L’opera seriale di Spike Lee nell’epoca della riproducibilita’ tecnica di Netflix

1 dic

Ho finito i dieci brevi episodi (30 minuti) della serie di Spike Lee (She’s gotta have it) per Netflix.
La visione funziona bene accompagnata alla lettura (prima, durante, dopo, non importa) della lunga storia con intervista e copertina che gli ha dedicato The New York Times Magazine in occasione dell’uscita della serie.
E’un bagno nell’estetica di Spike Lee. Il cantore di Brooklyn. Come Woody Allen di Manhattan.
Spike per Netflix, come Woody per Amazon, hanno partorito dei distillati della loro visione del mondo per i nuovi giocatori in campo, nel mondo allargato della video consumazione.
Nel suo caso la libertà di cui ha potuto godere, i mezzi e i 300 minuti della serie ci mettono nella condizione di capire meglio come Spike snoccioli le cose che vuole dire dentro la sua estetica.
Il prodotto è molto patinato a cominciare dalla lunga sigla che è una elegia della Brooklyn emancipata dalla povertà che ancora imprigiona gran parte dei suoi abitanti, al di fuori delle roccaforti espugnate dalle giovani coppie, studenti, artisti in fuga da Manhattan. Non è la Brooklyn di Girls. È piu’ manierata ancora ma anche piu’ vera. Che dovrebbe essere un paradosso. Se non fosse che il curriculum di Spike è pieno di pubblicità girate per grandi marchi di sneakers e abbigliamento sportivo. Dove la strada si incontra con l’obiettivo di creare consumi che incrociano stili di vita e idee imprenditoriali. E quindi la mano del regista è abituata di default a dipingere il superfluo come un bisogno e a “fotoscioppare l’indigenza”. È una qualità, una rappresentazione della realta’ non mistificata ma tatuata con la sua firma.
La Brooklyn delle enclaves di Spike è colorata, aperta al nuovo, depurata della miseria (il senzacasa artista ha una sua nobile grazia). Una Brooklyn “gentrificata”. Divertente la presa per il culo del cameriere con barba hipster delle quattro amiche al caffe’.
Si racconta una giovane donna e la sua sessualita’, remake del film del 1986 con lo stesso titolo, realizzato allora con un piccolo budget.
Nola Darling, la protagonista afroamericana, è una pittrice, ritrattista con difficolta’ a trovare regolarmente i soldi per pagare l’affitto. Ha relazioni contemporanee con tre uomini, diversi socialmente ma ugualmente autoriflessi, come è il genere maschile, piu’ di quello femminile. E con una donna, madre di una bambina.
Nola, vittima di un tentativo di violenza per la strada (non lo stupro del film originale che desto’ molte critiche) da inizio ad una campagna contro le molestie, fatta di manifesti e affissioni.
Credo che Spike non potesse immaginare nel corso della scrittura che l’uscita della serie nella settimana di Thanksgiving avrebbe coinciso con il mese in cui l’America ha mozzato le teste di alcuni tra i piu’ autorevoli protagonisti della televisione e del cinema, accusati di molestie sessuali. Una coincidenza che afferma ancora una volta come la letteratura (quattro uomini e quattro donne, sceneggiatori) abbia spesso intuizioni di prefigurazione. Anche motivo di riflessione. Trenta anni passati invano?
La punteggiatura degli episodi è segnata da musica straordinaria e ci troviamo a sognare con Frank Sinatra, che sembra piu’ una citazione di Woody Allen che di Lee. I pensieri a voce alta all’inizio delle puntate, con sguardo rivolto in camera, sono invece autocitazioni.
Alla fine, siamo alle elezioni del 2016. Dopo la gentrificazione della sua Brooklyn, arrivera’ Trump. Non solo per Spike.

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