Televisione che parla di televisione e vabbe’

6 gen

Sinceramente non me ne frega niente. Ma ci stanno due parole a proposito di una puntata del talk della Gruber che ho appena recuperato. A proposito di “americanizzazione della tv italiana”. A proposito di tv del dolore.
Le generaliste italiane e quelle americane sono profondamente diverse.
Pesa meno la politica in quella americana. Il racconto del dolore, quello del lamento non allagano i palinsesti che restano solidamente ottimisti, sempre.
La South Side di Chicago che continua ad essere teatro di omicidi di gangs (anche se leggermente meno) e Porto Rico ancora senza luce per un terzo dopo l’uragano Maria di settembre sarebbero per esempio terreno fertile per le due cose (dolore e lamento) ma sono fantasmi in televisione.
Nulla rompe il perfetto svolgersi delle serie, dei talks allegrotti del day time, delle prime serate non fiume, all’italiana.
La politica (detto mille volte) confinata ai minoritari canali all news. E la cronaca nera si impenna (relativamente) solo se riguarda qualche famoso. La strage di Las Vegas del primo ottobre (58 morti e 500 feriti) presto archiviata.
Non vedo in America “giornalisti” inseguire, ad ogni ora del giorno, responsabili della cosa pubblica che sgommano via. Non vedo, ascolto, domande buttate nei citofoni delle case, ad ogni ora del giorno.
Certo accade ma non fanno sistema televisivo, scheletro della programmazione, lancio per il talk di tre ore.
Quindi parliamo di due mondi diversi che globalizzazione e Netflix non hanno avvicinato. Punto.
Quando poi vedo sorrisetti ( nella puntata a cui accennavo ) ad un accenno al caso molestie che ha decapitato molte teste nella tv e nel cinema in America, capisco definitivamente che siamo in due mondi molto ma molto lontani.

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