Video Games allo Smithsonian. Beatificazione. Per il motivo sbagliato

29 mar

Grande successo, come prevedibile, della mostra The Art of Video Games , inaugurata una settimana fa, allo Smithsonian. Il museo e’ l’arca della storia americana, l’istituzione più prestigiosa ed eclettica del panorama museale di pura americana del paese. Quaranta anni di storia di video games sono qua raccolti e poi andranno in giro per gli Stati Uniti. Sono stati selezionati 240 video games ( e 80 sono nell’esibizione ) per dimostrare quanta arte e’ contenuta in questi giochi che più di tutto esprimono la modernità. Non tutti sono d’accordo.
Ma piu’ che disputare sul valore artistico dei giochi sarebbe cosa buona discutere sui contenuti dei giochi stessi. Si capirebbe allora che la tanto esaltata negli ultimi anni sleeper curve di Steven Johnson, la teoria della non demonizzazione dei video games che comunque farebbero più intelligenti chi li pratica, comincia a fare acqua. Adesso pare stia venendo fuori un’ultima generazione più critica dei contenuti dei giochi. O forse meno entusiasta degli spara e ammazza. Questa e’ probabilmente la più sottovalutata questione pop culturale della fase che stiamo vivendo. Perché quelli che dovrebbero animarla schifano quelli che giocano. E quindi un pezzo, grande, delle ultime generazioni che non passa le serate a guardare Di Pietro berciare con Gasparri ( per dire dell’Italia , qua e’ più complessa la storia perché c’e’ stato Obama ) se ne e’ andato da un’altra parte e non tornerà più. I video games se non sono arte sono un bel “digital divide”, una cosa che divide non che unisce. Quindi non sono arte. Sono un’altra cosa.

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