IL LAVORO che vogliamo. “Che fai?” ma soprattutto “Quanto guadagni?”

29 ott

La Chiesa cattolica è entrata a piedi uniti dentro la grande questione del lavoro, oggi.
Ad esempio su alternanza scuola-lavoro e rilancio istituti professionali, che in Germania funzionano alla grande, da sempre.
Non so quanti se ne siano accorti. Sono state fatte richieste precise al governo. Gentiloni è atterrato a Cagliari ( dove erano in corso le giornate conclusive delle”settimane sociali dei cattolici italiani”) per rispondere alle domande concrete emerse dai lavori durati mesi. Il ministro Poletti ha assistito ai lavori.
La Chiesa ha chiesto di farla finita con lavoro nero e precarietà. Ma non ideologicamente. Facendo politica, come andrebbe fatta. Indicando soluzioni, declinate in “buone pratiche” come vengono chiamate.
Noi siamo andati a visitarle queste buone pratiche. E abbiamo trovato storie sorprendenti. In certi casi, commoventi. Abbiamo trovato donne ( di più ) e uomini che amano il loro lavoro, che se lo sono inventato o reinventato. Quasi tutti quelli che abbiamo incontrato hanno citato Adriano Olivetti. Come se ci fossimo fermati a quella storia o da quella si voglia ripartire.
Nel frattempo , dagli anni olivettiani, sono arrivate la robotica, l’automazione, la delocalizzazione, la digitalizzazione.

Il lavoro in fabbrica e il posto fisso non sono spariti, se è vero che siamo ancora il secondo paese manifatturiero in Europa. Il macchinismo 4.0 ha pero’ rivoluzionato il nostro rapporto con il lavoro. Anche se poi la domanda rimane quella antica, identitaria – ha detto Gentiloni nel corso del suo intervento. “Che fai ?”, per dire chi sei. Rimane la vecchia domanda ma ormai si è americanizzata in “quanto guadagni?” perche’ il lavoro liquido produce ricchezze inaudite e povertà imbarazzanti, nell’arco di mezza generazione. Importa meno quello che fai, importa di più quello che porti a casa.
Vi consiglio di vederle queste storie.

Una cosa cosi’ oggi la chiamano docufilm. Per dire che non sarebbe “solo” un documentario e che forse ambisce ad essere cinema. Non so come chiamare il viaggio italiano che ho fatto dentro otto imprese nate da poco o da oltre cento anni.
Un viaggio realizzato in quattro, come una band in tour, con Paola Buonomini che ha organizzato tutto, con Vasile Caplescu che ha fatto la fotografia e Alessandro Muzi che ha curato l’edizione.
Non è un film. Perche’ non si fa un film in quattro, con tempi da Gran Premio di Monza.
“Il lavoro che vogliamo” è pero’ una cosa diversa dalla lamentazione (via talk show) a cui siamo abituati in televisione. Mi è piaciuto da pazzi farlo. E questo c’entra un poco con il lavoro che vorremmo fare.

Comments are closed.