Il treno di merda

15 nov

La storia si presta ad essere tirata in tante direzioni. L’unica certa è che il treno parti’ da New York e arrivo’ in Alabama.
56 containers di feci prodotte nella citta’ di New York e depositate nel sud degli Stati Uniti.
Il caso era scoppiato nello scorso aprile. Il caso del poop train”, il treno di popo’, per dirla come si usa con i bambini.
Per due mesi il treno staziono’ in una piccola cittadina dell’Alabama, dove secondo la compagnia che aveva l’appalto avrebbe dovuto svuotarsi in una apposita tomba privata dei rifiuti. La lotta degli abitanti della cittadina, mossi dal tanfo, impedi’ lo sbarco del prodotto dei cessi di New York, citta’ che ha leggi che impediscono gli scarichi di queste materie (biosolidi si dice elegantemente) nell’oceano.
Mi sono appassionato alla storia che in televisione ha vissuto in questi giorni un revival in seguito alla notizia della messa in stato di accusa per ragioni “etiche” di un ex lobbista nominato dall’amministrazione Trump responsabile dell’EPA (l’agenzia federale di protezione dell’ambiente) nel sud-est degli Stati Uniti.
Non entro nel merito dell’intricata vicenda e torno sul treno che non ho capito dove sia finito. I containers ammassati erano arrivati ad essere 250.
Ufficialmente i biosolidi della citta’ di New York viaggiano ancora fuori dallo stato. E vanno a concimare terreni, secondo un ciclo per cui poi in qualche modo torniamo ad espellerli.
Mi si è aperto in questi giorni un mondo nuovo, con questa storia del treno.
Non mi ero mai chiesto dove finisse quello che lo sciacquone porta via. Non sapevo che il tutto venisse elaborato da imprese private. E che quindi io lavoro per loro. E per finire l’idea dell’Alabama, uno dei cinque stati stati piu’ poveri d’America (con il 27% di afroamericani) come destinatario finale di una cosa da noi prodotta, a Manhattan.
Intanto sto eliminando con grande dolore, ancora una volta, decine, centinaia di libri per ragioni di spazio. Forse “Treno di panna” di De Carlo (l’unico suo che ho letto) me lo tengo. Cosi’, per non dimenticare.

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