Goodbye Beautiful

12 set

Leggo oggi sul Corriere della Sera edizione di Firenze (che frequento solo per sapere della Fiorentina) dei concerti di Marc Ribot (dal New Jersey in Toscana) e delle sue Songs of Resistance. Tra queste canzoni resilienti c’è una versione di Bella Ciao, titolata Goodbye Beautiful. Mi ha colpito il titolo, tradotto letteralmente. Una canzone d’amore, sembrerebbe. Di un’amore struggente. Nella storia già Yves Montand ne aveva fatto una celebre versione cavalcando questa linea interpretativa.
Andare a vedere Wikipedia aiuta, nella fretta, a capire che l’attribuzione dell’origine della canzone alla Resistenza è postuma e forse posticcia. Ci ha lavorato sopra Cesare Bermani, uno che ci capisce.
Le canzoni, nel tempo, diventano altro. Si appiccicano ad una fase della nostra vita, a volte per sempre ma gli autori non c’entrano piu’ nulla. Io vado ancora avanti con The times they are a changin’ di Dylan ma i tempi non sono piu’ quelli degli anni Sessanta. Sempre fermo alla morte di Kennedy a Dallas, l’anno prima.
Recentemente la Casa di carta (Netflix) ha dato la centesima vita a Bella Ciao.
La comunicazione non è più verticale in tempi digitali. O almeno, mutano i persuasori occulti.
La ricerca del “senso” nelle canzoni non ha più senso, se mai ne ha avuta. Bella Ciao è divisiva come la Nutella, che a me non piace. Goodbye Beautiful.

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