MUDBOUND, storia potente, film meno

26 nov

Parlare non benissimo di Mudbound fa strano. Eppure il New Yorker lo ha fatto. Mosca bianca.
La storia è talmente forte che arrivi stremato alla fine e non puoi fare a meno di pensare cosa sia oggi il Delta del Mississippi, dove si svolge la vicenda intrecciata delle due famiglie, quella di pelle bianca e quella di pelle nera. Siamo negli anni dal 1940 alla fine della Seconda Guerra Mondiale e il ritorno a casa di due che hanno combattuto in Europa. Il reduce di colore e quello con il viso pallido condividono disordine mentale e intolleranza al razzismo sedimentato nella loro terra.
Sono andato due volte da quelle parti, seguendo la prima campagna di Obama. E’ una deviazione dalle mille luci di New York che consiglio a tutti. Un luogo struggente in cui non fatichi molto a riconoscere le radici di Mudbound.
Alla critica, in generale, il film di Dee Rees è piaciuto molto. Grande fotografia e bella idea quella di far narrare il film dagli stessi protagonisti ma con voce fuori campo.
In molti negli ultimi anni ci hanno raccontato questo sud degli Stati Uniti, andando più indietro, non tanto, alla schiavitù.
Troppo facile, anche se quasi irresistibile, andare nel caso di Mudbound ad Obama-Trump e cominciare a spargere idiozie sui “ricicli” della storia. Il romanzo da cui è tratto il film è del 2008 e potrebbe autorizzare letture premonitrici di questo tipo. Ma il problema del film mi sembra sia altro.
Ho avvertito una costruzione telefonata dei personaggi. Li vedi la prima volta e già sai come si comporteranno. Anche come andrà a finire, se non hai letto prima. Troppo soap.
Detto questo, da vedere assolutamente. Su Netflix. Nei cinema a New York e Los Angeles in queste settimane per potere poi agguantare l’Oscar.

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