Michael Jackson, quattro ore difficili da digerire

6 mar

Forse poteva durare 60 minuti, invece delle quattro ore programmate da HBO.
Senza voce narrante, parlano i due accusatori di Michael Jackson. E molto le due madri dei due bambini di allora. Tanto repertorio. Una densità di dettagli da commissariato, tribunale. Eiaculazioni descritte come in una infinita slow motion.
A proposito di abusi sessuali reggeva molto di più Surviving R Kelly, andato in onda poco piu’ di un mese fa su Lifetime, se parliamo di televisione. Era costruito come un’inchiesta. Se ne sapeva forse meno. E dava un quadro dei luoghi, degli anni, del contesto in cui le violenze, le molestie sono avvenute.
Nel caso di questo Leaving Neverland rimaniamo con le famiglie dei bambini affidati a Michael Jackson che parlano molto e le due interviste guida ai due abusati.
Alla fine della seconda parte di quello che per convenzione chiamiamo documentario è andata in onda una conversazione di Oprah (a sua volta abusata da bambina) ai due protagonisti. Il tentativo è stato quello di andare oltre Michael Jackson e le vittime.

A New York,per qualche giorno, ho registrato le quattro ore e provato a vederle in tempi diversi.
Le storie di pedofilia sono impossibili da reggere a lungo.
Il lavoro, andato in onda su HBO, non facilita la visione. Girato sciattamente ma questo sarebbe un problema di forma e opinabile. Solo che questi anni ci stanno abituando a lavori sul tema delle violenze sessuali costruiti con cura, portando alla luce voci discordanti, silenzi, complicità e, quando ci sono, il business e i passaggi alla cassa che sono la cornice non secondaria dei casi trattati.
In questo mondo di verità parallele, si è fatta dunque sentire la larga comunità globale legata a Jackson. Questo è un aspetto nuovo che riguarda confessioni simili. L’eco social mobilita e costruisce un racconto diverso, non più affidato ai soli avvocati e alle transazioni in denaro.
In un lungo pezzo The New York Times racconta tutta la storia delle accuse a Jackson e giudica “delicato” questo lavoro di HBO, che sarebbe stata citata in giudizio per 100 milioni. Punti di vista.
Per principio credo sempre agli abusati. Anche quando denunciano a distanza di anni.
Credo pero’ che l’onda che ci sta sommergendo di lavori televisivi sul “genere” (abusi, molestie, violenze) abbia bisogno di una costruzione che vada oltre il racconto delle vittime. E delle vittime che vivono solo sull’isola dei famosi.

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