TRANSPARENT, la cosa migliore vista quest’anno. E poi i luoghi comuni sull’ascolto

30 dic

La classifica delle dieci serie, dei dieci programmi migliori non la faccio perche’ non arrivo a dieci.
Ho recuperato parecchio del non visto ma non tutto. Tanto c’e’ una serie che ha segnato l’annata piu’ di tutte. E’ successo con Homeland ( tornato grande ) con Mad Men ( inconsolabile addio ) e ora con Transparent.
Non c’e lotta. E’ il racconto del 2015. Non tanto per la storia della “fluidità’ di genere” che certo e’ centrale ma di cui poi a me frega poco. Ma per la scrittura dei personaggi, anche quelli minori ( che poi da questi si dice sempre si riconosca il bello di una serie ). Sono scolpiti anche in poche battute e li conosciamo nel loro divenire, affezionandoci a tutti, anche ai piu’ stronzi.
La seconda stagione, uscita da poco su Amazon, e’ anche meglio della prima.
Si, capiamo sempre poco di come tutti o quasi facciano a mantenersi ma questo e’ comune a molte serie televisive. Si disegna il carattere e si parla delle rose e il pane rimane in soffitta. Roba da disgraziati.
Dai caratteri pero’ rimaniamo stregati e forse questa e’ una cosa generazionale. Jill Soloway, l’autrice, ha avuto una vita che da sola racconta la serie e il New Yorker ce l’ha fatta conoscere con un lungo pezzo. A 50 anni e’ riuscita a far sembrare Lena Dunham ( 29 anni ) e il suo Girls ( quarta stagione in arrivo ) una cosa per bambocci ritardati.

Quindi la cosa piu’ bella e’ su Amazon e non su una televisione in tempo reale.
Il mio telecomando da l’opzione Netflix, Amazon o tv tradizionale e senza bisogno di cavi e collegamenti ormai e’ difficile scavarsi dal divano anche perche’ lo schermo tv e’ un grande monitor per girellare con Safari. Questo annulla la nostra percezione di consumare pietanze diverse, cucinate per pubblici diversi. Ci sembra tutto lo stesso minestrone e cosi’ infatti parlano della televisione americana tanti che vivono lontano, a Cologno Monzese o a Grottarossa, e ci dicono l’ovvieta’ che la televisione italiana dovrebbe osare di piu’, che la fiction di casa nostra non e’ la serialita’ che arriva dall’altra parte dell’oceano di cui diciamo meraviglie, ecc.
Si fa confusione tra televisione dei grandi networks ( CBS, FOX, NBC, ABC ) quella cable ( AMC ) e quella pay ( Showtime, HBO ). Sono pubblici lontani che specchiano ascolti lontani.
Le cable e pay si possono permettere le maratone delle serie all’infinito perche’ sono senza tempo. Possono riempirci di fondi di magazzino cinematografico per giornate intere in attesa della nuova stagione di The Affair,ecc. Possono scrivere per un pubblico che sa leggere oltre i titoli dello sport.
Su tutto questo sono poi arrivati Netflix e Amazon che hanno ancora altri pubblici. Il melting pot televisivo non esiste. Il telecomando a reti unificate ci fa credere che esista. Ma non e’ cosi’.
Esistono anche in America i contenitori del mattino e del pomeriggio sui grandi networks di cui non si parla mai. E i telegiornali confezionati molto diversamente senza quella moltitudine di corrispondenti all’italiana, ridicola per i tempi in cui viviamo. E tutti i talk shows politici sono confinati esclusivamente sulle tv allnews. E via andare.
Insomma l’arte della manutenzione di un palinsesto e’ ancora un’operina da costruire ( non da schiacciare ) sul proprio territorio. Anche nell’epoca del telecomando cannibale.

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