SOLDATI D’ITALIA. Should I stay or should I go ?

11 Nov

Utile ascoltare i microfoni aperti delle radio dopo l’attentato in cui sono rimasti feriti cinque militari italiani in Iraq.
Le voci selezionate chiedono (in larga maggioranza) che ci stiamo a fare in quei “postacci”, quanti soldi “buttiamo”, quante vite mettiamo “inutilmente” in pericolo.
Difficile ormai parlare di realta’ piu’ complesse di quelle riassunte in uno slogan.

Lo scorso anno ho lavorato ad una serie di Rai Italia sulle missioni dei nostri soldati in Afghanistan, Libano, Kosovo, Kuwait, Golfo di Aden, Iraq ( sono sulla benemerita Rai Play ). Ho conosciuto miitari italiani di contingenti (che si alternano) in quei luoghi. Ho provato a raccontarli, i nostri militari. Non ho fatto un’inchiesta, non era la mia mission.
Ho ricavato l’impressione che fossero contenti di essere in quei luoghi. Non solo per ragioni economiche. Orgogliosi di rappresentare il nostro paese in aree di crisi del mondo. “Non ho scelto di fare questa carriera per mettere su panza a casa”, mi ha detto Nicola, mostrandomi la foto della famiglia, con gli occhi lucidi.
Questo è il punto. Noi siamo in quei luoghi perche’ siamo parte di ONU, Unione Europea, NATO. Se si vuole discutere del nostro impegno si discuta di questo.
La nostra presenza fuori si sta peraltro riducendo (500 donne e uomini in meno dall’Iraq negli ultimi sei mesi). In tutto ad oggi parliamo ufficialmente di 7343 militari (in realta’ sono meno) per un costo (si legge) di un miliardo e cento milioni.
In questo costo ci sono tante altre cose. Noi facciamo addestramento, in generale, delle forze locali. Ma anche cose come (visto in Afghanistan) un progetto che investe le donne che lottano in famiglia (e fuori) per andare nelle università e fare un mestiere che ha a che fare con l’informazione, la comunicazione. I contingenti italiani sono apprezzati perche’ hanno un rapporto con i territori e chi li abita diverso (non è il solito luogo comune).

Oggi parliamo di questo attentato perche’ ha colpito nostri uomini. Accadono ogni giorno (in Afghanistan ed Iraq) e fanno vittime di polizie, eserciti locali, nostri alleati, giornalisti e tanti civili.
Uomini delle forze speciali ci hanno accompagnato lo scorso anno in un paio di uscite. Impressione di grande preparazione e di immenso orgoglio di fare parte di queste forze scelte.
Quello di cui bisognerebbe discutere oggi è come spostare gradualmente la nostra attenzione in altre aree a noi strategicamente piu’ vicine, come il Sahel e la Libia. Cosa che si sta facendo, da quello che pure leggo.
“Should I stay or should I go” non è il semplice ritornello di un meraviglioso pezzo dei Clash.

PS Quest’anno lavoro ad un’altra serie di Rai Italia, sulla cooperazione italiana all’estero. Torna lo stesso ritornello ma la risposta è ancora piu’ complessa.

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