Tornare a casa

15 Dic


Sono tornato dalla Giordania. A Natale andrò in quella che e’ stata la mia casa negli ultimi anni, in America.
Sono stato qualche giorno fa a girare nel campo di Za’atari, dove da sette anni vivono 76mila rifugiati siriani. Sono stati anche in 150mila in queste baracche, tende, caravans. Casa, la Siria, il confine è a meno di dieci chilometri.
Nella via principale del campo (detta Champs-Élysées….) il mercato, le botteghe sono state aperte dai profughi. In tanti vanno a lavorare anche all’esterno del campo. Si è ricreata una dimensione paese che dice di una stabilizzazione.
Nascono 400 bambini al mese.
Abbiamo visitato l’ospedale italiano. Una lunga fila di donne in attesa della visita ginecologica o pediatrica per i bambini. Ci ha accompagnato Marta di United Nations Women. La cooperazione ufficiale del nostro paese finanzia il progetto. Marta ci ha detto che l’80% dei rifugiati vive ormai fuori dai campi, in questo paese che ospita palestinesi da piu’ di cinquanta anni ma anche molti altri che provengono da Yemen, Sudan. Uno su quattro in Giordania è un rifugiato.

Abbiamo girato altro ma poi ti batte in testa questa cosa di una quotidianità “normale” in una situazione estrema. Ci sono bambini che conoscono solo questi campi. Milioni di donne e uomini che non rivedranno piu’ la loro casa.
Marc Augé ci ha detto che il campo rifugiati è insieme un luogo e un non-luogo. Ma che tutti abbiamo bisogno di un luogo, che non è necessariamente dove siamo nati. Quella che dovrebbe contare è la relazione. Non solo con gli altri. Augé parla di una “cartografia non solo fisica ma anche spaziale, sociale”.
I campi hanno regole, orari (anche se le molestie alle donne sfuggono ad ogni “messa in sicurezza”). Sono stati fatti documentari e si è scritto tanto, su Za’atari, agli inizi della crisi siriana.
I rifugiati dalle guerre sono la punta della piramide delle migrazioni. Quando si dice della complessità della questione, chiedere a Marta e a chi sul campo ci sta.

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