Archive | giugno, 2018

VICE, NETFLIX, l’estate prima dell’autunno

29 giu

Una lunga inchiesta del New York Magazine su VICE e la storia di copertina dell‘Economist su NETFLIX ci hanno da poco portato dentro il libro delle nostre ( di quanti ? ecco il problema ) visioni. E forse, involontariamente, segnato il passaggio di un testimone.

Ho scritto molto (bene) in passato su questo blog di VICE, “la nuova MTV”. Erano i tempi in cui in cui si diceva che una nuova televisione era possibile. Oggi guardo solo sport, o quasi, in tempo reale. In tempi alla “quando mi va” vedo cosa c’e di nuovo su Netflix ma poi mi addormento dopo la prima pagina (puntata). In costante dialogo con mio figlio, ho ormai la certezza (statistica…) che i palinsesti che vengono presentati in questi giorni siano un’ossatura che riguarda chi ha problemi con le ossa e per questo sta molto sul divano. Chi ha gambe per camminare esce fuori dagli orari canonici e naviga sul computer, ormai si sa. E allora VICE come fa a restare a galla, avendo provato a fare un canale tv tutto suo, oltre ai programmi su HBO ? Il pezzo del New York Magazine si industria a far saltare quello che chiama un bluff, una bolla. Si narrano episodi ricavati da fonti anonime, ecc. Il problema rimane quello piu’ largo, mi sembra, di una fruizione sempre piu’ scomposta, breve, interrotta, nervosa. Per chi ama camere fisse, soggettive lunghe chilometri (eccomi) sono tempi duri. Viviamo nell’era dei droni. Anche sulla testa dei narcisi televisivi che impestano gli schermi.

Netflix, che allarga continuamente la sua utenza globale, si indebita, cresce in borsa e che diventa il piu’ grande studio di Hollywood, specchia bene la fase. Piu’ fiction, meno realta’. Per non correre il rischio delle fake news. La competizione dalle parti dello streaming si è fatta intanto feroce. Anche i grandi networks hanno capito che occorre imparare a contare gli spettatori oltre l’elettrodomestico. Per sopravvivere. Noi intanto guardiamo i mondiali aspettando l’autunno della ripresa del campionato, della nuova stagione della NBA, della NFL e perfino delle freccette.

Bambini americani

21 giu

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Tre anni fa ero a McAllen, Texas. Nel retro di una chiesa dove operava un centro di accoglienza, pieno di volontari. Anche laici. Insegnanti in pensione che arrivavano dalla costa est. Dall’altra parte dell’America.
Ho rimesso le mani ieri mattina sul documentario, pensando alle madri separate dai bambini. 2.500 in un mese.
Poi ieri sera e’ arrivata la marcia indietro di Trump. E oggi la visita da quelle parti di Melania, moglie del presidente. Che non rema contro di lui. Prova a metterci una pezza.
La storia va in onda stasera su TV2000 alle 19.30 e alle 22.45.
Obama aveva deportato 2 milioni e mezzo di migranti. Trump ha fatto di peggio.

Lontano da dove

10 giu

Ho viaggiato molto negli ultimi mesi e continuerò a farlo nel corso dell’estate. Non sono i viaggi di cui parla Atossa Araxia Abrahamian (“The new passport-poor”) nel pezzo tradotto sull’ultimo numero di Internazionale. Leggo dei tre passaporti della giornalista (Svizzera, Stati Uniti e Iran) che ci dice che in futuro queste identità di carta potrebbero essere sostituite da quelle digitali, più “occhiute” ancora.

Noi abbiamo dimenticato le migrazioni del secolo scorso. I milioni di italiani in cerca di un secondo passaporto utile ad apparecchiare la tavola la sera. I popoli in movimento sono inarrestabili. Non li fermano muri e mari.

Ho consumato a corrente alternata televisione di casa nostra e registrato gli ascolti in crescita degli shows parolai da una casa a Roma molto vicina alle radici familiari. Che poi sono piantate in due paesi. Incontro spesso davanti all’edicola e al supermercato due giovani africani con un cappello in mano che mi salutano. Volentieri ti raccontano la loro storia, se vuoi ascoltarla. Uno è fuggito dalla guerra, l’altro dalla fame. Che poi non sono molto diverse.

In questi mesi ho lambito popolazioni che hanno attraversato guerre, in Kosovo, Libano, Afghanistan, Iraq e ancora ci sono dentro perche’ la pace non comincia il giorno dopo la fine della guerra. Ho parlato in questi luoghi con tanti soldati italiani che mi sono sembrati un bel pezzo d’Italia fuori dai nostri confini. Lontani da casa, anche se per un tempo limitato. La distanza aiuta a capire in genere. E, nello stesso tempo, la prossimità agli abitanti dei paesi che ci ospitano (mai dimenticarlo) anche. Lontani e vicini. Aiuta guardarsi negli occhi, sentire gli odori, accogliere il dolore degli altri. Questo ho immagazzinato nei viaggi iniziati a marzo, su un C-130 da Pisa.

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