Archive | Gennaio, 2019

Romacentrici

31 Gen

Sono tifoso della Fiorentina da quando mio padre, tifoso Roma, mi porto’ ad un Roma-Fiorentina.
Nulla a che fare con la Toscana nella mia vita. Se non L’Elba, che gli elbani stessi considerano extra territoriale.
Ieri sera ho visto una partitella sulla RAI in cui erano di fronte le due squadre.
Senza parole per la telecronaca. Sembrava un funerale. In effetti lo è stato dal punto di vista numerico. Ho silenziato le voci.

The Dude da bere

29 Gen

Il ritorno del Big Lebowski di cui si è molto parlato nei giorni scorsi si è sciolto in un commercial per il prossimo Super Bowl. Come quello di Steve Carell.


Anche Mr Starbucks vorrebbe la Casa Bianca. C’è la fila

28 Gen

Dopo 30.000 Starbucks in 77 paesi nel mondo e 350mila “baristas”, dipendenti, Howard Schultz scende in campo per la Casa Bianca. Lo ha fatto con una intervista a 60 Minutes.
Partito da una casa popolare di Brooklyn, Schultz punta al trasloco alla Casa Bianca. Da indipendente. Aspettando Bloomberg, l’altro miliardario. Tante donne nel partito democratico. Un ciclo elettorale affollato come mai prima.
Ci sara’ tempo per parlarne e andare in giro.

It’s India

27 Gen

Ho passato la sicurezza in aeroporto a Calcutta sulla via del ritorno a New York pensando di avere tolto dallo zainetto tutto (telefono, iPad ecc). Mi hanno fatto ripetere l’operazione perché avevo tralasciato spine, adattatori, hard disk, rasoio. E poi l’ufficiale di servizio ha scritto a penna su un grande quaderno il mio nome e gli oggetti controllati.
L’India spedisce i suoi figli più ricchi nelle università inglesi e americane e questi poi non tornano. In alcuni casi diventano capi di Microsoft e delle altre sorelle della Silicon Valley. A casa, nella povera patria, si usa sempre la biro.
“It’s India” dice sempre la psicologa Shipra quando parliamo delle grandi contraddizioni di questo paese. Tra le prime tre economie del mondo (con Cina e Stati Uniti). E quest’anno supererà la Cina per consumo di petrolio (anche perché l’elettrico è lontano). E supererà gli Stati Uniti per produzione di acciaio. Cose che ho letto sui quotidiani, in India.
I volumi sono dettati dal numero di abitanti che crescono senza limiti. E da un consumo domestico che cresce di conseguenza. In un paese giovane (27 anni di media contro i nostri 45 e oltre).
Poi ci sono le centinaia di milioni di poveri. Oltre il 30% della popolazione del mondo che vive sotto la soglia della povertà. E i 200 milioni di Dalits, al fondo del sistema delle caste, che tranquillamente sopravvive nei matrimoni combinati e non solo.
Se fossi appena uscito da una di quelle scuole di giornalismo, televisione, comunicazione che proliferano da noi mi farei un anno nella città al mondo che nessuno racconta in italia. A Mumbai, Bombay. La metropoli in cui si vede il futuro, con il passato negli occhi.
Molto diversa da Calcutta, in cui sono venuto per la quarta volta in cinque anni.
Sono andato a trovare Tanisha, 13 anni, che continua a vivere sulla strada dove l’avevo conosciuta due anni fa. Dorme con i suoi genitori, le tre sorelle e un fratellino sugli stessi due pallets di legno di un metro e mezzo quadrato l’uno. Uno di fronte all’altro. In mezzo lo spazio per i passanti che camminano attraverso la loro “casa”. La grande novità e’ che Tanisha mi ha risposto in inglese. Lo sta imparando alla scuola che frequenta grazie all’aiuto che le arriva dall’Italia (Mission Calcutta). Una manciata di euro al mese con cui noi compriamo una pizza.

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Poi sono tornato nella casa di Barasat, ad un’ora da Calcutta, che con TV2000 seguiamo da cinque anni. Le suore della Provvidenza (parlano italiano e sono le piu’ “laiche” mai conosciute) curano bambine di strada, da dieci, quindici anni. Sono state anche più di 50 e questa volta ne ho trovate 27. Le conosco tutte per nome, volto, storia.
Si sta chiudendo un ciclo. Alcune arrivate ai 18 anni prendono strade diverse. Le suore e la psicologa Shipra provano in tutti i modi a farle studiare per emanciparle dal destino scritto della strada e del matrimonio combinato. Sono storie che in questo viaggio ho provato a seguire.
Sono storie a volte difficili da raccontare. Non sempre a lieto fine. Come la vita.
Quando tornero’ in Italia montero’ questo quarto capitolo delle bambine di Calcutta e andrò a fare visita ad una comunità in Friuli che aiuta le bambine. Proverò a capire perché.
È una domanda attuale, mi sembra.

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Ad aprile-maggio si vota in India. Uno dei risultati raggiunti dal governo del nazionalista hindu Narendra Modi sarebbe la tanto pubblicizzata distribuzione di 100 milioni di gabinetti nelle strade del grande paese. La campagna è stata realizzata con il volto di Gandhi.
Un’altra contraddizione, lunga da spiegare. It’s India.

In India, ancora

10 Gen

Sto partendo per l”india. Calcutta, la casa delle bambine di strada in cui vado per la quarta volta, in cinque anni. La incontrammo per caso questa Casa della Provvidenza con TV2000 e non sono piu’ riuscito a staccarmi.
L’idea di Paolo Ruffini fu “seguiamo” queste 40 piccole donne per dieci anni.
Una specie di Boyhood al femminile.

La compagnia aerea mi ha inviato una mail per avvertire di aspettarci lunghe code per passare la sicurezza. Con la chiusura del governo federale americano, la TSA è a ranghi ridotti.

A reti unificate. Il muro con il Canada

9 Gen

Il presidente Trump ha chiesto di parlare a reti unificate al paese.
La prima volta da quando è alla Casa Bianca. Dieci minuti alle nove di sera.
Non c’era la sicurezza che gli sarebbe stato concesso lo spazio.
È andata che Trump ha potuto leggere dal teleprompter la sua richiesta di fondi per costruire non si sa più cosa. Un muro, una barriera, una tenda. Al confine con il Messico, al sud.
Trump non ha parlato di “emergenza nazionale”. Anzi ha esordito parlando di “crisi umanitaria”.
Poi è passato ad elencare crimini commessi da migranti entrati senza documenti.
Hanno brevemente risposto Nancy Pelosi e Schumer, i leaders democratici.
I numeri parlano. “Il problema” non è al confine con il Messico. Ma casomai al nord, quello con il Canada. Dove sono entrati un numero maggiore di presunti terroristi.

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Golden noia

7 Gen

Quest’anno sono andato meno al cinema, come credo sia capitato a tanti. Bohemian Rapshody, che ha vinto migliore film “drama”, non l’ho visto e non mi precipito a vederlo. Black Panther mi è piaciuto.
La cerimonia dei Golden Globes molto meno.
Uno dei due conduttori (Andy Samberg) è cosi’ poco, poco divertente che mi ha ammosciato la serata. I discorsi di ringraziamento, poi, quando diventano elenchi dei collaboratori, ammazzano. E stavolta veramente tanti in modalità lista della spesa. Meglio allora chi saluta la mamma e i figli, come usavano i ciclisti al traguardo.
Mi ha stupito, ad esempio, Cuaron (Roma) che ha letto una cosetta. Al secondo premio ha citato i figli, comunque.

Le uniche cose buone probabilmente sono state quelle silenziate perché contenevano “una parolaccia”. Poco per il resto da ricordare. Non che volessi rimandi al muro con il Messico (che pagherà il Messico) ma qualcosa che facesse capire che siamo dentro il gennaio del 2019 e non del 2009 (c’era Obama). C’è voluto Christian Bale vincitore con Vice (il biopic del vice di Bush, Cheney) per dire che la prossima volta il film sara’ su Mitch McConnell, il leader della maggioranza repubblicana al Senato…
Green Book, migliore film “musical-comedy”, la storia di un italoamericano e un pianista di colore nel sud degli Stati Uniti, ha funzionato come dichiarazione politica dell’anno. Glenn Close, alla fine, ci ha ricordato bene cosa significa MeToo, essere donna e madre, a parte le molestie. Per non dimenticare la stagione scorsa.

Andando agli altri premiati, adoro Patricia Arquette.
Grande Carol Burnett (85 anni) storia della televisione. Ha commosso tutti. Si invecchia e chi conosce la tv americana ricorda la più grande comedian che sia passata da queste parti.
E grande ovviamente Jeff Bridges, anche lui omaggiato per una carriera non solo “Grande Lebowski”. Ha citato uno dei quattro, cinque film che mi porto dentro per sempre, The Last Picture Show (L’ultimo spettacolo) di Bogdanovich del 1971. Era girato in bianco e nero.
Netflix, con The Kominsky Method e Roma, ha trionfato. Ma per il secondo anno ha vinto la più brava di tutti, Rachel Brosnahan, la Mrs. Maisel di Amazon, una serie che finalmente non tratta di “morti ammazzati”.
Questa è la televisione ragazzi. Meglio del cinema.

Il finale delle serie. E quello della vita

5 Gen

James Poniewozik, The New York Times, scrive di Bandersnatch richiamando il finale dei Sopranos che tanto fece parlare. Aggiungo quelli di Mad Men e Breaking Bad.
Le serie a cui ci affezioniamo non dovrebbero finire. Desideriamo una corsa parallela alla nostra e mischiamo destini. Il nostro non ci è dato sceglierlo.
Bandersnatch sembra regalare questa possibilita’. Di farci il nostro finale.
L’intervattivita’, cosiddetta, è solo videogame. “La televisione ha ucciso la realta”.

Un dollaro per il muro

4 Gen

Chiedono alla Pelosi se autorizzerebbe il Congresso a dare un dollaro per il muro di Trump. Lei risponde che il muro è immorale.
A proposito dell’impeachment eventuale di Trump di cui si sono riempiti i giornali italiani, fino a quando non ci sara’ il risultato dell’indagine Russia è fiction. Come il muro.
I democratici hanno vinto le elezioni di midterm sulle spese per la salute. Immorali in America.

Pronti ? Via

3 Gen

Partita la campagna elettorale 2020 per la Casa Bianca, appena entrati nel nuovo anno.
Elizabeth Warren ha annunciato la creazione di un comitato esplorativo. In altri termini, la sua candidatura per i democratici. In programma viaggi in Iowa, lo stato in cui si voterà per le primarie tra un anno circa.
Prima intervista ufficiale ieri sera su MSNBC.