Il “coraggio” di andare via e quello di restare

17 ago

Ho sentito il capo del governo Renzi dire ai 36mila giovani scout riuniti a San Rossore di non andare via, di avere il coraggio di rimanere per contribuire a rendere questo paese migliore. E lo diceva ad un pezzo di quella migliore gioventu’ che gli e’ vicina. Ma poi sapeva di rivolgersi a tutta la gioventu’ ( la “migliore” e anche a quella peggiore, che non so quale sia ).
Questo tema del coraggio ( al centro dei giorni scout di inizio agosto ) declinato sulla fuga di decine di migliaia di giovani dall’Italia non sta in piedi.
Se ne vanno disoccupati, figli di papa’, figli di nessuno, laureati, ricercatori universitari e cercatori di altro.
Non c’entra il coraggio se per rimanere sei costretto a vivere con la mamma a 30 anni e oltre.
Non c’entra il coraggio se le universita’ non offrono occasioni di fare ricerca a coloro a cui hanno lanciato questa promessa.
Non c’entra il paragone con i milioni che se ne andarono un secolo fa e nel dopoguerra.
Ci vuole coraggio nella vita, punto.
In questa congiuntura economica gli arrivi ( con i barconi ) e le partenze ( con treni, aerei ) sono lo snodo della fase. E’ inutile dare pagelle.
Quando sono andato a presentare il numero zero di The Italian Apartment, un paio di anni fa, piu’ di un direttore di rete mi disse ” ma perche’ vuoi parlare male di questo paese ? fai una cosa su quelli che restano”. Come se non fosse la stessa cosa.

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