Via dall’Italia. O anche no

26 Mag

Succede che arrivando in Italia si parli delle scuole dei figli. Che un’amica ti scrive che sua figlia e’ stata accettata alla Columbia. Che altri ti dicono che “pero’ i licei italiani sono un’altra cosa, che la cultura umanistica, che il latino e greco, che, che….”.
Succede che io per formazione, attitudine, curiosita’ (e sicuramente altro) non sono mai sicurissimo delle scelte che faccio-facciamo. E che penso che tutti abbiamo ottimi motivi per raccontarci quello che e’ meglio per noi (e di riflesso, molto in secondo piano, per i figli).
Io ho fatto il liceo a Milano (il Parini) e l’universita’ (la Statale) in anni in cui lo studio si incrociava con la politica. Chi piu’ chi meno faceva politica. Io, chi piu’. Tutta la cultura umanistica di cui sono impregnato la raccolsi quindi a casa e altrove, piu’ che nel glorioso Parini.
Nel 2004, tanti anni dopo, abbiamo deportato i nostri figli di 16 e 6 anni a New York, dove ancora oggi studiano. Martina ha iniziato un master, Tommaso sta finendo la scuola media (privata) ed a settembre andra’ in una scuola superiore (pubblica).
L’istruzione in America costa moltissimo. Anche (e questo spesso non viene detto) quando e’ pubblica. Perche’ sono le tasse sulla casa a finanziare la scuola di quartiere che infatti e’ migliore quando e’ piantata in un agglomerato di abitazioni medio-alte. Perche’ le scuole stesse “sono sul mercato”, nel senso che possono pagare, reclutare, costruire se hanno mezzi.
Ci si sposta da Manhattan a Westchester (ricca contea ad un’ora da New York ) per esempio, dove le scuole pubbliche vanno meglio, per non pagare i 30-35 mila dollari l’anno di una scuola privata ma si pagano tasse molto piu’ alte sulla casa. Operazione comunque conveniente se si hanno da due figli in su. Calcoli questi che si fanno continuamente la sera in America, seduti a quel famoso “kitchen table”, il tavolo della cucina, metafora usata e abusata in tutte le campagne elettorali.
Succede anche che sia capitato in Italia in una fase in cui si parla moltissimo di giovani che vanno a studiare fuori e anche di piu’ di quelli che hanno studiato qua e trovano lavoro fuori. Domenica scorsa ho visto in televisione un Report affollato di ricercatori italiani che ci hanno spiegato come, con relativa facilita’, avessero trovato occupazione all’estero. Dalla Spagna rimbalzano le piazze dei giovani.
In America gli studenti sono piu’ silenti e gravati da debiti che si trascineranno per tutta la vita, quasi nel 70% del totale della popolazione che frequenta le universita’. Si perche’ si studia grazie a prestiti presi sulla propria persona nella certezza antica che, lavorando, il mutuo su se stessi sarebbe stato facilmente estinto . Certezza crollata con la crisi che c’e’, profonda, nonostante le ripresine di cui vanno cianciando.
Recentemente gli studenti americani delle superiori sono stati buttati al posto numero 48 nella classifica mondiale per l’istruzione in matematica e scienze, le materie che dovrebbero essere la forza del paese, visto che secondo alcuni amici italiani in quelle umanistiche stanno a zero. Molto c’e da dire su queste statistiche e pensierini annessi ma quello che pesa in questo post e’ il debito che gli studenti americani hanno accumulato (poco si parla delle borse di studio che negli Stati Uniti sono parte integrante del sistema e che hanno aiutato anche recenti presidenti degli Stati Uniti a raggiungere la laurea).
E’ tradizione nelle famiglie costruire un fondo per permettere ai figli di entrare nelle universita’ (che costano dai 5000 dollari all’anno di quelle pubbliche agli ormai 60mila delle private migliori). Solo il 40% degli studenti riesce a pagare regolarmente le rate del debito che si sono caricati. I fondi pensione delle famiglie sono sempre di piu’ saccheggiati dai figli che stentano a riscuotere dal mercato la tradizionale ricompensa per l’investimento effettuato. E’ un nodo fondamentale di questa congiuntura economica. Se crolla la fiducia nella possibilita’ di rendersi autonomi dalle famiglie (da cui una volta si usciva a 18 anni per non tornarci piu’), allora si che l’America sara’ sempre piu’ simile all’Italia.

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