L’universita’ negli Stati Uniti. Ci torno sopra

21 feb

Ho ricevuto molte richieste di “consigli” dopo il post sulle università’ americane. Non sono ovviamente in grado di darne. Ma la domanda dice che l’offerta non basta o non c’e’. O cade in un paese tramortito per motivi che conoscete meglio di me.
La mia esperienza e’ quella di un italiano ( lontana laurea alla Statale di Milano ) da dieci anni in America, con figlia laureata qua e figlio che si avvia a fare domanda di ammissione pure qua. In più’ per lavoro ho girato il paese; molto per università, interrogando studenti, professori, admission officers.
Dai commenti al post ricavo cose attese. Altre, piacevoli, più’ sorprendenti. Tra quelle che immaginavo, molto gira attorno ai soldi. Tralascio gli spiritosoni per dire che in America il costo delle universita’ e’ stato storicamente ripagato dall’occupazione negli anni a seguire la laurea. C’e’ un’infinita di studi che lo dimostra.
Il meccanismo ha funzionato fino alla crisi del 2008. Adesso la forbice e’ larga. In più’ la rivoluzione di Silicon Valley e dintorni ha rimescolato la classica scala dell’ascesa sociale che’ e’ da sempre la scommessa americana. Ora succede si possano saltare gradini  ad essere degli smanettoni ingegnosi. Ma il quadro generale rimane quello che ha messo negli anni le università’ americane ai primi posti nel mondo. Perché’ sono fabbriche del merito e della ricerca. Agli americani non fanno schifo merito e soldi. E la ricerca significa soldi.
Quando ho scritto, sinteticamente, che i ricercatori in America sono pagati “decentemente” volevo anche dire  che sono messi nelle condizioni di lavorare nei migliori laboratori del mondo.
Certo ci sono eccellenze italiane che non elenco. Certo ci sono grandi università’ inglesi che costano molto meno di quelle americane e che conosco. Certo ci saranno altre grandi università’ europee che non conosco. Ma e’ il sistema nel suo complesso, con la grande competizione al suo interno, che funziona in America. E funziona per un semplice motivo, che e’ la grande rimozione italiana. I ricchi, ex studenti, donano alle università’ che li hanno consegnati al mondo del lavoro con un pezzo di carta che e’ merce di scambio reale. Così’ si sviluppano le università’ americane a cui non fanno schifo nemmeno i soldi delle corporations, della difesa, delle industrie farmaceutiche, ecc. E’ di ieri la donazione ad Harvard di un ex alunno, capo di un hedge fund, di 150 milioni che saranno destinati a borse di studio. Accade continuamente, e’ la norma.
Andando a cercare tra cose simili in Italia ho trovato donazioni miserabili, al confronto. Non perché’ non ci siano quelli in grado di farne ma perché’ non c’e’ la cultura della donazione. C’e’ quella per cui i soldi si nascondono.
Altra storia, naturalmente, come dicevo nel post, e’ la bolla del debito che gli studenti contraggono sempre più’ spesso direttamente con le università’. Fino al 2007-2008 le ipoteche sulle case dei genitori e i risparmi accumulati hanno alleviato il peso sul futuro dei laureandi. Oggi e’ saltata la mediazione. Ma questa e un’altra storia. Una storia americana.

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