Archive | febbraio, 2019

Navigators

15 feb

Ricordo Renzo Arbore che scherzava sul plurale inglese delle parole usate comunemente nella nostra lingua.
Paese di santi, poeti e navigators. Please.

Stammi bene

13 feb

Boh. Meglio i commenti. Non ho capito.
Dico solo un paio di cose che conosco bene, a margine. L’industria farmaceutica non è evidentemente il male assoluto ma negli Stati Uniti opera in un regime che fatico a definire. Con qualsiasi inquilino alla Casa Bianca.
Piccolo esempio. Da anni ingoio un paio di pillole al giorno. Faccio scorta quando vengo in Italia, dove pago le scatole di medicinali generici meno di 10 euro. Le stesse in America le ho pagate 300 dollari.
L’assicurazione sanitaria per la mia famiglia costa una cifra che pure fatico a dire (sopra 2000 dollari al mese). E non copre quanto la sanità pubblica italiana.
Le lobbies in America esistono per questo. E i democratici hanno vinto le ultime elezioni per il rinnovo del Congresso su questo. Punto.

La restituzione

12 feb

Ho studiato a lungo la filantropia in America. Il tema mi appassiona.
La restituzione parziale o totale di quello che hai ricevuto nella vita è una questione identitaria. Non ho mai visto una tensione lontanamente simile in Italia.
Sono storie diverse su cui sorvolo adesso. Dentro c’è tutto.
Circoscrivendo il campo di attenzione a quello di chi ha fatto tanti soldi con lo sport sta emergendo il fenomeno globale della NBA. Non solo LeBron James e Kevin Durant. Sono in tanti i giocatori di basket che costruiscono case di produzione, che costruiscono monumenti a se stessi ma nello stesso tempo fondano scuole, finanziano programmi concreti di lotta alla povertà.
Non sento mai parlare di iniziative analoghe in Italia. Al massimo alcuni famosi fanno i testimonials. Non c’è cultura della restituzione. Anche nello stato, che non aiuta chi vorrebbe donare. E si dice, da idioti, che “la beneficenza si fa senza dirlo”.
Ho visto la serie su ESPN plus di LeBron e i primi due episodi del talk show appena uscito di Durant. Bella “televisione”. Contemporaneamente i due hanno inaugurato campi di basket e scuole nei ghetti. Hanno finanziato borse di studio. Hanno preso posizione su quello che accade nel paese.
Non tirano solo calci ad una palla e vanno a Dubai e Formentera nel tempo libero.

Non sono solo canzonette

11 feb

Abbiamo trascorso l’ultima settimana a leggere, ascoltare che la “musica non c’entra con la politica”. Una cosa difficile da sostenere cinquanta anni fa.
Oggi tutto è politica. Anche perche’ la politica stessa ha i confini liquidi. Tutti twittano su tutto. Tutti si autoespongono sui social. Eccetera.
Sono in Italia e non ho visto i Grammys ieri sera. Leggo che a Drake (premiato per la migliore canzone rap) è stato tagliato il discorso (critico) di accettazione della statuetta-grammofono. E poi leggo che si è materializzata Michelle Obama, che non è esattamente una che fa musica.
Le canzonette fanno politica anche quando dicono solo “ti amo”. Perche’ dipende a chi lo dicono.

Lo sport in TV. Le cose cambiano, in America

6 feb

Il più noioso Super Bowl degli ultimi anni si è tradotto in un ascolto deludente per la CBS. Sempre relativo (98.2 milioni). Rimarra’ il piu’ alto dell’anno pero’ è sceso di cinque punti dal 2018 e dodici dal 2017. Cresce lo streaming (più 31% sullo scorso anno ).
Le proteste hanno influito certamente. Un errore arbitrale aveva privato New Orleans della finale. E le manifestazioni degli atleti di colore nel corso delle esecuzioni dell’inno nazionale in apertura delle gare hanno segnato una stagione. Ma il trend è meno football e più calcio. Un trend di lungo periodo che sta conquistando nuovo pubblico.
Rimane il dato che 46 delle 50 messe in onda con il piu’ alto ascolto del 2018 sono state partite di football. Questa è la tv generalista in America. Poi noi parliamo di HBO, Showtime, Netflix, Amazon ma i numeri, quelli grandi, dicono sempre la stessa cosa. Quello che Emmys, Golden Globes e compagnie premianti non registrano.
I 30 secondi di pubblicità e lo show musicale dell’intervallo meglio della partita, almeno questa volta, non si sono visti. E gli stessi Netflix, Hulu, Amazon Prime e YouTube TV hanno sentito il bisogno di comprare spot nella serata.
Due dati su cui riflettere. La “tv del cambiamento”, forse.
1) Negli stadi 70.081 spettatori hanno assistito alle partite di football nella stagione appena terminata. 73.019 sono stati quelli che in media hanno comprato un biglietto per vedere una partita di calcio, a dicembre.
2) I diritti televisivi della NFL (football) sono costati nel 2018 meno di quelli del calcio europeo (Premier League, Liga spagnola, Bundesliga e French Ligue messi insieme). Senza contare il campionato italiano che guardo su Espn plus. E quello brasiliano. E quello messicano.
Il calcio non è solo degli americani che parlano spagnolo. Gia’ oggi è lo sport più praticato nelle high schools.
Gli Stati Uniti d’America vinceranno presto il campionato del mondo. Segnatevelo.

It’s India 2

3 feb

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Vado in India da 30 anni. È il viaggio. Poi è diventato anche lavoro e altro.
Ci sono tante Indie. Sentivo oggi Panatta dire in televisione a Quelli che il calcio che 35 anni fa giocare in Coppa Davis a Calcutta gli ha cambiato la vita. Non solo per la povertà estrema. Ma per come viene vissuta. Che non è rassegnazione. Piu’ complessa.

Trenta anni fa partivo con L’odore dell’India di Pasolini nello zaino. Oggi leggo Fortune e le 500 imprese che stanno facendo il miracolo economico indiano e che convivono con quello che scriveva Pasolini. Sono andato a girare in tre slums di Calcutta dove famiglie abitano da generazioni. In alcuni casi le baracche di lamiera sono state rese più solide. C’è la televisione ma non il bagno che è comune ed è ardito chiamare in questo modo.
In televisione vanno ininterrottamente i prodotti di Bollywood. Storie accompagnate da tanta musica. Il volume sempre molto alto. Una colonna sonora della vita. Il divo del genere, Shahrukh Khan, è stato l’attore, producer più pagato al mondo lo scorso anno.
Quando entri in un’abitazione con la telecamera ti viene offerto un tè. E spesso ti viene chiesto di lasciare le scarpe fuori dai 20-30 metri quadrati di casa. Ma lo capisci da solo, vedendole all’esterno. Come in un tempio. Il pavimento di terra o ricoperto con teli di plastica.
Immagini devozionali della religione identitaria alle pareti. Sempre.
Ho incontrato negli slums giovani che ce l’hanno fatta a studiare e hanno ora un lavoro. Tanti nei call centers, che sono una delle grandi industrie di Calcutta.
In America ti rispondono spesso dall’India. E in genere il problema che avevi viene risolto meglio che se ti avessero risposto da Kansas City.

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