A casa loro

7 giu

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Girando per qualche settimana in Italia classi di scuole elementari ho dovuto fare molta attenzione ai volti dei bambini.
Obbligatoria la liberatoria dei genitori per andare in onda. E quindi lunga preparazione. O riparazione, dopo. O lavoro al montaggio di sfocamento.
Arrivato in Africa, liberi tutti. Bambini ovunque. Camminano ai bordi delle strade, anche da soli, per chilometri, con la divisa azzurra della scuola pubblica.
Sono sulle spalle delle madri, avvolti nei teli colorati. Emergono solo con gli occhi che si interrogano, forse, su chi siano quegli strani, brutti esseri dalla pelle cosi’ bianca.
A casa loro, in Mozambico, ci riempiamo i telefoni e le telecamere (nel nostro caso) di immagini di bambini. Cinque o sei a famiglia, in media.
I cooperanti italiani lavorano, soprattutto, a progetti per queste generazioni.
I cooperanti italiani che sto conoscendo hanno imparato il portoghese.
Si muovono come pesci nell’acqua e non lo dico per citare il presidente Mao, che da queste parti resiste nei nomi delle strade, come Karl Marx e compagnia revolucionaria di altre ere geologoche.
I cooperanti sono il nostro paese fuori dall’Italia. Come la pizza e la Juventus di Ronaldo, che in quanto portoghese strabatte il piu’ forte Messi (da quest’anno si vede il campionato italiano a queste latitudini, non a caso).
In Mozambico, almeno a Maputo, capiscono l’italiano piu’ dell’inglese. Per quel poco che ho visto. La cooperazione è piantata dall’indipendenza in Mozambico.
Poi c’è l’ENI, mi hanno detto all’ambasciata italiana. Come c’è in Myanmar dove sono stato un mese fa sempre a fare storie di cooperazione italiana ufficiale (AICS).
Quelli dell’ENI chi sono ? Cooperanti ? Italiani di serie A ? Guadagnano e stanno in Mozambico come Davide, Martina, Giulia, Paolo, Federica con cui sto scoprendo il paese ?
Siamo tutti a casa loro. Che poi è anche casa nostra, come mi diceva ieri Davide.

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