BABY, la serie di Netflix. Ancora prima di vederla

30 nov

Leggo dell’ accusa, in America, sull’opportunità di realizzare Baby, la serie di Netflix in uscita oggi. Accusa pesante. Quella di promuovere il traffico di prostitute minorenni. Roma, la location. Il fatto di cronaca, noto.
Mi viene in mente Gomorra. Un giorno, nel carcere di Nisida, alcuni ragazzi detenuti scimmiottavano protagonisti della serie. Me ne andai quella sera confuso. Non sull’opportunità di realizzare serie come quella. Sulla difficolta’ di raccontare storie di crimini e di orrori. Tutta la nuova serialita’ americana corre su questa delicata terra di confine. Dai Sopranos, passando per The Wire e Breaking Bad, fino a Narcos. Ed infatti spesso i buoni sono scomparsi o sono cattivi anche loro. I cattivi poi sono spesso, in fondo, bravi figli. E non si tratta piu’ nemmeno del vitale conflitto all’interno dello stesso personaggio.
Uscire fuori dall’uomo ad una dimensione ci ha fatto perdere le dimensioni, il confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Prima ancora della scrittura di una serie e del tracciato delle sottotrame, forse, bisognerebbe chiedersi cosa vogliamo raccontare. Troppo facile dire: la realta’.

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