Dentro il New York Times, la madre di tutti

29 lug

Ce l’ho fatta finalmente a vedere il documentario su un anno dentro il New York Times, uscito da un mese e passato prima per il Sundance.
“Page One.Inside the New York Times” di Andrew Rossi non ha ricevuto grandi critiche ma e’, per chi gira attorno a questo mestiere o e’ anche solo un lettore, una visione interessante, molto interessante.
La narrazione e’ discontinua e il filo e’ il media desk del giornale, in particolare David Carr che ci lavora e che e’ un bel tipo, che da solo vale il film. Dentro ci sono cose che si sanno ma e’ bello entrare nei loculi della piu’ bella organizzazione di news al mondo. Quella che, ci tengono a dire i suoi militanti, da da mangiare a tutti. Il succo del documentario e’ che senza il New York Times non ci sarebbe il mondo dell’informazione cosi’ come lo conosciamo. Perche’ e’ la fonte primaria. Tutti, anche i negazionisti, ci passano, lo chiosano, lo copiano, lo citano, lo rincartano. Non solo i corrispondenti, i bloggers. gli aggregatori vari (l’esempio usato nel documentario e’ Gawker dove sostengono naturalmente di farne anche a meno) ma anche gli altri old media che decidono che fare dopo avere sbirciato il New York Times. Che non e’ piu’, signora mia, quello di anni fa ma avercene…(106 Premi Pulitzer portati a casetta).
Detto questo, che non ci piove, il tutto e’ troppo apologetico, non e’ fair and balanced, per dirla come quelli che non lo sono ma lo recitano. Le scivolate storiche della Gray Lady di 160 anni sono affrontate di scivolo. E quando 100 dei 1250 che ci lavorano vengono licenziati per taglio dei costi siamo lasciati li a commuoverci per loro ma non ci vengono spiegate le retroragioni delle scelte.
Ma fino alla fine rimaniamo incatenati a seguire David Carr, l’ex tossico, giornalista investigativo uscito da Prima Pagina di Billy Wilder.
E appreziamo che la stroncatura vera al documentario sia arrivata proprio dal New York Times che ha affidato la critica a Michael Kinsley, un esterno, che oggi lavora per Bloomberg. Kinsley evidenzia tutti i lati deboli del documentario. Sembra un killer pagato per farlo. Molte cose sono condivisibili. Poi probabilmente sara’ corso ad aprire la copia del New York Times di giornata per scopiazzare anche lui.
Come fanno tutti i giorni in molti. Come se Internet non ci fosse e si continua a fare come si e’ fatto per anni. I corrispondenti, gli inviati in carta carbone.

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