Archive | dicembre, 2017

Brrrrr

30 dic

Camminando ieri, per Tribeca.

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C’era una volta New York ( 3 )

30 dic

Sempre New York al primo posto nel mondo tra le citta’ piu’ colpite dal virus Instagram. Ahime’.

C’era una volta New York ( 2 )

29 dic

La lista ufficiale di quello che e’ scomparso nel 2017.
Tra gli altri, The Village Voice, lo storico settimanale che ci diceva cosa fare. Ora, senza bussola, vaghiamo a tentoni. Si c’e’ online, vabbe’.

Dirsi grazie

28 dic

Oggi gira nelle televisioni questo spot.

THE POST, il mestiere, la storia e l’Oscar

28 dic

Si puo’ vedere The Post, il film, senza sapere alcune cose.  E funziona alla grande lo stesso.
Ma se sai chi è stata Katharine Meyer “Kay” Graham, la signora del Washington Post. Se sai chi è stato Robert McNamara, Secretary of Defense con Johnson e Kennedy dal 1961 al 1968 e hai visto la sua lunga intervista in Fog of War ( il documentario che ha vinto l’Oscar). Se sai qualcosa dei Pentagon Papers e la guerra in Vietnam, durata venti anni.. Se hai poi da poco appreso che qualche giorno prima dell’uscita del film William, figlio di Katharine, si è suicidato, sparandosi, come suo padre, gia’ proprietario del Post, allora entri al cinema di Union Square con qualche grado di separazione in meno.

Se non sai, dicevo, va bene lo stesso. Il film è costruito alla perfezione da Spielberg e gli sceneggiatori di Spotlight per confezionare un monumento al mestiere di chi indaga, scrive e non si piega. C’è tutto per arrivare all’Oscar. Inutile dire di Meryl Streep ( Kay Graham ). Sembra di essere tornati a Tutti gli uomini del presidente, di cui sarebbe il prequel.

Spielberg non sara’ il piu’ introspettivo dei registi in giro. A 71 anni, uno dei trailers passati sul grande schermo prima del film è stato il suo prossimo racconto di supereroi di cui non se ne puo’ piu’.
The Post è cinema della realta’ ripassato in salsa Hollywood. I giornalisti sembrano giornalisti. I giornali contano. Internet non c’è. Che meraviglia.

Al New Yorker è piaciuto molto AMERICAN VANDAL

28 dic

Emily Nussbaum lo aveva gia’ piazzato nella lista della televisione dell’anno. Ora arriva un altro pezzo.
Una cosa intelligente, apparentemente scema.

PHANTOM THREAD, una love story anni 50 per questi tempi

27 dic

La certificazione dei tre Oscar ricevuti come migliore attore protagonista è unica nella storia del cinema. Possiamo fregarcene dei premi ( tanti altri ) ma è palese che Daniel Day Lewis sia il piu’ grande attore vivente. E autopensionato a 60 anni. Dopo questo Phantom Thread, che ho appena visto.
Ancora con la regia di Paul Thomas Anderson, che come Day Lewis gira poco e fa bene.
Siamo negli anni Cinquanta a Londra, nella casa-lavoro di un sarto ( non credo si chiamassero stilisti allora, boh ). C’è la sorella del sarto e le silenziose signore in camice bianco che cuciono meravigliosi abiti, pezzi unici, generati dalla mano del maestro. Poi ci sono le donne, compagne, muse che si alternano nella casa e che la sorella sorveglia, limita, giudica. Fino a quando arriva Alma, l’ignota a me attrice del Lussemburgo Vicky Krieps. Formidabile.

Daniel Day Lewis, il sarto Reynolds, è chiuso nel suo mondo fatto di lavoro e abitudini. Capita a molti.
Alma, la nuova arrivata, non ci sta. Prova ad entrare in questo fortino. Lo fa anche rumorosamente, a colazione. Al mattino, silenzio, vuole Reynolds. Ma in generale meno si parla meglio è, in casa dell’artista-sarto.
Questa volta pero’ la dinamica del rapporto uomo padrone e donna al suo servizio non si sviluppa come da convenzione. Accadono cose che aprono crepe nella vita degli abitanti della casa fortino.
La vita è imperfetta. Le storie d’amore pure. E il resto è grande cinema da camera.
Che poi il film funzioni parecchio, alla fine di quest’anno #metoo, è una lettura telefonata che puo’ fare comodo.

Bicchiere mezzo pieno

26 dic

Cose che sono andate bene nell’anno che finisce.

Buon Natale al rifugiato, sindaco in Montana

25 dic

Dal 2 gennaio sindaco di Helena, Montana, capitale dello stato.
31mila abitanti, 93,3% bianchi.

Che fa Obama ?

25 dic

Qualche vaga notizia. Penso calpesti anche molto i campi di golf.

Bagaglio della vita

24 dic

La valigia del rifugiato ricostruita in un’installazione a New York, UNICEF.

Applausi

24 dic

Fenomenologia dell’applauso nei talk shows italiani. Sul Foglio del sabato ne scrive Andrea Minuz.
Battaglia persa.

VICEversa

23 dic

The New York Times su VICE.

AMERICAN VANDAL, la serie “piu’ nuova” del 2017

23 dic

Evito di fare la lista delle dieci serie migliori dell’anno. Ce ne sono tante. Una serie sola. La piu’ innovativa.

Non sono tra quelli a cui era piaciuto tanto Making a Murderer. E non voglio riaprire il giudizio sulla serie. Condivido quanto scritto sul  New Yorker.
Le serie investigative hanno in genere il problema di non farsi giuria ma di cercare comunque la verità. È una misura difficile da sostenere anche perche’ senza un punto di vista il documentario cade.

Sono arrivato ad American Vandal di Netflix solo da poco, a fine anno ( era stato messo in circolo lo scorso 15 settembre ). Gli otto, brevi episodi hanno un punto di vista, anche se continuamente messo in discussione. È quello del giovane filmmaker del liceo che lavora al documentario nel documentario con un amico. È la voce narrante e l’infaticabile investigatore.
Gli ideatori arrivano da Funny or Die, canale You Tube popolare nelle high schools e nei colleges. Non sono dentro il cerchio magico della televisione o del cinema. Vengono dal mondo degli You Tubers. E la critica alta li ha guardati, appunto, dall’alto in basso.

L’obiettivo è quello di fare una parodia delle serie true crime, da Making a Murderer a The Jinx, a Serial. Per arrivare , tanto per capirci, alle ricostruzioni con i plastici in televisione.
Il genere, si è detto, mockumentary. Una cosa che sembra vera ma è satira, comedy. Proprio questo geniale intreccio ti tiene incollato fino alla fine. Non ricordi piu’ che, a differenza di Making a Murderer, i personaggi recitano e recitano da dio.
L’indagine è indirizzata a scoprire chi ha tracciato con una vernice spray dei falli su 27 macchine nel parcheggio del corpo docente. E l’altro intreccio, quello con i social media, ha fatto fare il boom ad American Vandal. Anche in questo caso, i social dentro la serie stessa, combinando cosi’ un frullato da cui non si esce.
Il colpevole designato dal primo minuto potrebbe esserlo ma anche no.

L’altro sguardo è quello sul mondo di una scuola secondaria superiore americana talmente verosimile da non lasciare, in questo caso, spazio alla satira. Siamo al documentario puro. Senza la morale incorporata. Documentari dichiaratamente seri non ci avevano fatto penetrare cosi’ in questa fine dell’adolescenza, prima della dispersione nelle universita’.

La seconda stagione è stata annunciata un mese dopo l’uscita su Netflix e il teaser immediatamente buttato fuori.

Che torni a dondolare in prima pagina

21 dic

Mi sono accorto di dimenticare spesso l’esistenza dell’Amaca di Michele Serra.
Era la prima cosa che leggevo, sfogliando digitalmente Repubblica.
Come quando aggiorno il sistema operativo sul Mac e penso “era meglio prima”.

Della tristezza di Twitter

21 dic

Il blog Classic Pics regala spesso fotografie come questa.
Germania, 1936, un uomo a braccia conserte.
Si sente il bisogno dei commenti su Twitter ?

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Tornera’ a lavorare il giornalista del New York Times accusato di molestie. È il primo

21 dic

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Sospeso fino a gennaio senza stipendio e poi lavorerà altrove.
Glenn Thrush, ex di Politico, non è stato licenziato.
Dopo un’indagine interna The New York Times scrive la sentenza. Terapia e Glenn Thrush puo’ tornare.
Non è un’assoluzione ma viene data la possibilità di ricominciare.

C’era una volta New York

20 dic

Gli italiani che arrivano in questi giorni a New York non possono fare a meno di paragonare l’albero di Natale di Rockefeller Center a quello di Piazza Venezia a Roma. E in genere rimangono poi nel perimetro dell’isola di Manhattan. alternando visite ai musei a quelle alle cattedrali delle grandi catene dello shopping che ormai si trovano ovunque ma che qua saldano tutto molto prima, anche tutto l’anno.
New York non è ancora Dubai ma la strada è quella. Chi arriva per pochi giorni (e non ha memoria di cos’era trenta, quaranta anni fa) sgambetta felice per il parco giochi.

Ho letto delle grida di dolore per la chiusura prossima di un cinema storico della Upper West Side, l’area di Manhattan in cui, come molti, atterrai per la prima volta in citta’. Avevo cinque anni, era Natale. Eravamo ospiti di amici dei miei genitori al Beresford, uno storico palazzo che guarda Central Park da un lato e dall’altro il Museo di Storia Naturale. Ci sono tornato per molti anni, ogni Natale.
Ieri sono andato da quelle parti e ho visto non solo il cinema che sta per chiudere. Non esiste piu’ nulla di quello che faceva di quel quartiere un luogo speciale, incrocio di tradizioni ebraiche e differenze di classe asfaltate dalla gentrificazione. Le vie laterali di Amsterdam Avenue che ospitavano l’altra faccia degli inquilini del Beresford (da Seinfeld a John McEnroe) sono territorio “liberato” dagli emigranti latinoamericani ed europei dell’est, mischiati.
Rimane solo Zabar’s, l’alimentari ebraico, a testimoniare la storia di quei blocchi in cui ancora oggi vive ostaggio un’umanita’ che sta sparendo, come racconta l’imperdibile blog sulla New York-Spoon River che ogni giorno strazia il cuore a leggere. Quelli che ieri ho visto, appunto, fare la fila alle due del pomeriggio nel cinema di cui parlavo. Tutti oltre i sessanta, settanta anni.

La New York com’era si trova ancora solo a macchie nella Lower East Side, pure ormai centrifugata dalla movida degli studenti della NYU e dei piu’ grandicelli impiegati a Wall Street. Poi non resta che saltare il fiume ed entrare nella libera repubblica di Brooklyn, dimenticando alcuni territori ormai globalizzati. Quelli in cui gli immobiliaristi e gli hipsters si sono alleati. Quindi niente Dumbo, Williamsburg, Park Slope e, quasi quasi, Greenpoint. Bisogna andare piu’ lontano, ad una quarantina di minuti di metropolitana da Manhattan. Ma allora ti chiedi, ne vale la pena ?
Risposta sintetica. Si. Per ragioni che ci diciamo un’altra volta.

Ora parlano le donne operaie (alla Ford di Chicago). Altroché Hollywood

20 dic

Era ora. The New York Times è andato sulle linee di montaggio della Ford a Chicago.
Un’inchiesta vi assicuro straordinaria. Altroché Weinstein e divani dei produttori.
Il pezzo ci racconta una cultura diffusa che coinvolge tutti, dalla proprietà ai sindacati, ai compagni di linea. Finalmente si capisce cosa significa la rivoluzione in corso.
Inutile ripetere che una storia cosi’ su un giornale italiano ce la possiamo sognare. E non perché, credo, le condizioni siano diverse.

Oggi la cerimonia del ritiro della maglia di Kobe. Volete un biglietto in prima fila ? 27mila e 400 dollari

18 dic

Oggi a Los Angeles partita di basket tra i Lakers e Golden State, di San Francisco.
Non un match decisivo per la classifica della NBA. I Lakers navigano per il momento fuori dalla zona play off.
La serata ha pero’ un carattere commemorativo importante per i tifosi di Kobe Bryant. Verra’ ufficialmente ritirata la sua jersey, la maglia , anzi due maglie.

Sono andato a controllare il costo dei biglietti rimasti, come faccio sempre quando all’ultimo minuto decido di andare con mio figlio ad un game, a New York. Mentre scrivo 467 ancora disponibili. A partire da 317 dollari (il minimo)  a 27.409 l’uno, in prima fila ( due rimasti).
Avete capito bene. 27mila e 400 dollari per un seggiolino sul campo.
C’entra la Silicon Valley, il mito di Kobe, ecc. E la follia.
La partita in diretta tv, comunque, in California e per gli abbonati alla NBA.

Meh…too

18 dic

Parlano di noi.
Ma in America succede anche questo.
Opposti estremismi.

Le ragioni per amare New York

17 dic

Ogni anno il New York magazine recita l’elenco delle “ragioni per amare New York”.
È un calendario imperdibile degli avvenimenti dello scorso anno che si apre come una scatola piena di sorprese.
Tra le ragioni per amare New York i curatori hanno messo il fatto che Trump non vive piu’ in citta’. Vabbe’.

She said. He said

16 dic

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Solo donne parlano nel magazine di questa settimana del New York Times.

Il problema è che quando parlano gli uomini è spesso un disastro.
Matt Damon ha detto una cosa ragionevole. Distinguere tra corteggiamento e tutto il resto. Ma ha comunque generato un diluvio.
La storicizzazione  non spiega quello che accade ancora oggi.
Poi ci sono i negazionisti, che in italia abbondano. Quelli che “basta dire no”.
In testa alla classifica è balzato Rupert Murdoch, 86 anni, il padrone di FoxNews, secondo il quale stiamo parlando di “sciocchezze”, quando si tira in ballo il suo tv network. Allegria.

Arbore, l’unico che “puo’ molestare” senza essere un molestatore

15 dic

Ho recuperato la prima delle due puntate di Arbore, trenta anni dopo.
Il remake utile per capire come è cambiata la televisione e come è rimasta immobile.
Sta cambiando la platea ma in Italia piu’ lentamente che altrove.
Non c’era allora un Grande Fratello VIP (VIP ??!). Ma molto rimasto com’era.
Quello che ho letto sulla “drammaturgia, narrazione” del Grande Fratello fa ridere i polli.
Guardando Arbore che dice di sapere come far salire, “molestare” l’Auditel, mentre la telecamera scopre le gambe delle ragazze meravigliao, vengono in mente le tristi docce del Grande Fratello e le Isole varie.
La grazia antica di Arbore persa per sempre nella televisione “contemporanea”. Alla fine della messa in onda di mercoledi scorso ci troviamo a rimpiangere le cose di allora e meno le aggiunte di oggi, nella puntata anniversario.

Il meraviglioso mondo degli ascensori di New York

15 dic

Ho una passione per gli ascensori. A New York se ne trovano di meravigliosi, deco, centenari.
The New York Times ci racconta questo mondo.
Ieri sono salito al cinquantasettesimo piano di un grattacielo in un baleno.
Quelli rumorosi, a volte con l’operatore che vi accompagna, sono storie da patrimonio dell’umanità.

La rottura della coppia televisiva classica

14 dic

Stamattina ho ripreso a guardare tv americana.
Il telegiornale della NBC, orfano del conduttore Matt Lauer causa molestie, è affidato ora a due donne.
Puo’ essere una fase di transizione ma gli ascolti in netta salita giustificherebbero la rottura della sacralità della coppia di genere diverso.
Le cose vanno avanti senza il divo conduttore. E si rompe il teorema televisivo classico.

Il canale tematico dell’antirenzismo

14 dic

Solo quattro giorni in Italia. Abbastanza per fare un’infornata di talk shows anti Renzi.
Sembra una televisione a reti unificate, con La7 che comanda il plotone di parolai del pensiero unico, l’antirenzismo. Netflix subito.

PADRE NOSTRO, stasera con PIF, ore 21.05

13 dic

GLI SDRAIATI, mi è piaciuto

12 dic

Domani parto. Sono riuscito a vedere Gli Sdraiati. Mi è piaciuto. A parte una dose accettabile di macchiettismo, comune a tanto cinema italiano.
Ho letto delle critiche, alcune negative che ronzano attorno “all’universo borghese” del film.
E allora ? Non è il fascino discreto della borghesia. Non è nemmeno Scampia, Ostia. E non è Suburra, Gomorra, per una volta.
Dividerei i critici in due mazzetti. Chi ha figli e chi non li ha. Poi ne parliamo.

PADRE NOSTRO, mercoledi sera

12 dic

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