Archive | novembre, 2019

Televisore spento

19 nov

Sono a Palermo. Ho visitato la casa di Don Pino Puglisi, ucciso da mafiosi, ventisei anni fa. Il giorno del suo compleanno. Figlio di un calzolaio, una sarta e del suo quartiere, Brancaccio.
Nella sua camera, davanti al letto, un televisore.

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Domenica reale

17 nov

Domenica senza calcio. Allora, Netflix. Che di solito è rito notturno.
Avevo cominciato The Spy e mi ha preso. Dal producer di Homeland.
Da oggi pero’ The Crown, terza stagione, è arrivata sulla piattaforma.
Quando scrivo questo post sono al terzo episodio.
All’inizio mi mancava Claire Foy, l’Elisabetta delle prime due serie, di cui ero innamorato.
Olivia Colman, la nuova Elisabetta, è fantastica e ci ho messo poco ad abituarmi al cambio.
Ogni fotogramma della serie è una lezione di regia e di struttura narrativa.
Ti fa quasi venire voglia di palazzo reale… che da noi sarebbe abitato da Cetto La Qualunque, ora al cinema.

Cosa è diventato Internet

16 nov

Questa settimana The New York Times Magazine parla di noi. Che siamo su Internet tutto il giorno.

Pariolino

13 nov

Ho sentito Daria Bignardi chiedere stasera a Calenda se gli secca essere chiamato “pariolino”.
Il Calenda ha negato di avere abitato nel quartiere.
Io ci sono nato (in una casa in affitto). Quando ho cercato un posto a Roma, molti anni dopo, sono tornato ai Parioli (in affitto). Costavano meno di Monteverde, Trastevere, Prati, Trieste. Quartieri de sinistra. Che non hanno votato a sinistra le ultime volte. A differenza dei Parioli.

Parole che verranno

13 nov

Un programma con due ragazzi settantenni.
Salvatore Natoli e Paolo Rumiz. Lavori in corso.

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Masterdon

13 nov

A cena, a Genova.

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SOLDATI D’ITALIA. Should I stay or should I go ?

11 nov

Utile ascoltare i microfoni aperti delle radio dopo l’attentato in cui sono rimasti feriti cinque militari italiani in Iraq.
Le voci selezionate chiedono (in larga maggioranza) che ci stiamo a fare in quei “postacci”, quanti soldi “buttiamo”, quante vite mettiamo “inutilmente” in pericolo.
Difficile ormai parlare di realta’ piu’ complesse di quelle riassunte in uno slogan.

Lo scorso anno ho lavorato ad una serie di Rai Italia sulle missioni dei nostri soldati in Afghanistan, Libano, Kosovo, Kuwait, Golfo di Aden, Iraq ( sono sulla benemerita Rai Play ). Ho conosciuto miitari italiani di contingenti (che si alternano) in quei luoghi. Ho provato a raccontarli, i nostri militari. Non ho fatto un’inchiesta, non era la mia mission.
Ho ricavato l’impressione che fossero contenti di essere in quei luoghi. Non solo per ragioni economiche. Orgogliosi di rappresentare il nostro paese in aree di crisi del mondo. “Non ho scelto di fare questa carriera per mettere su panza a casa”, mi ha detto Nicola, mostrandomi la foto della famiglia, con gli occhi lucidi.
Questo è il punto. Noi siamo in quei luoghi perche’ siamo parte di ONU, Unione Europea, NATO. Se si vuole discutere del nostro impegno si discuta di questo.
La nostra presenza fuori si sta peraltro riducendo (500 donne e uomini in meno dall’Iraq negli ultimi sei mesi). In tutto ad oggi parliamo ufficialmente di 7343 militari (in realta’ sono meno) per un costo (si legge) di un miliardo e cento milioni.
In questo costo ci sono tante altre cose. Noi facciamo addestramento, in generale, delle forze locali. Ma anche cose come (visto in Afghanistan) un progetto che investe le donne che lottano in famiglia (e fuori) per andare nelle università e fare un mestiere che ha a che fare con l’informazione, la comunicazione. I contingenti italiani sono apprezzati perche’ hanno un rapporto con i territori e chi li abita diverso (non è il solito luogo comune).

Oggi parliamo di questo attentato perche’ ha colpito nostri uomini. Accadono ogni giorno (in Afghanistan ed Iraq) e fanno vittime di polizie, eserciti locali, nostri alleati, giornalisti e tanti civili.
Uomini delle forze speciali ci hanno accompagnato lo scorso anno in un paio di uscite. Impressione di grande preparazione e di immenso orgoglio di fare parte di queste forze scelte.
Quello di cui bisognerebbe discutere oggi è come spostare gradualmente la nostra attenzione in altre aree a noi strategicamente piu’ vicine, come il Sahel e la Libia. Cosa che si sta facendo, da quello che pure leggo.
“Should I stay or should I go” non è il semplice ritornello di un meraviglioso pezzo dei Clash.

PS Quest’anno lavoro ad un’altra serie di Rai Italia, sulla cooperazione italiana all’estero. Torna lo stesso ritornello ma la risposta è ancora piu’ complessa.

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TV operaia

11 nov

Segnalo che ieri il programma di Lucia Annunziata aveva un pienone di operai (e sindacalisti, impiegati, ecc) in studio e ha fatto un ottimo ascolto (1.035.000, 6,52%). Non scontato.

Muro elettorale

10 nov

Mi ero dimenticato del muro con il Messico promesso da Trump nella campagna elettorale del 2016.
The New York Times ci aggiorna. Otto miglia in costruzione. Restano solo 1.900 miglia per completare il muro.
Siamo ad un anno dalle nuove elezioni.

Alexander Langer

10 nov

A Provincia Capitale di Camurri, Rai Tre, viene ricordato Alexander Langer.

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Cade il muro allo stadio

9 nov

Trenta anni fa. Il muro cade allo stadio di Berlino., oggi.

Aspettando THE CROWN

6 nov

Grande ritratto dell’autore di The Crown, sul New York Times Magazine.
Aspettando la terza stagione. Netflix, dal 17 novembre.

La vita è un format

5 nov

La vita è un format (citazione).
Visto Fiorello, che si autocita. Viva Rai Play, di cui sono grande consumatore (autocitazione di riflesso).
Nulla di nuovo sotto il cielo televisivo. “Il ragazzo sessantenne” (citazione da Stefano Bartezzaghi) era bravissimo e ora è bravissimo.
Con una squadretta che sembra la Juventus. Basta vedere i credits finali. Ci vinci quattro Champions League di seguito.
Grazie a Rai Play sto recuperando tutto Il Collegio. Serve a capire dove siamo arrivati. Dai tempi di Davvero (Rai Due, 1995). Altra autocitazione. I credits di una puntata sono una lista che contiene tanti che da allora hanno fatto tanta tivù.
Aspettando che una cosa nuova si affacci nel televisore. Scusate, sul computer.

L’aldilà

2 nov

Girovagavo e ho incrociato Adriano Celentano a colloquio con la Toffanin, su Verissimo. In una pausa calcio.
Lei luminosa, anche brava, considerando chi aveva di fronte.
Lui a 80 anni passati, come se ne avesse 30 di meno. Grazie al montaggio.
Non importa cosa ha detto Adriano. Un mare, alle sue spalle, nella semioscurità. Un tappeto musicale molto presente, alla Muccino. Campo e controcampo molto stretti. Mai un totalino, per capire dove fossero. Forse vicini ai cancelli del cielo.

La lettera pubblica di Sorkin a Zuckerberg

1 nov

Aaron Sorkin ha scritto The Social Network nel 2010.
Ora scrive a Zuckerberg, via New York Times.