It’s India 2

3 feb

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Vado in India da 30 anni. È il viaggio. Poi è diventato anche lavoro e altro.
Ci sono tante Indie. Sentivo oggi Panatta dire in televisione a Quelli che il calcio che 35 anni fa giocare in Coppa Davis a Calcutta gli ha cambiato la vita. Non solo per la povertà estrema. Ma per come viene vissuta. Che non è rassegnazione. Piu’ complessa.

Trenta anni fa partivo con L’odore dell’India di Pasolini nello zaino. Oggi leggo Fortune e le 500 imprese che stanno facendo il miracolo economico indiano e che convivono con quello che scriveva Pasolini. Sono andato a girare in tre slums di Calcutta dove famiglie abitano da generazioni. In alcuni casi le baracche di lamiera sono state rese più solide. C’è la televisione ma non il bagno che è comune ed è ardito chiamare in questo modo.
In televisione vanno ininterrottamente i prodotti di Bollywood. Storie accompagnate da tanta musica. Il volume sempre molto alto. Una colonna sonora della vita. Il divo del genere, Shahrukh Khan, è stato l’attore, producer più pagato al mondo lo scorso anno.
Quando entri in un’abitazione con la telecamera ti viene offerto un tè. E spesso ti viene chiesto di lasciare le scarpe fuori dai 20-30 metri quadrati di casa. Ma lo capisci da solo, vedendole all’esterno. Come in un tempio. Il pavimento di terra o ricoperto con teli di plastica.
Immagini devozionali della religione identitaria alle pareti. Sempre.
Ho incontrato negli slums giovani che ce l’hanno fatta a studiare e hanno ora un lavoro. Tanti nei call centers, che sono una delle grandi industrie di Calcutta.
In America ti rispondono spesso dall’India. E in genere il problema che avevi viene risolto meglio che se ti avessero risposto da Kansas City.

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