Lontano da dove

10 giu

Ho viaggiato molto negli ultimi mesi e continuerò a farlo nel corso dell’estate. Non sono i viaggi di cui parla Atossa Araxia Abrahamian (“The new passport-poor”) nel pezzo tradotto sull’ultimo numero di Internazionale. Leggo dei tre passaporti della giornalista (Svizzera, Stati Uniti e Iran) che ci dice che in futuro queste identità di carta potrebbero essere sostituite da quelle digitali, più “occhiute” ancora.

Noi abbiamo dimenticato le migrazioni del secolo scorso. I milioni di italiani in cerca di un secondo passaporto utile ad apparecchiare la tavola la sera. I popoli in movimento sono inarrestabili. Non li fermano muri e mari.

Ho consumato a corrente alternata televisione di casa nostra e registrato gli ascolti in crescita degli shows parolai da una casa a Roma molto vicina alle radici familiari. Che poi sono piantate in due paesi. Incontro spesso davanti all’edicola e al supermercato due giovani africani con un cappello in mano che mi salutano. Volentieri ti raccontano la loro storia, se vuoi ascoltarla. Uno è fuggito dalla guerra, l’altro dalla fame. Che poi non sono molto diverse.

In questi mesi ho lambito popolazioni che hanno attraversato guerre, in Kosovo, Libano, Afghanistan, Iraq e ancora ci sono dentro perche’ la pace non comincia il giorno dopo la fine della guerra. Ho parlato in questi luoghi con tanti soldati italiani che mi sono sembrati un bel pezzo d’Italia fuori dai nostri confini. Lontani da casa, anche se per un tempo limitato. La distanza aiuta a capire in genere. E, nello stesso tempo, la prossimità agli abitanti dei paesi che ci ospitano (mai dimenticarlo) anche. Lontani e vicini. Aiuta guardarsi negli occhi, sentire gli odori, accogliere il dolore degli altri. Questo ho immagazzinato nei viaggi iniziati a marzo, su un C-130 da Pisa.

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