Lo sport fa girare l’ America

26 set

Quando si dice “la politica non deve entrare nello sport” si ripete una storica scemenza.
C’è una lunga storia in America di atleti di colore che hanno protestato, dimostrato, detto la loro in tempi di grandi conflitti, domestici e fuori dai confini del paese. Meno da noi perché per trovare la ferita della schiavitù bisogna scavare con più impegno nel passato remoto.
Si certo nel calcio ci sono stati i due opposti Paoli ( Solier e Di Canio ) ed ex transumati sui banchi del Parlamento. Dimentico sicuramente tanti ma non mi sembra che la storia patria sia stata segnata da questi passaggi.

È ormai noto quello che sta accadendo in America con Trump che ha dato dei “figli di puttana” a quei giocatori di football che non mettono la mano sul cuore e non stanno diritti in piedi nel corso dell’esecuzione dell’inno che precede ogni evento sportivo nel paese. Inno che risuona continuamente, come se ogni partita fosse una sfida tra squadre nazionali. La bandiera a stelle e strisce onnipresente. Non solo come da noi ( rieccoci ) se vinciamo il Mundial.
Non è questione da poco, anche parlando di televisione. Infatti Trump ha detto che gli ascolti del football sono in discesa, come fosse un dato su cui si giocano le sorti del paese. In realta’ almeno le fortune delle televisioni generaliste che hanno i contratti di esclusiva e quelle dei canali sportivi dipendono in buona parte dalla platea che guarda in tempo reale gli incontri. È  l’arma principale contro Netflix, Amazon e quelli che ci vendono la televisione all’ora che vogliamo noi.
LeBron James ( 32.8 milioni di followers su Instagram, 38.6 milioni su Twitter ) ha risposto a Trump. Prima chiamandolo bum ( barbone ) e non nominandolo poi ma difendendo il diritto ad inginocchiarsi per protesta degli atleti nei tre minuti in cui negli stadi viene eseguito l’inno nazionale. E’ seguito un diluvio su Twitter.
La protesta divenuta virale ha coinvolto anche presidenti e proprietari delle squadre di football, grandi elettori ed elemosinieri di Trump.
Jerry Jones, “padrone” della squadra più ricca al mondo in ogni sport, i Dallas Cowboys, si è inginocchiato con i suoi giocatori, in maggioranza di pelle nera. Si giocava in trasferta ed il pubblico dell’Arizona ha fischiato, in maggioranza.
Alejandro Villanueva invece, reduce medagliato dall’Afghanistan, giocatore dei Pittsburgh Steelers, è uscito dallo spogliatoio in cui era rimasta la sua squadra per protesta e si è messo la mano sul cuore. Il giorno dopo la vendita della sua maglia è esplosa.

Questa storia non è destinata ad evaporare in un tweet. L’America che ha votato Trump ha trovato finalmente un terreno di gioco in cui riconoscersi. Non è casuale questo attacco del presidente che sposta le promesse elettorali non mantenute su inno e bandiera.  I tifosi del circuito automobilistico Nascar, popolare nel sud e nell’America di mezzo, sono sicuramente schierati con Trump. Come probabilmente anche la maggioranza degli stessi appassionati di football.
La NBA, la lega del basket, è un’altra cosa. I suoi giocatori più celebri fanno opinione, fanno mercato.
Non molleranno l’osso Trump. La loro rischia di essere la vera opposizione a Trump. Almeno sui social. Che, probabilmente, è quello che voleva l’inquilino della Casa Bianca.
Trump è pericoloso e tante altre cose. Ma non un idiota.

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