Il giorno dopo

29 ago

Tornato da Washington, chiuso il lavoro che ero stato chiamato a fare ( grazie Manuela, Andrea, Marco, Monica ) provo a dire alcune cose su queste giornate.
Intanto le giornate sono state varie e non solo ieri. La celebrazione dei cinquanta anni della marcia su Washington del 28 agosto 1963 e’ stata spalmata dal comitato organizzatore su dieci giorni. La marcia vera e propria e’ avvenuta sabato scorso ed e’ stata bucata da tutti o quasi i media italiani che si sono illuminati, come da repertorio, solo per la giornata di ieri in cui Obama ha provato ad usare toni e contenuti profetici e, a me sembra, sia uscito malconcio. La memoria del I have a dream speech era pesante. Occorreva uscire dall’anniversario e tracciare linee nuove per i prossimi cinquanta anni. Invece il compitino e’ stato consegnato senza rischi ( droni, Siria, Egitto, banche, occupazione, istruzione ).
Della marcia di sabato scorso avete saputo poco o niente. Organizzata dalle chiese e dai sindacati ha portato a Washington centinaia di corriere da tutta l’America. Su una di queste sono salito a Brooklyn. Questa e’ stata la giornata vera di celebrazione. Una celebrazione segnata dal caso Trayvon Martin oltre ogni mia aspettativa. Erano piu’ le sue immagini su magliette, cartelli e striscioni che quelle di Martin Luther King a cui spesso e’ stato accoppiato. Si sa l’iconografia delle manifestazioni non e’ una linea sottile ma e’ spesso scritta con la vernice e cosi’ Trayvon e Martin insieme hanno fatto impressione. Ma l’accostamento dice parecchio dello “stato d’animo” della minoranza di colore. Il black President non basta piu’. E’ bello averlo e tutti si commuovono al ricordo della sua elezione quando chiedi. Ma proprio questa forbice aperta tra aspettative e realta’ non ha trasformato la marcia di sabato in una festa ma nemmeno in una critica aperta.
Il popolo afroamericano e’ con Obama ma misura una distanza che e’ ovvia ma che forse non era stata valutata con attenzione.
A me di questi giorni rimangono incontri, storie. Betty sotto il palco ieri, il reverendo Miller e John Lewis, l’unico in vita dei “sei grandi” che organizzarono la marcia del 63. Lewis era il capo del movimento studentesco allora. Fu arrestato 40 volte e picchiato a sangue. Ha parlato sia sabato che ieri. Martedi sera lo abbiamo incontrato ad un dibattito a Washington.
John Lewis e’ l’America che mi/ci piace.

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