Il calcio per gli emigranti

14 nov

Ieri ho assistito alla tragedia nazionale sul divano di casa, com mio figlio ventenne.
FoxSport, in diretta, alle 14.30 del pomeriggio. Con il solito telecronista che segue la Premier League e conosce benissimo il calcio europeo. Ogni volta mi stupisce per conoscenza di dati, statistiche, passioni degli americani. Non ha fatto altro che chiedersi per 90 minuti perche’ Insigne non fosse in campo. Ma questo riguarda chi ci capisce.
Mio figlio deluso meno di me. Da tempo lo sport più seguito in casa è il basket.
Io pensavo al peso del calcio per quella che è l’altra Italia fuori dall’Italia. I 60 milioni fuori, più o meno quanti dentro. Almeno cosi’ si dice. Io non mi metto tra gli emigranti. Privilegiato.

Il calcio è malattia contratta da bambino, presa da mio padre tifoso tifoso alle lacrime della Roma e andata in un’altra inspiegabile direzione, la squadra di Firenze. Abituato alla sofferenza.
Ma il calcio per chi vive fuori dall’Italia è molto altro. Andrebbe raccontato. Fuori dalla solita narrazione dei bar dei tifosi. Il calcio per chi sta fuori è l’Italia. È identita’ allo stato puro, è la pelle sopra la pelle.
Forse da ieri meno. Le nuove, seconde, terze generazioni non coltivano piu’ questo legame.
Anche gli Stati Uniti sono stati fatti fuori dal mondiale. Eppure qua il calcio si sostiene sia lo sport più praticato nelle scuole, anche grazie all’onda latina.
La globalizzazione e il calcio. C’è materia per una bella riflessione.

Comments are closed.