Obama e Netflix. Operai e capitale

23 ago

Si è letto del contratto milionario degli Obama con Netflix. Una sorta di patrocinio, tutoraggio di storie. Anche, in altri casi,  una partecipazione più concreta all’ideazione, scrittura, produzione. Viene in mente il documentario di Al Gore che vinse l’Oscar. Il primo parto , American Factory, appena entrato nel grande magazzino Netflix,  già si candida ad entrare nella cinquina degli Academy Awards. Il lavoro arriva da un premio al Sundance e Obama (Higher Ground productions) e Netflix hanno assicurato la distribuzione.
Il documentario è da manuale. Non solo del politicamente corretto. Ma anche del timing. Sovranismo e globalizzazione in campo, se vogliamo dare una lettura che potrebbe interessare anche a chi dell’Ohio si accorge che esiste una volta ogni quattro anni, quando si vota.
Obama racconta la storia di un imprenditore cinese che apre una fabbrica di vetri per automobili in America, a Dayton, Ohio, sulle ceneri di una della General Motors.
Ci sono operai trapiantati per uno o due anni che arrivano dalle campagne cinesi al Midwest americano, disposti a lavorare anche dodici ore al giorno per sei giorni alla settimana. E operai americani neoassunti che arrivano dalla fabbrica automobilistica sindacalizzata che aveva garantito una “vita da classe media” e ora proletarizzati ( il salario orario ridotto di un terzo ). È lo scontro.
Uno sguardo cosi’ interno ad una fabbrica si è visto raramente. C’è anche l’omologa casa madre in Cina. Visivamente, i massicci operai americani e gli esili operai cinesi. Due modi di produzione a confronto. Due mondi che non si integrano.
Il finale incrociato delle uscite dalla fabbrica cinese e quella americana è volutamente lungo. Parla solo la colonna sonora. Camminano, insieme, verso un futuro in cui solo le macchine saranno la forza lavoro.

Il documentario è preceduto da una conversazione degli Obama con i due autori.
Otto minuti in un diner in cui si dice del bisogno di raccontare storie senza tesi premasticate. Senza voce narrante. Parlano i protagonisti. Non è un’inchiesta. Non c’è velleità da scoop. Non c’è selfie-intervista, di quelle in cui il primo piano di chi fa le domande è più presente di quello di chi risponde. C’è curiosità. E “amore” per chi ti mette in mano un pezzo della sua vita. Queste sono di solito operazioni di lungo periodo, che non hanno largo pubblico.
C’è una scuola di documentaristi che lavora in questo modo. Il contrario di quello che fa Michael Moore, per capirci.
Questa volta il progetto è visibile, nel mondo, perché sono entrati gli Obama e Netflix.
Si raccontano operai, che nel mondo della televisione si dice da sempre non facciano ascolto, insieme alla scuola.
Cose come questa dovrebbero fare quelli che dalla politica passano alla televisione.

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