A scuola nel Bronx. Una storia (privata e pubblica) americana

3 Mar

Sono partito un giorno fa dall’Italia con un verbo inculcato in testa. Si proprio quello li, il verbo inculcare.
La scuola pubblica, ha detto piu’ o meno il capo del governo, inculca idee nelle teste dei nostri ragazzi che non sono sempre quelle dei genitori. Allora, allontanandomi subito dalla polemica italiana, vado fuori tema del blog per raccontare una faccenda privata che credo c’entri qualcosa con il dibattito in corso.
Mio figlio piu’ piccolo (e’ un gigante), Tommaso, ha 13 anni ed e’ all’ultimo anno di scuola media. Per sette anni ha frequentato (e frequenta) la scuola dell’ONU a New York (UNIS) perche’ abbiamo pensato con mia moglie Cristina, arrivando qua, che l’atterraggio sarebbe stato piu’ dolce (e insieme piu’ stimolante) se fatto in una scuola che raccoglie ragazzi da 120 nazioni e insegnanti da 70. Cosi’ e’ stato, la scuola e’ buona e segue un curriculum internazionale. Quest’anno eravamo arrivati alla scelta della scuola superiore. Anzi Tommaso ci era arrivato perche’ con i suoi amici non parlava d’altro. Rimanere alla UNIS per i quattro anni (sono uno di meno in America) di high school (liceo) o andare in una scuola pubblica? Tutti i suoi amici americani (non United Nations), che sono una minoranza nella scuola, si sono detti pronti a provare il salto nella scuola pubblica. E cosi’ ha fatto Tommaso.
Ma perche’ ho detto provare? Perche’ qua e’ cominciata l’avventura a cui vanno incontro tutte le famiglie che vivono a Manhattan e non ce la fanno a pagare o decidono che non va bene iscrivere il figlio ad una delle famose private (all white, tutte bianche) della citta’ (35mila dollari l’anno). Quella che sarebbe l’unica scuola secondaria superiore della nostra zona sara’ chiusa, come tante altre, dal sindaco Bloomberg perche’ i risultati ottenuti dagli studenti sono sotto la media minima accettabile da un sistema che misura tutto. E, quando sono andato a visitarla, si passava all’ingresso attraverso una sicurezza (metal detector) come in un aeroporto, perche’ qualche ragazzo usava arrivare a scuola con un’arma.
C’e’ un test dunque da affrontare. Perche’ le scuole secondarie superiori veramente buone sono otto, sparse nei cinque immensi quartieri di New York, di cui Manhattan e’ solo uno. Intendiamoci, ci sono altre scuole buone (non tante) ma anche per queste si devono affrontare interviste e selezioni basate sui curricula degli anni precedenti. Tanto valeva, hanno pensato Tommaso ed i suoi amici, provare il test. E cosi’ hanno fatto lo scorso ottobre Tommaso ed una trentina di suoi amici. E trentamila altri ragazzi della citta’. Dopo una preparazione tipo esame di maturita’, con serate passate su internet a provare e riprovare i problemi. A fine ottobre ecco le due ore e mezza di test con una risposta da scegliere tra cinque possibili e con il cinquanta per cento di matematica ed il resto logica e lettere. In aule immense, piegati sui test, nel silenzio piu’ assoluto, quest’esercito di ragazzi ha lavorato a risolvere cento problemi. Due settimane fa le famiglie dei trentamila hanno appreso il risultato con busta sigillata. Tommaso e’ dentro nella seconda scuola di sua scelta tra le otto che eravamo andati a visitare a settembre. Si perche’ le scuole sono informalmente classificate da riviste e siti internet con criteri variabili ma riassumibili nelle percentuali di quanti riescono poi ad entrare nelle migliori universita’ americane. Il criterio? Meritocrazia (o almeno quella che qua non chiamano cosi’ ma e’ il risultato del cammino disegnato per dividere, orientare, selezionare gli studenti fin dalle elementari, anzi dalla culla).
Tommaso e’ dentro, nel Bronx. Si perche’ la scuola che si e’ detta “onorata” di accoglierlo e’ ad un’ora di metropolitana piĆ¹ una ventina di minuti a piedi da casa. E’ andato gia’ ad una open house, l’assemblea dei nuovi studenti con i genitori e mi sembra entusiasta. Orario, dalle otto alle tre del pomeriggio e, avvisati, qualche ora di studio una volta tornati a casa. La BRONX HIGH SCHOOL OF SCIENCE accogliera’ circa il 65% di nuovi studenti di origine asiatica, il 25% di bianchi, il 7% di latinos, il 3% di neri. Piu’ o meno le stesse percentuali di tutte le altre sette scuole per cui si fa il test. Con orgoglio la preside nell’assemblea (e ci sono targhe nell’ingresso contro cui si va a sbattere appena entri) ha ricordato che sette premi Nobel in fisica, unico caso al mondo, hanno frequentato Bronx Science. La scuola e’ un edificio della fine degli anni Trenta riempito di laboratori, computers, palestre in cui i professori vengono reclutati un poco come gli studenti.
E gli altri, le decine di migliaia di studenti che non entrano nelle otto scuole e non hanno i genitori a Wall Street (che ha ripreso ad andare alla grande) che fanno? Ve lo dico alla prossima puntata di una storia che dovremmo conoscere meglio tanto per capire cosa puo’ accadere in un paese che era l’eccellenza nel mondo dell’istruzione e che non lo e’ piu’. A parte naturalmente le istituzioni universitarie celebri. Per capire anche perche’ in questo paese gli insegnanti della scuola pubblica vengono licenziati quando si taglia come e’ appena accaduto nel Rhode Island, perche’ gli stessi insegnanti sono in piazza da settimane nel Wisconsin e nell’Ohio, perche’ l’amministrazione Obama e’ per le charter schools (un mix di pubblico e privato) cosi’ come l’amministrazione Bush. Benvenuti nel meraviglioso mondo della scuola americana.

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