Factory

12 nov

Factory vuol dire manifattura, fabbrica. La “sottotrama” creativa è stata appiccicata anche fuori contesto.
Quella di Andy Warhol è stata una fabbrica, come ci ha raccontato recentemente The New York Times. Di idee, non necessariamente tutte sue. Idee trasformate in video, fotografie, una rivista, multipli,  non tutte opere realizzate  da Warhol (un genio) stesso. Una strepitosa sintesi di business e arte che oggi vive in repliche che testimoniano di un tempo diverso, come la collaborazione di Takashi Murakami con Virgil Abloh per Vuitton. La centrifuga finisce su Instagram e i giochi sono fatti.

Warhol era Instagram prima di Instagram e la mostra appena aperta al Whitney, la prima grande retrospettiva in 31 anni (Andy Warhol -From A to B and Back Again) specchia questa liquidita’ sospesa tra la memoria e il nostro presente. Giravo per le sale, come sempre incartate benissimo in America, e mi chiedevo perche’  tutto quello che gia’ abbiamo visto migliaia di volte apparisse nuovo o comunque non di un altro secolo. Quello prima di Internet.
Una risposta me la sono data andando alla fine nel negozio affollatissimo della lobby del Whitney. C’era tutto. Oltre al catalogo da 75 dollari. Tutto uguale alle sale della mostra. I multipli, le fotografie e le infinite riproduzioni declinate in oggetti di uso quotidiano che avrebbero potuto uscire dalla stessa factory di Warhol. Si certo, “..nell’epoca della sua riproducibilita’ tecnica” tutto è falso e vero. Tanta roba è fake, ci dice la cronaca politica quotidiana. Non a caso questa settimana vanno all’asta, ricorda sempre The New York Times, molti Warhol. Che non sono mai falsi. Come dei Caravaggio disputati. Forse perche’ lo sono all’origine. E’ questa la meraviglia dell’arte, da Piero Manzoni fino a Banksy . C’è tanta factory.
Critica entusiasta.  Avvolti nella carta da parati ci si perde al Whitney. Anche senza gli acidi che giravano negli anni di Andy.

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