Archive | Aprile, 2020

Primo maggio

30 Apr

In onda I LAVORI IN CORSO, su TV2000. Alle 21.50. Venerdì primo maggio.

Apocalypse Now

29 Apr

Ha detto Coppola di Apocalisse Now “It’s about the destruction of people’s morals. It’s about the way America operated during Vietnam as well as the confused values that America pushed upon the world. It’s about war. It’s about people”.
Senza tornare sulla differenza non solo lessicale del virus dalla guerra ieri il Vietnam è tornato nei telegiornali americani. Il numero delle vittime di quella guerra è stato superato dalla pandemia, negli Stati Uniti.
Un numero che altre guerre hanno ingigantito con le morti tra i civili. Ma il Vietnam è la memoria collettiva di una generazione che ora è la più fragile.
A New York, mi dicono i figli, non si trovano mascherine.
I paragoni con le maschere protettive dal napalm sono come quelli della pandemia con la guerra. D’accordo, non sono ovviamente la stessa cosa. Si fanno lo stesso.

Le case del riposo eterno

26 Apr

Marc Augé scrive “tutti muoiono giovani.
Mia madre ha vissuto un quarto di secolo più di mio padre (nati nello stesso anno). Io ricordo mio padre anziano (così mi sembrava allora). Mia madre no.
La durata media della vita si è talmente allungata che abbiamo creato una nuova categoria merceologica (e, solo dopo, demografica) che abbiamo chiamato dei “baby boomers”, i nati negli anni Cinquanta-Sessanta.
La caduta statistica della libido non sembra frenare la crescita esponenziale dei siti di incontri tra over 60. Che non credo sia frutto solo della domanda di compagnia. Che allora basterebbe un fantastico cane.

Non “dimostrare” l’età che si ha è il mantra quotidiano amplificato dai social.
In questi giorni di ricrescite selvagge sono molto attento a scorgerne gli effetti in televisione, soprattutto sugli uomini (mi fanno leggermente schifo i maschietti che si asfaltano i capelli, parlo solo del mio genere).
La vecchiaia nei corpi sfatti non cancella la soggettività. Almeno fino al limite del rimbambimento. Paura della demenza, non della morte.
La vecchiaia, invece, segnata in Italia dalla riscossione della pensione è una variabile che andrebbe riletta per scrivere una storia del paese interessante. Ricordo che quando ho cominciato a lavorare come bibliotecario alla Braidense di Milano (in un’altra vita) assistevo alla fuga verso la pensione di colleghe/i nei loro quaranta anni grazie ad una meravigliosa leggina.
Non ho mai sognato di non lavorare. Non vado in miniera la mattina.

Sono sempre stato attratto dai vecchi. Ci ho fatto un programma televisivo (format norvegese) che si chiamava Supersenior, andato in onda su Rai Due ai tempi di Freccero. Mi dissero (uno studio sugli ascolti) che gli anziani non amano vedere loro coetanei. Preferiscono guardare le veline di Striscia (la libido, appunto).
Sartre ha scritto “Essere morto è essere in preda ai vivi. Ciò significa che colui che tenta di cogliere il senso della sua futura morte deve scoprirsi come preda futura degli altri».
Quella degli altri in questi giorni ha dei luoghi privilegiati. Le residenze per gli anziani. È una vicenda globale. Come è globale questo virus. Al di là delle responsabilità specifiche. In America le nursing homes (RSA) si sono affrettate in tutti gli stati a chiedere l’immunità legale contro le cause civili perché in questi casi, da quelle parti , si monetizza pesantemente e rapidamente.
Ho letto storie simili accadute ovunque. Nel New Jersey, a Brooklyn, in California e potrei continuare a lungo.

Le cerimonie degli addii sono state amputate. Le nostre memorie non sono però sepolte nella fossa comune.

25 Aprile. A casa

25 Apr

Al supermercato

24 Apr

La nonna, con Alzheimer ha 87 anni. La famiglia (di un filmmaker australiano) le porta il supermercato a casa. Gli alimenti preferiti sono nella lista e disponibili.
Bella.

Calcutta, una buona notizia

23 Apr

Mi è arrivata da Rakhi, della preziosa MISSIONE CALCUTTA, una fotografia.
È la famiglia di Tanisha. Ci sono i genitori, la nonna, le due sorelle e il piccolo fratello. Stanno bene.
L’immagine arriva dalla strada, che è la loro casa.

Il grande vecchio

22 Apr

Finalmente è stato scoperto, denudato e incarcerato quel “grande vecchio” che alcuni cercavano dagli anni cosiddetti di piombo.
Leggo che il titolare della task force sulla fase due Colao (58 anni il prossimo ottobre) avrebbe suggerito di non aprire al lavoro il 4 maggio ai sessantenni. E che Conte, il Presidente del Consiglio, avrebbe detto no grazie. Meraviglioso, tutto.
Questo virus sta capovolgendo il mondo. Il paese dei vecchi almeno fino a ieri (l’Italia) e il paese giovane fino a ieri (gli Stati Uniti d’America) si scambiano luoghi comuni.
L’America candida alla Casa Bianca due vecchi (Trump 74 anni a giugno e Biden, 78 anni a novembre).
L’Italia-task force, che ha visto partire in dieci anni 250 mila giovani (15-34 anni) senza apparenti traumi, sembra far finta di non capire che la sottile linea rossa non corre tra giovani e vecchi ma tra garantiti e non garantiti. Tra caste e fuori casta.
Cosa dice quel cartello sull’autostrada che ora non possiamo percorrere ? Sei in un paese meraviglioso.

Task force SCUOLA, maestra/o elementare ?

21 Apr

Ho letto l’elenco dei componenti della nuova task force. Quella sulla scuola.
Le competenze, professionalità non sembrano includere maestre/i di scuola primaria.
Siamo un paese che sta progettando una ripresa del lavoro senza quella della scuola.
Cosa fanno in Germania ?
Se riaprono fabbriche ed uffici con chi stanno i bambini ? Lo chiedo ad un paio di maestre e ci tornero’ sopra.

Africa vicina, coronavirus in Tunisia

21 Apr

L’Africa è vicina e la Tunisia è vicinissima.
Michele Crudelini è responsabile, in Tunisia, della comunicazione dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), Ministero degli Esteri del nostro paese. Dopo Mozambico (Martina) e Senegal (Chiara) la Tunisia è uno dei paesi che ho raccontato con con Vasi, operatore e amico. Il programma è stato realizzato per Rai Italia. Titolo “Solidali d’Italia”.
Michele è giovane e bravo. Conosce le lingue e la realtà in cui si muove . Il paese da cui partono più migranti per le nostre coste vicine. Ecco la sua lettera.

Anche ai tempi della pandemia Covid-19 il futuro della Tunisia è strettamente legato a quello dell’Italia e viceversa.
Non è stato infatti un caso che i provvedimenti di contenimento in Tunisia siano stati presi pochi giorni dopo che i primi decreti legge redatti dal governo italiano venissero attuati per affrontare la fase di emergenza del coronavirus.
Occorre però segnalare che in materia di contenimento preventivo, la strategia adottata dalla Tunisia è stata ancor più rigida rispetto ai protocolli utilizzati dai principali stati europei, tra cui l’Italia.
Le frontiere aeree, marittime e terrestri sono state infatti ufficialmente sospese il 17 marzo scorso. Un blocco tuttora in corso.
Dal 18 marzo le autorità tunisine hanno invece stabilito il coprifuoco su tutto il paese dalle 18 del pomeriggio fino alle 6 del mattino, mentre dal 22 marzo è entrato in vigore il lockdown delle attività economiche oltre alla limitazione della libertà di circolazione delle persone (come per esempio il divieto di viaggiare al di fuori del proprio Governatorato di residenza). Queste misure risultano essere ancora in vigore fino al 3 maggio prossimo, data apparentemente scelta dal governo per entrare nella cosiddetta fase due della ripresa.
A queste restrizioni vanno sommate le misure preventive prese dal Paese già tra febbraio e marzo, tra cui la limitazione dei voli da e verso i paesi più a rischio, come Cina, Corea e Italia. In questo modo la Tunisia sembra essere riuscita a rispondere per tempo e piuttosto efficacemente all’emergenza Covid-19. Attualmente i contagiati registrati sono sotto il migliaio mentre i decessi sono meno di cento. Si tratta di dati che tuttavia occorre leggere con prudenza alla luce della quantità di tamponi finora effettuati che non copre una quantità sufficiente di popolazione tale da poter quantificare realmente la diffusione del virus.
L’eventuale scampato pericolo di fronte ad un’emergenza sanitaria che probabilmente la Tunisia non avrebbe avuto la forza di reggere, tuttavia fa ora concentrare le principali preoccupazioni del paese verso la cosiddetta fase due, ovvero quella della ripresa delle attività. In particolare, ad allarmare è la capacità di reazione del sistema socio economico tunisino che, dopo la rivoluzione ha attraversato un periodo di forte crisi.
A seguito del confinamento, si è registrata una considerevole diminuzione della produzione, la chiusura di gran parte punti vendita e la sospensione delle operazioni commerciali internazionali. La decisione del confinamento è stata considerata dolorosa, anche dalle autorità, per un paese che ha più di 1 milione e duecentomila dipendenti nel settore privato, gran parte dei quali saranno inattivi, insieme a quasi 1 milione di dipendenti pubblici e impiegati di imprese pubbliche, ma soprattutto un paese che ha quasi seicentomila (600.000) disoccupati e quasi 1 milione di lavoratori nel settore informale.
Come conseguenza di questo è da segnalare l’aumento di epiodi di microcriminalità (furti) e assembramenti di protesta contro le forze dell’ordine in alcuni quartieri della periferia di Tunisi.
L’attuale governo tunisino, formatosi a seguito delle elezioni avvenute lo scorso settembre e dopo alcuni mesi di trattative, sarà chiamato quindi a traghettare il paese attraverso una fase molto delicata della sua storia, con conseguenze per i giovani, le donne, i bambini, gli anziani, i piccoli e medi imprenditori e tutte quelle categorie più vulnerabili all’interno della società.
Infine, occorre segnalare che, nonostante le difficoltà, la Tunisia non ha rinunciato ad esprimere aiuto e solidarietà verso un paese storicamente amico come l’Italia. Come riportato dall’Ansa lo scorso 13 aprile, un team di sette persone tra medici ed infermieri militari tunisini è atterrato all’aeroporto di Malpensa per aiutare il personale medico di Brescia nella lotta alla diffusione del Coronavirus.
Si tratta di un gesto che in un momento di smarrimento collettivo intende tenere salde quelle relazioni di amicizia tra due paesi vicini per storia, tradizione e cultura. Da questo gesto di solidarietà può emergere una riflessione finale: ovvero che nelle settimane e nei mesi a venire la cooperazione tra Italia e Tunisia potrà essere ancora una volta uno strumento indispensabile per entrambi i paesi per affrontare e superare questa sfida e ritornare insieme a costruire un Mediterraneo di amicizia e sviluppo.

Eccola

20 Apr

Ecco l’udienza  Da Papa Francesco. Con Papa Francesco.
Poi ci sarebbero gli extra. Quelli che non si montano nella versione in onda. Come questo.

L’udienza. Con Papa Francesco

20 Apr

Questa sera speciale ore 21.05 TV2000 “IO CREDO. IN UDIENZA DAL PAPA”.
Con i protagonisti del programma che si sono rivolti al Papa con brevi interventi.
Ha introdotto don Marco Pozza. Papa Francesco, alla fine, è da vedere. La parola chiave “vicinanza”. Il contrario del distanziamento sociale. Eravamo nella fase di montaggio del programma, gennaio di quest’anno.
PS Ho detto qualche parola anch’io ma di questo magari dico domani.

Africa, coronavirus. Interessa?

19 Apr

Per la prima volta in 25 anni l’Africa subsahariana potrebbe andare in negativo, in recessione. Il numeretto della crescita con il segno meno davanti significa che l’incerta “sicurezza alimentare” si eclissa.
La cancellazione del debito dei paesi africani dovrebbe essere all’ordine del giorno, Cina permettendo.

I dati ufficiali aggiornati al 16 aprile ci dicono di 911 decessi attribuiti al Covid-19. Non a caso il numero di contagiati maggiore sarebbe in Sudafrica dove il sistema sanitario ha risposto testando relativamente di più la popolazione.
I cosiddetti quartieri informali (slums, baraccopoli) nelle metropoli sono una concentrazione di residenti senza eguali. Le stesse grandi città, calamite di migranti interni, vivono condizioni di affollamento che oggi sembrerebbero il perfetto terreno di coltura del virus. Addis Abeba, ad esempio, ha una densità urbana più alta di New York. Lavarsi le mani nell’acqua in cui si cucina è prassi consolidata in larghe porti del continente.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ci ha detto che in tutta l’Africa si contano circa duemila ventilatori per le terapie intensive. Zero in Somalia, tre in Mali, quattro in Sud Sudan, venti in Senegal da cui mi ha scritto Chiara (uno per 787mila abitanti) e 34 in Mozambico da cui mi ha scritto Martina (uno per 885mila abitanti). Nella maggioranza dei 55 paesi dell’Africa la sanità pubblica è non esistente, spesso affidata alle organizzazioni no profit che operano nel continente.
La malaria, che nel 2018 ha fatto 405mila vittime (in gran parte in Africa) è un fattore di rischio conclamato per chi rischia il contagio.

Come dire oltre che l’Africa ci riguarda come mai prima d’ora ?
Non vedo un grande interesse della nostra informazione per il vicino continente. Non ho idea quanti e quali corrispondenti ci siano in Africa, di solito coperta da inviati che arrivano, passano e partono. C’è una rete infinita di italiani che ci lavorano, nella cooperazione ma anche nel commercio, nell’industria.
In attesa di nuovi Kapuściński datevi una sveglia, attiviamoli, voi che fate informazione. Da casa vostra.

Una lettera dal Senegal, in tempi di coronavirus

18 Apr

L’Africa è vicina. Dopo la lettera di Martina, quella di Chiara. Chiara Barison è la responsabile, in Senegal, della comunicazione dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), Ministero degli Esteri del nostro paese. Il Senegal è stato uno dei paesi che ho raccontato con con Vasi, operatore e amico. Il programma è stato realizzato per Rai Italia. Titolo “Solidali d’Italia”.
Chiara vive in Senegal da tempo. È sociologa, giornalista, animatrice di mille iniziative culturali, presenza fissa in un programma televisivo molto visto. Sa tutto di quello che si muove a Dakar. Anche sotto la superficie. Chiara è un’altra italiana, fuori dall’Italia, di cui andare fieri.

Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con i tassisti di Dakar, moderni griot metropolitani, come mi piace pensarli. Chi meglio di loro può conoscere il variegato mondo di passaggio, i segreti, i malcontenti e i cambiamenti. Eppure, in piena pandemia, la mia relazione con loro è diventata quasi idilliaca, come degli sposi che dalla noia di un matrimonio ormai decennale, si ritrovano improvvisamente complici. C’è accoglienza nei loro modi e probabilmente anche nei miei, uniti nel vivere un momento storico che ha del surreale. Indossano guanti improbabili che mi ricordano quelli che mia madre comprava al mercato durante il rigido inverno della bassa padovana e che io puntualmente tagliavo per dare loro quel tocco punk; al viso mascherine riadattate a seconda della personalità o delle possibilità. D’altronde la mascherina, oltre a proteggere, può diventare un accessorio must, un tratto distintivo, come per la visionaria e italianissima Miss Keta.

Il Senegal è un paese energico, creativo, in costante movimento e lo si è visto anche in fase di sensibilizzazione. Qualche giorno fa è uscito Daan Corona, una produzione che ha visto coinvolti 20 artisti senegalesi, tra cui spicca Youssou’N’Dour, eccellenza nel panorama musicale internazionale. Oltre a lui, Didier Awadi e Matador, rapper della vecchia scuola da sempre impegnati su temi sociali. Nel video, ragazze longilinee e bellissime, qui definite gazelle sfoggiano mascherine in wax abbinate a vestiti eleganti perché passi la quarantena ma con stile.
Sui social una produzione quasi bulimica di articoli sull’Africa. Resta difficile per molti, separare l’insieme dalle singole entità, come spiegare dunque che la realtà etiope è diversa da quella senegalese, la gabonese da quella marocchina? Di questa produzione, una larga maggioranza è unanime nel dare per certa una prossima ecatombe. Come concepire d’altronde che il continente, con i suoi atavici problemi, riesca ad affrontare una situazione di crisi che ha messo in ginocchio il moderno occidente?

In Senegal molti espatriati si sono affrettati a rientrare, spaventati da queste ipotesi apocalittiche. Personalmente non ho mai davvero temuto, per incoscienza sentenzieranno molti, o perché, più semplicemente, in questi dieci anni di vita senegalese ho imparato a lasciarmi sorprendere positivamente, sempre.
La quotidianità si è riadattata alla “façon sénégalaise” dopo che lo scorso 2 marzo è stato registrato il primo caso di Covid-19.
Da allora ad oggi, 17 aprile, sono 342 le persone dichiarate positive, di cui 198 quelle guarite e 140 ancora in cura. Tre i decessi registrati e un evacuato (secondo i dati del Ministero della salute).
Un “caso” più unico che raro, quello senegalese, con un tasso pari al 61% di guarigioni, al centro di numerosi dibattiti sui media stranieri che decorticano decreti adottati e procedure mediche applicate per scoprirne l’arcano.

Il governo senegalese ha fin da subito adottato misure restrittive adattate al background economico, sociale, culturale e religioso. Dopo i decreti che hanno ordinato la chiusura provvisoria di scuole, spazio aereo e il divieto di manifestazioni, raduni e cortei; l’adozione dello smart work e la chiusura di molti locali, il 23 marzo, in un messaggio alla nazione, il Presidente Macky Sall ha dichiarato lo stato d’emergenza. Le misure prese sono state un coprifuoco dalle ore 20 alle ore 6; la limitazione della circolazione tra le regioni; il divieto di riunioni e di assembramenti negli spazi pubblici e l’istituzione di un fondo di solidarietà di 1000 miliardi di franchi CFA, ribattezzato “Force Covid-19”, a sostegno dell’economia. L’approvvigionamento di materiale farmaceutico e beni di prima necessità è stato garantito oltre a misure fiscali a sostegno dei settori più colpiti come quello alberghiero, della ristorazione, dei trasporti, della cultura e della stampa.
Nessuna quarantena obbligatoria, o almeno, non per ora.
I medici e ricercatori senegalesi non cantano però vittoria, la guardia deve restare alta, come ribadisce spesso il Dr Abdoulaye Bousso, in prima linea nella lotta al Covid-19, perché i casi a trasmissione comunitaria aumentano e con essi il rischio di un’espansione massiva del virus.
Proprio per questo, Ministero della salute, società civile, imprese, artisti, gruppi di attivisti, influencer e media locali continuano incessanti nel loro lavoro di sensibilizzazione che usa i canali più svariati, dalla cartellonistica agli spot; dalla musica, ai graffiti; dai social agli sketch comici.
Ognuno ci mette del suo, come è giusto che sia, probabilmente.

Per chi conosce la realtà senegalese sa che uno sforzo collettivo è stato fatto anche se ancora molto resta da fare. Si notano i controlli della temperatura fuori dai supermercati, le postazioni di lavaggio mani in sempre più punti chiave; una massiva produzione di mascherine, gel e visiere da distribuire gratuitamente, la ricerca di nuovi modelli di respiratori e un tentativo di riassestamento generale delle abitudini, sforzo non indifferente in un luogo dove la condivisione e la prossimità fisica sono pilastri fondanti.
Oltre a questo, di interesse il lavoro fatto dall’associazione degli psicologi senegalesi per prevenire e curare i danni psicologici che questa pandemia genera e quello dell’Associazione delle Giuriste senegalesi (AJS) e di svariati infuencer locali su violenze di genere e quarantena.

Poco investigata ancora la componente inclusione anche se, per dovere di cronaca, alcuni media si sono interessati alle difficoltà vissute dai disabili e buona parte degli spot di sensibilizzazione diffusi sono stati tradotti nella lingua dei segni.
Una popolazione relativamente giovane, misure restrittive immediate e la presa in carico ospedaliera precoce dei malati sono fattori che possono aver giocato positivamente nella lotta al Covid-19 in Senegal, ha precisato il Presidente Macky Sall in un’intervista rilasciata a France 24 e RFI, accennando ad una possibile revisione degli orari del coprifuoco qualora i casi a trasmissione comunitaria dovessero aumentare.
Il mio potrebbe a questo punto sembrare un quadro afro-ottimista, ma non lo è dal momento che non pretende minimamente negare le problematiche esistenti, basti pensare a tutta quella fascia di popolazione, già vulnerabile, che non ha accesso all’informazione o ai servizi di base e che sopravvive grazie ad un’economia informale, allo stesso tempo marginalizzata e colpita dalle ricadute di questo riassestamento. Parlerei piuttosto di una visione afro-responsabile per citare il giovane intellettuale senegalese Hamidou Anne, perché cerca di mettere in luce gli sforzi fatti e i risultati che pure esistono.

Tornando a casa con la mia spesa settimanale, in uno dei pochi momenti di libera uscita che ancora mi concedo, ho bacchettato il giovane tassista che si puliva i denti con un bastoncino di legno, il cosiddetto sothiou, facendogli notare che questo poteva essere un comportamento a rischio. Il ragazzo mi ha guardato annoiato dallo specchietto e non so se per compassione visto il mio aspetto che ricordava l’ultimo Micheal Jackson o per ritrovato senso civico, si è rimesso la mascherina, continuando a chiacchierare con me del più e del meno.
La vita va avanti, nonostante tutto.

Una lettera dal Mozambico, in tempi di coronavirus

14 Apr

Ho conosciuto Martina Bolognesi lo scorso anno. È la responsabile, in Mozambico, della comunicazione dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), Ministero degli Esteri del nostro paese. Il Mozambico è stato uno dei paesi che ho raccontato con con Vasi, operatore e amico. Il programma è stato realizzato per Rai Italia. Titolo “Solidali d’Italia”.
Martina ci ha accompagnato nel viaggio. Le ho chiesto spesso di fermarci una giornata in una di quelle spiagge che abbiamo visto la sera al buio e la mattina alle sei. Non c’era tempo (diceva Martina).
Martina è brava ed entusiasta. E poi sorride. Un’italiana di cui andare fieri.
L’Africa è la grande incognita di questa pandemia.

Caro Andrea,
come stai? Ogni mattina leggo i giornali che parlano di coronavirus e Italia e Europa e Stati Uniti, vedo poche notizie o previsioni sull’Africa, quasi niente sul Mozambico – tranne le riviste specializzate. Grazie per concedermi questa opportunità di poter dare un piccolo spaccato su di un paese che si trova proprio in fondo all’Africa; credo anche che le persone potrebbero sentirsi incoraggiate a leggere, dal loro divano, cosa si prospetta in questa parte di mondo, dove sono pochi ad avere divani in casa.

Cosa ci si aspetta qua, Andrea? È imprevedibile, ma temiamo il peggio. Sperando ovviamente di sbagliarci. Nel momento in cui ti scrivo questa lettera, ci sono 28 casi ufficialmente confermati di coronavirus in tutto il Paese, su 662 test effettuati. Immaginiamo che in realtà i casi reali siano molti di più; l’Istituto Nazionale della Sanità sta facendo i tamponi con il contagocce, dal momento che i test a disposizione sono limitati, e il fatto di “prendere del tempo” potrebbe permettere al Governo di prepararsi per quella che potrebbe essere l’ennesima tragedia sanitaria. Dico ennesima perché mi viene da dire che il virus non possa che essere una cosa in più rispetto alle “normali” condizioni di salute in cui versano i mozambicani, dove gli shock sono costanti. L’anno scorso, come sai, qua sono arrivati non uno, ma due cicloni tropicali, a distanza di un mese: il primo ha distrutto il 90% di Beira, una delle città più importanti del paese; il secondo ha attraversato l’isola di Ibo e buona parte di Capo Delgado, dove, tra l’altro, dal 2017 si avvicendano attacchi di presunta matrice jihadista. Dopo i cicloni è scattata l‘emergenza sanitaria, con diverse epidemie di colera scoppiate nei campi rifugiati allestiti dal governo, e nelle infinite baraccopoli, che hai conosciuto anche tu. Il 2019 è stato duro per il Mozambico. Oltre ai cicloni e le malattie legate alle condizioni igieniche, all’acqua non sicura e alla malnutrizione, più del 12% della popolazione convive con HIV – AIDS, cosa che preoccupa, se è vero che il virus attacca con più ferocia chi ha un sistema immunitario fragile. Da questa parte di mondo si muore ancora di tubercolosi e di malaria, e le malattie non trasmissibili (cancro, diabete, ipertensione) sono in aumento.

Cosa ci si aspetta, in un Paese che ha 5 letti di ospedale ogni 10.000 abitanti? Dove quasi un centro sanitario su 5 non ha energia elettrica? Dove sembra che ci sia una unica stanza di terapia intensiva, peraltro non riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità?

Ci si aspetta una bella botta, direi.

È vero anche che la popolazione mozambicana è molto giovane (la metà ha meno di 18 anni), quindi in pochi rientrerebbero nel famoso gruppo a rischio, ed è vero (è vero? Non l’ho capito) che le temperature alte potrebbero scoraggiare i contagi; che, a detta di un epidemiologo italiano, il sistema immunitario degli africani potrebbe essere più allenato del nostro. Che le città sono meno popolate rispetto alle nostre. Non so se tutto questo basti a spiegare la lenta curva del contagio in Mozambico e in molti paesi africani.

Non lo so, Andrea. Paura? Non troppa per il momento. Bisogno di tornare a casa? No, a meno che la mia vita non sia messa in serio ed imminente pericolo. E poi, queste premesse mi ricordano che sono qua per un motivo. Per molti motivi.

In ogni caso, i voli plausibili per un possibile rientro ormai si contano sulla punta delle dita.

Effettivamente non voglio troppo pensare al fatto che mi trovo a 15 ore di aereo dall’Italia, senza possibilità di prendere un aereo. Ma questo mi succede anche senza emergenza pandemia, quando mi capita di geolocalizzarmi su Google Maps, e mi prende un colpo ogni volta che mi ricordo dove sto vivendo da più di due anni. È così lontano!

Mi preoccupa pensare alle conseguenze che potrebbero avere le misure adottate dal Governo e dai governi dei paesi confinanti, che rischiano di avere conseguenze più devastanti del virus stesso; se ti ricordi, il Mozambico non produce molto, perché mancano le strutture di trasformazione dei prodotti; con il lockdown imposto dal vicino Sudafrica e il taglio dei voli internazionali, il mercato interno soffre, i prezzi aumentano, e la pance dei più poveri brontolano. Qua ancora non si parla di lockdown, ma potrebbe arrivare presto. E a quel punto, cosa succederà?

Ti ricordi Chamanculo, Andrea? Se te la ricordi, ti ricorderai anche di quanto fossero ammassate l’una sull’altra le casette di lamiera che formano questa sterminata baraccopoli, dove vivono 150 mila persone – che ora che ci penso, sono circa gli abitanti di Pisa, la città dove sono nata. Una Pisa dentro Maputo, fatta di baracche e mercati informali. Ti ricordi che siamo entrati nella casa di un signore che viveva là? In quanti abitavano in quella baracca – 8, 10 persone? Bene. Come possiamo pensare che persone che vivono in queste condizioni – che sono la maggioranza in Mozambico – possano adottare l’isolamento o il distanziamento sociale?

E ti ricordi quando le vostre telecamere si sono soffermate curiose su questi pick up che trasportavano decine e decine di mozambicani, sul cassone didietro, all’aperto? Ci sono anche autobus e minivan, ma in molti possono permettersi solo il myloveper spostarsi. Si chiama mylove proprio perché chi deve viaggiarci è costretto ad abbracciare ed accalappiarsi agli altri passeggeri se non vuole volare via ad ogni curva. Il Governo sta proibendo la circolazione di alcuni dei tradizionali mezzi di trasporto che qua vengono usati comunemente, come il mylove e come quelle biciclette con due sellini usate come taxi – ti ricordi, quante ne abbiamo viste a Quelimane? Una bellezza. La polizia qualche giorno fa ha iniziato a sequestrare le biciclette, a decine, e francamente non so cosa si inventeranno le centinaia di persone rimaste senza lavoro da un giorno all’altro – non si è parlato di ammortizzatori sociali.

E il turismo? Il turismo già fatica a sbocciare, e lascia i 2.800 kilometri di costa mozambicana, con i suoi atolli cristallini e le sue incredibili riserve naturali (quelle dove non ti ho portato) sgualciti di strutture turistiche. Le poche che ci sono, stanno chiudendo i battenti per mancanza di clienti.

E i mega progetti di gas, che avrebbero dovuto portare il Mozambico ad essere tra i primi paesi esportatori di gas naturale al mondo? Si faranno, non si faranno? Con che conseguenze?

Durante una di quelle che presumo saranno le ultime fughe concessemi verso una spiaggia introvabile e isolata (sempre una di quelle che non ti ho mai mostrato), mi è capitato di chiedere ai mozambicani incontrati se avessero sentito parlare del virus, cosa si aspettassero, come fossero organizzati. La risposta è sempre circa la stessa: “epah, fazer o que, com esta situação..” (eh, cosa dobbiamo fare, con questa situazione..), lo sguardo altrove e gli occhi persi verso l’orizzonte, che solo raramente incrociano i tuoi, per colpa di questo assurdo timore reverenziale che ancora in moltissimi provano verso i bianchi. Chi rimasto senza lavoro da un giorno all’altro, chi costretto a stare dietro ai moltissimi figli, dal momento che le scuole sono chiuse; chi già fatica a campare, e vede diminuire drasticamente i propri guadagni. Mi sembra che i mozambicani sopportino il peso di un ennesimo fardello con serietà e con rassegnazione. Ma se la situazione dovesse peggiorare, arriverà la fame, e arriverà la rabbia.

Spero che un giorno potrete tornare a fare un bell’articolo o un reportage su come il Mozambico ha affrontato gloriosamente la pandemia del coronavirus, e ne sia uscito più forte di prima. Se riuscirai a scrivere una storia del genere, giuro che ti porto a vedere una di quelle spiagge. La più bella!

Ti abbraccio, Martina

Papa Francesco, la conversazione integrale

14 Apr

IO CREDO, la conversazione integrale andata in onda domenica sera su TV2000.
Dialogano Papa Francesco e don Marco Pozza.

Come va in India ?

13 Apr

Mi sono arrivate immagini del giorno di Pasqua dalla ONLUS che sostiene la casa delle bambine di Barasat (Calcutta) che visito ogni anno. Molte, le più grandi, sono state temporaneamente risistemate in altri luoghi.
Altre informazioni mi sono arrivate dalla benemerita Missione Calcutta e dalla sua corrispondente a Calcutta. Ho chiesto di Tanisha, la bambina che ho visto crescere e che vive con la sua famiglia sulla strada da 30 anni a pochi centimetri da altre famiglie. Mi è stato detto che saranno spostati in una casa presa temporaneamente in affitto a fine mese e che stanno bene. E intanto ricevono cibo ogni giorno.


Il lockdown in India è un paradosso senza eguali. Se funziona in quel paese di un miliardo e 350milioni di abitanti, negli slums e nelle strade in cui si mangia e si dorme, allora questo sara’ da raccontare.
Il 30 gennaio si registro’ il primo caso di covid-19. A fine febbraio ci fu la visita ufficiale di Trump, amputata di celebrazioni di massa. Il 24 marzo è stato dichiarato il lockdown, 14 giorni dopo la dichiarazione di pandemia della Organizzazione mondiale della sanità. Della fuga, a piedi, in centinaia di migliaia dalle metropoli verso i villaggi da cui provenivano abbiamo visto immagini. Arundhati Roy su Internazionale (Financial Times) scrive che non erano nemmeno i più poveri quelli che si sono messi in cammino ma chi aveva perso il lavoro e una casa in cui tornare.
Le famiglie come quella di Tanisha sono rimaste sulla strada.
Il virus è diventato l’occasione per una campagna antimusulmana. Il governo Hindu-nazionalista sta mutando le regole della tolleranza nel paese.
La caccia all’untore, fenomeno globale, assume caratteristiche diverse in tante aree del mondo. La messa in sicurezza della popolazione indiana è la grande scommessa di questi giorni, mesi, anni. L’Africa apparentemente silente ci guarda. Se non allarghiamo la nostra “visione periferica” del mondo siamo destinati a non capire. E a non farcela.

La fase Cuomo

11 Apr

Nicholas Kristof, The New York Times,  negli ospedali di New York.

Questa storia della fase due è una storia che sarà impossibile da gestire in un paese solo. Se abbiamo capito una sola cosa di questo virus è che è globale. E buca le frontiere con un un colpo di tosse.
Ecco perchè è vitale, non solo interessante, guardare ogni giorno alle nostre 17, un’ora prima del dottor Borrelli, la conferenza stampa del governatore di New York Cuomo. A maggior ragione ora che gli Stati Uniti sono balzati al primo posto al mondo per decessi. Cosa ha detto allora Cuomo nel giorno del “sorpasso” (in cui Trump, per la prima vola in un mese, ha saltato la sua conferenza) ?

Subito dopo la lista dei morti e feriti ha citato Churchill. “Ora, questa non è la fine. Non è nemmeno l’inizio della fine. Ma è, forse, la fine dell’inizio”. La citazione, ha detto, è un regalo di sua figlia che viene spesso con lui, Michaela Kennedy, 22 anni. Le conferenze stampa sono sempre sottolineate da diapositive che compaiono sullo schermo e ripetono le affermazioni principali. Conferenze PowerPoint.
Queste parole gli sono servite da lancio per riaffermare alcune cose già dette e altre nuove, che potrebbero servire anche a noi. Riassumo.
La politica deve stare fuori da questa emergenza. Sento sempre il presidente (Trump) e lo ringrazio per l’aiuto che sta dando a New York. Io sono governatore dello stato e non sarò un candidato democratico alla Casa Bianca (come avevano sperato in molti). Questa è la mia lotta. Il mio solo pensiero.
Tutti i modelli matematici che stiamo seguendo dicono che il corso della pandemia dipendono dal nostro comportamento. Non parlo di date di riapertura per questo. Non vogliamo rischiare poi una nuova chiusura drammatica. Quando lo faremo sarebbe buona cosa farlo insieme ai nostri due stati confinanti, Connecticut e New Jersey. Seguiamo cosa fanno a Wuhan e in Italia. Con questo virus non ha senso muoversi da soli.
E buona Pasqua. Sono stato chierichetto e so cosa vuol dire non celebrarla in una chiesa ma non si può fare altrimenti.
E poi è arrivata la rituale stoccata al sindaco della città di New York, Bill de Blasio, che ha parlato di scuole chiuse fino a settembre ma di ripresa del lavoro tra meno di un mese. E chi starà con i bambini? si è chiesto, facendo così capire che deciderà lui. Nel frattempo -ha concluso- stiamo mettendo a disposizione di imprese e cittadini una squadra di avvocati e “semplificatori” per aiutare ad ottenere i fondi che il governo federale ha messo a disposizione ma ottenerli è impresa difficile come rapinare una banca.
La fase due, quindi, può aspettare.

Le immagini della fossa comune dei morti di questi giorni ad Hart Island (come si fa in quel luogo da sempre, non è novità di questi giorni) specchiano quella dei nostri mezzi dell’esercito che trasportano bare dalla Lombardia, nella notte. È una notte globale. In attesa del vaccino, globale.



La pena e la cura

11 Apr

Ieri sera ho saltato Propaganda Live (ma recupero) appuntamento del venerdì.
Sono rimasto ipnotizzato, attaccato alla Via Crucis.
Lascio perdere l’estetica, conturbante.
Ho lavorato con Don Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova, negli ultimi quattro anni. Le parole che ho ascoltato mi sono familiari. Ma ieri sera mi sono sembrate nuove.

Diario americano 2

10 Apr

Data, non date. Questo lo slogan che arriva dagli Stati Uniti. Non da tutti gli Stati Uniti. Trump spinge per riaprire il 1 maggio.
Un sondaggio, pubblicato da Axios, ci dice che il 9% degli americani pensano che il ritorno alla “normalità” sia possibile in questa data. Uguale percentuale per chi arriva fino a Natale. Il 37% dice l’anno prossimo senza data certa e addirittura mai più come prima, per un significativo 11%.
Questa la forbice che si è aperta tra paura del virus e paura della disoccupazione, della bancarotta. 16 milioni senza lavoro in tre settimane.
Cuomo, governatore di New York, nella sua quotidiana conferenza stampa, ha detto che possiamo pensare “di passare dal rosso al giallo ma non al verde”.
La Pasqua arriva con il semaforo bloccato sul rosso.

Il cardinale Dolan, arcivescovo di New York, si prepara ad una Cattedrale di Saint Patrick deserta.
Streaming per il Passover ebraico (8-16 aprile). Il Centro Islamico di New York è pronto ormai da tempo per il Ramadan (23 aprile-23 maggio).
Le tre grandi religioni monoteiste, che hanno nella preghiera comunitaria un fondamento identitario, sono ora su Internet.
Le megachiese evangeliche ci sono sempre state sul web. Hanno costruito siti invitanti, dopo avere trasformato palazzetti dello sport, arene cinematografiche, fabbriche abbandonate in luoghi di un culto slegato dalle Scritture. Chiese fai da te pronte alla nuova emergenza (con l’eccezione di qualcuno). Pronte anche a tornare sul mercato immobiliare e a rimanere virtuali.

File mai viste a quelle che noi chiamiamo mense per poveri. Ma come, dopo un solo mese? In America larga parte della popolazione vive con l’assegno che arriva mese dopo mese, anzi settimana dopo settimana. La City University di New York ha stimato che il 44% dei 20 milioni di abitanti della città avrebbero gia’ saltato l’affitto di marzo. Moltissimi quelli che non possono più pagare le spese del condominio, che in molti casi sono come un affitto da noi (ne so qualcosa). Chi disperatamente cerca di assumere in questi giorni sono le catene di supermercati, dal colosso Walmart ai più  piccoli. Sono considerati lavori a rischio, dopo i primi casi di penetrazione del virus.
Industrie alimentari
, come quelle della macellazione della carne, sono per ora attive anche grazie ad incentivi economici. Il gigante della macellazione Tyson ha promesso 500 dollari in più per tre mesi ai suoi dipendenti che si stanno recando al lavoro. Il distanziamento sociale è un problema.

Il dramma di New York è palese e raccontato dai media di tutto il mondo.
Meno noto è quello che accade altrove. Ad esempio in Mississippi, tra gli stati più poveri degli Stati Uniti, al primo posto per morti cardiovascolari, per asma, secondo solo alla West Virginia per obesità tra gli adulti. Il governatore ha atteso fino al 1 aprile per il lockdown. Altra storia è Detroit, la citta’ del ciclo dell’auto dove la maggioranza afroamericana è stata investita dal virus, indicando un trend nazionale.

Chiudo il secondo post di questo diario americano con una bella notizia. Meno cani abbandonati e si svuotano i canili. Nella chiusura, nell’isolamento si cercano amici.

In Bielorussia come a Propaganda Live

10 Apr

Solo in Bielorussia si gioca ancora a calcio, con pubblico. Ma sempre meno spettatori e così questi sono stati sostituiti da tifosi cartonati.

Italians

10 Apr

Storie fotografiche dall’Italia, realizzate per il Magazine del New York Times da Andrea Frazzetta (immagini) e Jason Horowitz (parole).

Pubblicità

9 Apr

L’ulitma pagina delle edizioni locali (Milano) del Corriere della sera e Repubblica oggi sono uguali.

Ciao Bernie

8 Apr

Bernie Sanders, 78 anni, era partito bene nelle primarie democratiche per la Casa Bianca. Oggi si è ritirato dalla corsa. Ci aveva già provato quattro anni fa.
Rimane Biden che in questi giorni parla da un sottoscala, un anno più giovane.
Intanto Trump, 73 anni, si improvvisa ogni giorno virologo dalla Casa Bianca.
Tutti anziani a rischio.
La campagna elettorale è diventata una sottotrama.
Non sappiamo come si voterà. Decide il coronavirus.

Fase zero zero zero

7 Apr

Allora, Ilaria Capua dall’America (che se la batte con Gatti sulla mia lista dei competenti) dice che lei la mascherina non la mette. Come il dottor Borrelli.
Io uso una chirurgica, sempre la stessa, che disinfetto, lavo. A volte le parlo, alla mascherina. Per non dovermi pentire poi.
I miei figli a New York non ne hanno perché non ci sono. Mi dicono che si mascherano come per una rapina in banca, quando vanno a cercare cibo, da rabdomanti. Nell’apocalisse americana, su cui tornerò.
United, la compagnia aerea, ha alzato in volo ieri 17 aerei in tutto (erano centinaia, un’altra vita fa) verso destinazioni domestiche e internazionali. E alcuni avevano a bordo un massimo di tre passeggeri. Almeno il faticoso posto in mezzo (middle seat) sara’ rimasto vuoto.
La fase uno, due. Ricordo uno che ci capisce che mi diceva di non usare mai la parola “fase”. Una idiozia, se parliamo di storia. Gergo della politica.
Vallo a dire a questi che invocano una data certa.

L’ultima

7 Apr

Con Bertinotti e Renata, che racconta a don Marco dei 50 anni con suo marito. E l’Alzheimer. Finisce cosi IO CREDO con Papa Francesco, TV2000.
Le altre puntate del ciclo.

Casa di Carta, anche no

5 Apr

Non è la serie adatta a questi giorni. Un consiglio.
E allora meglio Top Boy.

Diario americano

5 Apr

Famiglia e amici a New York (ma non solo) mi raccontano cosa succede ogni giorno. E mi segnalano cose. Come il video di Seth Meyers che fa il suo telegiornale satirico da casa invece che la sera in televisione. Ci dice che Trump sta per passare dal “virus cinese” “all’Obama Hussein virus”. Perche’, in America, saremmo in piena campagna elettorale.

“Usate le mascherine ma io non credo di usarla”, questo il messaggio di Trump che declina McLuhan cosi.
Le prime mascherine messe nel carrello di Amazon.com arriveranno il 22 maggio, dice mia sorella dalla North Carolina dove è rientrata da Londra il 13 marzo, con mio nipote. Era l’ultimo giorno possibile dall’Inghilterra, prima della dichiarata chiusura dei cieli. Trovato un biglietto via Detroit. Zero controlli e domande all’arrivo mentre nelle stesse ore a New York abbiamo visto immagini di folla accalcata al controllo dei visti e passaporti.
E cosi’ si va di bandane. O nudi. In Florida, fino a qualche giorno fa, facevano il bagno in mare. Per arrivare alla clausura definitiva mancano ancora alcuni stati (North e South Dakota, Nebraska, Arkansas, Iowa) ma la situazione sta cambiando rapidamente nell”America federalista. In Texas, Georgia e la stessa Florida hanno lasciato aperte le chiese agli inizi e ci sono confronti aperti con le megachiese evangeliche che non vogliono rinunciare ai pieni di questa settimana.

La prima cosa che hanno fatto mia sorella e nipote, senza lavoro, è stata andare sul sito della banca (Wells Fargo, cito) e sospendere i loro mutui per la casa. Mi dicono che è bastato un click su “corona virus hardship”, difficolta’ dovute al virus. Punto. Anche Andrea da Brooklyn mi segnala chi ha detto ai suoi affittuari di non preoccuparsi di pagare l’affitto.
Poi la spesa. La grande catena Costco, dove compri in grande quantità, ha limitato l’acquisto di carta igienica ad una confezione, pollo due, ecc. ed ha orari speciali per tre giorni alla settimana  ad inizio giornata. Possono entrare solo quelli che hanno oltre 60 anni.
Si lavora in molti supermercati, in North Carolina, ancora senza mascherine. Non si trovano.

A New York sta peggio chi vive nei zip codes (codici postali) oltre Manhattan e non ha una casa agli Hamptons dove rifugiarsi. Ma si sta drammaticamente male ovunque.
Oggi ci si chiede perché con la metropoli al limite del collasso (forse oltre) nelle terapie intensive l’aeronautica non muova malati in stati dove ancora non c’è il pieno. Si sbriciola l’impianto federale ed ecco che il governatore dello stato di New York, Cuomo, è elevato a sfidante di Trump, anche se non è ufficialmente in corsa per la Casa Bianca.
La sua quotidiana conferenza stampa alle 11 del mattino è l’avvenimento televisivo della giornata. A volte dialoga con suo fratello Chris, conduttore di un talk su CNN, ora a casa con coronavirus. Il loro teatrino ha emozionato e divertito. In America tengono famiglia più che da noi, in politica. Lo abbiamo visto nella storia delle presidenze, da Kennedy, passando per Bush, fino a Trump.
New York è partita in questa crisi con 53mila posti letto ed è arrivata a 80mila. I letti ci sono, mancano personale medico e ventilatori. Il governatore Cuomo ha annunciato l’arrivo in prestito di 140 ventilatori dallo stato dell’Oregon, dove la situazione non è cosi’ grave, con queste parole “Stiamo facendo shopping. New York rendera’ il doppio di quello che ci è stato dato dall’Oregon. Noi siamo in guerra con quello che abbiamo. Non con quello di cui avremmo bisogno”. E ha citato FDR, Roosevelt. Consapevole di camminare nella storia.

“We could have been South Korea but instead we are like Italy!” dicono a MSNBC. Potevamo fare come la Corea del Sud e invece siamo come l’Italia. Forse peggio, direi.
I dieci milioni di disoccupati istantanei sono da un giorno all’altro in gran arte senza rete di protezione. L’associazione nazionale dei ristoratori, camerieri, bartenders si è data l’obiettivo di raggiungere i 100 milioni subito di donazioni. Senza mance, in America, chi fa questo mestiere non porta a casa la sopravvivenza.

Martedi, incredibilmente, le primarie del partito democratico in Wisconsin per la Casa Bianca stanno per avere luogo. Si dovrebbe andare al voto. E addio al distanziamento raccomandato dei 6 feet (1,80 metri e qualcosa oltre).
Il contrario di quello che Anthony Fauci (considerato il maggiore esperto nel paese) da molto tempo suggerisce. Ascoltate questa intervista e poi basta con la disputa lessicale-storica per stabilire se quella che stiamo vivendo sia una guerra o no.
Chiudo con Maureen Dowd del New York Times che usa per la prima volta FaceTime (consigliata da Tom Ford ) in conversazione con Larry David. Il genio comico invita a stare a casa e guardare la televisione. Quello che faccio da una vita. Anche senza alibi.

Giovanni è partito

5 Apr

Giovanni Putoto, medico del CUAMM, è partito con un volo Ethiopian per l”Africa.
Ce lo dice Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera. Era solo sull’aereo. Lui e l’equipaggio.
Giovanni ha quattro figli. Da sempre in Africa, nei 23 ospedali del CUAMM.
In Africa c’è un letto in terapia intensiva ogni milione di abitanti.
Ci siamo conosciuti a Padova, girando Io Credo per TV2000.
Buon viaggio, Giovanni.

Il programma più visto

4 Apr

Il programma più atteso in questi tempi è la conferenza stampa del dottor (commercialista) Borrelli. Il capo del Dipartimento della Protezione Civile.
Mi ha detto un amico ieri “mi sono affezionato”. Quella lista di morti e feriti è letta dall’uomo che di fatto è il nostro grande comunicatore.
Alle domande che seguono dei giornalisti di solito risponde che non è uno scienziato, un medico. Cambiano i medici al suo fianco, in una girandola che ha generato la nostra playlist. Unica presenza costante è la traduttrice nel linguaggio dei segni. Un giorno che non l’ho vista mi sono allarmato. Ci siamo affezionati anche a lei.
Ecco allora un paio di domande su questo programma televisivo di grande successo. Un format che potrebbe essere migliorato. Costa poco, il preserale più economico della storia.
Perché non si vedono i giornalisti che fanno le domande ?
Perché si sentono male ? Si potrebbe migliorare il loro audio, che questo la tecnica lo consente.
Ma soprattutto perché il dottor Borrelli, che ha tanto da fare, deve sottoporsi a questo supplizio ?
Urge un comunicatore in capo. Non un capo alla Orban.

Il calcio, lotta di classe

1 Apr

Recuperiamo serie. Aspettiamo serie. Questo facciamo, in tanti.
Lo facevamo anche prima. Ma ora con piu’ tempo, senza sentirci in colpa in caso di sbronza. Ecco The English Game (Netflix) dall’autore (Julian Fellowes) di Downton Abbey e Oscar per Gosford Park. Tema, la nascita del calcio, datata 1859. In Gran Bretagna.
Il calcio, in crisi di astinenza. Certo, come tante altre cose.
Sei puntate che sono andate via come acqua corrente. E’ bella la storia della lotta tra la casta dei ricchi che giocava al calcio come al polo e gli emergenti proletari che con il pallone riscattano una classe intera. Trattata pero’ in modalità elementare.
Karl Marx moriva a Londra nel 1883 e solo quattro anni prima trionfava nella FA Cup la squadra operaia. Una storia che aspettava solo di diventare serie (una volta si diceva “di essere scritta”). C’è la nascita del professionismo, nel calcio. C’è la condizione della classe operaia nel tessile. C’è la condizione della donna. E c’è l’amore.
Per la critica, mediocre. Per la platea, ottima. Anche per me, ottima. Piena di stereotipi, di retorica, di luoghi comuni. Ma nello stesso tempo non la molli, come capita a tante altre serie molto intelligenti.