Il Sessantotto museificato

22 ott

Sono entrato nel bel palazzo della Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea ( Gnam ) a Roma, accolto dalla frase di Gilles Deleuze “lo abbiamo sempre saputo che sarebbe finita male”.
La citazione è contenuta in uno dei pochi cartelli che trovi nella mostra sul Sessantotto, aperta un anno prima dell’anniversario dei 50 anni che scatenerà “fiumi di parole”. Dei negazionisti e di quelli che pensavano “che mai più i maschi avrebbero messo la cravatta…” ( Tonino De Bernardi ).

La piccola mostra è poco didascalica, non spiegata, non accompagnata ( nel senso che ho dovuto chiedere più volte al personale del museo dove fosse la seconda sala, in assenza di indicazioni ).
Ho cercato un catalogo e ho acquistato quello che c’era. Un giornalone simile al contemporaneo Quindici, con firme di leaders dei movimenti di allora, critici, curatori, giornalisti.
C’è chi scrive che non c’è 68 senza il 69 e chi invece dice che non c’è 68 senza il 62-63. Letture più o meno operaiste che ti chiedi, nella prima parte, cosa c’entrino con quello che è appeso alle pareti o poggiato a terra. Nella seconda parte del giornalone entrano i critici e quasi quasi rimpiangi i primi.
E allora forse capisci perché questa sia una mostra cosi’ minimalista e poco storicizzata. Ma allora avrei evitato pure il giornalone in cui ognuno racconta il suo Sessantotto.
Io in quell’anno ero al liceo, a Milano. Conservo una comunicazione del preside ai miei genitori. Arte povera, direi.

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