Prima pagina (d’Italia)

21 Feb

Due pezzi in prima pagina sul Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore di ieri, domenica, sulla televisione.
MOISES NAIM sul Sole discetta sui “nemici di OPRAH WINFREY”, con l’aria di prendere le distanze da tutti, i nemici e Oprah. Con qualcuno bisogna stare e io scelgo Oprah, sempre. L’occasione per l’articolo e’ un colto, coltissimo convegno organizzato dall’ Universita’ di Yale sul tema “La Oprah globale: la celebrita’ come icona transnazionale”. Oprah – ricorda Naim – e’ secondo la CNN la donna piu’ potente del mondo. Che mi pare un’esagerazione (e le signore Walmart che non sono nelle classifiche?). Pare che Oprah, per i professori del convegno, veicoli valori della classe media e medio alta bianca. Diagnosi avvalorata anche da chi ha sostenuto che la filantropia di Oprah favorirebbe le iniziative private “a discapito del finanziamento pubblico e della responsabilita’ collettiva di far fronte alle esigenze della societa’”. Se questo significa essere, ad esempio, per la scuola pubblica contro le charter, le scuole semiprivate che stanno cambiando il sistema dell’istruzione pubblica americana, sono d’accordo (ne parlero’ prestissimo perche’ candidato e dato per probabile vincitore agli Oscar e’ il documentario Waiting for Superman, benedetto da tutti, dall’Amministrazione Obama a tanti media progressisti e conservatori e che per me, che non conto niente, e’ puro analfabetismo). Ma se invece, come sospetto, c’e’ una presa di distanza dalla filantropia (comunque indirizzata) allora siamo tristemente vicini a coloro che pensano che essere generosi equivale a dare qualche bustarella in giro a casaccio. La filantropia, ho studiato, e’ la strada che corre parallela all’accumulazione. Chi, avendone i mezzi, ne percorre solo una di strada non e’ americano. E non e’ anche altro, che qua non c’entra.
L’articolo di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA (“Quell’Italia che vive nell’isola dei famosi”) ci dice che in Italia “tutti vedono la televisione. E solo in Italia tutto cio’ che non passa sullo schermo non esiste.” E poi ci parla della spesso citata mutazione antropologica che la televisione avrebbe provocato nella societa’ del Bel Paese. Mi sottraggo alla discussione con la scusa che posso fare l’americano, perche’ la vivo. Certo conosco parecchi in America che aprono piu’ il computer della televisione, che e’ un importante elettrodomestico per i pubblicitari ma non conta cosi’ tanto. E’ una bellissima e seria discussione che mi piacerebbe fare (questo blog ci prova) e mi fermo qua per non buttare via tutto, pur di chiudere con una battuta che verrebbe facile.

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