Lo Steve Jobs di Sorkin e’ un gran film

10 ott

Pratica sciolta subito al primo giorno, a quattro anni esatti dalla scomparsa del fondatore di Apple. Il film su Steve Jobs e’ fuori in soli due cinema a New York, prima del vero lancio tra una settimana.
Avevo letto ( solo i titoli ) delle critiche non tutte positive di amici e famiglia. Pare ce l’abbiano con lo Jobs apparentemente anaffettivo e non geniale che verrebbe fuori dalla scrittura di Aaron Sorkin ( The West Wing, The Newsroom, The Social Network ). Non mi e’ sembrato ma in questi casi ognuno ci mette la sua biografia dentro un’osservazione che non e’ mai pulita. E noi tutto quello che abbiamo imparato sul suo privato.
L’idea e’ quella di raccontare attraverso il backstage di tre delle famose presentazioni di nuovi prodotti di Jobs ( 1984, 1988, 1998, di cui due non tra le piu’ fortunate ). Non le vediamo mai queste presentazioni. La storia in tre atti si ferma sempre all’apertura del sipario, con il pubblico entusiasta che aspetta il guru.
Ogni volta vediamo pero’ gli stessi personaggi apparire ( la figlia Lisa, Steve Wozniak, l’amico e socio-inventore e John Sculley, il CEO che caccio’ Jobs dalla Apple ). Jeff Daniels, appena visto in The Martian, e’ un’appesantito John Sculley e ormai quando lo vediamo sembra sempre quello di The Newsroom.
La scrittura di Sorkin, e’ noto, non lascia spazi vuoti. Si parla senza interruzione e i dialoghi sono rapidi, acidi, divertenti anche quando siamo nel dramma ( il “walk and talk ” sorkiniano ). Un diluvio di parole che ci fa conoscere solo un pezzo della vita di Jobs. Quella prima del trionfo globale e della malattia.
Ottimi Kate Winslet e Seth Rogen. Meno Michael Fassbender ma anche qui questione di gusti. Regia diligente di Danny Boyle che questa volta non fa cose pirotecniche, come di solito.
Alla fine applauso a Union Square dove ero. E vicino a me parecchi commossi.

 

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