Archive | giugno, 2019

Il lungo sonno

30 giu

La Lettura del Corriere spende alcune pagine sul sonno. E l’insonnia.
Sono esperto. Tre ore a notte. Qualcosa in più con “sogni” guidati, provando pero’ a non vivere la notte per sognare la vita del giorno dopo.
Ho da sempre usato il resto della notte per leggere. Da qualche anno per vedere serie tv.
Alle 6 del mattino ho di solito sbrigato la pratica dei quotidiani a cui sono abbonato.
Il materasso in lattice funziona come quello di un albergaccio a caso dove capita di posarmi. Per non dire di aiuti di ogni varietà e potenza.
Quando qualcuno mi dice “ieri, domenica, ho dormito fino a mezzogiorno” non dico cosa penso del lungodormiente. Anzi, si lo dico. Una volta pensavo “un idiota”. Oggi sono piu’ laico. Come in ogni cosa.

Padri e figli

29 giu

La linea di comunicazione che ricordo mai interrotta con mio padre è stata sempre quella dello sport. Lui ne aveva fatto. Scherma e tennis. Anche a livelli niente male. E poi era tifoso, tanto, della Roma. Io meno sport praticato. Pallacanestro, meglio del calcio in cui ero una mezza pippa, lento e con un piede solo.
La prima partita che mi porto’ a vedere all’Olimpico fu un Roma-Fiorentina nell’anno dello scudetto viola. Andavo appena all’asilo e da allora sono tifoso, tanto, della squadra di Firenze, città in cui mi sono fermato forse dieci giorni nella mia vita.
Per il secondo scudetto viola ero con mio padre a Firenze, nell’ultima di campionato. Andavo al liceo a Milano e fu una sua sorpresa.
Ma prima ho un’altra fotografia in testa. Ero allo stadio il giorno della finale dei 200 metri delle Olimpiadi di Roma. Bimbetto tra le braccia di mio padre, grida di gioia alla vittoria di Berruti.
E poi tanti “Tutto il calcio minuto per minuto” vissuti insieme. Non mancavo mai una domenica fino a quando ha vissuto mio padre e io ero a Milano e i miei sul lago di Como.
Ricordi. Belli. Non so perche’ oggi. Forse perche’ il segnale di Sky è sparito. E sono andato sulla Rai per vedere la partita in cui ha giocato quella meraviglia che è l’Italia del calcio femminile. Ed è arrivata una telefonata di mio figlio.

Venti candidati e non c’è quello che avrebbe portato a casa l’Ohio

26 giu

I primi due dibattiti tra i candidati democratici alla Casa Bianca vanno in onda stasera e domani in America sulla NBC, MSNBC. Sono venti, dieci alla volta. Volendo fare una terza serata ce ne sarebbero stati altri. Anche indipendenti dai due grandi partiti.
Parte cosi’ ufficialmente la lunga carica dei democratici alla Casa Bianca abitata da Trump.
Manca un senatore che avrei visto volentieri in questa ammucchiata. Sherrod Brown dell’Ohio. Lo stato a cui si riduce alla fine la sfida (con la solita Florida).
Brown ci aveva pensato.
Chissa’ se Obama vedra’ i dibattiti. Le ultime notizie lo davano a casa Clooney sul lago di Como. E anche a mangiare nell’albergo dove mia madre ha lavorato e vissuto per quaranta anni, a Cernobbio.
Non esattamente un bed and breakfast dell’Ohio.

Figli, scuola, regole

22 giu

Sto montando il viaggio in Mozambico per Rai Italia e il viaggio tra i Maestri elementari per TV2000.
Non riesco, come sempre, a separare il lavoro dal resto. La fortuna di fare cose che intrecciano tutto. Molte ore in due salette ma questo non mi è mai sembrato un lavoro. Vabbe’.
Ieri stavo ascoltando l’intervista fatta alla maestra Raffaella di Bologna che ha detto “poche regole ma…”. Avevo appena letto Annalena Benini sul Foglio che, a proposito di figli, scrive di una regola, almeno.
Mi sono accorto cosi’ di non avere mai dato una regola, ai figli. E nemmeno di averne ricevute dai miei genitori. Sono di quelli che crede che la regola sia il tuo comportamento, quello che fai e come lo fai. Anche e soprattutto quando sbagli. Poi tanto i figli, che sono altro da noi, faranno come crederanno.
Negli ultimi tempi in tanti si sono esercitati a scrivere libri sul rapporto genitori-figli. Ormai occupano un intero angolo delle librerie. Ne ho letti parecchi senza ricavarne molto. Perche’ anche noi lettori siamo altro da quelli che scrivono di noi, genitori.

Mozambico, the end

18 giu

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Sono stato due settimane in Mozambico. C’è chi scrive un libro su quindici giorni africani.
Mi sono preparato leggendo prima di partire. Poi, arrivato, ho seguito un fitto programma di incontri e spostamenti che si è aperto ogni volta all’alba e chiuso alla cinque del pomeriggio quando calava la notte. Ecco, di notte non sono andato in giro a camminare perche’ ampiamente sconsigliato (alcune ONG lo vietano ai propri appartenenti).
Ho raccolto, in tante conversazioni senza la camera, racconti di un’Africa che non ho visto. Droga, traffico di organi, tanta violenza sulle donne. Cose che succedono pare molto anche a Maputo, che a me invece è sembrata una bolla prima di entrare nella povertà assoluta.
Questo per dire che quelle che giriamo e portiamo a casa sono spesso storie positive di nascita e rinascita di opportunità. Poi ci sono le altre storie che ci vengono riferite da chi vive in questo pezzo di Africa da tanti anni.
La nostra cooperazione, le nostre ONG che ho incrociato sono rappresentate da italiani (soprattutto donne, italiane) che mi sono sembrati reificati nel loro lavoro (“missione” non lo vogliono sentir dire). Poi ci saranno altri, meno coinvolti. Questi non li ho visti. Ci saranno perche’ la cooperazione è specchio del paese.

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Ho visto tante buone pratiche e ne ho parlato poco, più attento in questo blog alle curiosità. Di queste si occuperà il programma tv realizzato per Rai Italia.
Ho fatto incontri sorprendenti con un’attivista sieropositiva in un nuovo centro di Sant’Egidio, con un sacerdote veneto in un campo di sfollati a causa del recente ciclone, con un piccolo gruppo di nostri giovani che vivono in un paese cosi remoto che sembra fermo a secoli fa e che hanno creato una cooperativa di piccoli agricoltori, con altri che hanno promosso costruzioni di asili, di scuole professionali dove c’è il deserto educativo e poi medici, ingegneri, economisti, urbanisti, professori universitari. Tanti italiani che si sono immersi nell’Africa.
Provero’ a raccontare loro.
Io per principio li rispetto. Io ieri ero felice di essere tornato a Roma. Per raccontare l’Africa bisogna conoscerla, esserci stati a lungo e più volte in una vita. E non solo nei resorts sul mare.

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Nella bandiera del Mozambico c’è un kalashnikov (unico paese la mondo?). Le armi girano parecchio ma io le ho viste solo stampate.
La mia (breve) Africa, quella che ho attraversato, è stata dolce.

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Il ponte cinese sull’Africa

14 giu

Abbiamo percorso i tre chilometri del ponte sospeso più lungo dell’Africa. A Maputo.
Costruito da una corporation cinese. Costato circa 785 milioni di dollari. I vecchi ferry boats sono arenati sulla spiaggia. Prima del ponte ci volevano ore per passare da una riva all’altra. Tanta Cina in Africa.
In Mozambico vedi tanta cooperazione internazionale. Poi vai su una strada nuova e ti dicono che è cinese.

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Sala riunioni, Mozambico style

13 giu

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Alla fine degli anni Settanta, all’epoca della costruzione della diga di Pequenos Limbobos ad un’ora circa da Maputo, venne preso un piccolo coccodrillo. Ora lo si puo’ trovare al centro del tavolo nella sala riunioni in cui ci ha ricevuto il direttore della diga stessa, opera di una società italiana che ha lavorato per la nostra cooperazione.
Il direttore AICS ci ha ricordato che i lavori della grande opera che contribuisce a dare acqua alla capitale Maputo avvennero in tempi in cui ancora il paese non era pacificato.

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Il pieno

12 giu

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In questi giorni abbiamo passato ore in macchina su piste di terra, strade con buche e anche senza, come a Maputo.
Nella capitale pochi semafori e zero strisce pedonali. Si attraversa di corsa. Si crepa parecchio. Trasporti pubblici informali. La benzina, quando la trovi, costa meno di un euro a litro. Automobili giapponesi, sempre di quella marca.
Ai bordi delle strade un pieno di umanità che avanza, spesso a piedi nudi. Un paese a due velocità.

Sullo Zambesi

12 giu

Dopo una lunga trattativa con l’esercito a guardia del ponte sullo Zambesi, nelle remote (per me) province di Sofala e Zambezia, il drone ha svolazzato in cielo per una mezz’ora al tramonto.
Impronte di ippopotami sulla riva.
Il ponte , costruito, una decina di anni fa con fondi europei, della Banca Mondiale e della cooperazione italiana, è solo uno dei sei sull’intero corso dello Zambesi, il quarto fiume dell’Africa per lunghezza, che attraversa Zambia, Angola, Namibia, Botswana, Zimbabwe e Mozambico.
Si paga un pedaggio sul ponte che ha aperto una via di collegamento vitale per lo sviluppo del paese. Se le strade fossero in condizioni buone. Il governo ha promesso (elezioni alle porte) che ci lavorera’. Intanto alla manutenzione di una parte della strada ci pensa una ditta cinese, ci hanno raccontato.
Dopo il tramonto, per non farci mancare niente, qualcuno tra di noi si è cibato di spiedini di coccodrillo.

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Baobab che fai tanto bene

10 giu

Nel cortile di un asilo costruito da una ONG trentina (CAM) in un villaggio abbiamo trovato due baobab centenari. Si dicono cose straordinarie delle proprietà dei suoi succo e polvere, qua in Mozambico.
Paolo ci ha raccontato la leggenda per cui un dio trovo’ il baobab talmente bello che per gelosia lo rivolto’. E cosi’ ora le radici sono in alto. Metafora a piacere.

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Bosco verticale, Mozambico style

9 giu

Mica ce l’hanno solo a Milano il bosco verticale.
Anzi quello di Beira, Mozambico, è cresciuto prima ed è venuto su naturalmente.
Ci siamo passati questa mattina da quello che è stato il Grand Hotel di Beira, sul mare.
Ha una storia meravigliosa . E’ stato un resort di lusso e oggi ospita circa 3000 occupanti .
Si specchia sull’oceano e racconta della decadenza struggente di questa che è una delle tre grandi città del paese. Il ciclone di due mesi fa ha dato la botta finale.
Andando via ho visto le piante cresciute spontaneamente. Ho detto a Davide, milanese, che mi ricordava un grattacielo di moda dalle sue parti. Il “bosco verticale” mi ha detto lui.

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CUAMM c’è

8 giu

Martina di Sondrio e Serena veneta come Giovanna (responsabile CUAMM nel Mozambico) le ho incontrate a Beira dove sono arrivato oggi. E’ la città sul mare in cui è passato il ciclone Idai poco più di due mesi fa.
Si vedono ovunque alberi abbattuti e tetti scoperchiati, come quello dell’ospedale della città. L’antica sede è compromessa e il reparto neonatologia è spostato temporaneamente nella nuova ala costruita dalla Cina. Come tanta Africa.
E’ tra i bambini appena nati, molti prematuri, che ho trovato Martina e Serena.
Che dire senza affogare nella retorica ? Le vedrete nella serie televisiva di Rai Italia sulla cooperazione AICS (l’agenzia italiana ufficiale).
Sono un bel pezzo d’Italia. Sono Medici con l’Africa (e non per l’Africa). Al CUAMM ci tengono molto alla preposizione, con. Serena segue Martina che sta facendosi le ossa e tutte e due seguono giovani medici mozambicani.
Mi sono commosso ma ormai mi capita spesso. Invecchio.

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A casa loro

7 giu

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Girando per qualche settimana in Italia classi di scuole elementari ho dovuto fare molta attenzione ai volti dei bambini.
Obbligatoria la liberatoria dei genitori per andare in onda. E quindi lunga preparazione. O riparazione, dopo. O lavoro al montaggio di sfocamento.
Arrivato in Africa, liberi tutti. Bambini ovunque. Camminano ai bordi delle strade, anche da soli, per chilometri, con la divisa azzurra della scuola pubblica.
Sono sulle spalle delle madri, avvolti nei teli colorati. Emergono solo con gli occhi che si interrogano, forse, su chi siano quegli strani, brutti esseri dalla pelle cosi’ bianca.
A casa loro, in Mozambico, ci riempiamo i telefoni e le telecamere (nel nostro caso) di immagini di bambini. Cinque o sei a famiglia, in media.
I cooperanti italiani lavorano, soprattutto, a progetti per queste generazioni.
I cooperanti italiani che sto conoscendo hanno imparato il portoghese.
Si muovono come pesci nell’acqua e non lo dico per citare il presidente Mao, che da queste parti resiste nei nomi delle strade, come Karl Marx e compagnia revolucionaria di altre ere geologoche.
I cooperanti sono il nostro paese fuori dall’Italia. Come la pizza e la Juventus di Ronaldo, che in quanto portoghese strabatte il piu’ forte Messi (da quest’anno si vede il campionato italiano a queste latitudini, non a caso).
In Mozambico, almeno a Maputo, capiscono l’italiano piu’ dell’inglese. Per quel poco che ho visto. La cooperazione è piantata dall’indipendenza in Mozambico.
Poi c’è l’ENI, mi hanno detto all’ambasciata italiana. Come c’è in Myanmar dove sono stato un mese fa sempre a fare storie di cooperazione italiana ufficiale (AICS).
Quelli dell’ENI chi sono ? Cooperanti ? Italiani di serie A ? Guadagnano e stanno in Mozambico come Davide, Martina, Giulia, Paolo, Federica con cui sto scoprendo il paese ?
Siamo tutti a casa loro. Che poi è anche casa nostra, come mi diceva ieri Davide.

HIV, il test

7 giu

Ci siamo inoltrati nel “mato” ieri. Nella giungla, strada sterrata per 40 chilometri, oltre Tofo, sull’oceano.
Abbiamo incontrato un laboratorio itinerante, implementato dalla cooperazione italiana.
Si fanno test preventivi sull’AIDS. Molto presente in Mozambico. Un milione e mezzo di sieropositivi, più donne che uomini. Ma le cifre dipendono, appunto dai test.
Risultato immediato. Consegna dei profilattici. E, nel caso, di accertata positività, vengono dati i farmaci retrovirali.
Al comando delle operazioni un’attivista sociale che tutti chiamano Mama Laura.

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Latte. E birretta

5 giu

Niente latte fresco in Mozambico. Solo a lunga conservazione.
Oggi, nel lungo viaggio in macchina da Maputo a Tofo, sosta al baretto che ha dietro un’azienda agricola. Si vendeva latte. Bene prezioso.
La birra, invece, scorre a fiumi. Ma questo è un altro discorso.

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MAESTRI, in Mozambico

5 giu

Si fanno molti figli in Mozambico. Famiglie molto allargate.
Nella scuola elementare dello slum in cui sono stato ieri aule nuove, grazie alla cooperazione italiana.
2800 bambini e 40 maestri. Su due turni, che prima del “nostro” intervento erano tre.
Nella classe che ho visitato i bambini presenti erano 52, contati.
Piu’ del doppio delle classi in cui sono stato a girare MAESTRI che andrà in onda a settembre, su TV2000.
Oltre i numeri, gli sguardi.

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Mozambico, Italia

4 giu

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Ieri mattina sono entrato nello studio di Reinata, celebrata ceramista al Museo di Storia Naturale di Maputo. C’era questa figura di donna, tra le altre, su uno scaffale. Mi è piaciuta da pazzi.
Quella testa aperta a meta’, dopo tre giorni in Mozambico, mi pare una figura che racconta quello che sto vedendo.
La capitale del Mozambico è una bella città. Ville meravigliose in centro, lascito dell’impero portoghese.
Il supermercato dove ho fatto la spesa meglio di quello sotto casa a Roma. E poi tutto digitalmente avanzato, connessione ottima. Che queste due cose già ti farebbero dire che sei in un paradiso anche perche’ il clima è perfetto. Caldo asciutto con fresco alla mattina e alla sera.
Le giornate iniziano alle sei del mattino con il sole e si chiudono alle cinque del pomeriggio quando cala il buio. Alle sette si inizia a lavorare negli uffici pubblici, che per un insonne come me e’ il giusto.
Poi siamo andati a girare in uno slum, che in Mozambico chiamano “quartiere informale”. Non molto diverso da quelli che ho visto in India, Kenia, Filippine. Il politicamente corretto troverebbe una ragione nell’organizzazione comunitaria della baraccopoli. Discorso lungo. Ma la testa divisa dice delle due citta’.
Nel campo di calcio con il fondo di terra si muovevano autentici assi. Che me ne sarei presi almeno due per portarli alla Fiorentina. E’ lo slum da cui è emerso il grande Eusebio.
Maputo, che tutti gli italiani che ho incontrato alla Festa della Repubblica all’ambasciata italiana non lascerebbero più. Mozambico, Italia.