era. Un giornalone simile al contemporaneo Quindici, con firme di leaders dei movimenti di allora, critici, curatori, giornalisti.
C’è chi scrive che non c’è 68 senza il 69 e chi invece dice che non c’è 68 senza il 62-63. Letture più o meno operaiste che ti chiedi, nella prima parte, cosa c’entrino con quello che è appeso alle pareti o poggiato a terra. Nella seconda parte del giornalone entrano i critici e quasi quasi rimpiangi i primi.
E allora forse capisci perché questa sia una mostra cosi’ minimalista e poco storicizzata. Ma allora avrei evitato pure il giornalone in cui ognuno racconta il suo Sessantotto.
Io in quell’anno ero al liceo, a Milano. Conservo una comunicazione del preside ai miei genitori. Arte povera, direi.

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Abbonatevi al New York Times

22 ott

Tra una settimana torno a New York.
Sei mesi in Italia. Sto finendo di montare l’ultimo lavoro e poi lascio Roma Nord, dove sono nato. L’unica Roma che conosco. E riconosco immutata, dai tempi delle elementari.
Come sempre oggi ho cominciato la lettura dei quotidiani alle cinque della mattina. Come sempre, dal New York Times. Il più bel giornale al mondo.
Non credete alle stronzate di chi dice “che non è più quello di una volta”. È meglio di una volta. E la domenica è un rito, imperdibile.
C’è un lungo pezzo su Bill O’Reilly, quello che era il numero uno per ascolti della televisione cable news. Cacciato come il suo presidente per molestie sessuali. Poi l’industria chimica che avvelena, gli esteri come si facevano una volta, Nicki Minaj, Claes Oldenburg.
E tutti i supplementi. Sono appassionato di quello immobiliare ( le case che non potrò mai comprare ) quello dei viaggi ( oggi un lungo articolo su Matera ) quello dei libri ( più potabile di Robinson e La Lettura ) quello locale di New York e quello dei matrimoni ( con le biografie delle coppie ). Anche la rubrica delle vite di chi scompare, fondamentale.
Fatevi l’abbonamento digitale. Per riaccendere il piacere di sfogliare un quotidiano vero. E anche per vedere dove copiano i giornali italiani.

Dieci anni con le Kardashian. Come siamo cambiati, noi

21 ott

Megyn Kelly , fresca di NBC, intervista le Kardashian nel decimo anniversario del loro imperversare in televisione ( più di due milioni di views in un giorno ).
E poi nei social, nella mutazione antropologica di tutti noi. Anche di quelli che le schifano.

La politica che ride di se stessa. In America

21 ott

All’annuale evento, cena di beneficenza della Al Smith Foundation, quest’anno il battutista è stato Paul Ryan, repubblicano, cattolico, Speaker della House of Representatives. Preso di mira Trump.
Come da tradizione, in America, chi fa politica si fa scrivere battute da autori televisivi. Imparate fregnoni.

Via libera ai droni per le breaking news della CNN. DAJE

21 ott

La televisione dronizzata è tra noi. Come il Far West. Le news nell’alto dei cieli.
La soglia tra uso e abuso è superata.

Finalmente sapremo chi e quanti siamo a guardare cose su Netflix. Forse

19 ott

The New York Times ci ha raccontato che la Nielsen sta provando a misurare gli ascolti di Netflix, negli Stati Uniti.
Importante perche’ poco o nulla sappiamo ancora del pubblico delle televisioni parallele, Amazon, Hulu, Netflix, ecc. Loro sanno molto di noi.
Grande curiosita’.

Papa Francesco e le parole. Un programma televisivo

18 ott

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Il cardinale Gianfranco Ravasi ha fatto televisione. E continua a farla, su TV2000.
Ravasi ha detto in una recente intervista che la parola in video “è più forte dell’immagine”, nei programmi religiosi.
Io dovrei curare le immagini per mestiere. Ho sempre pero’ fatto più attenzione ai contenuti, cosi’ probabilmente trovando alibi per fare distrattamente le due cose.
In casa, lascio spesso accesa la televisione senza guardarla. Come fosse la radio. Le parole mi inseguono ma le puoi silenziare. Questa operazione la faccio ormai di default nei talk shows politici.
Nel caso del Padre Nostro, il programma a cui sto finendo di lavorare con Don Marco Pozza, le parole pesano. Anche se non ho gli strumenti per dire quanto.
Sono cresciuto diversamente da Marco, entrato in seminario a dieci anni e sei mesi. Ho anche un’eta’ diversa, avendo incontrato il Sessantotto all’inizio del ginnasio.
Ho conosciuto Marco nel carcere di Padova, un anno e mezzo fa. Allora abbiamo raccolto storie di detenuti. Alcuni con fine pena mai.
In questo spazio di tempo relativamente breve molte cose sono cambiate nella vita della dozzina di uomini con cui abbiamo parlato allora. Trasferiti, liberati. Per dire solo delle detenzioni.

L’idea di Paolo Ruffini ( messa sulla terra da Paola Buonomini, producer ) di fare un programma televisivo, declinando il Padre Nostro in storie, mi ha fatto incontrare di nuovo Marco a cui è arrivata la telefonata di Papa Francesco che, informato del viaggio in corso, ha invitato il giovane sacerdote teologo ad una conversazione sulla preghiera. Cosa che abbiamo fatto, agli inizi di agosto.
La difficolta’ è stata quella di provare a fare televisione partendo da parole cosi’ note e svuotate nella loro ritualita’.
Quella di raccontare storie è, come sempre, una possibile soluzione. Forse l’unica.
Ci sono le parole del Papa e ci sono le storie degli “sconosciuti” che si sommano a quelle dei più noti ( Silvia Avallone, Erri De Luca, Maria Grazia Cucinotta, Simone Moro e Tamara Lunger, Carlo Petrini, Flavio Insinna, Umberto Galimberti, Pif ). Tante parole. Fotografate dal migliore sulla piazza a Roma, Vasile Caplescu. E montate da uno che ci capisce, Alessandro Muzi.
Nove puntate da 50 minuti. Su Tv2000, dal 25 ottobre. Ogni mercoledì alle 21.

Comici USA su Weinstein. Non tutti

16 ott

Chi si aspettava che i talk shows dei comici saltassero su Weinstein è rimasto interdetto.
Alcuni si. Ma non tutti. Subito.

Quando si parla di giornalismo

15 ott

Non leggo storie come questa sulla stampa italiana.
Sette mesi per costruirla. Sul New York Times di oggi. Per capire l’America. Senza opinioni a capocchia.

Televisioni di stato, mica tanto

14 ott

Il presidente americano, Donald Trump, ha minacciato la NBC di toglierle la concessione.
La NBC è uno dei quattro grandi networks americani. Network segnica che oltre 200 televisioni locali hanno firmato un contratto che consente di rimbalzare telegiornali nazionali e programmi generati centralmente dalla stessa NBC.
La proprietà della NBC è privata, prima della General Electric, ora di Comcast, grande provider che cura la messa in onda.
NBC, CBS, ABC, FOX sono percepite dai telespettatori come le reti che sono nei primi sette numeri dei nostri telecomandi. Dove cominciano le differenze sono in quel piccolo mondo delle televisioni all news che sono figlie di un dio minore. Ad esempio MSNBC è molto diversa da Fox News. La prima è la voce degli elettori democratici, la seconda di quelli repubblicani, in sintesi. Voci non seguitissime perche’ nel prime time portano a casa un milione di followers ( come diremmo oggi ) e molto meno nel day time. Hanno pero’ un’eco superiore al loro peso specifico nell’industria della pubblicità, che tiene in piedi le televisioni, tutte.

Le televisioni generaliste non vivono una grande fase, per i motivi ormai stranoti ( la fuga dalla televisione in tempo reale e la crescita di alternative, da Netflix, Amazon, ecc ).
La televisione si è spalmata su piattaforme complesse da seguire anche se la Nielsen ci prova per rassicurare gli inserzionisti. Ma arrancano anche le vendite dei format e dei programmi chiavi in mano.
Sono arrivati in soccorso i nuovi mercati ma si è perso forse definitivamente un primato che ha fatto per decenni della televisione americana e della televisione in generale un sinonimo.

Il trend sembra inarrestabile. Un’accelerazione è arrivata con la presidenza Trump.
I networks americani hanno conservato a lungo la loro centralità perche’ sono state “servizio pubblico” molto più della nostra che ha perso per strada, non da oggi, reputazione, responsabilita’. Non c’entra solo la lottizzazione da noi. Anzi potrebbe essere il male ( antico ) minore.
L’informazione, le inchieste sono state dagli inizi la vocazione del “servizio pubblico” americano. Prodotte da proprietà private. E non penso solo allo storico 60 Minutes.
Ora Trump ha messo in crisi questa autorevolezza.
Se il capo dell’informazione della NBC è costretto ad intervenire ( sulla questione ignorata delle molestie sessuali ) e se alla Fox News, per le stesse ragioni, sono stati sconvolti i palinsesti dalla cacciata di conduttori storici questa non è questione secondaria.
Trump affonda il coltello in una torta che si sta sciogliendo. Non importa che lui stesso sia credibile solo per una parte del paese. Un attacco di questa portata è senza precedenti. E’ accaduto in passato ma ora le televisioni generaliste perdono progressivamente fedeli e sono vulnerabili. La messa del tg delle 18.30 è meno ascoltata nelle case degli americani.
La perdita di autorevolezza non è questione da poco. Se passa la percezione che i grandi networks sono schierati come le loro all news il paese perde una bussola fondamentale. La crisi di questa centralità ha generato ipervalutazioni di nuove imprese come Vice ( solo per citarne una ). Senza dire di Facebook.
Non è un caso la crescita delle fake news in questo quadro.

La polvere cacciata sotto il divano dei produttori puo’ essere, in televisione, un’occasione per fare pulizia, ripartire. Occorrerebbe una profonda mutazione, non una passata di aspirapolvere. E leggere bene il filo che lega tutto.

Gomorre, Suburre eccetera

9 ott

Serie italiane crescono.
Sto su Suburra ( Netflix ) puntata sesta.
Intanto, ignorantello come sono, sono rimasto sorpreso dalla validità del mio abbonamento familiare americano che mi permette di entrare dovunque mi trovo. Direte “bella scoperta”…ma non c’ero arrivato.
Una coproduzione con dentro Rai Cinema. Per Netflix. E questa è la notizia.
Nella notte tra sabato e domenica ci ho dato dentro, con Suburra. Ho cominciato scettico. Mi sembrava ci fosse la regia ma, come sempre ( o spesso ) nelle produzioni italiane, non ci fosse la scrittura.
Personaggi, caratteri tagliati con l’accetta. I cattivi sempre e solo “cattivi”.
Una citta’, Roma, governata e abitata da criminali o aspiranti tali. Sodoma e Gomorra, appunto. Notturni, pioggia.
Poi, andando avanti, l’assessore e il figlio del poliziotto che nascono “buoni” li scopriamo vulnerabili.
Ma anche in questi casi la scrittura è manichea, ovvia.
Penso a The Wire ( cinque stagioni su HBO dal 2002 ) modello ineguagliato di “mani sulla città”. La complessità di tutti i protagonisti della serie americana è materia da scuole di scrittura.
Il modello poi, alla fine, è la realtà. David Simon di The Wire veniva dalla cronaca quotidiana di Baltimora. E quella ha raccontato.
Recentemente nel carcere minorile di Nisida ho parlato con un ragazzo di quelli che riempiono romanzi e ora serie tv. Bastava ascoltarlo. La sceneggiatura è scritta.
Arrivero’ velocemente alla fine delle dieci puntate. Fatte cosi’, pero’, le dimentichero’ pure rapidamente.

La stanza del figlio

7 ott

Ho cominciato a vedere La stanza del figlio su La7.
Dopo la morte di Andrea, il figlio, ho chiuso la televisione.
Sono andato a vedere l’anno in cui il film ( bello ) fu fatto. Il 2001. Credevo fosse più antico.
Nanni Moretti che telefona con i gettoni, le macchine.
Ricordo che allora lo vidi, fino alla fine. Oggi non ce l’ho fatta.

Prossimamente

6 ott

Indovina chi viene a cena.

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Quel bravo figlio di Putin

6 ott

Oliver Stone ha girato bei film, a tesi, semplici, potenti.
È stato pluripremiato ( Oscar, Golden Globe, ecc. ).
Poi ha deciso di riscrivere la storia degli Stati Uniti. Con l’aiuto di un professore universitario. Showtime, la pay tv della CBS, la televisione ( privata ) di Homeland è anche quella di Stone.
La storia americana in dieci puntate è ora un libro e su Netflix. Con derive complottiste per chi apprezza queste tesi che tirano anche dalle nostre parti.
Nella storia secondo Stone sono entrati poi ritratti-interviste a Fidel Castro e Chavez. E Putin.
Imbarazzante nell’intervista l’attacco a Hillary Clinton di Stone mentre è in corso l‘inchiesta americana sulle interferenze russe nelle recenti elezioni a favore di Trump.
Nelle presentazioni della stampa italiana ho letto del “liberal” Stone. Boh , il termine non ha più significato, soprattutto se attribuito ad uno come Stone.

Questa intervista è andata in onda in Russia nel principale canale di stato. Per dire che probabilmente non è risultata sgradita. Da noi, la prima parte, su Rai Tre. Con un discreto ascolto, visti i tempi (con oltre  il 4% in prima serata oggi si  salva la pelle ).
Sul New York Times ho letto chi ha scritto ( sintetizzo ) che è una boiata. Il Guardian invece ha applaudito.
Per me è andata come con Fidel Castro. Si vede che Stone è preso da incantamento dei dittatori. E che intervistare non è il suo mestiere. Bella invece, sempre, la forma.
Ho letto, sempre in Italia, di “un corpo a corpo” tra Stone e Putin. Forse nel senso che si sono voluti tanto bene.

 

Caro virgola

5 ott

Alec Baldwin-Trump è tornato

1 ott

Il Trump di Alec Baldwin su Saturday Night Live. La nuova stagione è partita.