It’s India

27 gen

Ho passato la sicurezza in aeroporto a Calcutta sulla via del ritorno a New York pensando di avere tolto dallo zainetto tutto (telefono, iPad ecc). Mi hanno fatto ripetere l’operazione perché avevo tralasciato spine, adattatori, hard disk, rasoio. E poi l’ufficiale di servizio ha scritto a penna su un grande quaderno il mio nome e gli oggetti controllati.
L’India spedisce i suoi figli più ricchi nelle università inglesi e americane e questi poi non tornano. In alcuni casi diventano capi di Microsoft e delle altre sorelle della Silicon Valley. A casa, nella povera patria, si usa sempre la biro.
“It’s India” dice sempre la psicologa Shipra quando parliamo delle grandi contraddizioni di questo paese. Tra le prime tre economie del mondo (con Cina e Stati Uniti). E quest’anno supererà la Cina per consumo di petrolio (anche perché l’elettrico è lontano). E supererà gli Stati Uniti per produzione di acciaio. Cose che ho letto sui quotidiani, in India.
I volumi sono dettati dal numero di abitanti che crescono senza limiti. E da un consumo domestico che cresce di conseguenza. In un paese giovane (27 anni di media contro i nostri 45 e oltre).
Poi ci sono le centinaia di milioni di poveri. Oltre il 30% della popolazione del mondo che vive sotto la soglia della povertà. E i 200 milioni di Dalits, al fondo del sistema delle caste, che tranquillamente sopravvive nei matrimoni combinati e non solo.
Se fossi appena uscito da una di quelle scuole di giornalismo, televisione, comunicazione che proliferano da noi mi farei un anno nella città al mondo che nessuno racconta in italia. A Mumbai, Bombay. La metropoli in cui si vede il futuro, con il passato negli occhi.
Molto diversa da Calcutta, in cui sono venuto per la quarta volta in cinque anni.
Sono andato a trovare Tanisha, 13 anni, che continua a vivere sulla strada dove l’avevo conosciuta due anni fa. Dorme con i suoi genitori, le tre sorelle e un fratellino sugli stessi due pallets di legno di un metro e mezzo quadrato l’uno. Uno di fronte all’altro. In mezzo lo spazio per i passanti che camminano attraverso la loro “casa”. La grande novità e’ che Tanisha mi ha risposto in inglese. Lo sta imparando alla scuola che frequenta grazie all’aiuto che le arriva dall’Italia (Mission Calcutta). Una manciata di euro al mese con cui noi compriamo una pizza.

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Poi sono tornato nella casa di Barasat, ad un’ora da Calcutta, che con TV2000 seguiamo da cinque anni. Le suore della Provvidenza (parlano italiano e sono le piu’ “laiche” mai conosciute) curano bambine di strada, da dieci, quindici anni. Sono state anche più di 50 e questa volta ne ho trovate 27. Le conosco tutte per nome, volto, storia.
Si sta chiudendo un ciclo. Alcune arrivate ai 18 anni prendono strade diverse. Le suore e la psicologa Shipra provano in tutti i modi a farle studiare per emanciparle dal destino scritto della strada e del matrimonio combinato. Sono storie che in questo viaggio ho provato a seguire.
Sono storie a volte difficili da raccontare. Non sempre a lieto fine. Come la vita.
Quando tornero’ in Italia montero’ questo quarto capitolo delle bambine di Calcutta e andrò a fare visita ad una comunità in Friuli che aiuta le bambine. Proverò a capire perché.
È una domanda attuale, mi sembra.

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Ad aprile-maggio si vota in India. Uno dei risultati raggiunti dal governo del nazionalista hindu Narendra Modi sarebbe la tanto pubblicizzata distribuzione di 100 milioni di gabinetti nelle strade del grande paese. La campagna è stata realizzata con il volto di Gandhi.
Un’altra contraddizione, lunga da spiegare. It’s India.

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