Sanremo e il discorso sullo stato dell’Unione

12 feb

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No, non c’è in America una cosa come Sanremo. Forse non c’è al mondo.
Non solo per le ore di televisione in prima serata, la raccolta pubblicitaria, un paese raccolto attorno all’elettrodomestico.
Io ho vissuto gli anni in cui di Sanremo non fregava piu’ niente a nessuno. Poi il Festival è risorto ed è tornato a raccontare il paese. Tra una canzonetta e l’altra.
Sul palco passano i corpi di polizia, le tragedie recenti, la domanda di giustizia per un omicidio, anziani e giovanissimi esemplari di un paese che lavora. Le contraddizioni rimangono fuori dall’Ariston. A volte sono entrate perche’ quello era lo stato delle cose presenti. Oggi c’è piu’ pace sociale, con il 40% di disoccupazione giovanile ma questo è un dettaglio.
Non c’entrano niente il Super Bowl e ancora meno serate come quelle degli Oscar. Sanremo è un discorso sullo stato dell’Unione. Quello che, una volta all’anno, il presidente degli Stati Uniti recita davanti al Congresso e, a telecamere riunite, si rivolge al paese. Sono di solito presenti eroi della quotidianità, che vengono citati nel discorso. Lo stabilisce la Costituzione che si tenga il discorso sullo stato dell’Unione. In Italia basterebbe un referendum qualsiasi per scrivere sulla Costituzione che le serate devono essere cinque e che ci deve essere il dopo festival e che la controprogrammazione va limitata al massimo. Emendamento “Occidentali’s Karma”.
Il presidente, il presentatore, è meglio se uomo senza qualità. Che reciti l’impossibilita’ a chiudere in una sola storia tutta la vita. E deve entrare nelle case e sedersi in salotto con grande naturalezza, senza sentirsi ospite. Ma non deve esistere, non dividere, un ologramma.
C’è una gara ma nessuno ci fa caso.
Poi questa volta c’era anche Crozza. A “chi ci piace”.

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